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Full text of "Le funeste conseguenze di un pregiudizio popolare memorie storiche di Emilio Bufardeci"

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LE FUNESTE 
CONSEGUENZE DI 
UN PREGIUDIZIO 
POPOLARE 
MEMORIE... 

Emilio Bufardeci 



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ì PREGIUDIZIO POPOLARE f| 





LE RIVESTE CMSEliUJH 



DI DM 



MEMU111E STOlUCIIi: 



DI 



EMILIO BUFARDECI 




FIRENZE 

TIPOGRAFIA EREDI BOTTA 






I 



LE FUNESTE CONSEGUENZE 



di ira 



PREGIIDIZIO POPOLARE 



MEMORIE STORICHE 



DI 



EMILIO BUFARDECI 



FIRENZE 

TIPOGRAFIA EREDI ROTTA 

1868 



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ALLA CARA E DOLCE MEMORIA 
DEL MIO DILETTO FRATELLO 

VINCENZO BUFARDFXI 

VOLATO A DIO 
LA MATTINA DEL IX APRILE MDCCCLV 

AMARAMENTE COMPIANTO 
DAI CONGIUNTI DAGLI AMICI DAL POPOLO 
PER ANGELICHE VIRTÙ 
PER VITA INTEMERATA 
IN SEGNO DI AFFETTO 
QUESTO LAVORO 
CONSACRO. 




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PREFAZIONE 



Chi volesse scrivere un periodo di storia con- 
temporanea, limitandosi esclusivamente alla parte 
narrativa, non troverebbe grandi difOcoltà. Ma ove 
egli crédesse indispensabile rannodare il passalo al 
presente, svolgere i fatti che si consumarono, sco- 
prirne le cause, indagarne gli effetti, notarne le 
coincidenze e servirsi di essi come mezzo al rac- 
conto, per trarne obbiettivamente un utile insegna- 
mento, allora quel periodo assumerebbe differenti 
proporzioni. 

Però sovente avviene che qualcuno si decida di 
circoscrivere il suo assunto alla prima parie; e poi 
a poco a poco, quasi senza volere, si trovi obbli- 
galo di gettare uno sguardo retrospettivo ai tempi 
che furono e scendere sull'arena di talune consi- 
derazioni, che non di rado superano la coscienza 
della propria forza. 

Al 1837 Siracusa, invasa dal colèra asiatico e 
trascinata nell'illusione di un sognato veneficio, 



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cadde nel disordine per la eviratezza ed il mal 
senno delle autorità costituite. Una Commissione 
eletta dal popolo istruiva un processo per pubblico 
avvelenamento, il quale faceva immenso scalpore 
in Sicilia ed altrove, inoculando nella mente dei 
creduli una serie d'inconcludenze e di fantasma- 
gorie (1). 

Nessuno, nel lungo periodo di trent'anni, osò al- 
zare un lembo di questo velo che cuopre tante 
lordure; anzi quegli stessi che avevano per ausilio 
d'un mutamento politico, alimentato il fatale so- 
spetto, sostennero poco dopo a tutta possa la falsa 
credenza ; taluni per alimentare sempre l'odio con- 
tro il passato Governo, altri per coonestare il loro 
fallo. Secondo me i primi tradirono la fede di 
onesti liberali, i secondi si scavarono con le pro- 
prie mani la fossa. Entrambi demoralizzarono la 
pubblica opinione. 

L'idea dei tossici propinati ora dai Governi ed 
ora dalle sètte, non essendo nuova nella storia, bi- 
sognava accennare fugacemente come essa a varii 
intervalli ha potuto rinascere, malgrado i nobili 
conati di tanti sublimi ingegni. Da ciò la necessità 
di ricordare gli errori in generale in cui caddero 
i popoli e di compendiare la storia della peste e del 

(I) Questo processo non fa meno fatale di quello del 1630 
sui creduti untori almeno nei suoi funesti effetti, perciocché lo 
fal>c preoccupazioni del processo Piazza si localizzarono quasi 
nella st»la Milano, mentre quelle del processo Cosmorama si 
estesero nell'intera Italia. 



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colèra, non per rintracciare la natura e le cause di 
quelle fatali malattie; ma solo per dimostrare 
l'uniformità logica e storica degli effetti, delle ap- 
prensioni, dei pregiudizi, in modo che il lettore 
vegga, nella riproduzione degli slessi fenomeni, 
come la malizia umana e l'ignoranza ingenerano 
sempre la cancrena sociale. 

Questo stato anomalo non può nè deve desu- 
mersi dall'alta sfera delle intelligenze, ma dall'in- 
tima classe, la quale costituisce il vero termometro 
della civiltà o della corruzione di un popolo. Se si 
facesse «altrimenti sarebbe lo stesso che voler co- 
noscere la ricchezza di un piccolo paese dalla opu- 
lenza di due o tre famiglie. 

Il genio scientifico ed artistico lottò con la na- 
tura, e quello che in altri tempi sarebbe stato un 
sogno d'infermo, un'utopia, un sovrainlelligibile 
divenne la pratica attuazione d'un fatto. Si trovò 
il modo di dirigere il fulmine, di solcare le onde 
contro il vento, d'avvicinare le grandi distanze, di 
centuplicare il lavoro meccanico di un uomo,, di 
ritrarre in un istante l'immagine della natura. Si 
contarono gli astri, si scuopri la loro legge, si va- 
lutò il loro moto. Nè le sole scienze esatte lotta- 
rono e vinsero ; ma la politica, per la quale si ebbe 
l'uguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge, la 
libertà del commercio e dell'industria, lo spirito di 
nazionalità che ispira nella coscienza dei popoli il 
sentimento della propria forza. Però nelle masse 
la civiltà non camminò parallelamente a questo 



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incontrastabile progresso materiale ed intellettuale. 

Non bisogna illuderci. Lo sviluppo morale del 
popolo non è al livello del progresso delle scienze; 
perlochè si vedono di tanto in tanto riprodurre gli 
slessi pregiudizi, le slesse ubbie. 

Non voglio sostenere die anche le masse non ab- 
biano progredito; ma nel rapporto degli uomini di 
mente lasciano pur troppo a desiderare. 

Presumere ch'esse potessero raggiungercela ele- 
vatezza e l'istruzione delle intelligenze sarebbe fol- 
lia; però sottrarle dal fango e innalzarle al punto 
di saper cansare gli agguati e le astuzie dei partiti, 
mi pare un dovere dell'umanità. 

Bisogna dunque trovare il modo di migliorare 
la condizione del popolo, non a balzi, a scosse, e 
per vie indirette e recondite, ma col solenne apo- 
stolato della morale e della verità. 

E pria d'ogni altro questo apostolato deve esten- 
dersi alla classe media, la quale quantunque non 
appartenga nè agli scienziati, nè alle masse, e stia 
tra il patriziato e la plebe, pure nei giudizi ha la 
tenacità degli uni, e nelle passioni l'ardenza delle 
altre; e poiché essa esercita sul popolo minuto una 
influenza diretta, tanto numericamente quanto per 
io immediato contatto, così può dirsi che la pub- 
blica opinione poggia sul di lei criterio, il quale è 
spesso fondalo sull'interesse, sulla mobilila dei 
piineipii, sulla negazione del bene morale. Tranne 
delle rare eccezioni, quest'estesa classe non si pre- 
occupa d'altro che dell'/o. Il popolo minuto rico- 



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nosce in un faccendiere, solo perchè egli si eleva 
una spanna al di là della sua intelligenza, il Ielle- 
rato, lo scienziato, il politico, l'infallibile, e siegue 
ciecamente le sue convinzioni, qualunque esse 
siano belle o brutte, buone o cattive, vere o false. 

Oramai dopo tante amare illusioni siamo in 
grado di respingere con disdegno quelle idee che 
apparentemente ci offrivano una prospettiva di 
bene; ma che mi risultali ci sbaleslravano in una 
lunga iliade di mali. Ciò veramente devesi alla 
storia e al progresso. 

Trenta anni or sono, si credeva che istillando nel 
petto del popolo l'odio contro il Governo ed ecci- 
tando la plebe alla rivolla per mezzo dell'inganno, 
si rendesse un servizio alla libertà. 

La esperienza ha provato che la condizione di 
uno Stato non si migliora, mutando le dinaslic; ma 
piuttosto slanciando le nazioni al loro benessere, 
non al monopolio delle caste, riformando i co- 
stumi, educando il popolo a rispettare le leggi, a 
sentire la propria dignità, a sostenere i diritti ed 
adempiere i doveri di cittadini, legandolo in fine ai 
santi principii, anziché alle persone. Gl'individui 
si sperdono nel vortice dell'eternità: le massime di 
virtù, di tolleranza, di libertà stanno nei secoli. 

La parola progresso indica miglioramento mo- 
rale e materiale; e questo si ottiene pensatamente e 
a gradi, ma sempre con mezzi onesti. 

Ciò che può essere utile in un tempo, è nocivo 
in un altro. 



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Al tempo delle Crociate era indispensabile che 
gli Stati; per frenare l'Islamismo, si valessero della 
forza collettiva dei baroni, i quali per ciò acqui- 
stavano il diritto d'esercitare nei rispettivi centri 
violenze ed immanità. 

Poco dopo sotto Luigi XIII s'intese il bisogno 
degli eserciti permanenti, per iscalzare il predomi- 
nio baronale. Ora tutte le intelligenze convengono 
che questa enorme massa di forza a peso dello Stato 
strozza l'agricoltura e l'industria, e impoverisce il 
popolo. 

Nei primi tempi bastava la voce d'una vestale 
o di un oracolo per dichiarare reo od innocente un 
cittadino. Due secoli fa si credeva che, stritolan- 
dogli le ossa, si ottenesse dal reo la confessione del 
delitto. Oggi si punisce un colpevole, non sull'arbi- 
trio d'un giudice iniquo, ma su i fatti, sulle testi- 
monianze, sulla pubblica opinione. 

Questi risultati si ottengono dal tempo e dal- 
l'esperienza. Nella vita umana non ci è avveni- 
mento di sorta, che non offra il destro di moraliz- 
zare o di corrompere la pubblica opinione. Il bene 
o il male si ottiene dalla maniera con cui si espon- 
gono i fatti, dai giudizi che si pronunziano, dallo 
scopo al quale si mira, dai mezzi che si adoperano 
per raggiungerlo. Le giuste e nobili aspirazioni ci 
conducono insensibilmente al bene e all'utile; però 
se questo moto dinamico e progressivo è interrotto 
dall' insidia d'una falsa idea popolare, allora l'o- 
pera d'un secolo è rovesciata; e in questo caso, bi- 



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sogna riedificare l'edifizio morale, sbugiardando 
innanzi tulio la trista insinuazione, e incarnando 
nella menle degli onesli la verità, affinchè essa 
col loro appoggio trionfi anche nella coscienza della 
plebe. 

Taluno crederà sarebbe sialo più utile combat- 
tere l'idea di veneficio, dirigendomi agli operai, a 
mo' di catechismo, nella convinzione che in essi 
soli si annidi questo abbominevole concetto ; ma egli 
forse amerà illudersi, o vergognerà confessare un 
torlo che fa onta al secolo e alla civiltà. Lusingarci 
che, nelleprovincie meridionali d'Italia, la sola plebe 
sia illusa dall'idea di veneficio, è una stoltezza. Io 
conosco persone distintissime che hanno l'anello 
al dito e il diploma d'avvocati e di dottori , e in- 
sensatamente metterebbero, come Muzio Scevola, 
la mano sul fuoco, per far credere all'esistenza del 
colèra-veleno. Forse essi non credono nel fondo del 
loro cuore, come una verità, al pubblico veneficio; 
ma temerariamente l'affermano, perchè si lusingano 
di provvedere con ciò alla propria salute, e quindi 
consacrano gl'idoli dell'errore, su quell'altare che 
deve essere consacrato alla sola verità. 

Oltre gl'illusi di buona fede, ci sono i nemici 
d'Italia e i malcontenti, i quali, volendo tristamente 
pescare nel torbido, si sforzano, come sempre, d'in- 
ventare storielle passale e presenti di venelìzio; e 
quando non possono far altro, parlandosi di colèra, 
rispondono innanzi la gente ignorante con qualche 
monosillabo e col solito riso impostore. 



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Ora io ho creduto scrivere, per disingannare i 
primi e mellere ai secondi la museruola in bocca, 
a fine di frustrare le loro male arti. Forse non riu- 
scirò nè all'uno, nè all'altro scopo; ma certo non 
riuscirei, se mi dirigessi alle masse le quali costan- 
temente sono vittima della malizia delle sedicenti 
capacità. 

Fate che la grande maggioranza delle mezzane 
intelligenze si persuada della splendida verilà, che 
il colèra è una malattia come tulle le altre malattie 
epidemiche o contagiose, fale che l'insinuante voce 
dei guastamestieri sia spenla dal timore di com- 
promellersi in faccia al tribunale della pubblica 
opinione, ed il popolo o presto o lardi anch'egli si 
persuaderà. 

Ogni rivoluzione morale, politica , economica, 
scientifica, religiosa comincia dai profondi pensa- 
tori, si sviluppa negli uomini che sanno leggere e 
scrivere, e si compie nelle masse. 



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CAPITOLO I. 



L' Errore. 



Una lotta terribile e permanente si è sempre com- 
battuta nella società tra il bene ed il male, tra la virtù 
ed il vizio, tra la libertà ed il dispotismo, tra la verità 
e Terrore. Quest' affannosa altalena è durata e durerà 
ancora per lungo tempo ; perchè, essendo differente il 
sentire ed il pensare degli uomini, ciascuno ha un modo 
tutto proprio di vedere e di valutare le cose. 

Però, se gli uomini non possono essere tutti filoso- 
ficamente uniformi nel senso sociale, economico, poli- 
tico, religioso, potranno bensì convenire in talune cose 
che risultano dalla storia, dalla propria esperienza, 
dalla penetrazione, dalla logica de' fatti. L'uomo che 
ricusa di ragionare è Tuomo depravato; e costui è cat- 
tivo cittadino, perchè chi non ha le virtù sociali non 
può sentire l'amore del pubblico bene (1). 

(1) Nell'ultima invasione colèrica mi proposi di scrivere qualche 
articolo nei diarii sulla falsa credenza di veneficio, e avvezzo alla 
palestra giornalistica, mi servii al solito della prima persona del 
plurale : quando il lavoro acquistò un po' di serietà, compresi che 
quel modo era contrario all'usanza storica, e voleva rifarlo, ma 
mi era difficile riandare sui propri passi, e continuai a scrivere nello 
stesso modo, nella speranza che il lettore fosse gentile di scusare le 
mio abitudini. 

Del resto io non ho la vana pretensione di affibbiarmi la giornea 
di storico, sibbene la volontà di studiare un periodo di grande inte- 
resse per l'umanità. 

L'Autobi 



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Siamo di tanto in tanto costretti a svolgere fugace- 
mente, nostro malgrado, taluni principii per necessità, 
a fine di combattere le inadeguate e superficiali cogni- 
zioni che costituiscono la corruzione della mente. 

Da mezzo secolo a questa parte, il concetto econo- 
mico, materiale, egoistico è quasi prevalso alle grandi 
verità morali, e minaccia far crollare Tedifizio civile 
sin dalle sue fondamenta. Non sarà dunque disutile 
qualche volta riandare alle prime sorgenti, dove si at- 
tinge il pubblico bene: se non altro, si ottiene con ciò 
il risultato d'intenderci chiaramente sul significato 
delle parole. 

Moltissimi, nel senso volgare, confondono l'igno- 
ranza con Terrore ; e con la più grande indifferenza di 
questo mondo ti ripetono : " Popolo ignorante , „ in- 
vece di dire : u Popolo ingannato. „ È vero che un po- 
polo ignorante è più facile di cadere nell'errore ; ma 
non è men vero che sovente anche i popoli civilissimi 
corrono la identica sventura. 

L'errore è una nozione falsa che si tiene per vera, 
o viceversa, e da questa nascono poi tutt' i giudizi falsi 
che imbarazzano la vita umana. 

L'ignoranza esprime, quasi diremo, lo stato di pas- 
sività dell'uomo ; l'errore invece può inocularsi nelle 
diverse facoltà, cioè dai sensi, dall'induzione, dalla 
memoria, dal linguaggio; ma l'errore più fatale di tutti 
gli errori è quando esso si fonda sulla altrui testimo- 
nianza, perciocché sovente si affermano talune cose che 
traggono la loro origine o dal falso criterio, o dalla 
fervida immaginazione, o dall'interesse personale, o 
dalla voce d'ordine d'un partito. 

L'ignoranza e l'errore degradano l'uomo ; se non che 
la prima è la privazione d'un bene che si può acqui- 
stare ; l'altro è un male che già esiste nell'anima e la 
corrompe, ove tosto non si smetta,, 

Ordinariamente i futuri sono condannati a subire 
le funeste conseguenze di un errore, il cui germe prin- 



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cipale si asconde nell'amor proprio dell'uomo, il quale 
spesso si contenta imbattersi in una falsa cognizione, 
anziché confessare la propria impotenza nel risolvere 
e spiegare taluni fenomeni nuovi, o quasi nuovi, nella 
storia; e qualche volta non ha altro espediente che di 
ricorrere al sovra-naturale, al sovra-intelligibile, al dia- 
bolico. Ciò è nella natura degli uomini. 

Le prime adorazioni degli astri, del fuoco, del sole, 
della luna, del mare, de 1 monti, delle selve druidiche, 
delle foreste d'Argo, delle grotte di Dodona e di Delfo, 
delle vigne, degli alberi, del tremuoto, dell'iride, del- 
l'aurora polare, della grandine, della pioggia, del tempo, 
della morte, d'Apollo, di Diana, non indicano che tanti 
errori in cui caddero gli Assiri, i Caldei, i Babilonesi, 
gli Egizi, i Greci; e da questo errore ne venne poi il 
feticismo, il politeismo, la divinizzazione delle passioni 
umane. L'uomo dunque, sia che fosse dominato da un 
sentimento istintivo di terrore o di speranza, sia dal- 
l'ambizione di scrutare i segreti della natura, ama me- 
glio illudere se stesso che confessare la propria inca- 
pacità- 
Quando non si sapeva spiegare come si formasse il 
fulmine e si muovessero le onde, si creava un dio che 
chiamavasi Giove con la freccia alle mani, incendiatore 
della terra; un altro dio, Nettuno, che col tridente 
sconvolgeva il mare ; e così via via. 

Dagli errori nacquero i pregiudizi che offendono la 
scienza ed il buon senso. Eppure essi per un lungo 
tratto di tempo dominarono, quasi diremmo, il mondo 
intero; ed a ciò contribuì anche la testimonianza di 
qualche sommo filosofo, il quale di buona fede annun- 
ziava un'opinione, ed il popolo l'accoglieva con ardenza 
e la tramandava alla posterità. Diffatti per tanto tempo 
si ritenne, pel detto di Anassagora, che il sole era tanto 
grande quanto il Peloponneso ; per l'opinione di Pla- 
tone, che le idee erano innate ; per quella d'Aristotile, 
che i liquidi saliscono i tubi vuoti, perchè la natura 



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abborre il vuoto ; che lo schiavo non ha anima ; che la 
via lattea e una meteora luminosa; per l'altra di To- 
lomeo, che la terra era stabile. Per secoli e secoli si 
spiegò la comparsa delle meteore, ora come minaccia 
degli Dei, ora come segno precursore dei destini de 1 po- 
poli ed ora come luce sfolgorante che rischiara il pas- 
saggio delle anime dei sommi dall'Olimpo al Cielo. I 
Romani nella cometa del 43 a. C. (1), si lusingarono di 
vedere lo spirito di Cesare, che assiso sul suo gran carro 
dittatoriale, saliva in pieno trionfo nel soggiorno di 
Giove, giammai ingombro da alcuna nube. Il fiate spa- 
gnuolo Valderame sostenne che le comete uscissero dal- 
l'inferno a spavento degli uomini. Lo stesso Aristotile 
le considerò come il risultato delle esalazioni della terra. 
Gli Scandinavi ritennero che le stelle cadenti fossero le 
anime de' giovanetti tolti alla vita dalle cesoie della 
deità Verpeia; ed i Romani, a simiglianza del nostro 
volgo di Sicilia, le attribuivano alle anime degli aborti. 

Gli errori de' grandi ingegni si generalizzarono cele- 
remente per la popolare ignoranza, sulla quale essi 
esercitavano,, ci sia permesso di dire, il privilegio della 
aristocrazia del sapere. L'arabo Averroè, per avere com- 
mentato Aristotile, fu tenuto per capo-scuola. I maghi 
anticamente erano i primi sapienti, poscia si tramuta- 
rono in astrologi ed alchimisti. 

L'astrologia pretese di scuoprire dall'osservazione 
dei cieli i destini degli uomini e delle nazioni. 

I Romani pria di decidersi ad una qualunque siasi 
risoluzione consultavano il segno di Mercurio e quanti 
gradi avesse la luna in Cancro ; ed i Greci non erano 
prima d'essi meno superstiziosi, malgrado la vantata 
loro civiltà. Quando Siracusa era assediata dagli Ate- 
niesi, successe un ecclisse nel plenilunio del 27 agosto 
413 pria dell'E.V. ; questo fenomeno naturale comprese 

(1) Essa è apparsa sette volte : la prima volta al 1767, a. C. ; l'ul- 
tima volta all'èra nostra, 1680. Ora si vuole che debba ricompa- 
rire al 2255. 



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di terrore i soldati Ateniesi e lo stesso Nicia che era 
più di essi devoto agli augurii ; si consultarono gl'in- 
dovini, i quali decisero di sospendere le operazioni d'as- 
sedio; tra questo inerte intervallo, Tarmata di Nicia fu 
cinta e dispersa. 

Nè le profezie della Pizia, il volo degli uccelli, l'ap- 
petito dei polli, le osservazioni degli auguri e degli aru- 
spici s'invocavano solo per le pubbliche faccende ; ma 
bensì servivano per regolare le azioni degli stessi indi- 
vidui. A tutto questo si aggiunsero poco dopo le magie, 
le stregherie, le superstizioni ; e ai nostri tempi il ma- 
gnetismo animale, lo spiritismo, la scienza del lotto, il 
colèra-veleno. 

Qualche volta i Governi dispotici su taluni errori ci 
trovarono il loro tornaconto, e quindi non si curarono 
giammai di smentirli. Preghiamo il lettore di ricordarsi 
di questo concetto, nello svolgimento dei fatti che noi 
esporremo in questo libro. 

Gli errori sono di una immensa gradazione, sì in rap- 
porto alla loro natura, come in rapporto al numero 
degl'individui che ne partecipano. 

Gli errori popolari sono sempre più perniciosi e più 
funesti, precisamente quando essi giungono a stabilire 
nelle masse una profonda convinzione; in questo caso 
colui che ha il coraggio civile d'affrontare la pubblica 
menzogna e d'esercitare l'apostolato della verità, corre 
rischio di restare vittima del fatale inganno ; o per lo 
meno, egli vedrà scatenarsi contro di lui una grande 
massa di nemici uniforme e compatta. 

Con tutto ciò, in mezzo a tante disperate lotte , non 
ci è un istante in cui l'umanità non cammini, anche con 
lento passo, verso il progresso. 

Come gli errori di alcuni sommi segnarono nello spa- 
zio una traccia che il tempo inesorabilmente cancellò; 
così la verità di alcuni altri produsse gli esili, le car- 
ceri, i roghi. Socrate, Empedocle, i Gracchi, Galileo, 
Cartesio, Alberto Magno, Colombo, Arnaldo da Brescia, 



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Savonarola, Rogero Bacone non furono che vittime 
dei pregiudizi. Nessuna verità più utile, più sublime, 
più umanitaria del cristianesimo; eppure Cristo fu con- 
dannato a morire sul Golgota. Ma queste ingrate e cru- 
deli ricompense non ci respinsero giammai verso il re- 
gresso. 

L'evoluzione del diritto ruppe le dighe e sottentrò 
allo spirito delle caste. Oggi il patriziato, in faccia alla 
legge , è uguale ai figli indigenti del popolo. Oggi gli 
oracoli, le magie, i sortilegi quasi generalmente si de- 
ridono. Oggi lo schiavo, che era considerato siccome 
merce, anch'egli reclama il diritto dell'umanità ; e per 
la sua emancipazione Abramo Lincoln incontra il sagri- 
fizio della vita, come l'aveva incontrata John Brown. 
Ciò prova che non ci è idea umanitaria che non abbia 
il suo progresso ; ciò prova che l'immobilità o il re- 
gresso sono in contraddizione alle prerogative della 
specie umana, e se per un momento avviene che una 
idea generosa si abbandoni o si sperda nel vortice del 
tempo, ciò, secondo noi, deve attribuirsi all'influenza 
che esercitano per un dato intervallo la prepotenza e 
l'egoismo; ma appena questo stato anomalo cesserà, 
l'idea riapparisce sotto forme più nette e più precise. 

Noi non abbiamo mai accolto l'opinione degli econo- 
misti, i quali vogliono circoscrivere il progresso nel 
solo interesse materiale. Se questa scuola, che emana 
dall'Inghilterra, dove l'uomo è rappresentato dalla ghi- 
nea, potesse per un momento trionfare, ricomincierebbe 
di nuovo l'eterna lotta. 

Noi propugnammo sempre questi principu ; nè esi- 
tiamo a riprodurre qualche nostra idea. Il pane del 
corpo è tanto indispensabile, quanto è indispensabile il 
pane dell'anima; e come è sacro il lavoro per l'indivi- 
duo, è sacra l'educazione per la società. Questi due 
anelli eminentemente sociali compongono la patria e la 
nazione, le quali anch'esse, prese nel senso collettivo, 
non sono che individui ; per la qual cosa l'ultimo fine 



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a cui tendano gli uomini, le società, le nazioni non è 
rappresentato che dall'umanità. 

L'uomo è un ente composto dalla materia e dallo 
spirito. Nell'infanzia della scienza bisognava dividere 
queste due prerogative per comprendere le leggi del- 
l'una e dell'altra ; oggi sarebbe un errore disgiungerle 
considerando o l'uomo ideale o l'uomo bruto ; percioc- 
ché allora c'imbatteremmo o al nullismo di Fichte o al 
sensismo di Condillac. 

E vero che, non è guari, anco fra noi, gli statisti, nel 
santo pensiero di migliorare i destini della patria., si 
lusingarono d'esercitare un incubo, e presso i Governi 
e presso la società, pubblicando a diritta e a manca 
le loro lusinghiere teorie, con le quali sostenevasi che il 
benessere sociale di tutte le classi dipende dal solo 
svolgimento economico; che la parola riccJieaza rac- 
chiude il vero concetto della felicità umana; che le aspi- 
razioni politiche alla fine dei conti non si risolvono che 
con la immagine della moneta, tanto nell'interesse indi- 
viduale che nel collettivo ; però i tempi erano mutati, il 
patriziato delle intelligenze era sparito. Sorsero uomini 
non meno generosi, non meno patriotti de' primi, i 
quali, senza combattere la dottrina di quelli, mirarono 
al completo sviluppo morale ed intellettuale de' popoli. 
Certo nessun uomo assennato potrà contrastare l'uti- 
lità dello svolgimento economico ; ma vuoisi che esso 
non innalzi lo stendardo dell'esclusivismo, a danno del 
vero progresso e della vera civiltà. 0 meglio, vuoisi 
che la linea dello sviluppo materiale del popolo cam- 
mini simultaneamente a quella dello sviluppo morale 
fino al punto di congiungersi, e allora questo punto di 
intersecazione, invece di rappresentare l'egoismo, ch'è il 
peggiore di tutti gli errori, rappresenterà il benessere 
sociale. Non bisogna dunque allacciare l'uomo fra le 
pastoie materiali , farlo schiavo d'ignobili affetti , ren- 
derlo più abbietto del verme , sibbene tradurre la sua 
educazione in una vita materiale e morale. Ma, per 



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giungere a questa sublime meta, innanzi tutto è me- 
stieri che gli uomini di principii e di onore abbattano, 
senza esitanza e perplessità, l'inganno ovunque si trovi, 
sbugiardino le false credenze, condannino le fandonie 
e le storielle puerili e menzognere. 

Comprendiamo bene, come dicemmo poco prima, 
che un uomo, qualunque egli sia, difficilmente può per- 
correre questo angusto ed oscuro sentiero cosperso di 
spine, senza insanguinarsi i piedi ; tanto più quando egli 
si propone di svellere un pregiudizio che s'infiltrò nella 
coscienza del popolo per proprio istinto e per V u- 
mana malizia. Allora è giocoforza che egli lotti a tutta 
oltranza, non contro le ragioni, contro i giudizi, con- 
tro la logica ; ma contro l'ostinatezza della passione, 
per la quale l'illuso è come l'itterico che vede tutto 
giallo. 

Oltre a ciò, siccome sotto tutti i tempi, sotto qua- 
lunque forma di Governo, ci sono e ci saranno sempre 
dei partiti, dei mestatori, dei guastamestieri, i quali 
trovano fatalmente i loro vantaggi nell'alimentare gli 
errori ; così egli di tanto in tanto vedrà rinascere que- 
st'idra che tenterà di frustrare le sue speranze ; quan- 
tunque sempre invano, perchè alla fin fine la luce trion- 
ferà sempre sulle tenebre, senza di che il progresso non 
sarebbe rappresentato da una serie crescente ed infi- 
nita, il cui ultimo termine non può assegnarsi dal' 
l'uomo , ma dalla Provvidenza. 

Finché un pregiudizio popolare è innocuo, o per lo 
meno non compromette direttamente nè la morale 
pubblica, nè l'organismo sociale, nè l'umanità; la tol- 
leranza è possibile e talune volte quasi ragionevole. 
Questa sorta di pregiudizi saranno combattuti dal 
tempo, dalla luce, dal progresso indirettamente e dina- 
micamente. 

Per essi l'indifferentismo dei sapienti più che oppor- 
tuno, è prudente e filosofico. Però questo sistema non 
può ammettersi per taluni altri pregiudizii che lasciano 



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17 

nella società e nel paese, ove si consumano, delle inique 
traccie. Sotto questi aspetti, pesa sulla coscienza degli 
onesti, e specialmente di coloro che credono o si lu- 
singano, di rappresentare qualche cosa nella rispettiva 
patria, tutta la grave responsabilità del silenzio; e pre- 
sto o tardi verrà un dì che la storia rivelerà i loro 
nomi, e li chiamerà complici e fautori dei gravi delitti, 
che si perpetrarono per la loro colpa o alla men trista, 
per la loro spensieratezza. 

È dovere dunque d'ogni onesto cittadino, che sente 
la propria dignità, disingannare nelle gravi emergenze il 
popolo, squarciando con animo tranquillo e sereno il 
velo dell'errore, palesando le infamie e i delitti ch'esso 
copriva, facendo smettere dalla mente degl 1 ingannati 
i timori e le false credenze. 



I 



CiVPITOLO n. 



La Peste. 



Sin dai tempi in cui la storia ci ricorda le vicende 
di questa parte dell'universo che si chiama terra, noi 
troviamo a vari intervalli avvolta l'umanità in una 
spaventevole e funesta catastrofe di mali, che talune 
volte fa riottoso l'uomo all'opera della creazione, e gli 
infonde nel cuore un sentimento di dispetto, di dolore 
e di ambascie. 

Gli uomini che vivono in questo ciclo di tempo, che 
in verità non è gran fatto lusinghiero, gridano ai quat- 
tro venti al finimondo, come se l'alternativa del bene 
e del male non sia nell'ordine della natura; o come se 
fosse possibile che l'uomo dalla culla al sepolcro po- 
tesse camminare su di un tappeto di rose. Ma non bi- 
sogna sentir solo i fortunati racconti dei nostri vecchi 
congiunti, i quali hanno sempre l'abitudine di vilipendere 
il presente ed incielare il passato ; è mestieri ancora 
svolgere la storia, valutare le vicende dei tempi e raf- 
frontarle spassionatamente al presente. Allora è il caso 
di vedere e giudicare se i mali che oggi pesano sulla 
umanità siano, o no, una ripetizione più o meno fedele 
di quelli che furono. Diluvi, incendi, inondazioni, tre- 
muoti, peste, febbre gialla, febbre petecchiale, lebbra, 
tifo, vainolo, grandine, epizoozia, siccità, crittogama (l), 
cavallette, carestia, guerra, rivoluzioni avvennero quasi 

(1) Quota, malattia <\\o taluni credono nuova, altri vogliono si 
sia sviluppata in vario c remoto epoche. Il Grainbos di Tuofra-sto, 



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19 

sempre ora in una, ed ora in un'altra contrada. Qual- 
che volta un male, che afflisse e desolò un paese, fu ac- 
compagnato e seguito da un altro male non meno per- 
nicioso, ne meno funesto. 

« Nella storia dei popoli e delle nazioni, si osservano 
quei lunghi e ripetuti periodi di profondi dolori che si 
osservano nella vita degl'individui, quasi l'umanità fosse 
condannata a pagare questo amaro tributo. 

Eppure se fosse dato all'uomo, sin dalla sua prima 
educazione, accogliere il male come argomento di stu- 
dio, forse da un canto rimuoverebbe le false preoccu- 
pazioni che gli offuscano la mente, e lo rendono schiavo, 
stupido, selvaggio; e dall'altro acquisterebbe in talune 
cose la scienza di causare quelle avversità, che egli so- 
vente attribuisce ora al fatale destino, ed ora alla ma- 

4 

lizia umana. 

Il più. gran male che desolò l'umanità fu la peste. Il 
suo nome che deriva dalla parola pessimi o pessimum (1) 
indica l'orrore che questa malattia ispirava. Essa è an- 
tichissima, secondo i libri sacri, i monumenti, le favole. 

Nei primi tempi, credevasi che le pestilenze fossero 
di origine divina e si fulminassero dagli Dei per puni- 
zione degli uomini. Omero racconta nella Iliade che 
Achille nel decimo giorno di una pestilenza chiamò a 
parlamento i duci e propose d'interrogarsi un sacer- 
dote, perchè questi interpretasse la cagione dell'ira di 
Apollo. 

David, obbligato da Dio a rispondere quale fra tre 
punizioni sceglicsse, rispondeva: la pestilenza di tre 

VAraneum di Plinio, il Ridurne del Crescen/.i, la Peste del Romaz- 
eini, la Nebbia del Nozior, YO'ìdium del Ke, pare che sufficiente- 
mente l'adombrino e più di tutti l'accuratissimo fitotìlo canonico 
Parta, che nul 1817 osservò la stessissima malattia nei vigneti di Si- 
cilia, ne studiò i progressi e le viei-ude e ne propose i rimedi. 

(1) Le parole peste, pestilenza, mortalità furono dagli antichi ado- 
perate indistintamente per indicare un'epidemia qualuncpie; quando 
la peste bubbonica ebbe il predominio Ira tutte le altre malattie, 
allora la denominazione pcstis tu esclusivamente destinata a quel 
terribile flagello. 



L'i» 

giorni (1). E il Signore mandava al popolo d'Israele 
questo flagello, pel quale nel termine stabilito morivano 
10.000 persone (2). 

Nella notabilissima pestilenza avvenuta in Corinto, 
in cui morivano contemporaneamente uomini e qua- 
drupedi (3), fu interrogato l'oracolo di Apolline, il quale 
rispose che la peste non cesserebbe mai, finche non si 
facesse vendetta della morte di Atteone e non si pla- 
casse Tira dell'offeso Dio. 11 giovinetto Atteone era 
stato ucciso da Ardua per impudiche voglie; costui 
mosso dalla pietà della infelice patria e dal timore di 
Nettuno, volontariamente abbandonò Corinto, parti 
con una grande colonia per la Sicilia, e a norma del- 
l'oracolo di Delfo, edificò Siracusa (4). 

Nella pestilenza di Roma, dell'anno 4SS avanti Cristo, 
si diceva ch'essa originasse, perchè nelle feste di Giove 
Capitolino non si erano bene eseguite le sacre danze (5). 

(1) «Cumquc venissot Gai! ad David ci dicens: A ut septem annis 
« veniet tihi fames in forra tua ; aut. tribus mensibus fugies adver- 
« sarios tuos, et il li te persequentur: aut eerte tribus diebus crit 
« pestilentia in terra tua. Nunc ergo delibera et vide quem rospon- 
« deamei. qui me misit, sermonein. ctc: Melius est iucidam in ma- 
« nus Domini, quam in manus hominum. » Lib. n Jìcrjuni, eap. xxiv. 

(2) È da notarsi che presso gli Ebrei tre giorni era un modo di 
«lire per indicare un tempo assai breve. 

(0) Taluni, come il Itomazzini il quale si appoggia airopiniono di 
Tito Livio, «li Ripamonti, di Fracastoro, di Faoio, credono sia quasi 
impossibile la coesistenza di una epidemia e di una epizoozia, e sos- 
tengono che durante il tifo bovino la salute umana non fu mai con- 
taminata da morbi di proporzioni collettive; bensì ritengono che 
le epizoozie ordinariamente preeedono alle epidemie o vicevejsa. 

Indipendentemente dalla nostra triste esperienza, noi troviamo, 
oltre della pestilenza di cui parliamo, che .Sant'Ambrogio deplo- 
rando la calamità dei suoi tempi {Mi* ti. V.), annovera la fame e la 
pestilenza negli uomini, nei bovi e negli altri animali : e il Boccaccio, 
come vedrà il lettore, ricorda lo stesso fatto nella famosa peste di 
Firenze. Già ove si ammettesse il principio del contagio tanto nel'e 
malattie umane (pianto nelle epizoozie, o si ritenesse Pana epide- 
mica e l'altra contagiosa, queste stesse questioni che urtano col fatto 
sparirebbero. 

(1) Fazkllo, Storia di Sicilia, lib. iv, cap. I. 

(5) Dionigi d'Aucaknasso, Rerum Gcslarnm, xxvut. 



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21 

Andremmo alle lunghe, se accennassimo tutte le su- 
perstizioni dei Greci e dei Romani. 

Abbiamo citato questi fatti per provare che, in tutte 
le epidemie, gli antichi, come vedremo in appresso, 
lungi dall'investigare le cause dalle quali esse potessero 
germinare, vagavano sempre nello astratto e lascia- 
vano indeterminata la natura delle pestilenze. Oltre 
a ciò la convinzione, che nacque con l'uomo, di una in- 
fluenza sovrannaturale, non solo non li spingeva a ri- 
cercare i mezzi più adatti alla pubblica igiene a fin di 
mettere un riparo alla sciagura, ma slanciavali ad ali- 
mentare il male con le comuni preghiere, con le adu- 
nanze nei tempii, con gli olocausti, e via discorrendo. 
Nò può dirsi ch'essi non avessero una sufficiente sa- 
pienza, perchè noi troviamo presso gli antichi talune 
massime che la moderna civiltà ha creduto di giustifi- 
care, per esempio: Ulisse, uccisi i Proci, faceva traspor- 
tare fuori del palagio i cadaveri e disinfettava il locale 
con zolfo e fuoco (1). (ìli Ateniesi nella guerra del Pe- 
loponneso, attaccati da pestilenza, tolsero via tutte le 
sepolture ed ordinarono che i moribondi venissero tras- 
portati nella vicina Renea (2). Mose voleva che chi 
avesse la lebbra dimorasse in disparte e fuori del 
campo (3). La mitologia greca figurò la mortifera pa- 
lude Lernea una idra vorace; e l'avere ucciso il mostro, 
cioè asciugato quel pantano, fu tra le somme fatiche 
di Ercole (4). Dopo l'edificazione di Selinunte, essendo 
stata questa città invasa dalla pestilenza, Empedocle, 
filosofo Agrigentino, conoscendo che quel male derivava 
dalla corruzione e dal puzzo dello stagno Iralico, fece 
costruire a sue spese due condotti d'acque dolci da due 
fiumi vicini, per la concorrenza delle quali fu spento il 
focolare miasmatico e cessò la peste. I Selinuntini lo 

(1) Odissea, lib. xxii. 

(2) TrriDiPE, Della guerra del Peloponneso. 
(ft) Levit., xiii. 

(4) Dtodoro Sicmo, Bibl. stor., lib. iy. 



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22 

chiamarono il liberatore della patria e gli resero onori 
divini (1). Malgrado il profondo rispetto che sentiamo 
per lo illustre storico siciliano, non possiamo com- 
prendere come sia slata possibile la congiunzione delle 
acque dei due fiumi l'Hispa e Selinos, l'uno molto di- 
stante dall'altro, ed entrambi al disotto di un livello 
di più di un chilometro da Selinunte. Finalmente il 
poeta filosofo Tito Lucrezio t'aro, seguendo le dottrino 
di Epicuro, fa derivare la peste dall'aria ammorbata 
peri semi che, sollevati dalla terra e trasportati a guisa 
di nebbia, entrano nei corpi animali (2) con l'azione del 
respiro. 

Tutti questi fatti mostrano ad evidenza che antica- 
mente non ignoravasi il sistema di disinfettazione, di 
precauzione, di segregazione, e che il concetto delle 
esalazioni miasmatiche fu già da un pezzo incoato. Ma 
siccome era più facile agli antichi reggitori di tenere 
nell'ubbidienza i popoli e di trascinarli ovunque col 
prestigio del sovraintelligibile, cosi si servivano di 
questo mezzo per risolvere quasi tutti i problemi poli- 
tici e scientifici. Bastava consultare un oracolo, per muo- 
vere il popolo alla guerra o alla pace e spesso per ot- 
tenere, sotto la influenza degli auguri, gli allori di una 
guerra. — Cinti i Siracusani dal potente esercito dei 
Cartaginesi, temevano di assalirlo, essendo essi molto 
inferiori di numero. Agatocle loro duce fa spargere di 
notte nel campo dei Siracusani una quantità di pipi- 
strelli, i quali, essendo sacri a Minerva, si stimavano 
come seguo di certa vittoria, ordina quindi di attac- 
carsi, fra lo entusiasmo della grazia piovuta dal Cielo, 
il nemico e l'esercito dei Cartaginesi è rotto e vinto (3). 
Le oche del Campidoglio liberano Roma dai Calli (4). 
Attila dal volo di una cicogna fuggitiva con i suoi pul- 

(1) Fazello, Storia di Sicilia, lib. vi, cap. iv. 

(2) Sa^'io ilei professore Alfonso Corradi. 

(3) Fazlllo, lib. iv, cap. i. 

(4) La Farina, Dialoghi sulla Repubblica romana. 



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cini ritorna dalle Oallie sopra Roma, e vi commette 
quei famosi eccidi per cui fu chiamato flaydlum Dei (1). 

È perciò che c'imbattiamo in questa mescolanza di 
luce e di tenebre, e non troviamo giammai ammutito 
nelle vetuste storie lo eloquio degli auguri e delle 
sibille. 

Siamo interamente d'accordo con coloro che credono 
necessaria al popolo una religione; ma non crediamo 
che essa debba servire di puntello al dispotismo, o di 
mezzo per ingannare i credenti. Gli antichi popoli si 
valevano di quest'arma per raggiungere l'uno e l'altro 
scopo. Ora i tempi sono mutati; ma non per questo 
non ci sono tuttavia errori da combattere. Allora si 
credeva che i numi si placassero, anzi si rendessero 
propizi sacrificando sull'altare della patria vittime 
umane (2) ; ora si crede un santo dovere istigare i po- 
poli all'anarchia, spingerli al brigantaggio, corrom- 
perli con inique seduzioni. Allora la voce di una 

(1) Bottali* e, Storia del medio evo, voi. i. 

(2) Gelone, il cui nome ridesta alla memoria la grandezza dell'an- 
tica Siracusa, dopo la celebro battaglia di Imera, torse unica nella 
storia, dove fu sconfitta la poderosa armata Cartaginese composta 
di 300,000 fanti e di 5000 legni comandati da Amilcare, impose ai 
vinti l'umanissimo patto di non più sagrificarc vittime umane, ed 
egli volle essere generoso nelle altre condizioni col nemico, perchè, 
conseguisse questo sublime scopo umanitario. In quei tempi in cui 
il sacrificio delle umane creature costituiva una religione, quel so- 
lenne patto fu uno sprazzo di luce in mezzo a tante tenebre. Ora la 
storia lo ricorda con un sorriso di gratitudine; eppure, se sin d'al- 
lora la società avesse progredito, secondo l'impulso di questo grande 
concetto, probabilmente non si vedrebbero vendere i popoli come 
gli armenti. 

Almeno allora si sagrificavano gli esseri in omaggio agli Dei, ora 
si mercanteggiano i popoli per l'ambizione degli uomini; la sola dif- 
ferenza sta cho nel primo caso era compromessa la vita naturale, 
nel secondo la vita civile. 

Teodorico I, che visse nel iv secolo dell 'óra volgare, cioè otto secoli 
dopo Gelone, abolì il collegio degli auguri creato sin dai primi 
tempi di Koma. Quella istituzione era incompatibile con la crescente 
influenza del cristianesimo, e nei suoi efletti fu un altro lento passo 
verso la civiltà. 



24 

vestile avea la potenza di muovere un popolo alla 
guerra; ora basta la voce di un solo per trascinare 
un esercito sui campi di battaglia; con una differenza, 
che la prima adoprava l'inganno, il secondo adopra la 
forza. E come spesso avveniva che il pensiero dell'ora- 
colo racchiudesse l'ambizione, il privato interesse, la 
vendetta del capo dello Stato; così avviene che per le 
stesse passioni si compiano le guerre e le conquiste. 
Due esempi, l'uno dall'altro a grandissima distanza, 
bastano per comincerei di questa verità. 

Temistocle nell'interesse di avere un'armata per 
combattere il potente nemico, imbeccò all'oracolo che 
per difendersi contro Serse era mestieri cingersi di 
muri di legno; ed egli stesso ne interpretò il consiglio, 
ordinò il navilio ateniese, e die la famosa battaglia di 
Salamina. 

I Governi d'Inghilterra e di Francia, quello nell'inte- 
resse economico, questo per divergere la pubblica opi- 
nione dei Francesi e per agguerrire l'esercito, impresero 
la terribile guerra d'Oriente sotto il pretesto dei luoghi 
santi e della civiltà d'Europa. Non valutiamo i risultati 
della prima e della seconda lotta; sosteniamo che il 
sangue, la vita, l'onore delle nazioni furono sempre affi- 
dati alle male arti ed allo arbitrio dei capi. Ah ! quanti 
mah si calerebbero, se tutti i popoli della terra creas- 
sero un giurì indipendente destinato a sciogliere ed ap- 
pianare le questioni internazionali! La prepotenza non 
potrebbe più sussistere. Non essendo qui opportuno di 
svolgere questo pensiero, che esige tante considera- 
zioni, ci siamo permessi di accennarlo fugacemente, 
nella speranza che il progresso civile dei popoli ne re- 
clami o presto o tardi l'utile ed umanitaria riforma. 

Dovendo dare al lettore un'esatta conoscenza della 
peste, noi crediamo convenevole servirci della stessa 
descrizione che ne fa Tucidide testimone vivente nella 
epidemia dell'Attica e precisamente di Atene. 

* In questo anno, esso dice (431 a. C.) all'infuori 



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u della pestilenza non si ebbero altre malattie. Se al- 
u cuna ne appariva diversa, ben presto degenerava in 
u vera peste. 

u II morbo assaliva d'improvviso individui fino a 
u quel momento godenti di perfettissima salute. Àn- 
u nunziavasi subito con gravi dolori di capo, con ros- 
a sore ed infiammazione agli occhi, lingua e gola san- 
" guinolenta, alito infetto, difficolta di respiro, aneliti 
u e starnuti e raucedine di voce. Discendeva tosto al 
u petto e si manifestava con tosse violentissima. Lo 
" stomaco vi prendeva parte, si faceva gonfio e succe- 
u devano vomiti violenti di bile ed altri umori. Accom- 
" pagnava il singulto che rare volte si riusciva a cal- 
u mare, e che finora continua nei guariti ancora per 
u assai tempo. Al singulto si associavano le convul- 
u sioni. La superficie del corpo di un livido rossastro 
u si cuopriva di pustole; ne pareva più calda del natu- 
" rale al tatto, quantunque gl'infermi accusassero 
" grande incendio al di dentro, ne tollerassero coper- 
" tura di sorta, e fosse forza di lasciarli ignudi. 

" E di vero provavano immenso contento nello im- 
u mergersi nell'acqua fredda, che anzi taluni non guar- 
u dati, si gettarono nei pozzi, a ciò spinti dall'ardente 
u sete che non vi era modo di spegnere ed ammorzare 
u ne con poca uè con larga bevanda. Si aggiungeva 
" l'ostinata veglia, inquietudine ed agitazione conti- 
u nua ; d'ordinario , i colpiti soccombevano il settimo 
" od il nono giorno per l'immenso ardore che bruciava 
u loro le viscere. Oltre questo termine la malattia di- 
" scendeva al basso ventre e lacerava gl'intestini, una 
■ diarrea immoderata esauriva allora la vita, Niuna 
u parte del corpo era risparmiata, a cominciare dal 
* capo fino alle estremità. 

■ Vi furono degli scampati del morbo che perdettero 
u per sempre l'uso dei piedi e delle mani; altri che, 
a acquistata la salute, avevano perduta la memoria e 
u la conoscenza di loro medesimi, dei loro famigliari 



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26 

u ed amici. Questi furono i principali caratteri del 
u morbo, senza tener conto delle accidentali differenze 
u osservate in casi singolari. Molti morivano senza 
u essere stati soccorsi, ed eguale sorte toccò agli altri 

* ai quali erano state prodigate cure d'ogni maniera. 

* Niun rimedio fu trovato utile, e ciò che pareva gio- 
" vasse agli uni riusciva agli altri di nocumento. „ 

Il vero focolare della peste pare sia stato l'Africa. E 
si nominò peste di Levante, perchè la Grecia, la Pale- 
stina e la Siria sono le prime a pigliar l'infezione. Da 
quelle contrade si estese quindi in Europa, desolando 
e devastando paesi interi. Dove passeggiava questo 
fiero morbo, uccideva perfino un terzo, una meta e 
qualche volta quattro quinti degli abitanti. 

In sulle prime attribuivasi ad una punizione degli 
Dei, poscia alla combinazione dei pianeti, e quindi alla 
ferocia e al maltalento degli uomini. Queste tre opi- 
nioni possono rappresentare le tre epoche cioè: la 
prima peste dell'anno 131 avanti Cristo, da noi testé 
citata, nella quale morì il famoso Pericle e dove s'im- 
mortalò il grande Ippocrate, sebbene taluni credano 
sia avvenuto nel 87* olimpiade che corrisponderebbe al 
321, secondo il calcolo Catoniano; la seconda nel 134S 
dell'èra volgare; la terza nel 1030. Le due prime furono 
spaventevoli e funestissime al genere umano. Nella 
peste del 1348, ricordata dal Petrarca, dal Boccaccio 
e dal Villani, testimoni oculari, fu calcolato che essa 
distruggesse quasi quattro quinti dei soli abitanti di 
Europa. A Venezia morirono cento mila persone, cento 
mila a Firenze. Un terzo della popolazione del Pado- 
vano; due terzi nel Bolognese; ottomila a Siena. In un 
Codice del Vaticano fu registrato che in alcuni luoghi 
di cento mila persone, appena dieci ne restarono in 
vita ed in altri soltanto cinque. La peste non solo era 
contagiosa agli uomini, come dice lo stesso Boccaccio, 
ma agli animali (1). 

(1) « Maraviglio*» cosa e ad udire quello che io debbo dire, il che 



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27 

L'ultima è da ricordarsi, perchè offre al lettore lo 
sviluppo di un falso principio, che produsse tanti or- 
rendi eccidi, quantunque anche nella seconda sia pre- 
valsa in Ispagna nel volgo l'opinione ch'essa derivasse 
da mortiferi veleni propinati dagli ebrei a danno dei 
cristiani. 

Sventuratamente la Spagna, quantunque avesse sem- 
pre conservato il generoso istinto della indipendenza 
nazionale in faccia allo straniero, pure dopo il suo de- 
cadimento visse fra le pastoie del fanatismo religioso, 
il quale fu in gran parte alimentato dalla santa inqui- 
sizione. 

Ora quella pestilenza si rese spaventevole per que- 
sta balzana preoccupazione. Il popolo credeva che il 
male derivasse dagli spiriti infernali e ammassavasi 
nelle chiese colla convinzione che i demoni colà non vi 
potessero entrare. Gli attaccati vi accorrevano per gua- 
rirsi; i sani per non essere invasi; taluni vi traspor- 
tavano i morti per farli tornare in vita; quindi fra poco 
tempo quelle case d'Iddio divennero vastissimi sepolcri, 
i quali fecero incrudelire la malattia la cui strage con- 
tribuì ad esacerbare l'odio contro gli Ebrei. Non valse 
a distruggere questo concetto nè la imponente voce di 

« se agli occhi di molti e dai miei uon fosse stato veduto, appena òche 
« io ardissi di crederlo non che di scriverlo, quantunque da uomo di 
« lede degno udito lo avessi. Dico che di tanta efficacia fu la qualità 
« della pestilenza narrata nello appiccarsi da uno ad altro, che non 
« solamente l'uomo all'uomo, ma, questo che è molto più, assai volto 
« visibilmente lece, cioè, che la cosa dell'uomo infermo stato, o 
« morto di tale infermità, tocca da un altro animale fuori della spc- 
« zie dell'uomo, non solamente della infermità il contaminasse, ma 
« quello in fra brevissimo spazio uccidesse, di che gli occhi mici (sic- 
< come poco avanti è detto) presero tra le altro volte un dì così fatta 
« esperienza, che essendo gli stracci di uu povero uomo da tale in- 
« ferinità morto gittati nella via pubblica, ed avendosi ad essi duo 
« porci e quegli secondo il loro costume prima molto col grifo e poi 
« coi donti presigli e scossiglisi alle guancic, in piccola ora appresso 
« dopo alcuno avvolgimento, come se veleno avesse r preso, amenduo 
€ sopra gli mal tirati stracci morti caddero in terra. » Boccac cio, 

Peste ms. 



Clemente VI, ne la stessa strage degli ebrei ugnale a 
quella dei cristiani. 

I Giudei furono in molti luoghi perseguitati ed uc- 
cisi. Nella sola Magonza ne caddero vittime del furore 
popolare 12,000 (1). 

Pare che gli ebrei, quasi per una punizione divina, 
furono condannati in Europa alle continue persecu- 
zioni. Il cardinale Brogni in Milano, al li il, abusando 
dell'augusto suo ministero, complice del cesarismo im- 
periale, fece bruciare molti ebrei per fanatismo religioso. 

Non è da supporsi che, fra questi grandi intervalli, 
fosse sparito dalla temi l'orrendo male. Niente affatto. 
Esso fu nella Etiopia e nell'Egitto quasi sempre in per- 
manenza; e nei primi cinque secoli che precessero la 
fondazione dell'impero romano, la peste appariva non 
meno di cinque o sei volte per ogni secolo. Essa era 
ingenerata, secondo l'opinione di Gibbou, non solo dal- 
l'aria umida, calda e stagnante, e dallo sciame di locu- 
ste, non meno funeste agli uomini dopo la morte che 
in vita, ma dalle tristi abitudini, dalla ignoranza e dai 
pregiudizi. Appena assunto al trono Cesare Augusto, 
l'impero fu la pace (non come la pace di Napoleone), 
la quale, assodando l'unione delle provincie con la po- 
tente influenza delle leggi e conservando l'immagine di 
una libera costituzione, produsse i suoi benefìci effetti 
alle scienze, al commercio, alle industrie, alle arti, al- 
l'agricoltura, alla civiltà in generale, ed anche le pesti 
si fecero sentire rare volte. Ciò è naturale, perchè un 
Governo bene assestato e civile è meno esposto a qua- 
lunque invasione epidemica, potendo egli disporre dei 
mezzi opportuni e salutari per prevenirla e combatterla, 
sebbene tale pensiero non regga ove si ammetta l'idea 
di contagio, la quale d'altronde per se stessa è baste- 
vole per escludere il concetto di veneficio. Guardata la 
questione sotto questo aspetto, può qualche volta svi- 
lupparsi per un fatto impreveduto ed estraneo alla re- 
ti) Reynald, Ann. 1348, a. 33. 



29 

sponsabilità governativa, un'epidemia anche sotto un 
Governo bene amministrato e cordialmente prediletto 
dal popolo. Sotto l'impero di Tito Vespasiano, che certo 
era assai differente da quello di Tiberio, di Caligola, di 
Nerone, avvenne una sì terribile pestilenza, che per uno 
spazio di tempo considcnrole si annoverarono a Roma 
dieci mila morti al giorno (1). 

In questo caso però bisogna ch'esistano delle ragioni, 
ove non siano quelle di contagio, per le quali possa 
generarsi un'epidemia. Diftatti, questa di cui parliamo, 
gli storici l'attribuiscono al funesto incendio prodotto 
dal Vesuvio. La cenere che cuopriva tutto il paese, al- 
terando l'atmosfera e quindi la costituzione dei corpi, 
si crede abbia suscitato quella peste che è forse unica 
nella storia. 

Noi è vero che non assumiamo alcuna responsabi- 
lità su questa opinione; ma è forza supporre una causa, 
non trovandola ne nello stato sociale, ne nella insi- 
pienza governativa. In questo genere d'indagini la dot- 
trina etiologica incespica spesso negli errori. 

Nella decadenza dell'impero romano, che cominciò 
dopo la morte di Marco Aurelio, corrotto il popolo dal 
dispotismo e dalla irruzione di numerose orde di bar- 
bari, spenta l'antica virtù, mutati i costumi, declinata 
la prisca grandezza, abbandonate le arti e la coltiva- 
zione del terreno, incominciata la fame, successero di 
nuovo le pesti con maggiore violenza di prima e più 
frequenti. 

Sarebbe cosa lunghissima, se si volessero anco accen- 
nare tutte le pesti che desolarono l'unum genere pria 
dell'impero romano e durante la sua decadenza; e per 
altro questo compito non calzerebbe obbiettivamente 
al nostro scopo. Solo, quasi passandocene, ricordiamo 
una delle più spaventevoli pesti, di cui parla la storia, 
per la sua intensità e per la sua durata. Essa avveniva 

(1) Rollix, Storia dell'Impero romano, tom. vii, 1* oiliziono rap,, 
lib. xvii. 



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;;o 

nel vi secolo, o meglio nel 542, e sviluppavasi al solito 
nell'Egitto, produeendo febbre, tosse e tumori, che per 
lo più crescevano nell'anguinaia, e fu perciò che si disse 
anguinaria (1); si diffuse per quasi tutto il globo terre- 
stre, e, secondo lo storico Eugenio, durò 52 anni, ritor- 
nando talvolta dove era stata per lo innanzi. 

Al 1 5 mo anno del regno di Giustiniano in Costanti- 
nopoli per tre mesi ne morivano prima 5000 ed in 
ultimo 10,000 al giorno (2). Molte citta d'Oriente rima- 
sero vuote, ed in molti distretti d'Italia le messi mar- 
civano sul suolo e le uve sui tralci. Fu per ciò che la 
fame afflisseposfiail regno di quell'imperatore. Oibbon, 
citando Procopio ed Alemanno , sostiene che la di- 
minuzione delle anime fu tale, che in alcune delle 
inù belle contrade del Qloho non si è potuta riparare piti 
filai. 

Fra le altre vittime si contò quella del pontefice Pe- 
lagio, ed è a notarsi cornea Roma in una chiesa, mentre 
i credenti pregavano (.')) ed ascoltavano una predica, ne 
morissero SO quasi immantinente, nè per questo il pre- 
dicatore desistette di predicare. Sono scusabili in quei 
tempi d'ignoranza quelle pericolose e nocive adu- 
nanze; ci sorprende però come oggi, dopo tredici secoli, 
durino ancora gli stessi errori. 

Come cognizione storica, ricordiamo che, sul finire 
di questa stessa peste e propriamente nel 591, molti 
morivano sbadigliando e starnutando; da ciò venne 
l'uso di farsi il segno della croce alla bocca nello sbadi- 
gliare e di salutare quando altri starnuta (4). 

(1) Noi ignoriamo so questa poste sia identica a quelle di cui ab- 
biamo parlato, sebbene pare diversifichi ; del resto noi laviamo que- 
sta disquisizione al giudizio degli uomini tifila scienza. 

(2) Gibron, Storia della decadenza dell'impero romano, voi. m, 
cap. xiiiv. 

(3) Borghi nella sua storia ricorda questo fatto, ma sostiene che 
le 80 persone morissero mentre si attiravano pei cimiteri e le chiese 
domandando la misericordia e la pat é. 

(4) MrssANTii s, lab. rhron., pag. JS". 



Nel secolo xiv, l'Europa fu invasa dalla peste quat- 
tordici volte ; e pria di questo secolo ci giova ricordare 
indispensabilmente un'altra calamità, che desolò la 
Germania, quantunque noi ignoriamo se veramente 
dovesse classificarsi come peste. In quei tempi qualun- 
que malattia contagiosa od epidemica, come accen- 
nammo, chiamavasi con questo nome. Ci pare cosi 
splendida la descrizione che fa di quella grande sven- 
tura il signor Duller, storico tedesco, che noi crediamo 
utile di riprodurla sotto il doppio aspetto ; primo, per 
ricordare al lettore che la idea di veneficio ricomparisce 
sempre in tutte le epoche ; secondo , per convincerlo 
meglio che i risultati di queste inique preoccupazioni 
sono sempre le vendette, le ingiustizie, gli eccidi. 

M Allora la nostra patria fu duramente visitata da 
u tremende distrette. Terremoti, fuochi veduti in cielo, 
fc dense nuvole di un puzzo che sbalordiva, furono i 

* forieri della peste, che dal 131S si ampliò da Oriente 

* verso Ponente. Venivano tumori neri (gavoccioli), di 
u cui si moriva al terzo giorno ; onde questa peste si 
6 chiamò morbo nero (morte nera). Infuriò fino all'anno 
4 1349, e ne portò il terzo dei viventi. Allora lo smisu- 

* rato teiTore troncò i più santi vincoli dell'amore, cotal- 
" chè un fratello fuggiva l'altro, i genitori i figliuoli, il 

* marito la moglie, e per converso. Tutti gli spiriti eran 

* confusi ; il morbo nero parve castigo di Dio ai gravi 

* peccati degli uomini. Allora s'immaginarono di ricon- 
u ciliarsi mediante la penitenza e la mortificazione della 

* carne, e andò attorno una strana novella che nella 
u chiesa di San Pietro in Gerusalemme un angelo avea 
" portata una lettera, dove era scritto che Cristo, sde- 

* gnato della corruttela degli uomini, e pure addolcito 
41 dalla intercessione della sua celeste madre Maria e 
u degli angioli, avea promesso perdono a tutti coloro 

* che si andassero flagellando trentaquattro giorni. 
u Molti fanatici si flagellarono fino al sangue, il che 

* essi chiamano battesimo di sangue; e questa supersti- 



32 

u zione infettò la monte come la peste i corpi. Schiere 

* di flagellanti seminudi, sanguinolenti, traendo seco pe- 
" santi croci, andavan di luogo in luogo, cantavan can- 
u tici penitenziali e ammonivano tutti quelli in cui si 

* avvenivano alle stesse mortificazioni. Presto questo 
u entusiasmo degenerò in al dominazione di ogni ma- 
u niera, le schiere indisciplinate trascorsero a ruba- 

* menti, omicidi e disonestà, finche il re ed i vescovi le 
" soppressero con rigore, (i l'infelici (Jiudei dovettero 
u più crudelmente star pagatori della tetra supersti- 
u zione. La plebe che gli spregiava, ne invidiava le ric- 
" chezze e li aveva in odio per le loro usure ; si faceva 
u credere che essi avessero causato la peste con incan- 

■ tesimi e avvelenando i pozzi ; dicevano ancora che 
" avessero rapito e trucidato in sotterranei fanciulli 
u cristiani e trafitto le ostie sacre con aghi. Queste ac- 

* cuse insensate movevano la plebe a furore contro di 
** essi, e molti principi e signori se ne valsero per 
" prendersi con tale occasione le ricchezze degli Ebrei. 
u Allora, con onta del nome tedesco, ne seguì un ma- 

■ cello orribile ; quasi belve rapaci eran tratti fuori 
u dalle loro case, come da caverne sanguinose cacciati, 
u torturati ed uccisi a migliaia. Molti per disperati si 
u rinchiusero nelle loro case e nelle sinagoghe e vi ap- 
u piccarono il fuoco; molte famiglie amarono meglio 
u morire volontariamente nelle fiamme, che per le mani 
" dei forsennati Cristiani. Solo in poche città, come in 
u Ratisbona, e presso pochi principi, come il duca d'Au- 

* stria, trovarono protezione. Questi fatti avvennero 
u Tanno 1349. „ (Duller, istoria del popolo tedesco, 
voi. i, lib. ìv.) 

Questi scandalosi fatti avvenivano in un'epoca in cui 
la Germania (1), sotto l'aspetto letterario, scientifico e 

(1) È vero elio in quei tempi .sorgevano in grande rinomanza le 
famose Università germaniche ; però il risultato di queste utili isti- 
tuzioni non si era esteso nel popolo. Secondo noi, è un errore il cre- 
dere che l'educazione popolare scaturisca da queste esclusive sor- 



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religioso, era in una grande decadenza ; e questi stessi 
fatti che s'operarono in quel popolo che oggi rappre- 
senta la vera civiltà, sotto l'aspetto della scienza del 
pensiero umano, fruttarono nei secoli xiv e xv mag- 
giore corruzione che si estese in tutti i dominii del 
vasto impero. 

L'idea di veneficio pubblico non è nuova nella storia, 
la quale ricorda che anche gli antichi caddero in questo 
funesto inganno. 

In Roma, in una pestilenza, si accolse la dichiara- 
zione di una fantesca, la quale deponeva che le matrone 
romane per mezzo di eerti stillati veleni attoscavano la 
gente. Ebbene, sull'asserto di una donna, s'istruiva un 
processo, e centosessanta matrone furono condannate 
come avvelenatrici (1). 

In Italia, 180 anni a. C, in una lunga pestilenza, si 
sospettò di veneficio e si andò in cerca di avvelenatori. 

Lo stesso avvenne sotto Domiziano, e questa volta, 
gl'imputati di avvelenamento subirono l'estremo sup- 
plizio ( v 2). 

Al 1536 in Casale, nell'occasione della pestilenza che 
infierì in quella città, furono, dopo regolare processo, 
condannati a morte parecchi, imputati di avere per 
mezzo di composizioni, dato vita e fomento al pestifero 
morbo (3). 

Pare un fatto certo, provato dalla storia e da fatti 
contemporanei, come meglio vedremo, che le pesti- 
lenze crescono o diminuiscono in rapporto alla iguo* 

genti, precisamente nei suoi primordi!. Una nazione, malgrado che 
dia il solenne spettacolo di regalare al mondo 10 Danti, 20 Vico, 
IÌ0 Michelangeli, f»0 Kaffaelli, pure nello stesso tempo può aversi 
la sventura di vedere le masse del popolo avvolte ira l'ignoranza o 
la superstizione. 11 filosofo mediterà di (pianto sia capace il ridente 
cielo della terra del genio, m i .leve convenire che alla sola libertà 
è concesso di produrre i portenti della diffusione del sapere e della 
pubblica morale. 

(1) Tito Livio, Storia, lib. xl. 

(2) Diosi: Cassih, lib. xvu. 
(o) Professore Angelo Bo. 

3 



rauza, ai pregiudizi, alle superstizioni, al mal governo 
della cosa pubblica. Ora, quando vi concorrono una o 
più di queste cause, è facile che una malattia epide- 
mica o contagiosa incrudelisca, come del pari risulta 
che, ove i Governi assennati e i cittadini intelligenti 
usino all'uopo le opportune precauzioni e i mezzi igie- 
nici reclamati dall'arte, giammai si contino delle grandi 
stragi. 

Chi indagasse le intime relazioni che passano tra la 
civiltà di un popolo e le sue malattie renderebbe un 
gran servizio all'umanità; e questo lavoro dovrebbe 
farsi in tutti i paesi, secondo la rispettiva posizione to- 
pografica e secondo le costumanze, le leggi, la coltura. 

Sovente le stragi, in tutte le malattie in generale, 
sono suscitate dall'uomo o direttamente, o indiretta- 
mente. La guerra, le mal coltivate campagne, gl'inse- 
polti cadaveri, i liberi contatti, le immondizie, le false 
idee, i terrori ingenerano e fanno insevire le pestilenze. 
Queste accurate indagini, sceverando tutte le cause po- 
trebbero condurci all'altra teorica, oramai stabilita 
dalla scienza fisica, cioè che la origine di tutte le ma- 
lattie epidemiche sorge, tranne le note eventualità, 
da un principio scettico, che sprigionandosi dal seno 
delle acque contenenti sostanze vegeto-animali in fer- 
mentazione, s'introduce nella massa del sangue mercè 
la respirazione e, scaricandosi nei vari centri ner- 
vosi, minaccia le basi della vita, e spesso produce la 
morte. Se questa teorica fosse applicabile solo nella 
peste, forse non potrebbe costituire quasi una verità; 
ma siccome osserviamo, senza aver d'uopo di mediche 
e scientifiche conoscenze, che gli effetti della fermenta- 
zione vegeto-animale si riproducono in molte altre ma- 
lattie che sorgono dalle stesse cause, cosi bisogna an- 
che noi da laici accettare quel principio, d'altronde 
riconosciuto dai più chiari intelletti di Europa. Dif- 
fatti, la esalazione dei miasmi prodotta dal Nilo è la. 
» ausa della peste bubbonica; le mefitiche esalazioni dei 



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35 

golfi, delle baie, dei seni, delle regioni intertropicali 
producono la febbre gialla; le esalazioni dei miasmi ca- 
gionate dalla inondazione del Gange producono il cho- 
lera-morbus; le esalazioni dei miasmi provenienti dagli 
stagni, dalle paludi, dalle alghe, dalla macerazione del 
canape danno la febbre intermittente. 

Il popolo accoglie le teorie del principio scettico per 
questo ultimo risultato che tocca nell'autunno con le 
proprie mani ; per le altre conseguenze della identica 
causa la sua mente sorvola fantasticamente in tante 
illusioni; forse perchè nelle febbri intermittenti vede 
localizzata la malattia, ma di ciò parleremo a suo 
luogo. 

Non osiamo entrare nella spinosa e difficile quistione 
di epidemia o contagio, perchè in siffatta # materia co- 
nosciamo la nostra imperizia; d'altronde siamo con- 
vinti che, malgrado la opinione prò e contro di tante 
celebrità mediche e delle Commissioni internazionali, 
non riesce molto facile di pronunziare il giudizio. 

Nelle civili contrade del continente di Europa, la pe- 
ste avrebbe dovuto meno divampare che nell'Oriente, 
dove i pregiudizi, le superstizioni, la miseria, la fame, 
il dispotismo, l'ignoranza contribuiscono grandemente 
ad esacerbare le epidemie, e, più di tutto questo, il su- 
diciume, il quale precipuamente si attaccava alla per- 
sona per la stolta abitudine di coprire di lana il nudo 
corpo (1), e di riunirsi e di dormire in piccole e luride 
stanze. Pure anche molti paesi di Europa, chi per una 

(1) Noi dividiamo il giudizio dell'onorevole Mantegazza, cioè che 
l'uso di vestire la lana sia nell'interesse della salute preferibile al 
lino; ma in quei tempi i Turchi vestivano panni grossolani raccon- 
ciati e sucidi, che quasi mai smettevano dal corpo, dove spesso gli 
insetti costituivano il loro domicilio. La nettezza è la prima ga- 
ranzia della vita nelle invasioni epidemiche o contagiose. 

In conferma dell'opinione del Mantcgazza ci cade in acconcio di 
riferire il seguente fatto. Quando incrudeliva il colera in Crimea, il 
1* battaglione dei granatieri di Sardegna e il l' 1 '* di fanteria resta- 
rono incolumi dal male per essersi provvidi uthziali e soldati di 
pannilani. 



ragione, e chi per un'altra, furono spesso funestati 
dalle calamità, delle pesti in proporzione delle condi- 
zioni igieniche, dei pregiudizi, della inettitudine dei 
Governi. 

In quell'epoca la Repubblica Veneta fu la prima a 
gettare le fondamenta del sistema dello isolamento. 

Allora Venezia aveva un esteso e quasi esclusivo 
commercio col Levante, e precisamente con la Siria e 
con rKgitto e per ciò sovente era desolata dalla peste. 
Non potendo deviare il suo traffico sul quale poggiavano 
la sua ricchezza e la sua prosperità, dopo la peste del 
1403, la Signoria Veneta adottò il progetto di isolare le 
persone e le merci che venivano di Levante; e scelse per 
questo scopo un'isoletta dove vi era un convento ed una 
chiesa col titolo di Santa Maria di Nazaret, e il Senato 
d'allora in poi chiamò quell'isola Nazaretum dalla pree- 
sistenza di quell'eremo che convertì in ospedale, dove si 
ricevevano gli appestati e i sospetti. Quella denomina- 
zione fu conservata per qualche tempo, ma quindi fu 
alterata dal volgo, al quale veniva più comodo di so- 
stituire la l all'altra consonante n, d'onde n'è venuta 
la parola lazzaretto per indicare una località destinata 
alla quarantena. Come la istituzione dei lazzaretti fu 
creata dalla Repubblica veneta, così il titolo di Magi- 
strato supremo di sanità provenne da essa al 14S5 (1). 

Nel xv secolo la peste fu così frequente in Italia che 
molti credettero si rendesse stazionaria ed indigena; 
precisamente dal 1524 al 1530 nel cui intervallo, cioè 
nel 1526 e nel 1528-29, fu per due volte invasa Na- 
poli, la quale sfuggì lo assedio dei Francesi perchè il 
male penetrato nel loro campo distrusse l'intero eser- 
cito e appena ne sopravvisse un solo che rapportò in 
Francia la dolorosa nuova della grande calamità (2). 

Nella sola Napoli morirono 05,000 persone. 

(1) A. A. Fkaui, Della peste e della pubblica amministrazione sa- 
nitaria. 

(2) Fanello, Storia di Sicilia, lib. x, < ap. ì. 



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37 

u La fine del secolo xv fu pur troppo lacrimevole 
K (dice un nostro Siracusano) per la Sicilia e partico- 
u larmente per Siracusa (1), poiché la peste da terra- 
u ferma passata in Messina, e da questa in Siracusa 
u principiò a fare delle stragi, tanto che dalli 28 gen- 
■ naro di questo corrente anno sino al seguente 1501 
u morirono in questo patrio suolo 10,000 persone, fra 
« i quali SO sacerdoti e 100 chierici (2). Anche Tanno 
u appresso, cioè al 1 502 sotto il vescovado di Dalmazio 
8 fu la stessa città afflitta dalla peste (3), e nello stesso 
u modo al 1522, al 1524, al 1525, al 1527. In questa 
u ultima pestilenza il vescovo Lodovico Platamone fece 
* scolpire una statua di marmo alla protettrice Santa 
u Lucia V. e M., in ringraziamento del cessato morbo. „ 
Questo simulacro fu locato per tanto tempo innanzi 
la facciata della cattedrale, ed oggi trovasi sotto la 
scala grande dell'atrio del seminario vescovile (4). 

(1) Di questa pestilenza faceva cenno un nostro concittadino, 
Pasquale Sai il ira , giovane di care e belle speranze, rapito ai vi- 
venti non ancora varcato il quinto lustro. Egli lasciava ira i mano- 
scritti un racconto storico, che non è guari i suoi congiunti pubbli- 
cavano sotto il titolo: La Mariella dei Giordani, iBcrgolini e i Ra- 
spanti. L'autore addimostra che quella peste fu importati! a Sira- 
cusa da un naviglio proveniente dalla Grecia. Il padrone della 
nave sbarcava in contrabbando due grandi ea >.«':• di cappelli e li 
consegnava per venderli ad un suo amico, certo Giuseppe Maiolino, 
calzolaio, il quale, aperte la notte stessa quelle casse alla presenza 
della moglie entrambi morivano, e alla dimane, discassata la porta 
della bottega, si trovarono i coniugi morti accanto alle casse per le 
quali anche si infettarono i primi che erano entrati nella bottega, 
ed in questo modo il morbo si dilatò per tutto il paese. Noi sin da 
giovanetti sentimmo sempre raccontare questa storiella che ci tu 
tramandata da generazione in generazione, ma l'accogliemmo quasi 
come una favola, perchè non ci pareva possibile che una merce in- 
fetta potesse avere tanta forza da togliere immediatamente la vita 
ai circostanti. Però questo simile risultato il lettore lo vedrà ripe- 
tuto alla fine di questo c apitolo, su di un documento che non può 
per nulla ispirarci delle diffidenze. 

(2) Codircs Capodcc. voi. vii, pag. 32, tratto dal Hocco Piano, 
Xot. Enel. Si/rac. 

(3) Uaetaxi, In Manchismo Kal., pag. 41. 

(4) Cod. Capai., voi. vii, pagine 31 e 32. 



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3S 

Questa tristo epoca è ricordata dal Machiavelli, te- 
stimone oculare, il quale descrive cosi bene la desola- 
zione di Firenze, dove nella sola citta morirono 50,000 
persole. Ci pregiamo d'inserire quel passo : 

" Non altrimenti che si resti una citta dagl'infedeli 
u forzatamente presa e poi abbandonata, si trova al 
u presente Firenze nostra. Parte degli abitanti la pe- 
u stifera mortalità- fuggendo per le aperto villo ridotti 
" si sono, parte morti, parte sul morire : in modo che 
u le cose presenti ci offendono, le future ci minacciano, 
u e cosi nella morte si travaglia, nella vita si teme. 
u Oh doloroso secolo ! Oh lagrimabile stagione ! Le pu- 
u lite e belle contrade, che piene di ricchi e nobili cit- 
u tadini esser suolevano, sono ora puzzolenti o brutte, 
" di poveri ripiene, per la improntitudine dei quali e 
u paurose strida, difficilmente e con timore si va. Sono 
u serrate le botteghe, gli esercizi fermi, i giudici e le 
u Corti tolte via, prostrate le leggi. Ora s'intende que- 
u sto furto, ora quell'omicidio, le piazze, i mercati dove 
u adunarsi frequentemente i cittadini solevano, sepol- 
u cri sono fatti e di vili brigate ricettacoli (1). „ 

Guicciardini (2) attribuisce l'origine di questa epide- 
mia alla espugnazione della terra di Biagrasso, tra Mi- 
lano e il Ticino, avvenuta nel 1524. Quel paese dove 
la peste dominava era occupato da 1000 fanti francesi 
comandati da Girolamo Caracciolo, napoletano. 

Al ritorno dei vincitori in Milano la peste entrò in 
questa città, nella quale morivano, come in Firenze, 
50,000 persone. 

Nell'anno appresso in cui quest'ultimo paese soffriva 
i danni della pestilenza, veniva attaccata Roma quasi 
per coronare gli eccidi del famoso sacco del Borbone, 
tanto bellamente descritto da due celebri scrittori (3), 

(1) Machiavelli, Descrizione della peste di Firenze. 

(2) Guicciardini, lib. xv, cap. ni. 

(:'») Guicciardini, Frammento storico. — Pari tà, Storia veneziana, 
Uh. i. 



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no 

Quantunque questo inumano sacco avesse gettato 
Roma nello avvilimento e nella desolazione, pure i Ro- 
mani lo dimenticarono a petto del male terribile della 
pestilenza. 

Non si conosce laverà cifra dei morti. Solo si sa che 
dei soldati tedeschi, che erano dodici mila, appena ne 
restarono cinque mila. Oli attaccati morivano fra po- 
che ore, e taluni nello stesso istante. Clemente VII. che 
sin dall'anno precedente, per la invasione dei Tedeschi 
e degli Spaglinoli, si era rinchiuso nel Castel Sant'An- 
gelo con tredici cardinali, penetrata cola la peste, fu 
testimone dell'amatissima perdita di tanti suoi fami- 
gliari (1). 

Il Paruta sostiene con le seguenti parole che quella 
peste fosse conseguenza della calamita del sacco: " Pe- 
u rocche dalle lordure di questa vilissima gente e 
u dalla lor vita dissoluta ne nacquero poco appresso 
* gravissime infermità, le quali facendosi contagiose 
u uccidevano gli uomini con repentini ed incurabili ac- 
" cidenti; tal che quelli ch'erano assaliti dal male cara- 
u minando e ragionando cadevano morti. - 

Al 1 547 in Trento, dove si era riunito il Concilio 
ecumenico, si sviluppò la febbre petecchiale, si esteso 
nei vicini paesi e vi produsse una immensa strage. Per 
tale inaspettata contrarietà, il Concilio fu trasferito in 
Bologna. 

Questa malattia, che i medici chiamavano tifo esan- 
tematico, è incontrastabilmente contagiosa a somi- 
glianza della scarlattina, del morbillo, del vainolo: ed 
in Olanda, nella Slesia Superiore, nella. Polonia e nelle 
Provincie russe del Baltico è endemica. Senza la segre- 
gazione degli ammalati e la disinfezione, si rende fu- 
nestissima. Forse per questa imprevidenza i Trentini 
furono grandemente afflitti dal nuovo male. È una no- 
stra opinione. Dal 1549. cioè dopo due anni, al 1555 

(1) Storia detto repubbliche italiane di Sismondo Sismokpi, voi. xv, ' 
oap. cxtx. 



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40 

la peste desolò le province settentrionali di Euiopa e 
al 1561 invase la Provenza, la Savoia ed i (irigioni, 
uccidendo niente meno che quattro quinti delle popo- 
lazioni (1). 

Al 1575 una galeotta proveniente d'Egitto appro- 
dava in Siracusa carica di merci, e tosto sviluppavasi 
la peste, la quale si estese nella intera Sicilia. In Mes- 
sina ne morirono 40 mila (2). Trovavasi cola il presi- 
dente del regno, principe di Castel Vetrano, il quale 
spaventato partì per Palermo, dove poco dopo si svi- 
luppò lo stesso flagello. Per le immense cure di un ce- 
lebre medico, Gian Filippo Ingrassia, non si deplora- 
rono che mille vittime (3). 

Il Di Blasi asserisce che quel contagio fu inoculato 
in quella città dallo stesso capitano della galeotta che 
era approdato in Siracusa, il quale regalò ad una me- 
retrice talune merci. 

Finita la peste, fu dal Governo disposto che si bru- 
ciassero le robe infette. Questa disposizione fu trasgre- 
dita sia per noncuranza, sia per interesse. 

Lo stesso scrittore attribuisce a ciò il ritorno del 
male nel venturo anno, u per cui furono tutti i delin- 
" quenti esemplarmente castigati, giacche alcuni furono 
u trascinati alla coda del cavallo e poi strozzati, altri 
" tenagliati e buttati dalla torre del palazzo degli 
u Ostieri nel piano della marina, ed altri impalati e poi 
u uccisi. Questo necessario ed utile rigore atterrì in 
■ modo gli abitanti che niuno più ardì di conservare 
u le role infette, ne di venderle, ed ai 22 di luglio del 
" detto anno 1576 svanì interamente la peste dalla 
u nostra isola. „ 

Non facciamo alcuna considerazione su questo tratto. 
Il senno e la coscienza del lettore non possono a meno 

(1) MritAToni, Del Governo politico in tempo di peste. 

(2) Storia generale della Sicilia, elei prof. cav. F. Fkukara, lib. i, 
cap. i. 

(J5) Di Blasi, Storia civile del regno di Sicilia , toni, vm, lib. xi, 
cap. xv, pag. 210. 



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41 

d'indurlo a disapprovare quegli atti inumani e brutali 
di un Governo stolto ed inconcludente. Ci pare solo 
un po' risibile l'idea dell'egregio scrittore, il quale crede 
che gli eccessivi rigori adoperati nella sola Palermo fa- 
cessero estinguere la peste nella intera isola. 

Saremmo stati più riconoscenti allo storico illustre 
se egli, invece d'intrattenerci, con tanta soddisfazione 
dell'animo suo, in queste dispotiche bruttezze, ci avesse 
narrato i fatti che accompagnarono la crudelissima 
morìa di Messina, per la quale versiamo nelle oscurità. 
Avendo chiesto agli amici nostri di quel paese qualche 
cronaca particolare che raccontasse quel triste avve- 
nimento, ci fu annunziata la storia di Sicilia del mes- 
sinese Bonfiglio. In essa non troviamo quasi nulla di 
preciso che sorpassi di una linea il racconto del Di Blasi. 
Solo lo storico ci rivela che la pestilenza fu importata 
da un naviglio moresco, di proprietà di un certo mes- 
sinese nominato Di Pasqua, al comando del capitano 
Liante. Cosicché ci resta il dubbio se questo legno fosse 
quello stesso che approdava in Siracusa, e quindi in 
Palermo. Il Bonfiglio definisce la peste come 44 un va- 
a pore maligno concreato nell'aere per maligna costel- 
* la/ione dei pianeti, nemico affatto allo spirito vitale 
** dell'uomo ed attaccarsi sovente a quelle citta che 
u sono sotto un medesimo Horoscopo ancorché lonta- 
tt nissime (1). » 

Quando noi siamo obbligati dalla dura necessità di 
riprodurre talune spietate cifre senza indicarne le cause 
e le accidentalità, ci pare di non adempiere al nostro 
ufficio. Ma certo il lettore si persuaderà che in questo 
caso è venuto meno il nostro buon volere, per colpa di 
coloro che a grande distanza ci precessero, i quali cre- 
devano di occuparsi di tutte le minuzie storiche per ciò 
che riguardava commercio, industria, arti, governo, 
guerra, rivoluzioni, trattati, meno di quelle notizie che 
potevano interessare la salute pubblica nel senso di 

(1) Nonuoli". Storia s'iCiliriM, pagine 249-2"iO. 



42 

offrire ai venturi un addentellato tale, da poterne trarre 
un utile insegnamento d;il lato seientifìeo. 

Nell'anno appresso, eioè nel 1570, furono invase da 
quella terribile malattia Vicenza, Padova, Verona, Mi- 
lano, Trento, Pavia, Genova, Venezia, dove morirono 
70 mila persone, fra le quali il celebre Tiziano. 

Da quel tempo fino al 1591, l'Italia fu esente di 
questo flagello, però in quello stesso anno scoppiò in 
Roma, dove uccise 60 mila persone (1). 

Al 1007 la peste devastò orribilmente l'Inghilterra, 
ed in particolare Londra (2). 

Nello stesso anno avvenne in Sicilia una spavente- 
vole carestia per la ostinata siccità, la quale fu seguita 
dall'invasione delle locuste. Lo storico siracusano Gae- 
tani ricorda quei tristi fatti. 

Al 1G24 un galeone trasportava da Tunisi, dove 
c'era la peste, in Trapani delle merci e dei cristiani 
riscattati : furono perciò invasi dal morbo moltissimi 
paesi della Sicilia, e fra gli altri Palermo. Taluni sto- 
rici rovesciano la colpa dell'invasione della peste sul 
Governo d 1 allora , il quale permise che quel legno 
fosse ammesso in pratica, malgrado che la provenienza 
fosse sospetta. Longo sostiene che il Senato di Tra- 
pani in sulle prime avesse respinto il legno, dandone 
immantinente conto al segretario del re Antonio Ca- 
vami, il quale conoscendo che sul bordo ci era un tap- 
peto da lui commesso in nome del suo padrone , or- 
dinò si desse pratica al galeotto. Gli effetti funesti di 
questo fatto addolorarono il principe Emanuele Fili- 
berto, e lo condussero al sepolcro, insieme al suo segre- 
tario e all'uditore degli eserciti Giovanni Fexardo. 

Se costoro non fossero stati tutti e tre vittime dello 
stesso male, col dominio delle idee venefiche, oggi si 
direbbe che essi pensatamente ammisero il legno in- 
fetto; ma, ad onore del vero, giova constatare che 

(1) Muratori, Anno 1591. 

(2) MrssANTirs, Tabul. chrottol., pag. 291. 



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43 

questo fallace pensiero non vagolò nella mente meri- 
dionale dei Palermitani , i quali d'altronde amavano 
teneramente il loro principe per il suo ingegno e per lo 
sue rare virtù (1). 

Però, malgrado le grandi cure, le immense solleci- 
tudini del cardinale Doria, incaricato dallo stesso viceré 
del governo della cosa pubblica, la peste desolò la bella 
Palermo, e vi contribuirono alla ferocia del male: 

l°La tardiva scoperta del morbo che dichiarossidopo 
di avere rapito ai viventi parecchie migliaia d'individui; 

2° Una male intesa devozione, la quale invece di at- 
tenersi all'isolamento delle famiglie, tanto raccoman- 
dato, le riuniva nelle chiese per mezzo delle continue 
processioni. Fu in questa congiuntura che cercavasi e 
ritrovavasi il corpo di santa Rosalia, alla quale i Paler- 
mitani professarono sin d'allora una particolare divo- 
zione, in cambio di santa Ninfa e santa Cristiua loro 
antiche pat rone ; 

3° Lo spavento che incutevano i ladri, i quali pro- 
fittando, come sempre, della funesta condizione della 
città e della disarmata giustizia, salivano le case e le 
sguernivano di tutto. 

Il professore Angelo Bò, fiero e tenace oppositore 
della dottrina contagiosa, in un opuscolo Sulle pesti, h 
epidemie e i contagi, da noi ricordato varie volte e dal 
quale abbiamo tratto talune conoscenze storiche, ci- 
tando la pestilenza di cui parliamo, a pagina 30, dice : 
u Un greco che abitava a Palermo e si era coi negozi 
u creata un'agiata esistenza fu, nell'anno 1624, conse- 
* gnato al carnefice accusato di avere con polveri ed 
u unzioni propagata la pestilenza che affliggeva quella 
u città. „ 

Ignoriamo d'onde l'onorevole scrittore abbia desunto 
questo fatto. Noi, con tutte le nostre cure, non lo 
troviamo riferito in alcuna storia di Sicilia. 

(1) Storia cronologica dei viceré, luogotenenti e presidenti del re- 
gno di Sicilia, fli G. Di Blari. 



44 

Sventuratamente il Fazzello non giunge al di la del 
1556. 

Il Palmieri salta a piè pari il periodo che concerne la 
luogotenenza del principe Filiberto di Savoia, e quindi 
non si occupa dell'avvenimento della peste. 

Il Degregorio parla di questo principe, ma non mai 
della peste. 

Il Ferrara accenna fugacemente il fatto della peste. 

Il Maggiore e il San Filippo s'intrattengono sulla de- 
scrizione della lue, attribuiscono la fine del male al mi- 
racolo di santa Rosalia, invocato a furia di processioni, 
come rimedio celeste ad implorare la divina clemenza. 

L'Aprile, nella sua storia cronologica della Sicilia, si 
limita alle stesse idee, quantunque quasi contempo- 
raneo all'avvenimento. 

Il Di Masi, nella storia cronologica dei viceré, si 
estende lungamente su quel periodo storico, ma non 
ricorda quel fatto. 

Solo il Caruso , anch' egli quasi contemporaneo , si 
esprime in questo modo : u Cominciò a poco a poco ad 
" intepidirsi il pestifero morbo, e se non fu estinto del- 
u rintutto che alli 4 di settembre dell'anno susseguente 
u fu per colpa di un tale Demetrio Sabaziano medico 
" di nazione greco, il quale, per avidità di un orribile 
u guadagno, cercava promulgarlo e di suscitarlo di 
" nuovo fra cittadini, con mezzi dei quali non è dovere 
" che se ne tramandi ai posteri la notizia. „ 

Forse qualche cronaca particolare che noi igno- 
riamo giunse a chiarire le inopportune reticenze del 
Caruso e ad avvicinarci all'avvenimento annunziato dal 
professore Bò, ma noi non osiamo garantirlo. 

Il Frari, che è un esatto e minuto narratore di tutte 
le pesti, non solo non accenna questo fatto, ma non 
ricorda neppure quella pestilenza. 

Ci duole solo che nessuno di tutti questi storici se- 
gnano le cifre della moria, la quale ha dovuta essere 
pur troppo spaventevole. 



Taluni, leggendo in una nota della storia del Di Blasi 
queste precise parole: " La pestilenza è un veleno che 
** con la frequenza degli uomini si comunica e si di- 
" lata, „ suppongono che quel distinto scrittore an- 
dasse alle idee di veneficio, senza riflettere che la parola 
avvelenamento, attossicamento è adoperata da tutti i 
professori in medicina, da tutte le Accademie per indi- 
care la influenza che esercita nell'uomo il virus che 
nasce dalla scomposizione delle sostanze animali e ve- 
getabili. 

Al 1 629 la peste che avea fatto grandi stragi in Leone 
si estese dalla Valtellina, nel Milanese e nel Mantovano, 
pel transito delle truppe imperiali. Sopraggiunto l'in- 
verno, quasi si spense; ma appena venuta la primavera 
divampò di nuovo in un modo eccessivo, a segno che si 
contarono in Mantova venticinque mila morti. In Ve- 
nezia cinquantamila ed in Milano cento venti mila, ed 
anzi taluni calcolarono i morti di quest'ultimo paese a 
cento ottanta mila. Però credesi certo che nei dì in cui 
agitavasi il processo Piazza ne morissero tremila e 
cinquecento al giorno. In Torino, appena si manifestò 
il flagello, tutte le persone agiate, i nobili, la Corte se 
ne fuggirono per le campagne e pei paesi vicini, e non 
restarono in citta che soli undici mila dei quali ne mo- 
rirono otto mila. 

È vero che siffatta istantanea e generale risoluzione 
salvò la vita a quasi tutti quei che emigrarono; ma 
nello stesso tempo produsse lo scoraggiamento alla 
misera gente, la quale vagava per le strade senza mezzi, 
senza aiuti, senza direzione e a poco a poco scemavasi 
di fame e di peste. A noi pare savia e prudente l'opi- 
nione di coloro che, nelle tristi contingenze epidemiche 
consigliano la emigrazione nelle vicine campagne, nel 
doppio scopo di migliorare la condizione di coloro che 
fuggono i popolosi centri e di quelli che restano nella 
città ; d'altronde l'esperienza ha mostrato le utili risul- 
tanze di questo sistema. Ma desideriamo che i Governi 



40 

inculchino alle autorità costituite uno zelo maggiore e 
non risparmino uè cure uè mezzi per sollevare gl'in- 
felici. 

Oramai la peste di cui parliamo è nota a tutti gli 
uomini civili d'Italia e forse d'Europa: 1° perchè in 
quella tremenda sventura ne morirono, secondo il Ri- 
pamonti, cento quaranta mila persone o meglio due 
terze parti della popolazione, per la qual cosa il Verri 
la ritiene come una delle pesti più spu tate che rammemori 
la storia; 2° perchè le crudeltà e le rapine che commi- 
sero i monati toccarono il punto supremo dell'umana 
nequizia: chè cotesti malvagi, invece di commuoversi 
a pietà del genere umano, invadevano le case, furavano 
le robe, violavano le figlie e le consorti sotto gli occhi 
degli agonizzanti padri e mariti; 3° Perchè quei tragici 
avvenimenti furono cosi bene pennellati da un nome 
tanto celebre, quanto caro agl'Italiani, chè il libro dei 
Promessi Sposi fu letto avidamente, innamorando, con 
grande utile insegnamento, tutte le classi di differente 
sesso ed età. Quando un periodo storico ha la for- 
tuna di essere ricordato da uno scrittore celebre, 
come il Manzoni, allora si ha la certezza che esso, 
dalla oscurità in cui giacque per vari secoli, passerà 
come un fatto contemporaneo nella memoria dei vi- 
venti. E tanto ciò è vero che quasi s'ignora la peste 
terribile da noi accennata, che avvenne nello stesso 
paese al 1524, ci è circa 100 anni prima, nella quale 
morirono meglio di cinquanta mila persone (1), non 
che l'altra del 1450 che mieteva la vita di sessanta 
mila nella sola Milano. Noi non abbiamo la strana 
pretensione di svolgere sotto il nostro punto di vista 
gli avvenimenti di quell'epoca tanto bene narrati, come 
notammo, dal Manzoni, dal Cantù e prima di essi dal 
Pietro Verri, quantunque questo egregio pensatore si 
valga di siffatto argomento, non per ismentire il falso 
concetto sugli autori, ma per mostrare le immani crii* 

d) Gru ciardim, lib. xv, eap. iti. 



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47 

deità che si commettevano dai giudici senza alcun bene 
sociale, anzi con grave danno umanitario. Solo faremo 
brevemente qualche considerazione forse non disutile 
al nostro scopo. 

L'Italia in quei tempi era travagliata da tre potenti 
nemici che spesso costituiscono la causa della pesti- 
lenza, cioè dalla guerra contro i Francesi, dalla care- 
stia e dalla siccità. 

Allora le estreme regioni della penisola italica erano 
soggette alla Spagna. L'istruzione pubblica e la cultura 
delle scienze erano pur troppo infelici; i letterati sciu- 
pavano il tempo al giuoco delle parole e ai deliri della 
immaginazione. Il popolo, oltre di essere ignorante, era 
profondamente superstizioso; leggi inique e violenti, 
giudici crudeli, perversi, assetati di sangue; l'inquisi- 
zione, un terzo potere che esercitava un predominio 
scandaloso e sul Governo e sulla legge. In mezzo a 
tanta corruzione, tanto arbitrio, tanta insensatezza, 
tanta insipienza, non è da meravigliare, se la peste in 
Milano incrudeliva siffattamente. In simili grandi emer- 
genze l'unità di pensiero e d'azione, congiunta alla 
fiducia negli uomini che reggono la cosa pubblica, e la 
stretta osservanza delle prescrizioni igieniche contri- 
buiscono grandemente a impedire, o almeno a ren- 
dere mite una pestilenza. Ma quando per somma 
sventura si ha un Governo straniero e stolto e con- 
temporaneamente ingannato ed ingannatore, ed il po- 
polo diffida più di tutto dei medici che devono curarlo, 
allora la mina di un infelice paese è inevitabile. 

Però bisogna, in onore del vero, convenire, malgrado 
gli esempi poco prima ricordati, che le preoccupazioni 
di stregherie, di sortilegi, di veneficio può dirsi non 
fossero generalmente in voga in Italia; e tanto è vero, 
che noi non le vediamo ricordate dagli storici Ma- 
chiavelli e Guicciardini, ciò che ci fa supporre con 
molta probabilità, che quelle stolte idee erano state im- 
portate in Milano dalla Germania, nella quale domi- 



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48 

navano sino da un secolo prima a preferenza di qua- 
lunque altro angolo della terra. I principi ed i .signori 
di quell'epoca e di quella estesa contrada credevano 
più del popolo minuto alle stregherie, e largivano 
beni e danari agl'impostori che si spacciavano maestri 
di sapienza occulta, i quali per mezzo delle squadre 
e dei compassi predicevano ai gonzi il futuro (1). 

Quantunque volte la scienza cercasse di progredire, 
ella era, per queste superstizioni popolari, siccome la 
fiamma velata dal fumo. Il celebre naturalista Teofra- 
sto, morto a Salisburgo nel 141, vive tuttavia nella 
memoria del popolo tedesco come stregone. Si rac- 
conta sin oggi in Germania la cronaca popolare del 
negromante dottore Faust e della costui discesa all'in- 
ferno, argomento del celebre dramma dell'immortale 
Goethe. 

La corruzione e la civiltà di un secolo preparano la 
via al secolo avvenire. Diflatti, quasi un secolo dopo, 
e propriamente finita la guerra dei trenta anni, queste 
stoltezze toccarono in Germania il loro punto culmi- 
nante, e furono per Milano di un grande incentivo. 

* Dominava poi allora tutte le menti l'orrenda opi- 
u nione della esistenza di streghe e di maghe, e la cre- 
** denza era tale quale non si era mai vista nella storia. 
** Bastava l'aspetto torvo di una donna vecchia o una 

* qualche accidentale espressione per metterla in so- 
" spetto di strega presso il superstizioso popolo, per 

* consegnarla al tribunale criminale, per sottoporre la 
u infelice alla tortura e per condannarla ad essere bru- 
u ciata viva; e nulla potevano gioventù, bellezza, con- 
u dotta irreprensibile, a nulla serviva lo stesso grado 
" ecclesiastico contro la tremenda denunzia di patti 
" col demonio, allorché l'invidia, l'odio, la vendetta del 
■ denunziatore o l'avidità dei giudici e dei carnefici, si 
u adoperavano per rovinare alcuno e fra i torturati e 
u i condannati si trovavano di quelli che, per merama- 

(1) Storia del popolo tedesco, di Kdoakdo Di ller. 1 il > . v, cap, vi. 



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49 

- ligua gioia dell'altrui male, accusavano altri come 

- complici di un delitto che non era stato giammai 

- commesso. Moltissime di tali-supposte streghe, sotto 

- i tormenti della tortura e nel rantolo della morte, 

* confessavano: sì, noi abbiamo avuto commercio col 

- diavolo; sì, abbiamo effettivamente percorsa l'aria 
** a cavallo; si, siamo andate alle tregende al noce di 
" Benevento; sì, abbiamo assistito ai balli infernali; sì, 

* abbiamo fatto tutto ciò che volete, ma fate che la 

* morte ci liberi presto di questi tormenti! Alcune 
u donne nervose ed ipocondriache, credendosi ossesse, 
u si accusavano spontaneamente per streghe innanzi al 

- tribunale. Questa credenza si diffuse come la peste. 
"In tutti i paesi della Germania si andava a caccia 
" delle streghe, e dai tribunali si fecero spaventevoli 
u assassini; il popolo alemanno infuriava contro se 

- stesso, come se bastate non gli fossero tutte le scia- 
u gure della guerra dei trenta anni ! Dappertutto arde- 
** vano roghi, si abbruciavano uomini, vittime infelici 
" della superstizione „ (1). 

Se non che un certo Federico Spec della Compa- 
gnia di Gesù, nato da nobile famiglia Kaiscrswórth al 
1595 testimone oculare degli eccidii che si consuma- 
vano, e confessore di ben 200 supposte streghe che 
egli stesso, col ministero di sacerdote, aveva accompa- 
gnato al rogo, spinto dall'innocenza di queste vittime 
e dall'orrore che gl'ispiravano gli assassinii giudiziari, 
diede al suo paese una potente scossa, scrivendo in la- 
tino un libro Cautio criminahs, nel quale con grande in- 
gegno provò ad evidenza come fosse illegale, abbona- 
ne vole, crudele il provvedere dei giudici contro le sup- 
poste streghe, e dipingendo a vivi colori le tremende 
conseguenze di quelle superstizioni. Questo libro com- 
pariva la prima volta nell'Assia nel 1631 ; e, quantun- 
que non ricordato ne dal Verri, ne dal Manzoni, esso, 
indirettamente, vendicò le ingiustizie che avevano com- 

(1) Eduardo Duller. 



5(» 

messo un anno prima i giudici di Milano, la quale fu 
vittima della stessa abbominevole idea che, demoraliz- 
zando il popolo, lo rese feroce e selvaggio. 

Un dispaccio ( I ) che dalla Corte di Madrid venne al 
marchese Spinola, allora governatore, firmato dal re 
Filippo IV, lo avvisava essere stati in Madrid quattro- 
uomini che avevano portati degli unguenti per recare 
la pestilenza in quella reale città; essere costoro fug- 
giti, non sapersi in qual parte si fossero rivolti, per re- 
carvi le malefiche unzioni; quindi se ne avvisava il go- 
vernatore, acciocché attentamente vegliasse in difesa 
nuche del Milanese. 

In quei tempi, era rara cosa avere un dispaccio del- 
l'augusto principe. Si fa sentire qualche caso di peste * 
ma il popolo, come sempre, non lo crede, anzi suppone 
essere uu'artifiziosa invenzione dei medici per acqui- 
stare lucri. Questa credenza fa divampare il male; e al- 
lora fu mestieri per disingannare il popolo che grandi 
carri con i cadaveri nudi affetti dei bubboni venefici 
girassero perle strade. Questo spettacolo persuase il po- 
polo della esistenza del male; ma lo slanciò in un altro 
abisso, cioè nella convinzione che la peste derivasse 
dalla malignità degli uomini e degli spiriti infernali. 

Non era la sola plebe che cadeva in questi errori - 
ma anco i distinti cittadini e gli stessi magistrati, i 
quali si credevano autorizzati a sostenere queste fan- 
donie, quasi per santificare il reale dispaccio ; e perchè 
la loro opinione trionfasse e potessero rendere un ser- 
vizio al loro padrone, da un canto permettevano per 
un qualunque menomo sospetto, fosse a furia di popolo- 
trascinato alle carceri un innocente, e qualche volta 
crudelmente massacrato, e dall'altro ogni macchia che 
apparisse sulle pareti, ogni uomo che inavvedutamente 
stendesse la mano su quella malefica unzione era più 
che un indizio, un corpo di delitto; s istruivano dei' 
processi, si slogavano con le corde di canape le braccia e 

(1) Conte Pietro Verri. 



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51 

le mani dei supposti imputati. Insomma si martirizza- 
vano con la iniqua tortura di quei tempi ; cosicché spesso 
gli infelici, per non soffrire tanti spasimi, si contenta- 
vano mentire ed inventare strane storielle che aumen- 
tavano sempre il numero delle vittime. Era tanta la 
ignoranza e la superstizione di allora, che una misera 
creatura, condannata per semplice esperimento alla 
corda sotto la quale spesso moriva, pria di esporsi a 
quel crudele supplizio, era spogliata, era rasa dei ca- 
pelli e dei peli, e purgata, per tema che potesse avere 
qualche amuleto o patto col demonio. 

Queste cose si consumavano alla presenza di tutti e 
per ordine del Senato, del tribunale della sanità, del 
governatore, del capitano di giustizia. I Domenicani 
della inquisizione, dice il Verri in una sua nota, assicu- 
rarono TOrcanati, presidente della sanità, di avere pre- 
cettato il diavolo, onde dopo il tal giorno non avrebbe 
avuto più podestà sulla vita dei Milanesi ; il che seria- 
mente l'inquisitore comunicò al presidente, e seria- 
mente lo raccontò il Ripamonti in prova della verità 
delle unzioni sortileghe. 

Queste stoltezze, invece di muovere il riso, fanno cor- 
rere per le vene un fremito di dispetto, precisamente 
quando si rifletta che per esse il popolosi abbandonò ai 
più assurdi ed atroci deliri, si macchiò le mani del san- 
gue di tanti innocenti, fece indirettamente aumentare 
la pestilenza, gettò il misero paese nel lutto, nell'anar- 
chia, nella desolazione. 

Lo illustre Cantù, temendo di dover essere rimpro- 
verato perchè egli ed il Manzoni si fossero occupati di 
queste follie condannate dal secolo, dalla ragione, dai 
costumi moderni, rispondeva che : * giova sempre stu- 
diare i deliri antichi per non permettere che la mente 
fosse traviata, „ e citava, in sostegno di ciò, i fatti che 
si consumarono al 1 S32, per la falsa credenza di vene- 
ficio, in Parigi, « paese classico della civiltà, la terra 
degli eroi, la città che è il cervello di Europa. , 



02 

Oltre queste ragioni annunziate dallo egregio autore 
della Storia uni v> rsdc, bisogna ancora conoscere che 
taluni storici di quei tempi, o qualche altro che poco 
dopo scriveva gli annali d'Italia, con smozzicate parole 
facevano balenare che veramente ft>se esistita una 
setta di untori ; e poiché gl'insipienti hanno sempre il 
brutto vezzo di farsi scudo delle opinioni dei sommi 
per sostenere la loro, senza punto considerare i tempi e 
le con izioni, sotto il cui impero allora si scriveva. Così 
ne avviene che quando si legge nel Ripamonti: ■ La 
u città, sarebbe rimasta inorridita di quella mostruosità 

* di giudizi, se tutto non fosse stato meno del delitto: ,, 
e nello storiografo Battista Nani : * La immaginazione 

* dei popoli alterata dallo spavento molte cose si tìgu- 

* rava, ad ogni modo il delitto fu scoperto e punito, 

* stando ancora in Milauo la iscrizione e le memorie 

* degli edilìzi abbattuti dove quei mostri si congrega- 
a vano; , e nel Muratori (Trattalo del (jovernn della peste), 
dopo di avere accennato diverse storie di quel genere: 

* E più rinomato di quel di Milano, ove nel contagio 

* del 1030 furono prese parecchie persone che confes- 

* sarono si enorme delitto, e furono aspramente giu- 

* <licate. Ne esiste tuttavia (e l'ho veduto anche io) la 
"funesta memoria della colonna infame, posta ove 
" era la casa di quegPinumani carnefici. „ Si grida ai 
quattro venti che una setta di avvelenatori è sempre 
esistita ( 1 ), senza riflettere o, meglio, senza sapere, come 
osserva il Manzoni, che il Ripamonti era uno storio- 
grafo pagato dal Governo di allora (2), che l'altro sto- 

(1) Queste precise parole, montre le scriviamo, si odono pronun- 
ziare ad uomini che hanno la bosso di letterati e d'istruiti. 

(2) Gli scrittori Cesarci elio si venderebbero l'anima al diavolo ci 
furono e ci sono sempre ; basto ricordare che Domiziano il quale non 
fu molto dissomigliantc da Tiberio, da Caligola, da Nerone, trovò 
anch'egli un Marziale, un Silio italico, uno Stazio che lodassero le 
menzognere sue virtù. Ora la condizione del Ripamonti era spinosa 
(per chi non seute la propria dignità) pcrch'egli doveva scrivere 
forse quello che non gli costava in coscienza, o declinare la missione 
<li storiografo; certo sarebbe stata un'ingiuria o meglio uno wr>- 



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55 

riogratb stipendiato dal Governo di Venezia desumeva 
la scoperta e la punizione dei rei dalle iscrizioni e dagli 
editìzi abbattuti; che il Muratori smentisce poco dopo 
se stesso con le seguenti parole : u Ho trovato gente 
savia in Milano che aveva buona relazione con i loro 
maggiori, e non era persuasa che fosse vero il fatto di 
quegli unti velenosi, i quali si dissero sparsi per quella 
città, e fecero tanto strepito irJ'a peste del 1630; „ e, 
prima di questa solenne ed onesta dichiarazione, dice 
parlando dei mali orribili che allora si consumavano: 
* Si giunse ad imprigionare delle persone e per forza di 
tormenti a cavar loro di bocca la confessione di delitti 
che eglino forse non avranno mai commessi, con far di 
loro miserabile scempio sopra i pubblici patiboli (1). „ 
Quindi lo ripeteremo sempre, non è mai troppo ri- 
mestare questi fatti e spargere su di essi il vitupero e 
la maledizione, in modo che ne vergognassero i pre- 
senti ed i venturi, e non permettessero che i popoli si 
insozzassero di simili infamie. Diffatti, la generosa ed 
utile palestra che hanno incessantemente esercitato in 
Milano i sapienti scrittori con libri e con diari sopra 
queste false idee, e sulla pubblica igiene ha prodotto 
ammirabilissimi risultati. Sommate le cifre dei morti 
di colèra in Milano delle tre invasioni, del 1836, del 
1849 e del 1854, cioè: nella prima 1500, nella seconda 
2 *0 e nella terza 370; appena sommano a 2150; men- 
tre in Torino, nella sola invasione del l S > 4 , i morti fu- 
rono 2500, ed a Genova 5300, sebbene Milano contasse 
allora una popolazione maggiore di entrambi le so- 
relle di oltre il Ticino. Eppure dopo 30 anni, malgrado 
queste statistiche che da moltissimi s'ignorano, mal- 
grado la storia, i romanzi, la colonna infame, vagolano 
ancora nella mente della plebe delle provincie meridio- 

dalo sontire dalla bocca ili uno scrittore governativo la verità e leg- 
gero nello stesso tempo l'iscrizione della Colonna infame, e le sen- 
tenze di morte di tanti infelici. 
(1) Manzoni, Colonna infame. 



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:»4 

nali le pazze idee di veneficio, e per questo errore di- 
sprezzano le assennate cautele, e per conseguenza si 
accresce sempre il numero dei colerosi. Ci limitiamo 
a rimproverare le sole provincie meridionali d'Italia, 
perchè veramente in esse il concetto colèra-veleno è 
più che altrove esteso, forse per il clima o per la fan- 
tasia poetica di cui son dotati quei popoli ; ma non 
per questo vi sono molti altri paesi macchiati dalla 
stessa pece. Parigi, Genova, Madrid, Vienna, Londra e, 
se volete, New- York caddero in questo errore. 

La peste dal 1633 si assise, in Italia devastando 
città intiere (I); poi cesse e ricomparve in Europa, e 
propriamente in Germania, nella Slesia, nella Fian- 
dra. In Vienna ne morivano 600 al giorno, in Norim- 
berga 1000 al giorno, ed altrettanti in Augusta (2). 

Al 1 650, dopo di avere passeggiato in quasi tutta la 
Germania, nella Francia, in Londra, nella Livonia, 
neir America e nella Spagna, dai porti orientali di 
questa penisola fu importata in Sardegna, dove ser- 
peggiò per cinque anni. Fra questo intervallo incrudeli 
nell'Alsazia, nella Svezia, nella Polonia, nei Paesi Bassi. 
Al 1656 da quella isola, cioè dalla Sardegna, venne 
in Napoli, per mezzo dei soldati spagnuoli, e vi fece 
una immensa strage. Taluni credono ne morissero 
200,000, quantunque il Muratori li faccia ascendere a 
285,000. Questa enorme cifra devesi, come sovente, 
alla ritrosìa del Governo di proclamare la esistenza 
del male, e all'assurda preoccupazione dei Napolitani, 
i quali, allontanandosi un poco dall'idea delle diaboliche 
influenze dei Milanesi, attribuivano invece la pestilenza 
allo stesso Vice-Re Castrillo, e generalmente credevano 
che egli, per rovinare il popolo, facesse spargere dai sol- 
dati delle polveri velenose. Sempre la stessa storia. 

(1) Lo storico Nani asserisco che nei soli paosi soggetti al dominio 
della Repubblica veneta ne morirono cinquecento mila persone. Però 
è da notarsi che questa fu l'ultima peste che afflisse Venezia. 

(2) Frari. 



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Quando si ha stima e fede al Governo, il veneficio si 
attribuisce ai demoni, alle sètte ; quando ci è malcon- 
tento, si rovescia la sognata colpa sugli amministratori 
della cosa pubblica. Sebbene è da notarsi che il Go- 
verno di Napoli d'allora si comportasse ben differenti* 
dal Governo di Milano, il quale fanciullescamente cre- 
deva alla esistenza della setta attossicatile e voleva, 
secondo tale credenza, scuoprire gli autori e i com- 
plici dei supposto veneficio, mentre l'altro giunse a 
frenare la ferocia della plebe, gettando nelle oscure 
carceri taluni inventori della favola dei voluti veleni, 
« consegnandone cinque di essi al carnefice (1). Questo 
solenne spettacolo eseguito, come per ignominia, nella 
piazza del Mercato, forse non è conforme ai principii 
della moderna civiltà che vuole abolita la pena di morte, 
ma certo fu produttivo di sommo bene, perchè imman- 
tinente spense il furore popolare, pel quale i soldati e 
chiunque avesse una tinta di forestiero correvano pe- 
ricolo di essere per le strade massacrati dalla selvaggi;:, 
plebe. 

Noi, coerenti sempre ai nostri principii, scusiamo 
•qualunque eccesso popolare; e rovesciamo la responsa- 
bilità delle tristi conseguenze sugl'inventori e sui ma- 
ligni sostenitori di siffatti abboininevoli idee, che costi- 
tuiscono un insulto alla civiltà, alla morale, all'uma- 
nità. 

Checché ne dicano gli anticontagionisti, la peste cam- 
minava e dilatavasi con gli uomini. Noi c'imbatteremo 
in queste risultanze in tutti i paesi invasi da questa 
malattia. 

Talune galere pontificie che trovavansi in Napoli, 
approdarono in Civitavecchia, quindi Roma fu invasa 
dal fiero morbo. Alessandro VII, istruito dalla strage 
di Napoli e forse spaventato dei danni che questo stesso 
male aveva fatto nel 1591 a Roma, nominò Girolamo 
Castaldi genovese, commissario generale di sanità, il 

(1) Giannons, lib. xxxvn, cap. VII. 



5<3 

quale con uno zelo ed una attività senza pari, imman- 
tinente chiuse il rione di Trastevere, stabili dei laz- 
zaretti al Canaletto, di San Pio V, al convento di San 
Pancrazio, e iuori la porta Astense, e fece in modo che 
il contagio si dilatasse il meno possibile e si estinguesse 
(pianto più presto si potesse. 

Ditìatti, malgrado che la peste soggiornasse a Roma 
dal giugno 1050 lino alla primavera dell'anno seguente, 
pure non tolse ai viventi più di 14,0^0 individui, che 
in proporzione alle perdite di Napoli, a quelle di Ge- 
nova, che verremo accennando, provano gli utili risul- 
tati delle giunte previdenze, per le quali il Castaldi fu 
eletto cardinale. 

Noi non vogliamo con ciò fare torto nò alla civiltà 
di Napoli, nò alle leggi della repubblica ligure; sibbene 
vogliamo dimostrare che il ritardo degli immediati ri- 
medi e le assurde preoccupazioni spesso contribuiscono 
ad aumentare il male, e una volta divampata in un 
paese una malattia epidemica o e ntagiosa, non ci è 
modo di frenarla. Noi la rassomigliamo ad un incen- 
dio in una campagna: come il calore delle vicine 
fiamme si presta ad inaridire i cespugli ed a dilatare il 
fuoco, così il numero stragrande dei morti, e quindi la 
corruzione dell'aria accrescono hi strage nelle stesse 
proporzioni. 

Lo stesso anno 1600, mentre la peste desolava Na- 
poli ed invadeva Roma, in Genova nei primi di giugno 
si faceva sentire qualche caso. La Signoria richiedeva 
il parere dei medici, i quali al solito discordavano nei 
loro giudizi, chi per gelosia di casta, chi per ignoranza, 
chi per timore di annunziare al pubblico una sventura. 

Tra queste incertezze e perplessità scorrevano dal 
primo giugno alla line di agosto tre mesi ; ed il male 
progrediva lentamente e penetrava tutte le arterie del 
paese. 

Siamo a 210 anni di distanza d'allora, si sono ripe- 
tuti questi errori che hanno desolato città intere; ed 



57 

ogni volta che compariscono i primi casi di colèra si 
rinnovano le stesse esitanze, gli stessi timori. Ciò prova 
che nelle grandi sventure amasi sempre d'ingannare il 
popolo; ciò prova che le autorità costituite non sono 
mai abbastanza torti, per superare e vincere questo 
fatale inganno. 

Estesasi generalmente la peste, malgrado il silenzio 
dei medici, quella Signoria commise lo sbaglio di sta- 
bilire i lazzaretti dentro la citta, i quali furono i foco- 
lari della pestilenza; anzi le vastissime tombe, percioc- 
ché, non potendo i facchini maneggiare i cadaveri, fu 
disposto si bruciassero nelle stanze, onde il puzzo che 
usciva da tale incendio, appestava gli ammalati e i 
sani. 

Sopraggiunto l'inverno, dopo di avere la morte mie- 
tuto circa 20 mila persone, parve che la peste cessasse, 
e la Signoria giunse al punto di dichiararla finita; ma 
appena arrivata la primavera del 1057, divampa di 
nuovo in ino lo tremendo e quasi unico nella storia. 

Benché ( > ) cinquanta o sessanta carri trasportassero 
cadaveri nelle cave dell' Acquasola; benché si fossero 
colmate quattrocento fosse nelle chiese e scavate delle 
altre fuori porta Carbonara; benché si fosse riempito 
uno scafo di vascello di cadaveri, che acceso in alto 
mare e spentosi il fuoco fu per maggiore sventura 
trabalzato sul lido dalla corrente ; pure mancavano gli 
uomini a raccogliere gli estinti : e fu mestieri che la 
Signoria rendesse liberi i condannati ai lavori forzati 
e li assoldasse come becchini. Costoro emularono, anzi 
superarono, i monatti di Milano con immonde tristizie. 
Finalmente mucchi di cadaveri si accesero con pece e 
catrame nelle piazze, nelle vie, nei cortili. 

La storia di questa tremenda e spaventevole strage, 
narrata prima dal Casone, e poscia tanto bene dal pro- 
fessore Angelo Bò, t'infonde nel cuore un tale racca- 
priccio che ti fa proprio mancare il respiro. Basta dire 

(1) Professore Angelo Bù. 



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che i morti nel recinto della sola Genova, che allora 
contava 120,000 anime, furono 70 mila, cioè a dire si 
ebbe una mortalità di 58 3 per cento. 

Moltissime famiglie scamparono la morte nelle vicine 
campagne, cosicché dopo la pestilenza, che durò da 
maggi u fino a settembre dello stesso anno, la città di 
Genova era muta, squallida e deserta. 

Questo orrendo esterminio fu di grande insegna- 
mento agl'Italiani. D'allora in poi la pesto penetrò, a più 
lontani intervalli di tempo, in Italia. Però nel 1565 
invase orribilmente l'Inghilterra, e nella sola Londra, 
in una settimana, tolse la vita a 8000 mortali. 

Nel corso di un anno (1605-1666) finirono di peste 
90,30'> persone. In quei tempi viveva il celebre Sydhe- 
nam, il quale curava questa malattia col salasso ripe- 
tutamente usato, ma con moderanza. 

Questa grande sventura fu attribuita, come sovente, 
all'apparizione, nel mese di aprile di quell'anno, di una 
cometa. Dura tuttavia nel popolo questo grande pre- 
giudizio, che denota una completa ignoranza delle leggi 
che regolano l'ordine naturale. 

L'origine di questa illusione emana dai notevoli e 
straordinari fenomeni che accidentalmente sogliono 
avvenire, nell'epoca delle cornei e, in un qualche angolo 
della terra; ora, giusto questi tali popoli li attribui- 
scono all'apparizione della cometa, senza riflettere che 
se quel fatto fosse conseguenza naturale della cometa, 
dovrebbe manifestarsi su tutta la superficie della terra, 
perchè l'apparizione di una cometa non si limita ad un 
popolo. 

La guerra, la fame, la peste, il tremuoto. l'incen- 
dio, ecc., ecc., furono quasi sempre parziali. Diffatti la 
peste che desolò in quest'anno 1665 l'Inghilterra non 
desolò la Francia, l'Olanda, l'Italia, che erano state 
anch'esse illuminate dalla cometa. E qui cade in accon- 
cio la sentenza di Seneca sopra questo stesso argo- 
mento che verrà un tempo in cui i posteri maraviglie- 



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59 

ranno che le cose tanto patenti siano state ignorate dai 
loro antenati. 

Una volta che ci occupiamo della gran parte delle 
sventure che tormentarono l'umanità, come Siracusani 
sentiamo il dovere di ricordare che al 1672 la nostra 
infelice patria fu travagliata da una spaventevole ca- 
restia, per la quale morirono 9000 poveri fra cittadini 
e forestieri , e i cadaveri vennero coi carri condotti 
nella Piscina (sepoltura di san Nicolò). Il numero dei 
morti si legge inciso nel pilastro della chiesa della Ma- 
donna di Pie di Grotta, sopra i mulini di Galermi. 
Il volgo chiamò quell'anno la malannata grande (1). 

Al !67ó, dopo di essere stata al solito la peste im- 
portata da Levante in Marsiglia, furono anche nello 
stesso anno infette Messina e quindi Malta, dove ne mo- 
rirono 1 1,300, che, comparativamente alla popolazione 
di allora, la quale non oltrepassava i 100,000, fu gran- 
dissimo eccidio (2). 

Al 1678-1679 la peste si sviluppò nella Dalmazia 
importata dalla vicina Turchia, quindi si estese a Zara, 
a Vienna, dove ne morirono 70,000, in Sassonia, nella 
bassa ed alta Slesia, nella Stiria, nella Carinzia, nella 
Boemia, nell'Ungheria, nella Gorizia. Cessò al 16S2. 

Al 168-3- 1686 apparve in Costantinopoli con una 
forza spaventevole, in modo che nessuno storico osa 
fissare la vera cifra dei morti di quella popolarissima 
città. 

Al 1690 ricomparve nella Dalmazia. 

Nel 1691 essendo stata attaccata Conversano, città 
della provincia di Bari, dentro terra, ma a poche miglia 
dalla costa, 1* pronte misure sanitarie estinsero il male 
prima che si comunicasse nel regno. 

(1) Capodicci Siracusano, tom. 2\ pag. 143. 

(2) Il Frari, che è uno dei più notevoli narratori della peste, so- 
stiene che Malta rimase quasi deserta, non essendovi restati superstiti 
che 10 mila persone. Crediamo che ci debba essere stato ingannato 
dalle solite esagerazioni. 



60 

Al 1704, la Polonia fu invasa dalla peste, che vi 
durò nientemeno che 10 anni, infettando, fra questo 
intervallo, quasi tutti i paesi della Germania, di Spagna 
e d'Inghilterra. 

Al 1 707, l'Irlanda fu pressoché spopolata dal vaiuolo. 
Questo male terribile, di cui prima non si conosceva il 
rimedio, venne, come tutte le altre malattie, dall'Asia. 
Nel secolo Xli, i Francesi, gl'Inglesi, gl'Italiani, i Tede- 
schi lo importarono dalla Siria e dalla Palestina. 
Quando nel principio del secolo xvn, gl'Inglesi lo co- 
municarono nell'America settentrionale, la strage fu 
immensa, e il terrore che produsse in quei popoli con- 
tribuì, come sempre, ad accrescerla. 

Nel 1 23, in Marsiglia, nella Provenza, nella Lingua- 
doca s'introdusse la peste e vi fece immensa strage. 
Moltissimi scrittori si occuparono di questa peste 
tanto nel rapporto storico, che medico. I fatti che si 
svolsero in Marsiglia da giugno a novembre, sono così 
lagrinievoli che proprio ti fanno gelare il cuore di rac- 
capriccio. Il Frari spende ben 70 pagine a descrivere 
tutto il periodo della malattia, la quale fu importata 
da Seide (antica Sidone) in Marsiglia. Fra una popola- 
zione allora di 90,000, si deplorarono 50,000 morti. 
La confusione, il disordine, la mancanza dei mezzi, lo 
avvilimento dei magistrati e la ignoranza dei medici, i 
quali vollero ad ogni patto sostenere che la malattia 
non era pestilenziale, contribuirono ad esacerbarla. Fra 
le altre cose, essendo stata, come sempre, una gran 
parte degli ammalati di peste attaccata di delirio o di 
demenza, non trovava essa altra risorsa che di abban- 
donare la propria abitazione, gettandosi anche dalle 
finestre e correre nuda nelle strade, dove finiva tra gli 
urli e la disperazione; e poiché mancavano i mezzi per 
trasportare l'esorbitante numero dei cadaveri, così la pu- 
trefazione di quei corpi appestava maggiormente l'aere. 

• a Marsiglia, il male si propagò in Aix e a Tolone, 
dove ne morirono 1 5,783. 



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61 

L'Italia fu spaventata di questo avvenimento; però, 
checché ne dicano gli anti-contagionisti, il Muratori so- 
stiene che i principi d'Italia, e precisameute il re di 
Sardegna, furono cosi rigorosi nello stabilire dei cor- 
doni sanitari ai confini e nel vietare con la Provenza 
qualunque commercio, che si attribuì a queste precau- 
zioni il bene di non avere la peste passato le Alpi. 

Al 173M738, la peste fu nella Dalmazia e nell'Alba- 
nia, e contemporaneamente nell'Egitto; al 1738-1739, 
nella Bessarabia, nella Serbia, nella Valachia, nell' Un- 
gheria, nella Transilvania. 

Nel 1743 (notate distanza in rapporto all'Italia), in- 
vasa Messina dalla peste per mezzo di una barca geno- 
vese, proveniente da Missolungi, per la solita ritrosia 
dei medici e del Governo di annunziare la fatale ma- 
lattia, si estese in tutti i quartieri della città, e nei 
mesi estivi, o meglio da maggio a settembre, produsse 
un'immensa strage. Taluni vogliono (1) farla scendere 
a 42,000, un altro storico (2) crede abbia toccata la cifra 
di 500,000 morti. Noi supponiamo ci sia nel libro di 
quest'ultimo un errore di stampa, e forse di uno zero. 
Si tratterebbe il quarto della popolazione di Sicilia, 
mentre la superficie del territorio di Messina e dei 
paesi vicini appena comprende la dodicesima parte del- 
l'isola. Il Frari crede fissare la cifra dei morti a 43,402, 
compresi in essi quelli delle vicine borgate. Il re Carlo 
fu dolente della sventura di Messina, e si mostrò bene- 
fi cent issi ino. Spedì otto legni carichi di ogni sorta di 
viveri, con tre vicari generali. Chiamò da Venezia il 
famoso medico Pietro Polacco. Stabilì sul luogo una 
suprema deputazione di salute, fece cingere con vigo- 
roso cordone tutto il territorio infetto, e ordinò si 
espurgassero le località infette. Questo sistema pare 
abbia salvato il resto della Sicilia, sebbene il male, da 

(1) Testa, Relazione della peste di Messina. — Di Blasi, Storia di 
Sicilia, tom. ix, lib. un. 

(2) Pf.rrara. Storia general* di SW!*, lik v. yr. 2."»2. 



62 

parte di mare, si fosse comunicato a Reggio, senza 
punto estendersi nelle Calabrie. 

Ci torna utile notare che di questa calamita si oc- 
cupava, in un'opera appositamente scritta, un certo 
Diego Saverio Piccolo, gesuita, il quale proponevasi di 
combattere il pregiudizio del veneficio che allora buc- 
cinavasi, e dimostrare la pestilenza come un castigo 
di Dio. Sostiene inoltre che tutte le pesti di Messina 
furono importate da Levante, e si svilupparono per di- 
fetto di precauzioni nei primordi del male. 

Per constatare il contagio dalla provenienza di Mis- 
solungi, inoculato per mezzo delle merci entrate in 
contrabbando, l'autore riferisce che i primi casi av- 
vennero a bordo dello stesso legno e quindi si svilup- 
parono nel borgo Pellizzari, ove furtivamente era stata 
nascosta la roba infetta. 

Finalmente riproduce un rapporto della facoltà me- 
dica di quel tempo, nel quale si previene il popolo di 
Messina di non adombrarsi del male, perciocché i casi 
avvenuti non erano che semplici sospetti. 

Intanto, mentre pubblicavasi quel giudizio medico, 
la peste mieteva centinaia di vittime. Il brutto vezzo 
d'ingannare il popolo in quelle lagrimevoli emergenze 
dura ancora ovunque. Il lettore, nel corso del nostro 
lavoro, troverà ripetuti questi stessi fatti, ed è perciò 
che noi, anche a rischio di renderci noiosi, non lascieremo 
mai di ricordare questa importante osservazione. 

Del resto il libro del Piccolo, quantunque più minu- 
zioso, non ci offre una luce maggiore di quella che ci 
offre il Di Blasi; questo illustre scrittore attribuisce la 
esaspera/ione del male all'eccessivo misticismo popo- 
lare col seguente periodo: u Atterriti i cittadini di que- 

■ sta sentenza dei medici, pensarono di ricorrere a Dio 
a per essere liberati dalla infezione, ed invece di pre- 
" garlo dentro il recinto delle proprie case, proposero 
u di fare delle processioni e di celebrare con maggior 

■ pompa la festa della Madonna della Lettera, al che 



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6:; 

u sconsigliatamente aderì il Senato e la potestà eccle- 
u siastica. Questa sciocca risoluzione apportò che il 
u male che si era attaccato in un quartiere si comunicò 
" agli altri e divenne universale; „ cosicché, mentre il 
Di Blasi sapientemente ritrova la morte nelle proces- 
sioni e nelle festività, il Piccolo le consiglia come ri- 
medio della vita. 

Quando gli uomini sono predominati dalle esagerate 
convinzioni religiose, spesso risolvono le più gravi que- 
stioni a traverso quel prisma. Il Piccolo dolevasi della 
popolare credenza del venefìcio, e imbattevasi in un 
altro errore che partoriva simili conseguenze. 

La storia in taluni fatti è molto uniforme ed elo- 
quente. Ah! quanti mali causerebbero gl'individui e il 
popolo, se essi si specchiassero più nel passato che nel 
presente! 

Al 1762 un'altra nuova calamità afflisse l'Europa, 
il catarro russo, ossia il grippe (1) si diffuse da Vienna 
in Italia, da rimanerne infetti non meno del 90 per 
cento; e questa stessa malattia al 1782 invase Pietro- 
burgo ed in un solo giorno ne furono colpiti 50,000 
persone ; nello stesso anno si estese, non solo in tutta 
Europa, ma nell'Asia ancora, non rispettando neppure 
i marinai che trovavansi in alto mare, ciò che è difficile 
a intendersi, secondo taluni fisici. 

Questa stessa epidemia si riprodusse nel 1773 e nel 
1775. In quest'ultima epoca, cominciò in Isvizzera, si 
propagò in Prussia, quindi in Austria, in Francia, in 
Inghilterra ed in Italia, dove ebbe termine. Lo sviluppo 
di un'epidemia in Europa avviene rare volte. Ordinaria- 
mente il corso delle epidemie è da Levante a Ponente. 

(1) Non creda il lettore cho possa annidarsi nell'animo nostro la 
pretensione di volere narrare la storia di tutte lo malattie epidemi- 
che o contagiose. Niente affatto. Ricordiamo brevemente quello che 
non sfuggirono alle ristrette nostre conoscenze per comprenderle 
nell'ordine cronologico impostoci, e per constatare che l'umanità fu 
sempre combattuta ed affranta da una serie di mali. 



Al 1764 in Losanna si svilupparono (I) le febbri 
biliose che da principio conservavano una forma epide- 
mica, e quindi, nell'apogeo del male, divennero conta- 
giose, quantunque taluni non volessero ammettere 
questa metamorfosi (2). 

Anche nell'epidemia della Toscana del 1767 si ri- 
tenne che le febbri epidemiche, allora dominanti, ave- 
vano, secondo la località, un carattere ora epidemico 
ed ora contagioso (3). 

Al 1771 alcune truppe russe (4) che avevano com- 
battuto contro i Turchi contrassero la peste nella Mol- 
davia e la resero in Mosca, dove perirono 100,000 
persone. Giunti a quest'epoca scorre un intervallo di 
trentatrè anni senza che si fosse, almeno in Europa, 
sviluppato alcun caso di peste, ove si eccettui le ripe- 
tute ed ordinarie invasioni della febbre gialla impor- 
tata nei porti spaguuoli dalle provincie d'America, le 
cui stragi non sono inferiori a quelle della peste bub- 
bonica. Però nei dominii turchi si manteneva, come 
dicemmo altrove, quasi sempre in permanenza. 

Al 1 80 4 era attaccata di febbre gialla la città di 
Livorno per mezzo di un legno spagnuolo proveniente 
da Vera Cruz (5). Si contarono, è vero, circa 1 200 morti 
in una popolazione di 80,000 abitanti ; ma la malattia 
non si estese nelle vicine provincie e fini nella stessa 
Livorno. Cosi immense furono le precauzioni della Li- 
guria e dello Stato romano (6). 

Nei primi mesi del 1812 scoppiò la peste in Costanti- 
nopoli e quindi si dilatò a Smirne, Cipro ed Alessandria. 

(1) TfssoT, Dcfcbrihns biliosis, Lauaan.. 1764. 

(2) Relazione delle febbri epidemiche in diverse parti della Toscana 
nell'anno 17Gf. 

(IV) Dottor Giuseppe Giannelli. 
(4i Annali d'Italia. 

(5) Taluni, che vogliono escludere anche per questa crudele ma- 
lattia il contagio, sostengono non constare positivamente la prove- 
nienza del malo da Vera Cruz. 

(6) Annali d'Italia. 



L'annunzio di questo terribile sfortunio spaventò i Mal- 
tesi, primo per tema di soffrire i tristi risultati del 
14575; secondo perchè, considerando la posizione di 
Malta, situata tra la Turchia 8 l'Egitto e le reggenze 
Imrbaresche, non che le relazioni commerciali con quei 
paesi, era difficile di cansare la infezione. Diffatti nel- 
l'aprile del 1813, per il contrabbando di talune tele 
provenienti da Alessandria, l'isola fu iuvasa dalla peste; 
però essa, può dirsi, fu frenata e vinta dalle generose 
provvide disposizioni del Governo inglese, il quale in 
quella congiuntura spese, per sovvenimento dell'isola, 
in meno di cinque mesi, meglio di quattro milioni di 
lire, oltre circa centomila lire largite da una società 
istituita per sollievo dei poveri. I morti appena tocca- 
rono la cifra di 4668; e, quantunque il Muratori riduca 
•questa cifra a 3600, pure noi garentiamo la prima, 
perchè risulta dal rapporto ufficiale del generale sir 
Thomas Maitland e dal ragguaglio storico di quella 
pestilenza, del barone G. M. de Piro, maltese, testi- 
mone oculare. 

Ciò prova chiaramente che non è mai troppa in 
•quelle emergenze la generosità del Governo e di quei 
distinti cittadini, che amano acquistare un diritto alla 
pubblica riconoscenza. 

Nello stesso anno la peste fu introdotta nella Va- 
lachia da Costantinopoli per mezzo di taluni greci, i 
quali accompagnavano il principe Caradescha; poco 
dopo si estese nei dintorni di Bukarest, e in giugno del 
medesimo anno, 1813, divampò nella capitale dove, 
nello spazio di undici mesi, tolse la vita a circa 30,000 
individui, oltre quelli dei villaggi vicini, cosicché, in 
una popolazione di 80,000, si ebbe la perdita del 37 
<e mezzo per cento (1). 

Al 1815 la peste si sviluppò à Noia, provincia di 
Bari, nel Napoletano, per talune merci introdotte in 

(1) Frari. 
5 



contrabbando (1). Il Governo di allora adoprò tutti i 
possibili provvedimenti sanitari perchè il morbo non si 
dilatasse e vi riuscì. Nello spazio di otto mesi tolse la 
vita a 700 persone. 

Nei primi del 1S1G la peste invase Corfù. Ci giova 
lilialmente annunziare l'origine dell'importazione di 
questa malattia nell'isola, per gittare un raggio di luce 
sulle idee di contagio che taluni illustri scrittori vo- 
gliono con grande insistenza tuttavia respingere. 

La storia dell'origine dello sviluppo di quella pesti- 
lenza, non sorge, come spesso, dall'opinione popolare 
o dal giudizio di qualche storico; sibbene dalle relazioni 
del nominato generale Maitland, desunta da un pro- 
cesso formale ed inviato al ministro inglese Bathust. 

Approdava in contrabbando nel distretto Lesti mo, 
in Corfù, una barca proveniente da Parga, dove intri- 
stiva la peste. Il contrabbando consisteva in due casse 
di manifatture, una delle quali conteneva berrette le- 
vantine, che i Greci sono costretti portare, come em- 
blema della supremazia ottomana sui vinti cristiani. 
Questa stolta pretensione di assimilare le razze non è 
nuova nella storia, nò è esclusi va al Governo della mezza- 
luna. Un napoleonide sognava renderci mancipii della 
Francia, proscrivendo l'idioma del sì dalla lingua uffi- 
ciale. L'autocrate della Russia spera cancellare con gli 
uk isc il santo nome della Polonia, imponendo lo studio 
della scitica favella. 

Dopo pochi giorni, la moglie del proprietario delle 
casse si ammala e muore. 11 consorte sbarra la casa, 
e si trasferisce in altra abitazione detta la riluta, e dà 
in pegno le casse delle berrette, per una somma, ad un 
individuo, a patto che, ove non gli restituisse fra il 
termine di sei mesi il danaro, le casse diverrebbero 
proprietà dello sborsante. Scorso il termine, il mu- 
tuante apre, alla presenza di sei persone, al cospetto 
delle quali si era fatta la convenzione, le casse; imman- 
(1) Annali d'Italia. 



67 

tinente furono attaccati dalla peste tutti gli astanti. 
Questo spettacolo produsse un allarme. La plebe, al 
solito, incominciò a sospettare e a credere alle magie. 
Non è da maravigliarci se tornassero sulla se na quelle 
pazze idee. Le isole Ioniche furono e sono tuttavia 
condannate all'ignoranza e alle superstizioni. In con- 
seguenza di questo puerile concetto, furono chiamati 
tutti i Papassi dei diversi villaggi a fiue di esorcizzare 
la casa infetta; dopo di che, al ritorno di questi falsi 
sacerdoti, la peste si dilatò in tutti i ventisette villaggi 
di Corfù e quindi furono attaccati Zante e Cefalonia, 
quantunque lo stesso generale creda che in quest'ultima 
città l'infezione fosse portata dalle persone che, all'e- 
poca della mietitura, andavano a lavorare sul conti- 
nente nell'Epiro e nella Morea dove ci era la peste. 

Noi abbiamo protestato le tante volte e proteste- 
remo sempre di non volere entrare nella difficile qui- 
stione di contagio; però, dopo la lunga serie dei fatti 
annunziati in tutte le invasioni della peste, ci pare mo- 
ralmente impossibile che possano avvenire le stesse 
coincidenze dal caso, dall'accidente, da un falso giu- 
dizio, almeno per ciò che riguarda questa terribile ma- 
lattia le mille volte superiore al colèra; ed è perciò 
che quasi senza volere ci siamo serviti della parola 
contan'i», come sinonimo d'invasione. 

Non ci è riuscito di avere lo stato dei morti di peste 
nelle isole Ioniche. Solo conosciamo che, mercè le grandi 
cure adoperate dal Governo inglese, non si deplorò 
una grande strage, e il morbo fu spento in meno di 
cinque mesi. 

Quasi contemporaneamente sviluppava*! in Italia la 
febbre petecchiale. Questa malattia non è meno fune- 
sta della peste, di cui fin qui ci siamo occupati, forse 
non sen/a qualche utile, secondo il nostro obbiettivo, 
non mai come un lavoro appositamente scritto. Nello 
autunno del 1817, la febbre petecchiale spariva da ogni 
punto d'Italia. 



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G8 

Nell'anno appresso la peste invase Tunisi, e vi durò 
circa tre anni, cioè nel 1818, 1819 e 1820, facendo mol- 
tissime vittime : basta sapersi che nei sette mesi del 
primo anno, cioè da gennaio a luglio morirono 9 1 24 
persone. Qui ci giova notare un fatto storico che di- 
mostra evidentemente la differenza che passa tra la 
civiltà, e la barbarie. Nell'ultima peste di Malta, che 
poco prima abbiamo accennato, quel governatore, in- 
teso il parere del collegio medico, annunziò al paese 
la esistenza della malattia; e poiché qualche medico, 
per lusingare la credula gente, si studiava sotto mano 
di smentirla, così lo stesso loro alto commissario pub- 
blicò un avviso, col quale dichiarava che ■ sarebbe 
stato severamente punito chiunque avesse tentato di 
far credere diversamente, cioè non essere peste,, e ve- 
niva promesso un generoso premio in danaro a quelli 
che avessero indicati gli autori di tali voci contrarie al 
fatto. „ 

In Tunisi, il medico Eusebio Santilli, perchè osò af- 
fermare la esistenza della peste, fu condannato alla 
pena capitale, qual perturbatore della quiete pubblica; 
e appena, per la intercessione di oneste persone della 
Corte del Bey, fu mutata la condanna in carcere e dieci 
bastonate (l). 

Dopo quel tempo la peste non si fece sentire nel- 
l'Europa occidentale, e rare volte si riprodusse in 
Ol iente, sia perchè quel popolo incominciasse a met- 
tersi nella via di una certa civiltà, riformando le am- 
ministrazioni, riordinando i pubblici stabilimenti, smet- 
tendo taluni pregiudizi; sia per il sistema rigoroso 

(1) Se può definirsi violenta, ed abusiva la disposizione del lord 
alto commissario, che nell'interesse della salute pubblica sconfinava 
i poteri di un libero regime, deve chiamarsi stolta, selvaggia, cru- 
dele quella del bey, il quale pretendeva che la morte passasse inos- 
servata per il solo timore che potesse compromettere l'ordine pub- 
blico. 

Questa sorta di bey noi li vedremo riprodurre nel corso del nostro 
lavoro, e nella civilissima Italia. 



delle contumacie bistrattato da taluni scrittori e ac- 
colto da tanti altri, ed oggi dalla stessa Inghilterra; 
sia perchè nello equilibrio della natura, un orribile fla- 
gello della umanità doveva essere sostituito da un al- 
tro di non minore importanza, per la impressione che 
produce nell'animo di tutti. 



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70 



CAPITOLO UT. 



Il colèra asiatico. 



Questa parola, che indica scolo bilioso o diarrea bi- 
liosa, generalmente ispira un orrore forse più della 
peste e di qualunque altra epidemia. 

Moltissimi, che non amano svolgere, anche per cu- 
riosità, la storia, credono che questo flabello del genere 
umano sia nuovo, per lo meno in Europa. Noi invece 
lo traviamo antichissimo e narrato non solo nella sto- 
ria ecclesiastica (1), ma da Ippocrate, da Galeno, da 
Sydenham e da molti altri scrittori. Quest'ultimo, da 
testimone oculare, parla del colèra che avvenne in 
Londra il 1 665, q-uintunque taluni credono diversifi- 
casse dal vero colèra asiatico, oramai noto a tutti. 
Sembra però dalla seguente descrizione ci sia molta 
rassomiglianza : u Produceva vomiti enormi, evacua- 
u zioni d'umori cattivi con massima difficoltà ed angu- 

* stia, forti dolori, gonfiature e tensione al ventre e 
u agl'intestini, cardialgia, sete, polso veloce e frequente 
" con calore ed ansietà, e talvolta piccolo ed ineguale, 

* nausea molestissima, talvolta sudore copioso, con- 

* trazione nelle gambe e nelle braccia, deliquii, freddo 

* nelle estremità, ed altri simili sintomi che spaventa- 

* vano sommamente gli astanti, e, nel breve spazio di 
■ 24 ore, toglievano la vita. „ 

(1) Vigilia, chólera et tortura viro insipienti. — Ecclesiaste, cap. 
xxxr. In multis enint escis erit infirmitas, et acidita* àppropinqua- 
bit ad choleram. — Ibid., cap. xxxiv. 



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71 

Al 1676 tornò ad invadere l'Inghilterra con sintomi 
più atroci. 

Noi on sappiamo veramente quante altre volte, e 
in quali tempi sia venuto questo malanno in Europa, 
prima del 1817. Conosciamo invece la storia di questo 
morbo micidiale da quel tempo a questa parte, e ver- 
remo accennandola quanto più brevemente è possibile. 

Nel mese di giugno di quell'anno, il colèra si an- 
nunziò sulle sponde del Hrahmaputra, all'estremità 
dei domimi inglesi nell'India (1), ed in agosto devastò 
Jessore, città popolosa, situata in mezzo al Delta del 
Gange; poco dopo invase la stessa Calcutta, capitale 
di quegli stabilimenti. Il primo medico europeo che 
ebbe occasione di osservarlo fu l'inglese Titlew, il 
quale credè eh-* il sin infermo fosse stato avvelenalo. 
In quei tempi, quando ignoravansi i fenomeni della 
nuova malattia, anche qualche no no della scienza ca- 
deva in questo equivoco. Veramente le apparenze ca- 
daveriche scompagnate dalla storia del male, e dalle 
osservazioni patologiche ed anatomiche, dovevano in 
sulle prime offrire, se non altro, un sospetto. Non e 
quindi da maravigliarsi, se la plebe, ancor essa illusa 
da queste apparenze, sia stata spesso facilmente tra- 
scinata ad accreditare le triste insinuazioni. 

I fenomeni che si manifestarono allora rispondono, 
ad un dipresso , a quelli descritti da Sydenham : 
" Prostrazione di forze, tumefazione dell'addome, gor- 
u gogliamenti nel ventre, vomiti enormi, con alteranti 
u e simultanee evacuazioni strabocchevoli di un fluido 

* acquoso, nel quale ve levasi una sostanza argillosa. 
u Cagionava inoltre sete inestinguibile, crampi violenti, 

* prima alle estremità, e quindi alle braccia, alle gambe, 

(1) Brahmaputra è uno dei più prandi fiumi dello Inolio c il più 
notevole di tutto il globo. La parola in sanscrito indica tìglio di 
Brama, come Gange o Ganga è una grande Dea che spesso si moss» 
in aiuto degli uomini, e agevolò l'opera dcll'umanato Visnù, s- 
<onda persjna della Trimurti o Triade indiana. 



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72 

* alle coscie, all'addome, ed alle parti inferiori del to~ 
u race ; spasimi atrocissimi che «facevano dibattere vio- 

* lentamente l'infermo ; respirazione affannosa, freddo- 
u e pallore nel corpo, e quindi cambiamento nella cute 
fc in colore quasi turchino porporino. In tal guisa, se- 
u co:ido la violenza del male e la costituzione degl'in- 
" dividui, l'uomo assalito perdeva la vita in poche 
k ore, e tal volta all'istante. K (1) 

Questa malattia non era ignota agli antichi Indiani, 
e ne attribuivano l'origine al potere malefico di un de- 
monio femmineo Raeshasi, ed altri allo sdegno dell'i- 
dolo Isagatha-Umah, offeso per il dominio degli Inglesi 
in quelle regioni (2) ; altri finalmente sostengono che 
la malattia sia indigena nel territorio di Madras, dove 
ricomparisce periodicamente nelle stagioni umide, tra 
le ultime classi del popolo, per effetto della decomposi- 
zione delle materie organiche. 

Oramai, come brevemente annunziammo nel capitola 
precedente a proposito dell'origine delle malattie epi- 
demiche o contagiose, tutti convengono che questo 
morbo micidiale ha la sua sede nelle Indie, per le cause 
focali che si prestano a farlo sviluppare. L'aria di 
quelle contrade intertropicali è caldissima; spesso è 
infetta dal puzzo di una immensità di animali che bru- 
ciano in olocausto alle divinità pagane, ed oltre a ciò 
ai giorni urenti succedono notti fredde ed umide pei 
vapori che emanano dal Gange, dal Delta e dalle folte 
solve coperte d'acqua, entro le quali marciscono ani- 
mali e vegetabili. Le case abitate dalla maggior parte 
degli Indiani sono piccole, anguste, mal costruite, e 
dove diffìcilmente penetrano i raggi solari. Di più, 
questi popoli hanno l'abitudine di gettare i cadaveri 
nei fiumi, dove restano galleggianti, o si precipitano 
pei grandi torrenti dell'acqua derivata dalle pioggie, e 

(1) Morkau dx Ponnes, Jlapporto al Consiglio supremo di saniti* 
di Francia sul cholera-morbus pestilenziale. 

(2) Morcau. 



73 

dai disgeli dell'Imalaia, i quali trasportano seco nelle 
sponde, o nei piani animali e vegetabili. Queste circo- 
stanze, complessivamente prese, rendono triste la con- 
dizione igienica degli infelici abitanti delle adiacenze 
del Gange, e gli effetti del fatale loro destino, di rim- 
balzo, li risentiamo oggi noi, dopo l'invenzione dei va- 
pori, e delle ferrovie. 

Secondo le ultime osservazioni del dottore Maupher- 
son sulla prevalenza del colèra nelle Indie, relativa- 
mente alle stagioni, egli sostiene ■ che il colèra nelle In- 
die poste tra il 18° ed il 26* di latitudine sviluppasi nei 
mesi di marzo, aprile e maggio, appunto perchè in 
questi tempi avviene il più gran caldo. „ 

Questa sapiente osservazione ci fa supporre che, se 
l'epoca della stagione estiva nelle Indie, fosse contem- 
poranea a quella d'Europa, forse ci metterebbe al co- 
perto per la stessa estate del rapido sviluppo del male, 
e quindi ci darebbe il tempo di combatterlo e di estir- 
parlo nella stagione autunnale. 

Nell'anno di cui parliamo, il colèra infierì nelle In- 
die orientali in un modo spaventevole per le immense 
pioggie che caddero da gennaio a marzo, senza in- 
terruzione. Esse inondarono tutti i bassi terreni, 
cosicché, sopraggiunto un istantaneo ed eccessivo ca- 
lore, l'aria rimase grandemente contaminata dalle esa- 
lazioni mefitiche. Per l'influenza di questi agenti nocivi, 
in quell'anno il colèra fece immensa strage, e, come ve- 
dremo, a poco a poco si dilatò. Taluno ci potrà rispon- 
dere : ma queste sterminate pioggie non erano mai ac- 
cadute nelle Indie ì Comprendiamo la forza della do- 
manda; però il lettore converrà con noi che oggi le 
Indie non rappresentano quella distanza che rappre- 
sentavano un di; e se è vero che si attuerà il dorato 
sogno dell'apertura del Suez, ed il commercio con quelle 
estese contrade otterrà il suo completo sviluppo, l'oc- 
cidente d'Europa avrà comune con quei popoli e il 
bene e il male. 



74 

Nello stesso anno il colèra invase l'America. 

Al 1818 riappariva verso Levante, lungo le sponde 
orientali del golfo di Bengala settentrionale, verso i 
monti Ilimalaia, e a ponente dell'lndostan, e lungo le 
coste del Caramandel e del Malabar, fino a Bombay (1). 

Nell'anno appresso invase il regno dei Birmani e le 
isole di Sumatra e di Ceylan. 

Nel 1820 s'internò nella Cina, e a Levante nelle isole 
Filippine. 

Nel 1821, dopo di avere attaccato le isole di Borneo 
e di Java, si comunicò nell'Arabia, nella Persia e pe- 
netrò la Mesopolamia da ove, nell'anno seguente, si 
estese alla Siria. 

È da notarsi the nel 1S24, infierito il male nella 
Giudea, il pascià d'Kgitto adoprò un sistema di contu- 
macia cosi rigoroso che salvò, in quelle circostanze, il 
paese. 

Dal 1824 al vagò nel Caspio, nella Russia e 
propriamente nella Siberia, nella Cina, nella Persia, 
nel Mar Nero, sulle rive del Volga, del Don, del Dnieper, 
del Prut e in Mosca. 

Molti conti; gionisti si sforzano col compasso alle 
mani segnare il cammino del morbo, sia dala parte di 
terra, che di mare, ed in taluni fu tanta la smania di 
provare la loro idea, che giunsero a segnare l'epoca 
dello sviluppo del colèra in rapporto alla distanza e 
alla velocita dei mezzi di trasporto tra un paese infetto 
ed un altro non ancora invaso. Altri invece, come Isi- 
doro Bourdon smentisce la contagiosità, perchè il co- 
lèra da Trebisonda passa a Costantinopoli pria di toc- 
care Aleppo e la Siria; da Levante passa alle sponde 
della Neva pria d'attaccare Alessandria ed Acri; da 
Biga a Mosca, piuttosto che a Pietroburgo. Colpisce 
Berlino pria di Damasco; Riga pria di Smirne; Londra 
pria di Parigi. Osserviamo solo che il signor Bourdon 
in taluni dati geografici sbaglia. 

(1) Racconti di A. Coppi. 



Ih 

La strada da Trebisonda a Costantinopoli non ha 
che fare con quella di Aleppo e della Siria; come del 
pari si può, per altra via, andare da Levante alla Neva, 
senza toccare Alessandria. 

Ci sono anche taluni, i quali sostengono che il corso 
del colèra risponde al coreo dei fiumi. Noi, neU'accen- 
nare i passaggi della malattia dal 1817 in poi, non ab- 
biamo creduto necessario occuparci di queste serie inve- 
stigazioni. Il nostro punto obbiettivo è ben differente; 
e avendo ricordato le anzidette opinioni, sentiamo il 
bisogno di venire a questa esplicita protesta, per tema 
che il lettore, senza di ciò, possa esigere da noi uno 
stringato itinerario del colèra nel senso dei contagio- 
nisti. 

La mortalità in Russia fu calcolata al vigesimo della 
popolazione; ed in Mosca, dove allora la numerazione 
delle anime rispondeva a 250,000, gli attaccati non 
furono che 10,000, dei quali se ne guarirono una meta. 

Al 21 giugno 1S31 il colèra invase Pietroburgo, dove 
ne furono attaccati 9245, dei quali ne morirono 4757 
-che, comparativamente alla popolazione di 347,000, non 
ci dà più del 2 per cento (1). Indi passò nella Finlandia, 
nelle coste del Baltico, nella Galizia, dove si attacca- 
rono 259,933 individui, dei quali ne restarono vittima 
97,000 che, in rapporto alla popolazione rappresentata 
di 3,500,000 segnano la perdita del 3 per cento (2). 
Da li si dilatò nella Slesia, nella Transilvania, nella 
Moldavia, nella Valachia, nella Bulgaria, minacciando 
le capitali dell'i mpero austriaco e del regno prussiano. 
Le città attaccate in tutto l'impero russo dal 1829 al 
1832 furono 856. I morti 290,000. 

A Saratoff (3) il male si dichiarò fra le classi povere 
e dedite alla intemperanza. Il popolo ignorante e cre- 

(1) Journal de Sl-Pétersbourg. 

(2) Prospetto pubblicato dalla gazzotta di Vienna del 4 gennaio 
1832. 

(3) Andreucci, tratto dal Fabbro e Chalian. 



76 

dulo, vedendosi esposto ad un nemico invisibile che 
sembrava stabilire un'odiosa distinzione fra il ricco e 
il povero e prestando fede alle insinuazioni di avvele- 
namento, si abbandonò a lacrimevoli eccessi, inva- 
dendo, nella notte del 3 luglio, lo spedale, ove erano 
ricovrati i colerosi, e da quello tutti traendo fuori. Que- 
sta sommossa die causa alla esasperazione e propaga- 
zione della malattia. Eguali, se non maggiori disor- 
dini, accaddero a Staraia, ove, fra strazi crudeli ed 
orribili atrocità, furono uccise ed appese agli alberi 
molte persone distinte per nascita e per posizione so- 
ciale. 11 colèra continuò le sue stragi fino al cadere 
dell'anno. 

In quei tempi ferveva la disperata lotta tra la Po- 
lonia e la Russia. Dopo la famosa vittoria riportata 
dai Polacchi nella battaglia d'Igania, questi ultimi 
contrassero la spaventevole malattia, che incominciò 
dai reggimenti più vicini al nemico (1) e tosto si co- 
municò al resto delle truppe. Varsavia fu invasa, e i 
quartieri vecchi della città soffrirono più di tutti per 
il loro sudiciume, per l'aria umida e malsana e per le 
privazioni di quella povera gente condannata a vivere 
tra il dispotismo e la miseria. Con tutto ciò le autorità 
ed i medici in quella emergenza mostrarono tutto il 
loro zelo e la loro abnegazione, ed il Governo, quan- 
tunque ostile e crudele contro queir infelice paese, 
questa volta volle essere generoso con la povera plebe. 
La mortalità fu piccolissima in l'apporto alla popola- 
zione ed alle condizioni economiche. Varsavia allora 
contava circa 1 20,000 abitanti, e non ne morirono che 
2186, cioè quasi il 1 per cento. 

Il Governo di Francia, a richiesta del Ministero del 
commercio, spedi in Polonia una Commissione medica, 
la quale anzitutto si studio di investigare se il male 
fosse o no contagioso. I distinti professori che appar- 
tenevano ali 1 Accademia reale, quasi diremo per fana- 

(1) Luigi Blanc, Storia dei dicci anni. 



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77 

tismo, giunsero ad innestarsi la malattia, ad impre- 
gnarsi del sangue dei colerosi e degli altri fluidi ema- 
nati dai loro cadaveri, e quando videro che non ne 
ebbero alcun nocumento ed osservarono che ne i me- 
dici, nè gl'infermieri negli ospedali di Varsavia s'in- 
fettarono, lo dichiararono non contagioso. Però pre- 
valse l'opinione contraria degli altri medici, i quali 
provarono con fatti, che il colèra era stato portato a 
Danzica dai navigli provenienti dalla Russia; che si 
era sviluppato nella citta dopoché l'armata polacca si 
era frammischiata a quella dei nemici. 

Questo eterno problema non si è potuto ancora 
sciogliere, in modo che noi siamo persuasi che, mal- 
grado l'opinione prò e contro di tante facoltà mediche 
e di tante Commissioni, si versa tuttavia in un mare 
d'incertezze. 

Chi legge un libro, anche per diletto, di un fautore 
del contagio diviene immantinenti partigiano di questo 
sistema ; ma se poco dopo s'imbatte nel giudizio di un 
altro anti-contagionista, si disinganna o, per lo meno, 
cade in uno stato di scetticismo tale, che rifugge financo 
dal profferire la parola contagio. Così fummo noi, nè 
vergogniamo di confessarlo; d'altronde la questione 
non è tanto superficiale quanto si crede, imperciocché: 

Chi ammette il contagio immediato, chi il mediato ; 

Chi attribuisce il mezzo di propagazione agli insetti 
che posano sui corpi malati e sani, chi suppone che 
ciò nasca dal solo fluido aereo; 

Chi crede sia contagioso per tutti, chi per coloro 
che trovansi disposti a contrarlo ; 

Chi opina che il colèra sia originariamente conta- 
gioso, e dopo il suo completo sviluppo assuma il ca- 
rattere epidemico ; 

Chi sostiene che per potersi trasportare il contagio 
da un luogo all'altro è mestieri che l'individuo si trovi 
nello stato d'incubazione, chi respinge queste idee e 
prova con esempi che ciò non sia indispensabile ; 



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78 

Chi ritiene che lo sviluppo del colèra debba attri- 
buirsi alle condizioni cosmo-telluriche, chi alla dispo- 
sizione personale ; 

Chi si studia di constatare il cammino del colèra 
come un esercito in marcia, e chi mostra con esempi 
essere stata attaccata un'estremità del globo restando 
al tutto immune l'immenso spazio che divideva i due 
luoghi infetti di colèra. 

Ne questa disparita di opinioni nasce solo sulla na- 
tura del colèra, sull'origine dei suoi sintomi, sull'idea 
epidemica o contagiosa; ma ci sono anche le stesse di- 
screpanze sulle osservazioni cadaveriche, vai quanto 
dire sulla materia di fatto. Ovunque si è trovato la 
sede del colèra, come ovunque un di gli psicologi tro- 
vavano la sede dell'anima. 

Secondo taluni è iniettata la congiuntiva (1), secondo 
altri non mai. 

Chi ha trovato uno stravaso sieroso tra il cervello e 
le meningi (2), chi una congestione sanguigna nello 
encefalo, la quale si estende per tutto il midollo spi- 
nale (3), e chi ritiene che questa congestione si trovi 
nelle meningi e nei seni cerebrali (4). 

Chi ha trovato un ingorgo di sangue al cuore, ai 
polmoni e ai grossi vasi sanguigni (5). Chi il cuore 
floscio (G). Chi ha ravvisato in quest'organo la paralisi. 

Chi ha veduti i sintomi di una infiammazione nelle 
visceri del torace (7). Chi l'ha negato, non solo in essi, 
ma in tutti gli apparecchi (8). 

JNella cavità addominale, chi ha trovato l'orificio 
cardiaco dello stomaco cambiato di colore, col suo 

(1) Pucini. 

(2) Kinnis neirisola Muurizio. 
(li) Markas. 

(4) Nicmeyer. 

(5) Commissione medica di Calcutta. 

(6) Seydltz. 

(7) Markus. 

(8) Barracano. 



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79 

tessuto ingrossato, cancrenato o perforato, lesioni che 
si estendono fino all'esofago, al duodeno, al cieco ed 
alla cisti orinaria (1), la milza e il fegato in conge- 
stione, e i vasi linfatici sopraccarichi di linfa. Chi ha 
trovato una materia purulenta negl'intestini (2) e 
flogosi nella estremila pilorica dello stomaco (3). Chi 
turgide le vene miseraiche e piene di sangue nerastro 
e nessun indizio di flogosi interna nelle viscere addo- 
minali (4). Chi ha veduto lo stomaco e gl'intestini 
gonfi per accumulo di gas, racchiusi e zeppi di bava 
vischiosa (5). 

Chi ha ravvisati i sintomi di una gastrite o di una 
gastro-enterite accompagnate da tracce cancrenose (6), 
o una crittogama invadente la mucosa degl'intestini (7) 
con ulcere e macchie. 

Noi certo non accenniamo la disparità di questi risul- 
tati per sbalestrare il lettore nello stato di scetticismo 
onde derida i nobili conati di tanti sommi ; d'altronde 
gli uomini della scienza medica potrebbero con accor- 
gimento rispondere che siffatte differenze nascono dalla 
dissomiglianza delle costituzioni degl'individui o dalla 
maggiore o minore intensità con cui si presentò il male, 
nonché, come dice A. Grisolle, dallo stato in cui l'indivi- 
duo finiva, cioè, se nel secondo periodo detto ceanotico 
o nel terzo detto di reazione. Ma ci siamo permessi 
di notare a malincuore queste osservazioni, per convin- 
cere il letture dell'incertezza in cui versarono tante 
celebrità, le quali furono solo uniformi in talune cose, 
cioè che il sangue è displastico e spoglio dei suoi sali 
in massima parte, e che l'infossamento del bulbo ocu- 
lare nella cavità dell'orbita è sempre costante. Inoltre 

(1) Gravier. 

(2) Kinuis. 

(3) Jnrnbull Cbristie medico a Madras. 

(4) Seydltz. 

(5) Collegio medico di Pietroburgo. 
(6, Barracano. 

(7) Pacini. 



80 

convengono che le membra dei cadaveri dei colerosi si 
presentano irrigidite, e si osserva nell'esterno di essi 
un dimagramento e un contraffacimento tale, da sten- 
tarsi a riconoscere la persona. Vari decubiti si hanno 
in tutta la pelle, e la cianosi dell'estremità delle mani 
e dei piedi è caratteristica. Il cadavere è insensibile 
all'azione della corrente elettrica, e il suo aspetto ac- 
cusa un gran patimento sofferto. Tutto il resto si av- 
volge nell'oscurità, o, alla men trista, si limita nel do- 
minio delle opinioni individuali. 

E come furono vari e contraddittorii i trovati ana- 
tomici, cosi anche ci fu la stessa dissidenza sul metodo 
di cura: oppio, laudano liquido, etere solforico, bismuto, 
acetato d'ammoniaca, alcool canforato, canfora, radice 
«l'ipecacuana, bagni caldi, senapismi, salassi, vescicanti, 
neve, citrato di ferro, chinino, estratto di aconito e 
quanti altri medicamenti contiene la farmacopea. In- 
somma, in ogni paese, quanti erano i medici, altrettanti 
erano i sistemi. 

Il pensiero umano può sovente scoprire i reconditi 
fatti storici dell'uomo ; quelli della natura non sempre. 
Se gl'illusi si penetrassero davvero di questa sola idea, 
noi potremmo sospendere il nostro lavoro. 

Frattanto l'invasione nell'antico regno della Polonia, 
confinante con la Russia, con la Moravia, con la Prus- 
sia, con l'Ungheria, si era estesa nell'impero d'Austria 
e nel regno prussiano, il quale soffriva la perdita di 
32,647 persone, e questo numero riempì di costerna- 
zione tutto il regno, come dice il dottore Hoffman, di- 
rettore di statistica in Berlino ; mentre noi osserviamo 
che in una popolazione di 12,832,535, il rapporto dei 
morti sta come 1 a 400, cioè ogni 400 individui ne 
moriva uno solo. Qual enorme differenza tra questa 
cifra e quella segnata da taluni paesi di Sicilia nell'in- 
vasione colerica del 37 ! ! Quale ha dovuto essere la 
costernazione di questi ultimi ! ! 

Il risultato degli attaccati e dei morti di colèra in 



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81 

tutto r impero austriaco fu molto più sensibile di quello 
della Prussia. 

Secondo il calcolo di Fabbre e Chailan si ha: 

Attaccati S46,S6tt 

Morti 344,3r>0. 

Però queste cifre, comparativamente a quelle che si 
ebbero poco dopo nelle provincie meridionali d'Italia, 
non sono affatto positive. 

In Ungheria, e con precisione a Buda, si mostrò più 
sensibile, ma non quanto credesi. Il signor Andreucci 
sostiene: u L'Ungheria, fra i paesi d'Europa, vuoisi che 
44 fosse la più travagliata. n Niente affatto. Gli attaccati 
furono 537,199, i morti 237,000, cioè si ebbe una per- 
dita in rapporto alla popolazione del 3 1(2 per cento, 
e questa stessa perdita fu alimentata dall'estrema mi- 
seria della popolazione per la carestia di quell'anno e 
dalla preoccupazione di veneficio. Lo stesso Andreucci 
dice : " II popolo si sollevò in molti distretti e saccheg- 

- giò i castelli dei nobili con eccessi inauditi : la quan- 
■ tità di cloruro di calce rinvenuto nelle abitazioni, pre- 

- cisamente dei medici, fece credere a questi illusi che 

- fosse materia destinata al loro avvelenamento. „ 
Quasi contemporaneamente il morbo si manifestò a 

Quebec nel Canada, importato da taluni bastimenti in- 
glesi, da ove si estese a Monreale, Plattspurg, Balti- 
mora, New- York, Filadelfia, e quindi nella Luigiana, 
nell'isola di Cuba, nell'Avana, nel Messico. Nella stessa 
epoca la Nuova Orléans fu flagellata dalla peste, dalla 
febbre gialla, dal colèra. In tutti questi paesi la str. ge 
derivata dal colèra fu più o meno sensibile, in rapporto 
alla condizione della salubrità dell'aere. 

Nel mese di febbraio 1832, il colèra, dopo di avere 
attaccato sino dal 20 ottobre dell'anno precedente 
Sunterland, Newcastle, Newburn, Musselburgb, Edim- 
burgo, passò in Loudra sulla destra del Tamigi, ove si 
notò il risultato delle opportune ed assennate disposi- 
zioni governative, per le quali il male può dirsi non 
6 



82 

lasciò dolorose traccie. In quel paese, calcato da un im- 
menso popolo e da una massa straordinaria di operai, 
si credeva che il colèra dovesse divampare con ferocia 
proporzionata al numero degli abitanti e alla condi- 
zione dell'infima classe del popolo. È noto a tutti che 
il pauperismo in Inghilterra statisticamente supera 
quello di qualunque altro paese d'Europa. Ma il (1) 
municipio sapientemente consigliato, appena i primi 
casi del temuto morbo si manifestarono, fece innalzare 
in assai ampi recinti fuori della città nell'aperta cam- 
pagna tende e steccati forniti di ripari contro le intem- 
perie, e colà pose famiglie intiere di operai, e gran 
folla di povera gente, tolta dalle malsane abitazioni 
della città, dove, provveduta del necessario, rimase 
finché il pericolo di quella influenza non cessò. Il co- 
lèra, continua lo stesso autore, rispettò quegli esilii 
improvvisati dalla carità cittadina, nò vi fece strazio 
di vite, abbenchè molti tra i ricoverati con le loro fa- 
miglie in quei recinti ne uscissero ogni giorno per at- 
tendere ai loro lavori ordinari. E a notarsi che l'ufficio 
medico di pubblica sanità stabiliva un periodo di dieci 
giorni per le persone e di quindici per le mercanzie 
suscettibili. Mercè queste assennate ed esatte precau- 
zioni, secondo i documenti ufficiali (2), il colèra non 
tolse ai viventi in quei mesi nell'intiera isola che 
30,924: individui, cosicché la perdita, in rapporto alla 
popolazione di 30,000,000, fu considerata circa all'un 
per cento. 

Con tutto quest'utile risultamento, nessuno de' mu- 
nicipi d'Europa seppe adoperare quei mezzi nelle emer- 
genze coleriche. Forse la difficoltà incontravasi nella 
finanza comunale. Forse taluni comuni sotto il sistema 
dispotico non furono arbitri del loro meglio. Forseancora 
che non compresero nè i loro destini, nèil loro bene ; ma 
a questo scopo dovevano accorrere il consiglio e l'aiuto 

(1) Professore Angelo Bò. 

(2) Transact., pagine 83-97. 



83 

de' rispettivi Governi, i quali dovevano e devono pon- 
derare che queste stesse spese sono produttive di una 
immensa risorsa economica, in rapporto al disquilibrio 
sociale che ne avviene dai disagi di una strage, e ciò indi- 
pendentementedairinteresse umanitario che, pria di ogni 
altra cosa, dovrebbe occupare la mente de' governanti. 

Noi dunque vorremmo che come gli scienziati conti- 
nuano a studiare l'origine e l'intima natura del colèra, 
e i Governi a promuovere, e ad incoraggiare le Com- 
missioni per definire davvero se esso sia o no conta- 
gioso, cosi dovrebbero innanzi tutto gli uni e gli altri 
affrettarsi a soccorrere l'umanità; e riflettere che le ma- 
lattie epidemiche o contagiose si accrescono smisura- 
tamente per il difetto de' mezzi opportuni alla gente 
povera e grama. 

Il lettore dai risultati storici, e qualche volta dalle 
statistiche, che con grande studio ci fu concesso di 
avere, si persuaderà nel corso del nostro lavoro che il 
colèra, a somiglianza di tutte le malattie epidemiche o 
contagiose, trova il suo sviluppo tra i cenci, e la mi- 
seria. Nè questa deve limitarsi ai soli accattoni che 
laceri e sozzi si aggirano sul limitare delle chiese e dei 
palazzi ; niente afflitto ; costoro, per la carità de' vir- 
tuosi cittadini, hanno spesso di che sfamarsi. La vera 
miseria si trova nelle luride ed oscure case di quegl'in- 
felici che soffrono tutte le privazioni, e che nelle epi- 
demie, per la istantanea sospensione dei lavori pubblici 
e privati, provano financo gli spasimi della fame; e in- 
volontariamente costituiscono delle loro dimore tanti 
focolari di pestilenza. 

A Birmingham ed a Manchester accaddero scene di 
sangue, molto dolorose: in quest'ultima città il disor- 
dine fu portato tant'oltre da avere una moltitudine 
dell'ultima classe del popolo furibonda ed accecata, 
invaso l'ospedale dei colerosi, facendo man bassa anco 
sopra i medici che erano giudicati autori del male (1), 

(1) Andbbooci, Cenni storici sul colèra asiatico. 



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S4 

Al 13 luglio il colèra si sviluppa all'Aia e a Rot- 
terdam, in Olanda, e mano mano attacca molte altre 
citta di questo Stato. 

Nello stesso anno 1832 piombò a Parigi, dove si 
era vissuto in una cupa ansia sin dallo stesso giorno, 
in cui era stata attaccata la potente vicina. Final- 
mente il 2G marzo la fatale malattia colpiva una vit- 
tima nella contrada Mazzarino, e poco dopo erano 
invasi i sobborghi Sant'Antonio, Sant'Onorato e San 
Giacomo. 

La storia di questo infortunio fu accennata da vari 
.scrittori e, fra gli altri, da Cesare Cantù nel 32* capi- 
tolo delle Illustrazioni ai Promessi Sposi; però, ci sarà 
permesso dirlo, questi schizzi storici olirono al lettore 
un criterio poco solido, o meglio gli fanno supporre 
ebe l'idea di veneficio nella mente della plebe di l'arigi 
sia stata spontanea, o, alla men trista, nata per sem- 
plice sospetto. La cosa va altrimenti, e noi abbiamo 
voluto di proposito studiarla, persuasi come siamo che 
spesso la vera sorgente di questo errore emana, o da 
uu interesse economico, o da un ritrovato politico, e 
sempre dalla malizia umana. 

Prima di tutto bisogna dichiarare che l'invasione co- 
lerica in Parigi fu accolta con tale spavento da tutta 
le classi, ebe in nessun altro paese del mondo. È vero 
che il Governo non risparmiò cure e danaro per solle- 
vare la povera gente, ma non si adoperò, come in 
Londra, il sistema della discentrazione dei quartieri 
popolosi e miseri; diffatti, dopo la pubblicazione della 
statistica, si vide ebe nei quartieri della piazza Ven- 
dòme, delle Tuileries, e della Chaussée d' Antin la 
mortali t à era stata di otto decimi per cento, mentre 
uei quartieri del palazzo di citta, e della Cité, che sono 
quelli della miseria, giunse dai cinque ai sei decimi 
per cento, l'ero in quella congiuntura si notò in Pa- 
rigi un fenomeno quasi nuovo in tutte le pestilenze, 
cioè si sviluppò uno slancio ammirevolissimo di filan- 



iropia. Gli uffici di beneficenza si moltiplicarono con 
abnegazione, e con zelo. Dovunque si aprivano delle 
soscrizioni, che immantinente si coprivano di firme. 
Molte donne si presentarono per esercitare gratuita- 
mente l'ufficio d'infermiere, ed i distinti cittadini reca- 
vano al palazzo della comune, biancherie, coperte, fasce 
di flanella. Il duca d'Orléans faceva distribuire agl'in- 
digenti 4 o 5000 razioni di riso al giorno. Le lanterne 
ardevano alle porte degli uffici di soccorso. 

Questi spontanei, e generosi affetti umanitari veni- 
vano in contrasto con la passione del guadagno dei ci- 
nici speculatori, i quali fecero salire ad un prezzo 
favoloso i medicinali ed i disinfettanti; ne mancarono 
gl'impostori che esercitavano un monopolio, o meglio 
nn ladroneccio sulla misera gente, spacciando rimedi e 
segreti, a segno che il Governo fu obbligato riservarsi 
la sorveglianza dei pubblici avvisi. 

Quest'atto prudente provocò lo sdegno de' saltim- 
banchi, i quali incominciarono a sbottoneggiare che ii 
Governo non amava si salvasse la vita dei poveri. Il 
popolo, dall'altro canto, si adontava dell'eccessiva fuga 
per le campagne, pei vicini paesi di tutte le notabilità, 
•di Parigi, e disperatamente gridava, e minacciava con- 
tro la loro spietata indifferenza. 

In questo stato di cose si adotta, nell'interesse della 
pubblica igiene, un nuovo sistema per il trasporto 
delle immondezze ; cioè si ordina si togliessero dalla 
strada la notte stessa, pria che i cenciaiuoli avessero 
il tempo di trarne qualche cosa di utile. Era un colpo 
che feriva 2000 persone che poggiavano su di que- 
sta risorsa la loro sussistenza. Allora avvengono dei 
numerosi attruppamenti di quella infelice gente, la 
quale spinta dalla disperazione, e dalla fame s'impa- 
dronisce delle carrette e, appiccandovi del fuoco, grida 
da forsennata: u ci vogliono far morire di fame; „ la 
forza pubblica accorre ad infrenare gli eccessi e si im- 
pegnano delle lotte. 



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86 

Fra tanta esasperazione, una voce maligna parte in 
mezzo al popolo, e si diffonde in un baleno : " Vi hanno 
u scellerati che vanno attorno; dovunque spargono ve- 
u leno negli alimenti, nel vino, nelle acquo delle fon- 
u tane „ (1). 

Questa triste insinuazione fu avidamente accolta dai 
malcontenti, dagli anarchici, dai nemici del Governo e 
divenne poco dopo il patrimonio della plebe. 

Il Governo, invece di disprezzarla o di smentirla in- 
direttamente per mezzo della stampa, e dei giornali, 
pubblica a firma del prefetto di polizia signor Gisquet 
la seguente circolare : 

u Sono informato, per autorizzare atroci supposi- 
u zioni, alcuni tristi hanno concepito il progetto di per- 
u correre le osterie ed i banchi de' macellai con ampolle 
u e pacchetti di veleno, sia per gittarne nelle fontane 
" o sulle carni ; sia ancora per farne sembianze e farsi 
* arrestare in flagrante delitto da complici, che, dopo 
u averli indicati per gente addetta alla polizia, favori- 
" rebbero la loro fuga, e tutto porterebbero in opera 
u por dimostrare la realtà dell'odiosa accusa diretta 
" contro l 1 autorità. „ 

Non sappiamo se questa grida sia più balorda o più 
stupida del dispaccio della Corte di Madrid al marchese 
Spinola, per il quale avvennero al 1630 i moti di Mi- 
lano contro gli untori. È certo che le conseguenze fu- 
rono e dovevano essere quasi identiche. L'uno e l'altra 
annunziavano al popolo officiai in ente una cospirazione 
di avvelenatori. Se non che quest'ultima, oltre alla 
prima idea, palesa che nella civile Parigi esisteva un 
partito, il quale si sforzava di rovesciare il principio 
dell'autorità, sotto il pretesto di veneficio. 

Preghiamo il lettore ricordarsi di questo fatto. 

Forse lo strano concetto di colèra-veleno nacque, in 
sul principio, dal timore e dalla disperazione della mi- 
sera gente; ma i malcontenti ed i nemici del Governo 

(1) Luigi Iìi.avc, toni, v, cap. xxvn. 



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87 

nella circolare del prefetto colsero, come suol dirsi, la 
palla al balzo, e con queste armi potenti ci voleva ben 
poco per isfrenare il popolo di Parigi. 

Una quantità di proclami furono sparsi e divisi in 
Parigi ai differenti partiti. I vescovi, che avevano pub- 
blicati degli editti e predicato nelle chiese, che * il Si- 
gnore aveva mandato il colera per punire la Francia 
di avere scacciato i suoi Re legittimi, e pareggiato il 
culto cattolico agli altri culti, „ non smentivano la 
falsa idea. 

Un dì sul muro nerastro e screpolato, accanto al 
tempio di Nostra Donna, si leggeva un cartello, sul 
quale erano espresse, con stampa sul rame, queste pa- 
role (1): * Vendetta!... Vendetta!... I popolani che si 
lasciano arrecare negli ospedali, vi sono avvelenati, 
perchè si giudica troppo considerevole il numero dei 
malati ; tutte le notti scendono la Senna barche piene 
di cadaveri... Vendetta e morte agli assassini del po- 
polo!... » 

Questi eccitamenti, per la plebe di Parigi, erano 
troppo bastevoli per corromperla e inviperirla. Essi 
produssero, in parte, il loro effetto ; ne i nemici del 
Governo s'ingannavano; essi dicevano: Quando l'effer- 
vescenza sarà giunta al delirio nella plebaglia... sarà fa- 
cile volgerla contro chiunque si voglia. 

Non senza una ragione, noi dicemmo nella prefa- 
zione che la malizia umana, e la ignoranza costitui- 
scono la cancrena sociale. Anche quelle nazioni, che si 
lusingano di essere superiori a tutte le altre nella civi- 
lizzazione, cadono sovente negli errori. La plebe e sem- 
pre facile ad ingannarsi. Essa è predominata più dal 
cuore che dalla ragione. Spesso agisce impensatamente, 
e secondo il volere di chi sa ingannarla colla menzo- 
gna, e con le male arti. Lo stato di coltura della gente 
civile potrebbe servire come anello intermedio, per 
estendere la sua istruzione fino ali 1 ultima classe del 

(1) Eugenio Sue. 



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88 

popolo ; ove davvero si volesse assumere tale aposto- 
lato. Questo, secondo noi, è il potente mezzo di rige- 
nerare la plebe. Non bisogna smettere la speranza di 
potere educare il popolo, migliorando la sua condi- 
zione e i suoi costumi ; quantunque lo sperare che esso 
si affranchi dai tenebrosi dardi della insidia umana ci 
sembri difficile. 

Dopo che si era infiltrato nelle masse di Parigi il 
sospetto di veneficio, l'agitazione incominciò a mani- 
festarsi : 

u Dal fondo di quei quartieri, in cui la miseria ri- 

* siede, uscirono d'improvviso, ad inondare la capitale, 
" masse d'uomini con le braccia nude, con tetro volto, 

* e cogli occhi pieni di sdegno. Che cercavano coloro ? 

* Che domandavano ì Niuno il diceva. Soltanto givan 

* esplorando la città, ed agitavansi con un bisbi- 

* gliare feroce. Gli assassinamenti però non tardarono. 

* Se qualcuno passava tenendo una bottiglia od un 
fc pacco era tosto sospettato. Un giovane fu trucidato 

* nella contrada di Ponceau per essersi inchinato alla 
fc porta di un mercante di vino, nello scopo di sapere 

* quante erano le ore ; un altro corse la stessa sorte, 

* per un motivo presso a poco eguale; un terzo fu 
" messo a pezzi, nel sobborgo Saint-Germain, per aver 
u guardato dentro un pozzo; un ebreo fu ucciso, per- 
44 che, contrattando pesci nel mercato, erasi posto a 
fc ridere in un modo strano, e perchè, visitatolo, gli era 

* stato trovato addosso una cartolina di polvere bianca, 

■ che altro non era che canfora ; sulla piazza di Grève 

■ uno sventurato venne strappato dal posto del Pa- 
L lazzo di Città, dove aveva cercato rifugio, fu fatto in 
u brani, ed un carbonaio ne fece al proprio cane divo- 
fc rare gli avanzi. Scene orrende, che sono il delitto 
u della società, ovunque regna un ingiusto scomparti- 
tt mento dei godimenti e dei lumi ! 

* E mille deplorevoli circostanze concorrevano a 

* mantenere il popolo nello errore. Furono viste in 



u molte strade lunghe striscie di vino e di aceto ; con- 

* fetti colorati furono sparsi in vari quartieri ; mani 
u ignote introdussero sotto le porte pezzetti di carne; 
u parlavasi infine di pasticcetti avvelenati offerti in 
u differenti luoghi ad alcuni fanciulli „ (1). 

Questi eccessi non furono scompagnati, come sem- 
pre, ne dalle recriminazioni reciproche dei partiti, ne 
dalle lotte armate contro la forza pubblica. 

Il Governo incolpava con l'ingiuria officiale gli eterni 
nemici dell'ordine, di avvelenare il popolo per procac- 
ciarsi il mezzo di calunniare il Governo; la polizia alla 
sua volta era accusata di aver promosso l'ammutina- 
mento di Sainte-Pélagie, onde avere Voccasione di soffo- 
carla nel sangue. 

Però, i più odiati e maledetti dal popolo, in questa 
terribile lotta, furono i medici, la cui vita era compro- 
messa ad ogni pie sospinto. Il grido uniforme che ser- 
peggiava nella bocca del popolo era: Morte ai medici!.,. 
Vendetta!... Ammessa l'idea dei tossici, si credeva che 
il Governo si servisse di loro per propinarli. 

I metodi di cura adoprati in quella invasione furono 
svariati e moltiplici, secondo la forma capricciosa della 
malattia. 

La durata, dal primo caso di colèra fino all'ultimo, 
fu di 1 S9 giorni. Il maximum della mortalità avvenne 
nel mese di aprile in cui si contarono 860 vittime al 
giorno. 

Però, in taluni dipartimenti della Francia, il colèra 
fu più sensibile. Fu osservato da Fabbre e da Chailan che 
Parigi era stata il centro e il semenzaio dell'infezione, 
che si propagò con diversi caratteri, e con variabile 
intensità. È da notarsi, fra gli altri, il seguente fatto (2) : 

* Diverse balie di differenti comuni del dipartimento 
del Passo di Calais e del nord si portano a Parigi per 
avere bambini lattanti. Nel ritorno, se ne ammorba 

(1) Luioi Blwc, lom. v, cap. xxvn. 

(2) Andreum. 



90 

una in Avesnes, e muore; appiccasi la malattia alle 
donne che l'assistevano, e si diffonde per tutto il co- 
mune; più innanzi, cade ammalata altra nutrice a 
Montchy-à-Bois ed altraaLessert, ed ambedue muoiono 
con i loro bambini, e spandendo il male nelle rispet- 
tive comuni; continua la vettura il suo cammino, qual 
vaso di Pandora, e in ciascun luogo, ove deposita altre 
balie, si manifesta nello stesso modo il colèra. „ 

I morti di colèra al 1832, in Parigi, furono 18,402 (1), 
che, in rapporto alla popolazione d'allora rappresen- 
tata da 759,000, ci da il risultato del 2 per cento circa. 
E a notarsi che i medici erano 1500, e ne morirono 30, 
cioè 2 per ogni 100; e gl'infermieri di 1600, ne mori- 
rono 12, cioè il quarto per cento; sicché, riunitala ci- 
fra di queste persone sanitarie, si ha l'uno e quattro 
decimi per ogui cento. 

Siffatto risultato statistico offri il destro ai non con- 
tagionisti di dire: " Se il colèra fosse contagioso i sa- 
nitari dovrebbero essere attaccati più degli altri. „ 

Questo è il grande cavallo di battaglia di coloro che 
vogliono ad ogni patto respingere la teorica del con- 
tagio. 

Però, secondo noi, guardata la quistione sotto que- 
sto aspetto, pare non ci offra un criterio esatto. 
In tutte le epidemie si è osservato costantemente che 
la grande maggioranza dei decessi, nella gente civile, 
fu sempre rappresentata da quegli individui che più di 
tutti si preoccuparono del grande timore di poter es- 
sere colpiti del male, tanto ciò è vero che quelle epi- 
demie, le quali si annunziarono con precedenza, come 
terribili e spaventevoli, le stragi furono in rapporto 
alla preoccupazione del popolo. 

I medici, gl'infermieri, le suore della carità, i di- 
rettori degli stabilimenti, le Commissioni sanitarie, i 
sacerdoti, gli operosi cittadini che ebbero il dovere, 

(1) Quantunque Luigi Blanc creila sia al disotto biella reale per lo 
molto involontarie ominissioui. 



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91 

la generosità, la nobile ambizione di rendersi beneme- 
riti della patria e del genere umano, restarono in mezzo 
alle epidemie quasi sempre, in gran parte, illesi per lo 
invitto loro coraggio. Il celebre medico Giovanni Fi- 
lippo Ingrassia, onoro e decoro della Sicilia, nelle varie 
pesti, in cui prestò l'opera sua con zelo, con abnega- 
zione e con serenità d'animo, non soffrì giammai il me- 
nomo disagio. 

Oltre a questo, non c'è ospedale che, nelle emergenze 
epidemiche, non si valga delle continue disinfettazioni, 
tanto nello interesse generale che individuale. A poco 
a poco, l'immenso e salutare vantaggio di questo si- 
stema, incomincia a comprendersi, quantunque esso, 
come ha visto il lettore, sia stato noto sin dai primi 
tempi. Nella terribile peste di Marsiglia, quattro ladri 
assalivano di notte le case dei moribondi, le spoglia- 
vano, e giungevano al punto di vestirsi delle robe dei 
morti degli stessi appestati , senza mica infettarsi. 
Si conoscevano i furti, ma quasi nessuno sospet- 
tava di quei ladroni, perchè eglino passeggiavano di 
giorno su le strade di Marsiglia con la più grande 
disinvoltura, e con una salute floridissima. Colti sul 
fatto, e interrogati dalla giustizia in qual modo aves- 
sero potuto sfuggire la peste, rivelarono che essi face- 
vano uso di un aceto inventato da loro stessi, e del 
quale si ungevano sempre le mani e il viso, d'onde poi 
ne è venuto il famoso aceto dei quattro ladri, composto 
di assenzio, rosmarino, salvia, menta, ruta, lavanda, 
calamo, cannella, garofani, noce moscata, aglio e can- 
fora. 

Se dunque moltissimi dei medici e degl'infermieri 
restano nelle epidemie illesi, ciò non deve attribuirsi 
solamente alla natura del male, sibbene al coraggio e 
alle precauzioni con cui esercitano il loro ministero. 

Non ci deve fare per ciò meraviglia se i decessi di 
Parigi superarono, comparativamente, il numero dei 
sanitari ! 



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92 

La moria di quella città del 2 per cento, non fu af- 
fatto eccessiva in rapporto alle stragi che avvennero 
dopo, a vari intervalli, in Sicilia; ma certo, se nel po- 
polo minuto non fosse invalsa l'idea di veneficio, ed il 
Governo avesse adottato sin da principio le giuste 
provvidenze, non si sarebbe avuta questa stessa cifra. 

Noi batteremo sempre questo chiodo, perchè siamo 
profondamente convinti che la misteriosa (1) malattia, 
la quale ispirava un indicibile timore, sì per la vio- 
lenza, come per la rapidità con cui si sviluppa e si pro- 
paga, non sarebbe gran fatto pestilenziale, ove si pen- 
sasse davvero, o di causarla, o di vincerla con gli 
opportuni rimedi; ma prima di tutto bisogna che il 
popolo smetta una volta per sempre l'idea di veneficio; 
e per giungere a questo utilissimo e santissimo scopo, 
è mestieri che gli onesti cittadini che hanno una qual- 
che influenza nei loro paesi, smentiscano le insinua- 
zioni di taluni, che non misurano il terribile abisso in 
cui lanciano la esaltata e credula gente. Costoro, men- 
tre si dichiarano in faccia alla plebe convinti e per- 
suasi del veneficio governativo; poi, nell'interesse della 
loro vita, adoperano un rigoroso sistema igienico, ed è 
perciò che statisticamente risulta che quasi l'intero 
numero dei morti è rappresentato dallo illuso popolo 
nel senso della parola. 

Nel febbraio 1833 il colèra invase Lisbona, Siviglia, 
Cordova, Granata, Malaga, e nel 1834 Madrid. La 

(1) Diciamo misteriosa, come la chiamano Andrai, Puccinotti od 
altri, tanto per la natura e per le cause che la promuovono, le quali 
restano tuttavia avvolte nell'oscurità, nonostante le ipotesi e le teorie 
d'infiniti scrittori, (pianto perle contraddizioni fisiologiche e patolo- 
giche poco prima accennate. Solo furono constatate talune verità in 
rapporto alle influenze che esercitano i cangiamenti atmosferici sul 
morbo, e agli eccessi e alle intemperanze che contribuiscono a svi- 
lupparlo con maggiore o minor forza. Il numero, secondo Valleix , 
degl'infermi ricevuti negli ospedali di Parigi era molto più conside- 
revole il martedì ed il mercoledì di ciascuna settimana che negli 
altri giorni, e ciò perchè la domenica ed il lunedì sono consacrati 
dagli operai agli eccessi di ogni genere. 



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93 

fuga della regina, seguita dai ricchi signori, colpì di 
terrore il popolo, che (1), prestando fede alla maligna 
insinuazione di avvelenamenti, incominciò a commet- 
tere degli eccessi. Uccise, il 17 luglio, un uomo impu- 
tato di aver messo del veleno nelle acque della fontana 
della porta del Sole; quindi si portò impetuoso all'as- 
salto di diversi conventi religiosi (2), che ne vennero 
accagionati facendo su di loro man bassa, commettendo 
azioni per ogni rispetto riprovevoli, non avendo il Go- 
verno che troppo tardi posto termine con energici prov- 
vedimenti a queste scene di anarchia e di sangue. 

Il colèra in Spagna dal 1S33 non cessò che in gen- 
naio 1S35, dopo di avere attaccato, indipendentemente 
dalle isole Baleari, -'74,121 abitanti, dei quali ne mo- 
rirono 67,134. 

A Roda, piccola città nella Catalogna, avvenne uno 
dei soliti fatti scandalosi per supposto veneficio. Il 
Lambruschini al 1 S37 pubblicò quel racconto con mi- 
rabile modo, intitolato 11 colèra a Roda, e noi ci pre- 
giamo riprodurre le prime pagine che concernono il 
movimento popolare, spento in sul nascere per opera 
di un virtuoso curato, nel pensiero di provare al let- 
tore: 1° che i popoli sono quasi tutti, più o meno, della 
stessa pasta; 2° per dimostrare che simili pazzie biso- 
gna soffocarle pria che producano un incendio, per 
non imitare poi il pianto del coccodrillo. Ecco le parole 
del chiarissimo Lambruschini : " Ma, in mezzo ai chiac- 
u chieroni sciocchi, ci erano pure, come sempre av- 
" viene, i chiacchieroni maligni, di quella gente che 
" pensano subito al male, perchè credono tutti gli uo- 
" mini tristi come essi sono, e che, stimandosi più forti 
u degli altri, spacciano come verità tutte le stoltezze 
" che passano loro per la testa. Uno di costoro pensò e 
* disse in segreto ad un compagno, ed un compagno lo 

(1) Andreucci. 

(2) Nientemeno vennero trucidati 12 gesuiti e 3."> francescani corno 
avvelenatori. 



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94 

u ridisse ad un altro, e di bocca in bocca venne detto da 
u cento, che le persone che morivano erano avvelenate. 
u Gl'ignoranti hanno questo difetto che credono subito, 
" qualunque cosa è detta loro, e non riflettono inai se 
" ella possa o non possa essere : ma quando una grande 

* afflizione dissesta ed abbatte gli animi, ignoranti e 
" non ignoranti diventano credenzoni. Siamo avvele- 
u nati, siamo avvelenati — fu una voce che scoppiò 
u come un tuono e si accrebbe via via, come la piena di 
a un fiume che ingrossa a ricevere giù giù le acque dai 
« borri e mugghia e rompe gli argini e allaga e deserta 
u un paese. — Siamo avvelenati, siamo avvelenati, e 

* guai a chi avesse ardito rispondere: e chi l'ha detto? 
" come lo sapete? Non s'intendeva la ragione : si ur- 

* lava, si bestemmiava e non si cercava d'altro che 
u dello avvelenatore. E un forsennato lo nominò, e disse 
u — il medico — e bastò. Una turba di furibondi fu 
" subito radunata, e chi armato di un fucile, chi di una 
u forca, chi di un palo, tutti schiamazzando e aizzan- 
u dosi l'un l'altro furono in men che si dice alla casa 
u del medico. „ Qui l'autore passa a descrivere con un 
delicato racconto il carattere e la bontà del giovane 
medico. u Egli era tornato appena di poco dalle sue 
u visite e mangiava in fretta un boccone con la sua 
u sposa, quando si scagliò contro l'uscio della sua casa 
u e lo sfondò e si precipitò dentro quella truppa di 
u scellerati. Egli ebbe bel dire: Ma che c'è? Cosa vo- 
u lete? Che ho io fatto? Non fecero pur la vista d'in- 
u tendere e gli si avventarono addosso come tigri. La 
u moglie atterrita, piangente, fuori di se, gridava 

* loro — Lasciatemi il mio sposo, prendetemi, lasciate 
u il mio sposo. — Nulla valse. Egli fu preso e legato, 

* mentre una parte di quei furibondi visitava la casa 

* e frugava per tutto per trovare il veleno. E parve 
■ loro di averlo trovato e gridarono : — Eccolo, infame, 

* eccolo il corpo del delitto, nega ora se puoi, o mostro 
u d'inferno, che tu non avveleni. — E si mostrarono 



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95 

u l'un l'altro parecchie bottiglie di una polvere bianca 

■ d'ingrato e penetrante odore, che aveano trovato in un 

* armadio. Quella polvere, chiamata cloruro di calce, e 
u sciolta in dovuta dose nell'acqua, disinfetta le case 
u che si possono lavare, e tramanda, come voi direste, 
u un vapore che purifica l'aria. Il medico la teneva 
a per proprio uso, e ne regalava alle famiglie povere, 
" perchè se ne servissero a purgare le stanze e i panni 
" degli ammalati , ed insegnava loro come dovessero 
u adoperarla, e gli avvisava appunto che non era buona 
u a prendersi per medicina. Con tutto ciò egli era un av- 

* velenatore, e quello era un veleno, e un urlo di gioia 

* feroce si elevò a quella scoperta, e gli animi s'infe- 

* rocirono vieppiù, e saltando addosso al povero dot- 
u tore lo trascinarono chi per le braccia, chi per le 
u gambe, chi per i capelli giù per le scale, e lo mena- 
u rono o, per dir meglio, lo portarono in piazza. L'in- 

* felice donna si svenne, e fu provvidenza che non vide 
u così gli strazi che furono fatti di poi al misero suo 

* marito. 

u Come furono sulla piazza, i capi di quel popolaccio 

■ fecero far largo, e si prepararono come all'esecuzione 
u di una pronunziata sentenza. Distesero quel disgra- 
" ziato per terra, gli aprirono a forza la bocca e gliela 
u empirono di quella polvere, e dissero: — Ingoia; 
u come hai fatto, cosi ti è fatto : per te son morti gli 
u altri, ora muori tu. — E un applauso da indemODiati 
" si alzò in tutta la piazza, come se quella fosse giu- 
u stizia, e voci di vendetta e di scherno gridarono : — 
u Bene sta. — 

u Quel disgraziato si dibatteva, risputava il cloruro 
u di calce, mandava gemiti da intenerire le fiere, e que- 
u gli assassini più lo malmenavano, più gli rincalcavano 
u in bocca la polvere : chè l'uomo, quando si lascia tra- 

* volgere l'anima dalle passioni ed ha represso i primi 
u movimenti di pietà, diventa più furioso e più impla- 
u cabile di una bestia feroce. E così duravano a stargli 



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96 

44 addosso e a macularlo e aspettando di vederlo mo- 
44 rire : quando ad un tratto la fitta calca del popolo si 
44 apre e lascia passare uno che si avanza in fretta e 
u viene via senza paura, come persona che sa di potere. 
fc E quell'uno entra in mezzo ; guarda gli scellerati che 

* accerchiavano il medico disteso in terra, boccheg- 

* giunte, e dice loro : — Mi conoscete voi ? Sì, io sono 
44 che vengo a sbramare la vostra sete di sangue. Se 

* una vittima non vi basta, eccone due ; io non vi la- 

* scierò quest'innocente, che prima non mi abbiate 
tt scannato qui sugli occhi di tutto il popolo, di un po- 
44 polo che finora ho potuto dir mio: e chi me lo ha 
44 rapito ? chi me lo ha traviato*? se non voi che la 
44 paura e la stoltezza ha fatti diventare carnefici ì Su 
44 compite l'opera; voi avete sbandate le pecore, voi 
41 trucidate il pastore. — Chi parlava così, era il pro- 
44 posto della chiesa di Roda, che avea saputo il tu- 
u multo e correva per spegnerlo, e lo spense. „ 

Questa pagina, oltre che è bella nella forma, svolge 
dall'anima del lettore una serie di utili riflessioni. 
Spesso il mal senno o la timidezza degli uomini, i quali 
possono esercitare un'influenza sul popolo, è causa di 
tanti disastri. 

Se si ripetesse in ogni sventurata congiuntura la ge- 
nerosità del curato di Roda, non si deplorerebbero tanti 
eccessi. Talune volte una parola pronunziata o per 
ignoranza o per inganno, in mezzo al popolo, è capace 
di produrre un incendio, il quale è facile nel primo 
stadio di soffocarsi, ma una volta divampato bisogna 
essere spettatori di tristissime scene. Guai a quel po- 
polo che giunge a bagnarsi le mani di sangue cittadino ! 

Quasi contemporaneamente che il colèra desolava 
Parigi, estendevasi nel Belgio, nella Svizzera (1), la- 

(1) Mentiscono quelli che v-'gliono sostenere che il colèra ha invasa 
le sole monarchie. Non ci è stato Governo al tuonilo dispotico, co- 
stituzionale o repubblicano, che non deplori le dolorose conseguenze 
del morbo crudele. 



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sciando taluni punti della Francia, che attaccava poco 
dopo, cioè nel 1834, come Marsiglia e Tolone, dove fa- 
ceva una grande strage per la desolazione in cui cadde il 
paese, dopo la inqualificabile fuga di quasi tutti i me- 
dici e dello stesso Maire. Anche Marsiglia soffrì per lo 
allontanamento dei sanitari la stessa sventura. Un ita- 
liano (Borrelli), che poscia restò vittima del male, fu il 
solo medico che con somma abnegazione si prestò alla 
cura dei colerosi dell'intera città, nella quale morirono 
quasi -J 00 persone al giorno per più di una settimana. 
L'egregio Puccinotti dice : L'emigrazione dei medici in 
tempo di contagio è come la diserzione militare in tempo 
di battaglia : e una colpa come quella è punibile al pari di 
questa. 

Andreucci, parlando della defezione dei medici, dice: 
Contro ioli defezioni civili, sì funeste alla cosa pubblica, 
levano alta la voce Fabbre e Chailan, che vedono con dolore 
incompleta la legge a pararne la rinnovazione. 

La prima città d'Italia invasa dal colèra fu la ridente 
Nizza, un d\ provincia del Piemonte. Taluni vogliono 
le sia stato importato da un vascello francese, altri 
dalla bombarda propria, proveniente da Cette, appro- 
data nel porto di Limpia avanti Nizza, nominata l'An- 
giolina, nella quale ci era un ammalato di colèra, per 
lo che fu rinviata al lazzaretto di Villafrauca. Il dot- 
tore Calderinì, che con molte particolarità narra quel- 
l'invasione, sostiene che il male si propagò in Nizza 
per mezzo di un forzato che, sottraendosi alla vigilanza 
degli aguzzini, era andato a lavorare per un giorno nel 
legno in quarantena, per guadagnarvi venticinque soldi. 
Attaccata Nizza, Villafranca, Cuneo, fu infetta Ge- 
nova. Mentre il numero degli ammalati andava lenta- 
mente crescendo, molti plica vasi di un tratto per un 
nuovo rapido cambiamento atmosferico. Noi c'imbat- 
teremo spesso, nel corso del nostro lavoro, in questo fe- 
nomeno. L'Andreucci dice: • La fiducia del popolo era 
* poggiata alla dichiarazione del Governo che nelle sue 

7 



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■ dichiarazioni ed ordini dimostravasi incoerente, con- 
" venendo ora del contagio, ora negandolo, qiùndi nel 

■ suo sbigottimento si dette ad immaginare straordi- 
fc narie cagioni, e, sognando avvelenamenti, si lasciò 
u trascinare a tragiche scene che si credevano riservate 
u a paesi meno civilizzati. * 

Gli attaccati di Nizza furono 389, i morti 221. 

Di Villafranca, attaccati 1 22, morti 90. 

Il colèra in Genova durò tre anni consecutivi, nei 
quali si ebbe la seguente mortalità, cioè: 

Dal l'agosto al 16 ottobre 1835, attaccati 4051, 
morti 2165; 

Dal 1 8 luglio al 31 ottobre 1836, attaccati 646, 
morti 380; 

Dal 13 luglio al 7 ottobre 1837, attaccati 1196, 
morti 685. 

Cosicché nelle tre invasioni ne morirono 3228, di 
cui 1570 uomini, 1650 donne (1). 

Torino fu attaccata quasi contemporaneamente a 
Genova, e vi durò fino all'autunno dello stesso anno 
1835, lasciando diminuito il numero delle anime di 
4859, cioè: 

Citta . . N° 1889 Uomini N' 1456 

Borghi. . „ 662 Donne „ 1630 

Territorio „ 466 Maschi e femmine. 
Ospedali . - 1842 minori di 7 anni „ 1873 

Totale N° 4859 Totale N '~48~59 

Questa perdita in rapporto alia popolazione, la quale 
allora era rappresentata da 1 20,596, risponde al 4 per 
i-ento, ossia alla perdita di un individuo per ogni 25 
persone. 

Noi non possiamo offrire al lettore lo specchio di 
tutte le statistiche degli attaccati e dei decessi di colèra 
di tutti i paesi d'Europa, perchè non ci fu possibile di 
averle ; però, dalle sole cifre dei morti ci siamo convinti, 

(1) Giornale ufficiale di Sicilia 11 settembre 1854, n° 197. 



99 

come si vedrà in appresso, che rare volte nelle inva- 
sioni coleriche avvenne che la perdita raggiungesse il 
4 per cento, e molto meno il 10, il 1 2, il 27 per cento, 
tranne delle due stragi terribili del colèra del 1887 in 
Sicilia e di quella del 1 854 in Messina,, delle quali ce ne 
occuperemo nei seguenti capitoli. E per tanto crediamo 
toccasse la cifra di 4859 in Torino, in quanto che la 
malattia giungeva inaspettata, e non si adoperarono i 
metodi di cura e i regolamenti preventivi e igienici. 

Il 30 luglio 1 835, una barca proveniente dalla infetta 
Marsiglia, approda in Livorno, dopo di essere stata re- 
spinta dalla Corsica e da Genova. Due marinai dell'e- 
quipaggio muoiono di colera, e poco dopo si attacca 
una fruttaiuola, la quale si era resa a bordo del legno 
à vendere erbaggi e prenderne il cambio, siccome era 
solita, dei cenci che portava in città ai ricettatori di 
simili mercanzie. Poco dopo fu invasa Pisa ed Empoli. 

Quasi nello stesso tempo si attacca Firenze, dove 
il primo caso si sviluppa in un cannoniere reduce dalla 
stessa Livorno, il quale, trasportato nell'ospedale di' 
Bonifazio, dopo poche ore cessa di vivere, e immanti- 
nente il colèra propagasi nell'ospizio dei mentecatti, 
che avea comune con quell'ospedale alcune inservienti 
e alcune suppellettili. Tutti i casi si aggiravano dentro 
i due ospizi (1). 

Successivamente fu invasa Lucca dal colèra, e ere- 
desi che anche cola fosse stato importato da Livorno 
daini fornaio reduce da quel paese, dopo di che, i primi 
ad essere attaccati furono tutti gli individui che abi- 
tavano la stessa casa del fornaio; però, per le misure 
rigorose sanitarie adoprate, il colèra non divampò. Lo 
stesso sistema salvava Modena e Parma. 

Anche la Sardegna si isolò. Ma invece la Corsica rice- 
veva, senza riserve contumaciali, le provenienze di 
qualsiasi luogo, benché infetto, ed è notevole, dice il si- 

(1) Lettere storiche sul chólera morbus della Toscana, del profes- 
sore FBAKCF.9CO ProCINOTTI. 



I • 

100 

gjior Amlreucci citando il signor Bò, come lapritna fosse 
visitata dal coltra, non già la secónda. Queste accidenta- 
lità, dopo una serie di fatti, certo produrranno, nella 
mente del lettore, lo stesso senso di sorpresa che pro- 
dussero a chi scrive; ma, invece di spaziare nel vasto 
campo dei sofismi e delle congetture, ci è forza conve- 
nire che queste anomalie, d'altronde non nuove nella 
storia del colèra, ci provano che sovente e impossibile 
scuoprire i misteriosi segreti della natura. 

Sul finire dell'estate il colèra invase il Lombardo- 
Veneto, dove invero, comparativamente alla Sicilia, 
non produsse gravi danni, malgrado lo spavento che 
avesse ispirato. 

In Lombardia, la cui popolazione in quei tempi era 
di 2,455,539, ne morirono 31,814, cioè 1 per ogni 56, 
o meglio il 2 per cento circa. 

Nella Venezia i morti furono meno, perciocché, 
appeua toccarono i 23,000 in una popolazione di 
2,058,936, cosicché, ogni 89 individui, si contò un de- 
cesso, vai quanto dire meno dell'uno per 100. 

Nei primi di agosto 1836 approdava in Ancona un 
le^no da Traui, capitano Domenico Bassi. Alla dimani 
dell'arrivo si animala e muore il capitano; quindi un 
altro marinaio. Si ripetono questi casi in città e sor- 
gono i soliti dubbi, le solite quistioni de' medici. L'e- 
quipaggio del trabaccolo infetto coglie la congiuntura 
delle divergenze mediche, e parte con patente netta per 
la sua patria. Alla metà di agosto succedono i primi 
casi in Trani. L'intendente della provincia annunzia il 
tristo avvenimento al supremo magistrato di S. P. in 
Napoli ; il quale spedisce colà un medico e, dopo le so- 
lite noiose dispute, si definisce il male: febbre intermit- 
tente perniciosa, tanto frequente nelle Puglie Per que- 
sto enorme sbaglio, si propaga il colèra in Bari, Bar- 
letta, Rodi, Tremiti; e siccome le persone agiate, per 
timore della malattia, si rendevano in Napoli, così nei 
primi di settembre si sviluppò anche colà il morbo, e, 



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101 

propriamente il primo caso, avvenne in una locanda 
della strada della Incoronata, dove si era alloggiata 
una baronessa, e dopo due giorni, nel medesimo al- 
bergo, moriva della stessa malattia un signore romano. 
Così aumenta il numero dei morti di giorno in giorno, 
fino a toccare la cifra di 1 58. 

Essendo pur troppo eloquente il fatto dell'esistenza 
del colèra in Napoli, il Governo, che fino a questo punto 
avea esitato di annunziarlo al pubblico, lo proclamò 
ufficialmente, e fu allora che il supremo magistrato di 
salute pubblica di Sicilia ordinò, da un canto un pe- 
riodo di contumacia, per le provenienze da Napoli, e 
dall'altro impose ai municipi dell'isola l'attuazione di 
un cordone marittimo. 

Naturalmente il lettore, per la cura che poniamo a 
notare queste particolarità, è facile supponga che, 
mentre noi abbiamo sino da principio protestato di 
non volere discutere la difficile questione di contagio 
e di epidemia, dall'altro canto trasciniamo, come nella 
peste, il lettore con una specie di fatti a parteggiare 
pei contagionisti. 

Prima di tutto, noi qui non ci occupiamo che della 
pura storia delle pesti, e del colèra, senza punto scen- 
dere sul terreno accademico a discutere la spinosa tesi 
del contagio. 

Secondo; questi stessi fatti gittano, è vero, una grande 
luce sulla grave questione, ma non la risolvono. 

L'idea netta, precisa, assoluta di contagio potrebbe 
ammettersi, ove si potesse provare, per l'esperienza 
fatta negli ospedali e nelle case particolari, che il con- 
tatto di un colerico con un uomo sano innesta a costui 
la malattia, come s'innesta la sifilide, il vaiuolo, il 
morbillo, la scarlattina, e forse la peste. Ma per questo 
si ha da conchiudere che il colèra nasca come un fungo, 
e per una delle tante svariate accidentalità? 

Abbiamo dunque accennato e accenneremo sempre, 
in tutto il corso del nostro lavoro, l'origine di tutte le 



:o2 

invasioni d'ogni, paese, non por pronunziare diretta- 
mente o indirettamente il nostro giudizio, o per tra- 
scinare il lettore all'idea di contagio; ma sibbene per- 
chè il risultato complessivo di tanti fatti possa offrire 
agli uomini della scienza, diremmo, un principio di 
prova per fondare i loro giudizi. 

Il colèra in Napoli, dai primi di settembre durò fino 
al 26 gennaio dell'anno appresso, e non tolse ai viventi, 
fra 9680 attaccati, che 5378. Questa cifra, in rapporto 
al numero della popolazione, non è gran fatto eccessiva; 
e questa mitezza devesi in gran parte ai mesi in cui 
sviluppavasi il colèra, ed alle opportune disposizioni 
governative, nonché alla fuga di tutti quei fortunati 
che avevano dei mezzi per vivere altrove. Nelle pri- 
gioni non morirono che sette individui. 

Prima di chiudere questo capitolo, ci pare utile ed op- 
portuno osservare che la morìa cagionata dalla peste 
è di gran lunga superiore a quella del colèra asiatico. 
Nella prima noi abbiamo visto sparire, in un breve 
spazio di tempo dalla superficie della terra, il 50, 
T80 e fino il 90 per cento della popolazione; mentre 
questo terribili stragi non sono giammai avvenute pel 
colèra, il quale, fino a questo punto tutt'al più, non ci 
ha segnato che il 5 per cento. 

Se nello svolgimento della storia del colèra, che au- 
dremo narrando, qualche rara volta c'imbattessimo in 
una esorbitante cifra, che d'altronde non sarà più del 
27 per 100, non trascureremmo di esporre al lettore le 
ragioni per le quali incrudeliva siffattamente il male, 
se ci sia permesso di conoscere la storia dei luoghi ove 
questo accadeva. 



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103 



CAPITOLO IV. 



Il 1837. 



Ora incominciano le dolenti note per la povera 
Sicilia. 

Sul finire del mese di aprile, riproducevasi il colèra 
in Napoli. Il supremo magistrato di salute pubblica 
ordinava di nuovo la contumacia per le provenienze 
dal continente, ed ogni municipio dell'isola nostra ri- 
metteva in opera i rigorosi cordoni sanitari. Prima di 
queste disposizioni governative, il popolo conosceva 
che una nuova malattia contagiosa serpeggiava da un 
capo all'altro della penisola italiana; ma non so ne 
preoccupava, perchè si diceva generalmente ch'essa non 
si propagasse gran fatto nella stagione invernale. 
Quando cominciarono, con gli estivi calori, le misure 
esterne ed interne sanitarie, allora nacquero le ansie, 
i malumori, gli ammutinamenti. 

La Sicilia, durante il famoso decennio, cioè dal 1S04 
al 1814, fu militarmente occupata dagl'Inglesi col pro- 
posito di porre un argine alle ambizioni napoleoniche. 
Divenuta perciò il quartiere generale delle operazioni 
strategiche e militari della Gran Bretagna e l'ancora 
di salvazione della casa Borbone, l'una e l'altra face- 
vano all'amore con questa sventurata terra, alla quale 
si largiva l'antica sua costituzione, riformata sul tipo 
della inglese, sotto la garanzia della Gran Bretagna. 

La sede del Governo hi Palermo, lo ancoraggio di 



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104 

tanti legni da guerra, l'aumento della guarnigione pro- 
pria, e lo stanziamento delle truppe inglesi migliorava 
di un tratto la condizione di Sicilia; i prezzi dei generi, 
dei fitti, del bestiame crescevano a dismisura. Il rapido 
slancio dell'apparente sviluppo economico sorgeva pre- 
cisamente dal contrabbando che gl'Inglesi, per il blocco 
continentale, esercitavano in Sicilia; però quella ric- 
chezza era fittizia; perchè non nata da vero incremento 
commerciale. Diffatti, appena al 1814 partiti gl'Inglesi, 
risaliti i Borboni sul trono di Napoli, caduto Napoleone, 
ucciso Murai, l'isola nostra tornò nell'avvilimento e 
nella miseria, e, per maggior onta, le fu tolta l'antica 
costituzione incipriata all'inglese, come solito espe-i 
diente della straniera influenza verso i deboli, la quale 
spesso incomincia con le carezze, con le lusinghe, con 
le promesse, e, quando si è conseguito lo scopo, finisce 
con la burbanza e con il disprezzo, lasciando ai pro- 
tetti, che si fecero trascinare dall'apparenza dell'op- 
portunità, la vergogna, il dolore, l'amaro disinganno. 

1 Siciliani allora si avvidero essere stati traditi dai 
Borboni e delusi dagl'Inglesi, e, nel fondo del loro 
cuore, covavano un risentimento che non si estendeva 
fino alle masse, le quali, educate nell'abbrutimento e 
nell'ignoranza, non sentivano alcun'aspirazione ne po- 
litica, nò sociale. Sopraggiungevano gl'inconsulti mo 
vimenti del 1820, suscitati e sorretti da una inconclu- 
dente ed evirata setta, la quale, amando più il privi- 
legio del dominio, che la rigenerazione della patria, 
chiedeva la costituzione spagnuola, e accendeva il tiz- 
zone della discordia tra i popoli della stessa monarchia 
napolitana, L i Sicilia soffriva meritamente le violenti 
repressioni governative, per mezzo di quel generale che 
poi scrisse la famosa storia del reame di Napoli (1). I 
patrioti francesi raccoglievano, da questo moto disgre- 
gato, l'insegnamento di costituirsi sotto libere forme, 
senza che si elevasse, nella santa alleanza, la menoma 
(1) Colletta, 



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105 

suscettibilità. La rivoluzione di luglio, per la quale fu 
rovesciato il diritto divino, e qualche parziale movi- 
mento politico spinto dai generosi e dai fratelli Napo- 
leone e Luigi, figli dell'ex-regina Ortensia, non che le 
idee propugnate da Mazzini nella Giovane Italia, aveano 
preoccupate le menti di talune intelligenze di Sicilia, 
non nel senso radicale, progressista, unitario, ma come 
semplice aspirazione di un diritto che era stato violato 
dalla forza. 

In questi sommi capi può riassumersi la posizione 
politica e sociale dell'isola nostra. Ora è necessario li- 
mitarci a Siracusa, dovendo parlare dei fatti del 1837, 
che costituiscono lo scopo di questo lavoro. 

Quasi al tramonto della nostra vita, noi non ab- 
biamo illusioni di sorta ; molti amari disinganni colpi- 
rono la nostra mente ed il nostro cuore ; ma prima di 
scendere nel sepolcro, abbiamo il coraggio civile di ri- 
velare talune verità che la menzogna ed il tempo co- 
prirono di un denso velo ; e lo facciamo con animo 
tranquillo e sereno, nella coscienza di rendere un ser- 
vizio all'umanità, e precisamente al nostro paese che, 
in gran parte, contribuì ad accreditare un vecchio er- 
rore, il quale se fosse stato seppellito nell'obblio, come 
furono seppelliti gli orpelli e le male arti che l'ingene- 
rarono, noi certo oggi non evocheremmo dall'inferno i 
dannati di Dante. Però, sovente avviene che un'idea, 
la quale è il prodotto di tanti fattori, ha il suo com- 
pleto sviluppo senza che, lungo il cammino, lasci al- 
cuna logica traccia; e siccome talune volte, dopo un 
volger di tempo, è indispensabile che questa idea si 
agiti, si valuti, e, se occorre, si smaltisca, così e neces- 
sario che tornino sul calcolo quegli stessi fattori che 
la produssero, quasi come se si volesse la prova di una 
operazione aritmetica. Ora, perchè si dimostri l'origine 
del grave inganno in cui cadde la povera gente al 
1837, è mestieri che proprio, come suol dirsi, a volo 
di uccello, si getti un rapido sguardo retrospettivo su 



106 

taluni fatti che precessero l'epoca fatale del 1837 in 
Siracusa; e per giungere a questo scopo è anche ne- 
cessario delincare i partiti politici di allora. 

Il primo partito era rappresentato dal barone Pan- 
cali, uomo integerrimo e naturalmente nemico del di- 
spotismo. 

Il rispettabile nome di Emanuele Francica barone 
Pancali, che oramai tocca l'86° (1) anno di sua vita, 
occupa molte pagine nella storia politica di Sicilia dal 
1812 al 1860. Sarebbe cosa troppo lunga, e forse inop- 
portuna, se si dovesse qui inserire la biografia di quel- 
l'illustre patriot ta. Serberemo ardente nel nostro petto 
il desiderio di «adempiere al più presto possibile questo 
voto. 

Egli capitanava un nucleo di giovani che ubbidivano 
ad occhi chiusi il loro duce. Eglino non avevano, è vero, 
profonde convinzioni; ma dopo le barricate di Parigi, 
sentivano la necessita politica di una riforma, e si an- 
nunziavano promettitori del meglio. 

L'altro racchiudeva quei satrapi che in gran parte 
venivano dai 1820, e che quasi tutti mangiavano il 
pane del Governo (2). 

I primi speravano nel rovescio della dinastia borbo- 
nica, ma senza un programma netto, preciso, deter- 
minato ; facevano assegnamento su i loro amici politici 
di Catania, di Messina e di Palermo, e ne pronunziavano 
i nomi rispettabili; ma anche questi erano, in rapporto 
ai loro paesi, nella identica condizione ; vagheggiavano 
in fine lo svolgimento sociale, incoavano il pensiero 

(1) Quest'egregio cittadino, cho fu uno dei Nestori venerandi della 
libertà di Sicilia, moriva la mattina del 10 maggio del correntoanno, 
quando il nostro lavoro era compiuto; egli che ci aveva sommini- 
strato vario notizio del 1837, sospirava con ardente desiderio di ve- 
derlo pubblicato, quasi sentisse approssimarsi l'estrema ora. Non 
vide nò il nostro umile lavoro, nò la completa unità d'Italia, alla 
quale consacrò una lunga vita di dolori e di privazioni! ! 

(2) Mistretta, Genovesi, parroco Serafino, La Rosa, Raddusa, un 
certo 13. Frangipane, colonnello Bagni, Camardelli, Gemelli, ecc. 



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107 

del bene nel bene della patria ; fuorviavano dai giusti 
mezzi. 

I secondi ambivano che il capo di Leopoldo, fratello 
di Ferdinando Borbone, cingesse la corona di Sicilia, 
e sotto questo punto di vista si preoccupavano a spin- 
gere sottomano un movimento qualunque, salvo a di- 
rigerlo se potesse attecchire, o a voltar faccia in caso 
naufragasse. Diffatti, i risultati provarono che la mag- 
gior parte di questi camaleonti politici, ne trassero i loro 
vantaggi, e dal trivio furono balzati al soglioHS poiché 
gli uni e gli altri erano profondamente convinti e per- 
suasi che, sotto uno stendardo d'insurrezione politica, 
non sarebbe stato possibile di trascinare le masse a scuo- 
tere il giogo dei Borboni, non per divozione o simpa- 
tia a quella casa ma per tema di conpromettersi, opi- 
narono valersi della stessa voce di veneficio che era 
percorsa a Pest, e a Parigi nel 1832, ed istillare nella 
coscienza del popolo che il cholera-morbus non era una 
malattia come tutte le altre malattie epidemiche o 
contagiose, ma bensì una propinazione di veleni che il 
Governo di allora seminava per decimare i popoli. 
Comprendevano bene che con questo espediente era fa- 
cile di ingannare il popolo, perchè, nei grandi mali, la 
prima causa che si affaccia alla mente della plebe è il 
sospetto di un gran delitto; ed il lettore ha visto nei 
capitoli precedenti che, ovunque ci furono in Europa 
delle lagrimevoli epidemie, si generarono sempre le idee 
dei tossici, e sovente le smodate esaltazioni produssero 
disordini, eccidii ed incendi. Ordinariamente però que- 
sta idea è entrata nella plebe di straforo, o dalla male- 
volenza personale, o da un punto obbiettivo politico. 
Questa tattica non è nuova; ed e oramai nota a tutti in 
modo che, se si tenesse lo stesso sistema in una qua- 
lunque altra epidemia, forse, e senza forse, esso non 
troverebbe il menomo credito presso la buona gente; 
ma trentanni fa il popolo era quasi in uno stato di 
innocenza battesimale, non conosceva ancora i tranelli 



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108 

politici, ne sospettava tanto della mala fede degli 
uomini, quanto sospetta og^i; quindi ognuno sorbi 
quella idea, ne mancò arte o mezzo di farla toccar con 
le mani. D'altronde, per sedurre il popolo, non ci vuole 
altro che una vernice di liberalismo, una certa gene- 
rosità nel fare scivolare dalla mano qualche piastra ai 
ciarlieri e ai capi-popolo, l'ipocrisia del disinteresse, 
dell'abnegazione, della onestà, ed il sistema costante 
di mentire, d'inorpellare i fatti, di spargere delle diffi- 
denze, di velare la verità anche a patto di compromet- 
tere l'onore, la dignità, la vita di una nazione intera; 
aggiungete a tutto questo che la seduzione diviene po- 
tentissima, quando si fa comprendere al popolo che si 
vuole attentare alla sua vita, e che ci e uno scopo per 
togliere i figli ai padri, i genitori ai figli. 

Veramente la più gran parte dei liberali credeva di 
buona fede al veneficio, ed agiva con la coscienza di 
vendicare un atroce delitto, mentre gli altri si mante- 
nevano dietro le quinte, soffiando nel fuoco ed occul- 
tando ai primi il proprio convincimento. 

Questa formola, con la quale doveva inaugurarsi la 
rivoluzione, era stata da più di un anno preconcetta 
dall'uno e dall'altro partito. 

Abitava, in un quartiere di casa Bufardeci, un certo 
Vincenzo Barresi, onesto e vero liberale che finiva i 
suoi giorni in Malta, dopo gli avvenimenti del 1848. 
Egli era allora l'anima dei carbonari del 1S20. 

Verso il 1835 o 1S36, quando il colèra si era svilup- 
pato in Italia, e forse in Napoli, veniva in Siracusa un 
certo Nicola Commerci sotto il pretesto di un'associa- 
zione libraria, e come visitatore dei regi archivi. Ri- 
cordiamo queste cose come se fossero oggi. Gli si tenne 
un pranzo nella casa Barresi, dove intervennero i co- 
rifei del secondo partito, che poi, quasi tutti, dal 1838 
al 1848 occuparono i primi posti di ministri di Sicilia, 
di procuratori generali, di direttori delle dogane, di 
intendenti, ecc. Gli eventi si riproducono. È sempre la 



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109 

stessa storia: o le generose imprese abortiscono, e al- 
lora gli ambidestri si rendono strumenti della tiran- 
nide, o splendidamente si compiono, e allora i benefizi, 
gli utili, gli onori della vittoria si appartengono ad 
essi. 

Sul finire del pranzo, si bevve per la riforma poli- 
tica. Il Commerci veniva in Sicilia per predisporre gli 
animi ad una rivoluzione, e consigliava cogliere la 
congiuntura del colèra per rovesciare la mala signoria 
dei Borboni, valendosi dello errore popolare che la 
malattia era una menzogna e che il Governo avvele- 
nava per decimare la popolazione. Questi fatti, che 
danno alla storia di quella epoca un carattere parti- 
colare, furono sepolti nell'obblio. 

I due partiti dunque avevano il punto di contatto 
nella parola d'ordine, ed il Raddusa, che apparteneva 
al secondo, e che era rivestito dell'onorevole carica di 
consigliere d'intendenza, si studiava di convergere le 
due correnti, e non isdegnava perciò di incensare il 
barone Pancali sotto la divisa di liberale e di amico. 
Il Pancali ritrovava nel Raddusa il figlio dello amico 
(onestissimo liberale), che aveva congiurato con lui in 
Palermo sin dal 1820, e d'altronde credeva trarre, a 
vantaggio dei proprii principii, qualche utile risultato 
dall' influenza che costui esercitava su chi faceva le 
funzioni d'intendente. 

Con questo accordo fu facile di trascinare il po- 
polo dal lato dei liberali, per mezzo dei soliti portavoce 
e di coloro che macchinalmente si lasciano trasportare 
dagli eventi, e che spesso nelle sfori unate insurrezioni 
sono vittime delle imprese altrui. 

Noi non censuriamo con ciò i movimenti popolari, 
quando essi nascono dalla necessita di migliorare la 
condizióne dei popoli, ed hanno almeno la certezza di 
lasciare il retaggio di un sicuro trionfo; però ripro- 
viamo con fiero disdegno le disoneste finzioni. Ed era 
disonestissima la invenzione di veneficio di quei se- 



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no 

dicenti riformatori, i quali, se da un canto credevano 
di poterai a buon dritto servire di quel mezzo per ro- 
vesciare rabbonita monarchia, dall'altro non preve- 
devano gli effetti funesti di un principio immorale, 
innestato nella coscienza del popolo. La lealtà prima 
di tutto, noi diciamo sempre agli onesti liberali; con li- 
idee sovversive e perniciose non si rende alcun servizio 
all'umanità. I popoli non si sottraggono dalla schia- 
vitù, ne si moralizzano con la menzogna e con l'in- 
ganno ; bisogna istruirli, istillando nei loro cuori le vere- 
massime della virtù, della verità, del diritto ; in modo 
che si possa tradurre la condizione dell'individuo in una 
vita propria e collettiva, materiale ed intellettuale. 
Ma perchè gli uomini potessero esercitare quest'onore- 
vole apostolato e trarne un costrutto, è indispensabile 
che essi stessi abbiano piena fede nei loro priucipii, 
che infondano nelle masse lo stesso spirito che li agita, 
che si mostrino operosi, franchi, disinteressati, indi- 
pendenti. Con queste armi non ci è ostacolo che non 
si rimuova, non ci è difficoltà che o presto o tardi non 
si superi ; spargere però il malcontento, coniare turpi 
menzogne e contro i cittadini e contro il Governo, sfre- 
nare la plebe, compromettere l'ordine pubblico, senza 
un programma possibile e senza un utile risultato, 
non e opera di onesti liberali, ma di nemici della pa- 
tria. Nè vale il dire : gli uomini della rivoluzione del 
183T avevano un programma che nasceva dal diritto 
della Sicilia, e poggiava nella sua indipendenza da Na- 
poli, a norma della sua antica Costituzione del 1812; 
perchè, questo diritto, quantunque vero ed inaliena- 
bile, non era allora rientrato nella coscienza del popolo, 
e bisognava lavorare come si lavorò dal 1837 al 1848, 
per raggiungere questo scopo, quantunque nelle menti 
più alte, il lievito del municipalismo esistesse già da 
secoli, e propriamente dall'epoca in cui Napoli 'ces- 
sava di essere dominata dai Re di Sicilia. Ma, lo ripe- 
tiamo, il popolo, nel senso della parola, per difetto di 



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Ili 

istruzione non si preoccupava per nulla del suo pas- 
sato. Diffatti, se questo diritto fosse stato inteso e re- 
clamato dal popolo, i liberali del 1S37 non si sareb- 
bero valsi dello iniquo mezzo di muovere la plebe a 
mal fare, con la movente parola di veneficio. 

E sia pure che la smania di un mutamento politico 
avesse potuto fare supporre che il popolo, una volta 
slanciato nel sentiero della rivoluzione, sostenesse col 
sangue la santità dei suoi diritti : ma questo slancio, 
questo movimento compatto, uniforme, deciso, era mai 
possibile ? 

In questo errore, secondo noi, inciamparono gli uo- 
mini di quel tempo. Non compresero che nelle epide- 
mie è impossibile raggranellare il popolo, e condurlo 
alle barricate. Ciascuno, in siffatte gl'avi emergenze, 
pensa alla propria conservazione. È facile uu disordine, 
un allarme, un eccidio; ma un mutamento politico non 
mai. Svolgete la storia sin dai primi tempi, e troverete 
questa verità. Oggi la plebe e più istruita dei riforma- 
tori del 1837, e persuasa come e tuttavia della solita 
canzone di veneficio, va buccinando u che il Governo ci 
regala il colèra, quando teme una riscossa, appunto 
perchè comprende che la esistenza del primo è incom- 
patibile con la seconda. „ 

. E sia ancora, vogliamo essere generosi nel conce- 
dere, sia che un popolo, nell'interesse di conservarsi la 
vita, rovesci nella polvere un Governo per la sola 
imputazione di avvelenamento. In questo caso, ove 
trionfasse la rivoluzione, non si ritorcerebbe il pugnale 
contro gli uomini del novello ordine al primo apparire 
della stessa eausa? Se la rivoluzione del 1860 si fosse 
inaugurata sotto questi falsi principii, non saremmo 
oggi anche noi compromessi ? 

Ci pare troppo poca cosa regalare la taccia di illusi 
ai liberali del 1837!!! Se essi di buona fede avessero 
creduto ai veleni, e per questa cagione si fossero slan- 
ciati nella rivoluzione contro il Governo, anche per 



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112 

semplice sentimento di una santa vendetta, noi non 
saremmo lontani dallo scusarli e forse dal benedirli. 
Ma sospingere il popolo per una idea che essi collettiva- 
mente non credevano, e mettersi dietro le quinte, certo 
ciò non risponde all'eroismo di quei generosi che sfi- 
darono gli esilii, le carceri, i patiboli, per sostenere un 
principio. 

Moltissimi chiamano Mazzini lo eterno agitatore dei 
popoli, perchè ha fatto spesso versare il sangue di tanti 
suoi fratelli sulle barricate d'Italia ; ma Mazzini al- 
meuo ha una forinola netta, precisa, senza orpelli, e 
per la quale i veri martiri consacrarono il loro pen- 
siero, le loro azioni, le loro speranze. Mazzini e i suoi 
compagni non raggiunsero è vero il loro scopo; ma 
non cessarono mai di sviluppare tutte le loro forze in- 
tellettuali e di costituire la pubblica opinione, per la 
quale Vittorio Emanuele ha potuto cingersi la fronte 
del diadema d'Italia. 

Ora, quali furono i giganteschi lavori che prepara- 
rono i moti del 1837? Quali sono gli utili insegnamenti 
che ci tramandarono quegli uomini? Nulla per la prima 
parte; il colèra- veleno per la seconda. Ciò dimostra che 
gli uomini del primo partito mancavano di senno pra- 
tico, credendo di buona fede che bastava rovesciare 
l'ordine, per sottrarsi dalla servitù : invece quelli del 
secondo, più esperti, più sagaci e meno onesti, affet- 
tando di comparire purissimi liberali, miravano ad un 
cataclisma per trarne degli utili personali. Diffatti 
moltissimi di questi, che ora in gran parto sono agli 
eterni riposi, furono poco dopo i servitori umilissimi 
dei Borboni. 

Giova ancora aggiungere un'altra osservazione. 

Lo sviluppo progressista dell'alta e media Italia, al 
1S35 e 1836, era quasi maturo, sì per la palestra po- 
litica, durante le guerre napoleoniche, pei moti del ?0, 
del 30, del 31, come pure per il grande movimento 
letterario, politico, filolofico, statistico, promosso dal 



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li:; 

Conciliatore, dalla famosa Antologia e dalla voce viva e 
scrìtta di Mazzini. Se la strana ed infruttuosa men- 
zogna del concetto colèra-veleno fosse partita da quel 
centro potente d'insurrezione, avrebbe dovuto attuarsi 
sin dal 1835, colà dove l'asiatico morbo si era fermato 
dopo di avere invaso le gelide contrade d'Europa; ma 
nè quegli illustri pensatori incoarono lo scandaloso 
pensiero, nè la civiltà di quei paesi si sarebbe prestata 
alle tristi menzogne. 

La opinione dunque di veneficio, quantunque anti- 
chissima e ripetuta, come abbiamo notato, in molte 
contrade d'Europa nella invasione colerica, fu messa 
avanti, o, per lo meno, carezzata dai liberali delle 
Provincie del reame di Napoli e di Sicilia per interesse 
politico. Laonde, appena si svilupparono il 7 giugno 
i primi due casi del morbo micidiale in Palermo, fu colà 
accolta questa falsa voce con la solita esaltata imma- 
ginazione di quel popolo. La polizia, timida e perplessa, 
si studiava di smentire i casi di colèra, l'errore del 
pubblico veneficio non mai. Dopo pochi giorni il colèra 
incalza con virulenza. Moltissimi fuggono, chi pei paesi 
nativi, chi per le campagne. Il popolo minaccioso fra 
i timori della pestilenza, o, meglio, dell'avvelenamento, 
e la fame che imperversava per la sospensione dei la- 
vori pubblici e privati, corre per le strade gridando : 
Morte agli avvelenatori! Nè mancavano, da parte dei 
liberali, gli eccitamenti. Il Governo, affine di non per- 
mettere che la gente dei paesi vicini piombasse sulla 
capitale, estese un cordone sotto il pretesto sanitario. 
Non era più il tempo di queste misure, una volta che 
la lue era penetrata nel paese, e forse per. colpabilità 
dello stesso Governo. In molti paesi della provincia di 
Palermo l'ordine pubblico era stato turbato sino dalla 
fine del mese di giugno, ed in alcuni, sotto la convin- 
zione di veneficio, trascorrevasi ad eccessi colpevoli. In 
Misilmeri la popolazione, il 13 luglio, ribellavasi, com- 
mettendo omicidi, incendii, e saccheggi. 

8 



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114 

T Palermitani, temendo di tutti e di tutto, non di- 
chiaravano al municipio, non solo gl'infermi, ma i 
morti, la cui putrefazione fece divampare, alla quinta 
settimana, il morbo cesi eccessivamente che, in quei 
sei giorni, ne morirono 11,057. Fu allora che il Go- 
verno ordinò si penetrasse con la forza nelle case dei 
cittadini e si strappassero i cadaveri, e, per far presto, 
si giunse al punto di gittarli dai balconi. 

Allora la scena si fece più orribile. Si videro in mezzo 
Toledo scorrere, in pieno giorno, carri e carrette in cui 
si accatastavano le salme umane peste e sformate. Ad 
ogni passo si vedevano cadere giù dalle finestre dei 
cadaveri che, qualche volta, pria di toccare il lastrico, 
si dividevano in pezzi; i becchini, allettati dall'oro e 
dalle ricche prede, si mostravano indifferenti e quasi 
gavazzavano, raccogliendo le sparse membra. 

Questo miserando spettacolo indispettiva il popolo, 
il quale rovesciava la responsabilità delle tragiche scene 
sul Governo, perciocché credeva ch'esso avesse ema- 
nato l'energica disposizione di sgombrare le strade e 
le case dei cadaveri, non per estinguere il focolare della 
pestilenza, ma per fare sparire le tracce del veneficio. 
Persuaso e convinto di ciò, da un canto ricusava qua- 
lunque aiuto, qualunque farmaco, che, d'altronde, ri- 
teneva di essere veleno, e dall'altro si agitava, minac- 
ciava ed inseguiva i medici, sbarrava gli usci per tema 
che gl'infermi potessero trasportarsi agli ospedali, e 
nel colmo dell'ira e della disperazione uccideva tre in- 
felici, come propagatori di veleno. 

Con questi principii il male descriveva, senza nessun 
ostacolo, la sua parabola (1). Questi eccessi d'insano 

(1) Vincenzo Linares , autore di parecchi racconti popolari, al 
1838 pubblicava un interessante romanzo storico, intitolato: Giorgio 
e Maria, ossia il colèra in Palermo. Egli racconta con pietoso affetto 
le tragiche scene di quell'epoca. Incorda la stolta credenza del ve- 
neficio, ma non la combatte, non la deride, non la stigmatizza con 
la decisa fermezza di un uomo che si propone di disingannare un 
popolo illuso ; forse perche in quei tempi, essendo generale la con- 



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115 

furore non si limitarono nella sola Palermo; ma si 
estesero in taluni paesi di quella provincia e nelle vi- 
cine campagne. 

Un vecchio cittadino, nel fitto del colèra, scappava 
col figlio da Palermo e recavasi in una villa nominata 
Grazia, ove, appena giunto, era assalito dal male. Quei 
villici lo credettero avvelenatore, e, percuotendo lui e 
il figlio, li abbruciarono semivivi. Nel villaggio di Abate 
fu imitato in grandi proporzioni il funesto esempio. A 
Marineo fu trucidato il parroco e il giudice del circon- 
dario. 

Dall'opinione di tanti scrittori della scienza medica, 
e dalle dichiarazioni dei più intelligenti ed istruiti me- 
dici, non che dalle statistiche nostrane ed estei 3, risulta 
chiarissimo che il colèra si renderebbe mite, ove si po- 
tesse ottenere la dichiarazione immediata della fami- 
glia dell'attaccato e gli si prestasse l'opportuno rime- 
dio. Questa idea la ricorderemo sempre, perchè ci pare, 
a preferenza di tutto, l'ancora di salvazione. Per ordi- 
nario il male si presenta sotto la forma di colerina, la 
quale trascurata per uno, due, tre giorni e forse talune 
volte una o più settimane, tramutasi in colèra. Allora è 
difficile superare questo secondo stadio. Senza il pre- 
giudizio e le preoccupazioni di veneficio, il risultato dei 
guariti negli ospedali dovrebbe essere maggiore dei 
decessi, sì pel metodo di cura che per l'energia dei 
pronti rimedi; come appunto è maggiore in tutti i 
paesi civili d'Europa. Però in Sicilia, siccome il volgo 
è restio ad entrare negli ospedali, dove teme d'es- 
sere avvelenato, e crede di potere frenare i primi 
sintomi del male, abbeverandosi di olii, di spiriti, di 
aceto, di succo d'aglio, ecc. ; cosi spesso avviene che 
quando è condotto, e sovente per forza, agli ospe- 

vinzione del colera-veleno, temeva di affrontare la pubblica opinione, 
e contentavasi di smozzicare qualche parola che gli moriva in bocca. 
Puro egli in mezzo a tante tenebre sparse un po' di lin o. Bisognava 
che altri aves*oro continuato il suo assunto. 



116 

fiali, già si trova nell'ultimo stadio. È perciò che 
quasi sempre i decessi degli ospedali civici di Sicilia 
sono maggiori dei guariti. Oramai non bisogna illu- 
derci ; quantunque fino a questo punto non si conosca 
uè la natura, nè il modo con cui si sviluppa il colèra, 
pure nei suoi prodromi è curabilissimo, come qualun- 
que altra malattia. \ 

Però queste idee, di cui oggi si impossessarono molte 
persone civili, in quei tempi si sconoscevano, e non 
potendosi spiegare l'immensa morìa, anche gli uomini 
sapientissimi aderivano al pazzo concetto di colèra- 
veleno. Il celebre fisico e storico Scinà, meritamente 
reputato come uno dei più illustri scienziati di Sicilia, 
appena veniva attaccato dal morbo, trascinandosi a 
stento, rendevasi dal direttore di polizia, duca di 
Cumia, e chiedevagli il contravveleno. Il distintissimo 
arcivescovo monsignor Trigona rifiutava i soccorsi 
della medicina dicendo " non esservi rimedio contro il 
veleno. „ Un altro magistrato, sul punto di morire, 
profferiva queste parole : * credeva che l'ingrato Go- 
verno mi avesse avuto dei riguardi. „ Col predominio 
di questa convinzione, bene vede il lettore che il colèra 
mieteva indistintamente tutte le classi. Il povero per 
mancanza di mezzi e per la sua cecità, il ricco per il 
gran timore e per la inerzia a cui si condannava. Gli 
uomini più egregi furono vittima del morbo fatale, fra 
i quali l'insigne Palmeri. Poco dopo si pubblicarono 
le biografie di quegli illustri uomini (1). 

11 colèra durò 124 giorni, segnando i morti con la 
considerevole cifra di 24,014, ciò che ci dà la morta- 

(1) Oltre questi sommi finirono di colèra il distintissimo botanico 
Bivona, il Cujacio del foro palermitano Fodera, il celebre medico 
Gioco, lo seuopritore del nuovo sistema d'imbalsamazione Tran- 
china, il notissimo Porta Costantini, Pisani, Di Giovanni, Riolo, 
e tanti altri illustri prosatori e scrittori. Moriva anche di colèra la 
moglie del principe Campofranco allora luogotenente in Sicilia. 

Certo non è presumibile che il capo dello Stato ignorasse il con- 
travveleno, o permettere che t'osse avvelenata la propria conserte. 



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117 

litìi del 13 5[10 sulla popolazione d'allora rappresen- 
tata in 176,752 (1). Il giornale di statistica del 1810, 
che allora pubblicavasi ogni anno, calcola la morìa a 
27,601, cioè: maschi 13,462, femmine 14,143. Però 
quel periodo comprende anche i morti di altre ma- 
lattie. 

Moltissimi credono che il colèra colpisca più facil- 
mente i maschi che le femmine. Moreau de Ionnes e 
Coppi sostengono anch'essi la stessa opinione; anzi 
quest'ultimo, a pagina 77, crede che le donne morte 
non arrivano ad uguagliare la metà degli uomini. Per 
israentire questa credenza, basta gettare uno sguardo 
sul risultato complessivo statistico dei morti di colèra 
nel 1837 in tutta Sicilia. 

La popolazione dell'isola allora contava 1 ,06 ,55 1 ; 
i morti furono 69,253, cioè: si ebbe una mortalità alla 
ragione del 3 5^0 calcolata nel seguente modo : 

Maschi .'32,028. Femmine 37,225. Totale 69,251. 
Cosicché la perdita delle donne fu di 5197 più di quella 
degli uomini. Se questo risultato si avesse avuto in un 
solo paese, al certo si potrebbe sofisticare; ma essere 
avvenuto nella intera Sicilia costituisce un'importanza 
tale, se non altro, da mettere in dubbio l'opinione con- 
traria. 

I liberali di Palermo, a cui interessava che la voce 
di veneficio si estendesse nella intiera isola, come si era 
estesa nelle Calabrie e negli Abruzzi, dove la repres- 
sione non fu meno indifferente di Sicilia, non esitarono 
di scrivere, malgrado i dolorosi risultati che questo 
errore avea prodotto nel loro paese, luttuose lettere 
di stragi e di desolazione, nelle quali dipingevano Pa- 
lermo una spelonca di morte, uno spaventevole cimi 
tero; mancare le campagne ai vivi, le tombe agli estinti, 
infierire il male di ora in ora, mieterne migliaia, sbar- 
bicare intiere famiglie, sbarrarsi le case senza pa- 
ti) Rapporto della Commissione all'Accademia medica <li Pa- 
lermo, letto dal relatore Macaluso nella tornata del 17 febbraio 18G7. 



Ite 

droni, senza eredi. Tali lagrimevoli racconti, che in 
gran parte non erano lontani dal vero, erano seguiti 
dulie novelle di attos^icatori nei viveri, nelle paste, 
negli erbaggi, nelle fariue; nè si fermavano solo a ciò, 
soggiungevano che il po])olo se ne era avveduto, Che 
avea massacrato gli avvelenarori nell'atto del de- 
litto, ecc., ecc. Queste lettere venivano lette, copiate, 
riprodotte e si seminavano nei caffè, nelle farmacie, 
nelle botteghe; poi uscite da quelle località sotto l'om- 
bra del mistero si leggevano nei vicoli, nei portoni, 
nelle scale, ed in questo modo, a poco, a poco, si accre- 
ditavano le illusioni, si diffondevaro, si radicavano. 

Nelle cose di granda importanza , il volgo ha sen .pre 
l'istinto della curiosità, e spesso trova un'irresistibile 
inclinazione, non solo ad accogliere le strepitose notizie, 
ma di spargerle con vi issimi colori e di esaltarle 
quanto più è possibile. 

Con queste gherminelle puerili, il partito liberale di 
Siracusa credeva costituirsi e rafforzarsi, senza riflet- 
tere che, pria di eccitare e muoverò il popolo, biso- 
gnava organizzare le classi a sezioni, lar loro dei capi 
stimati, aprire dei fondi e stabilire un preaccordo vero 
e positivo con tutti i comitati del regno, o, per lo nieno, 
di Sicilia, ove si andasse all'idea auton* unica. 

Fino a questo punto le autorità costituite conserva- 
vano uu immenso prestigio. La presuma di un inten- 
dente, di un procuratore generale, di un magistrato 
qualunque era qualche cosa di rispettatola, d'impo- 
nente. La Sicilia, che non avea per nuli i rartecipato 
ai movimenti ed alle idee dell'89, si tra mantenuta 
stazionaria e conservava i principii patriarcali a segno 
che, in una festa popolare (1) dell'anno \ recedente, il 
commissario di polizia si era permesso dare, in mèzzo 
ad un popolo intero, colpi di scudiscio a taluni della 
plebe che, con le solite fiaccole in mano si di\ erti vano. 

(I) La i..«ita di Pentecoste si celebrava alluni iufjiuic .sa splendi- 
damente per tee giurili. 



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119 

Il popolo soverchiato in questo modo brutale fra l'in- 
nocente letizia soffriva con rassegnazione, senza punto 
resistere all'insolente oltraggio ; ma non lo cancellava 
dal cuore. 

Taluni della pasta antica credono che il principio di 
autorità scadde per lo spirito battagliero e libertino 
del secolo ; noi invece crediamo che i Governi contri- 
buirono a ciò per la cattiva scelta delle autorità co- 
stituite. Le nullità, gl'imbecilli, i ladri, i prepotenti, 
lungi d'imporre al popolo rispetto, amore, riverenza, 
lo provocano, lo insultano, lo demoralizzano. 

Allora il potere politico era rappresentato, in Sira- 
cusa, dal signor Andrea Vaccaro da Palermo, che faceva 
le funzioni d'intendente, il quale, per la di lui durezza 
nell'esercizio della sua missione, non godeva la simpa- 
tia dei suoi subalterni ; dal commissario di polizia, il ca- 
valiere Giovanni Vico da Siracusa, aristocratico per ec- 
cellenza, ignorante, violento e per nulla atto a quel 
ministero; dall'ispettore cavaliere Li Greci, anche da 
Siracusa, cognato al A r ico, ed il di cui figlio era per- 
cettore dei dazi diretti; cosicché questi ultimi tre posti 
che, volere o non volere, sono sempre odiosi, erauo 
occupati da una sola famiglia. 

Il Li Greci ritornava come folgore da Palermo, dove 
si era reso per affari domestici, e da ove fuggiva spa- 
ventato dai primi cast di colèra. Però spacciossi ch'egli 
era stato chiamato dal Governo per ricevervi a voce il 
mandato di spargere il veleno. 

Queste conoscenze, che parranno estranee e inutili 
al lettore, spianano gli avvenimenti che siamo per nar- 
rare, quasi come testimoni contemporanei, e coone- 
stano in parte la colpabilità del popolo. 

Come accennammo poco prima, si era organizzato 
un cordone per tutta la costiera, la quale, nientemeno, 
comprende, per la vastità de' suoi seni, un'estensione di 
circa 30 miglia. Ebbene, per ogni miglio si era innalzato 
un posto di legname mal costrutto, mal commesso, e 



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sulla nuda terra. Questo littorale comprende, o località 
paludose, o suolo ripido e quasi inaccessibile. Ogni 
baracca conteneva due stipendiati in permanenza, e 
tre sorvegliato™ che si sceglievano tra i probi ed 
onesti cittadini di tutte le classi. Si comprende bene 
che questo incarico si rendeva difficile, nocivo, perico- 
loso; però era in qualche modo tollerabile, perchè si 
ammettevano i cambi, e così si tirò avanti tutto l'in- 
verno. Sovraggiunta Testate, una dispotica ordinanza 
dell'intendente proibiva i cambi e rimandava i reni- 
tenti al tribunale militare, pena la fucilazione. Questa 
arbitraria disposizione indignava un paese intero. Si 
dovea destinare un ospedale pei colerici, e si sceglieva, 
fra tanti luoghi remoti, la casa Montalto, situata nel 
centro del paese. Ammessa l'idea di veleni e non di 
contagio, la posizione dell'ospedale non poteva per 
nulla influire; ma i partiti rivoluzionari, con una logica 
stringente, coglievano il destro di questi errori, di que- 
ste violenze, per trascinare sempre meglio il popolo a 
screditare ed annichilire il principio di autorità. 0 il 
colèra è veleno, essi dicevano, e perchè compromettere 
la vita di tanti cittadini con un insopportabile cor- 
done? 0 è contagio, e perchè scegliere per ospedale il 
centro più popoloso del paese? 

Queste insinuazioni s'infiltravano nella coscienza di 
tutti, e, ciò ch'era prima un sospetto, diventava di 
giorno in giorno una verità. In mezzo a tale cupo ru- 
more di una sorda onda che annunzia la tempesta, si 
spaccia che misure repressive erano state ordinate 
dall'intendente. 

La sera del H luglio gli uomini del primo partito 
si riuniscono in casa del barone Pancali, per discutere 
sulle gravi emergenze. Erano giunte, come spesso suole 
avvenire, sulle ali degli uccelli, le notizie degli avveni- 
menti del giorno 12, di Messina. Colà era approdato, 
proveniente da Napoli, dove imperversava il colèra, il 
battello a vapore il Sant'Antonio, carico dei vestiari 



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121 

della guarnigione, la quale, per il rigoroso cordone 
marittimo, cominciava a sentirne l'indispensabile biso- 
gno. I Messinesi, credendolo apportatore di veleni, non 
vollero si ammettesse in pratica, e non solo protesta- 
rono con una imponente dimostrazione, ma aggredi- 
rono la casma sanitaria, diedero alle fiamme tutte le 
carte di quegli uffici, fecero uscire il battello a vapore, 
cinsero la città di un rigoroso cordone. 

Questi fatti clamorosi e quasi nuovi per la Sicilia, si 
qualificarono come una riscossa politica; ed era perciò 
che taluni dei congiurati proponevano al Pancali di 
affrettare gli eventi. Ma la maggioranza votò aspet- 
tarsi il segnale da Palermo, senza punto cessare di 
tenere sempre viva nel popolo la fiamma insurrezio- 
nale ; però Palermo a tutt' altro pensava che ai muta- 
menti politici! 

Intanto quella riunione era stata denunziata innanzi 
tempo per mezzo delle spie alla polizia; ed il commissa- 
rio Vico ha il coraggio civile, o, meglio, l'audacia di sa- 
lire e di entrare nella casa di Pancali. I congiurati si 
ascondono, chi nelle interne stanze, chi nei vani dei bal- 
coni; avviene un animato alterco tra il commissario ed 
il padrone di casa, il quale, valendosi della carica di 
sindaco patrizio e della relazione politica del consi- 
gliere Baddusa, per mezzo di costui, fa giungere all'in- 
tendente le sue doglianze contro la insolente condotta 
del Vico, che avea avuto il torto di sospettare congiure 
nel sacro domicilio di . un rappresentante del paese. Il 
Vaccaro che viveva isolato da tutti, che non avea nes- 
sun rapporto di amicizia, che non conosceva le persone 
di Siracusa, perchè d'altronde di fresco arrivato, cioè 
tre mesi prima, accoglie il risentimento del patrizio e 
rimprovera amaramente il Vico. Questo trionfo dei 
liberali imbaldanzisce i partiti. 

Nelle grandi commozioni popolari, un atto di debo- 
lezza delle autorità costituite insolentisce la plebe, 
sfascia l'organismo sociale. 



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m 

11 rimprovero dell'intendente al commissario corre, 
come l'elettrico, per le bocche di tutti con le solite 
chiose, i soliti sogghigni di scherno, e di rabbuffo. Ma 
già le cose da un momento all'altro acquistavano un 
aspetto allarmante. Qualche caso di colèra fulminante 
si faceva séntire, e le voci di veleno si ripetevano con 
un'insistenza maggiore. A misura che cresceva la pro- 
babilità dell'invasione colerica, l'intendente, nel solo 
interesse della salute pubblica, raddoppiava di forza e 
di energia, ordinando la costruzione di portantine per 
gl'infermi, di tinozze pei bagui, di carri pei morti; ordi- 
nava ancora si praticasse la inumazione fuori delle 
mura della città. 

La provvida legge dei camposanti, della quale par- 
leremo altrove, non era stata allora pubblicata. Que- 
st'assennata misura generalmente invocata da tutte le 
nazioni civili, lungi di confortare il pubblico, lo agi- 
tava, lo indispettiva : u Come si sa, diceva esso, che ad 

■ ogni patto deve venire il colèra? L'intendente è forse 
" il profeta di Gerosolima? Ma una volta che si spen- 
* dono tanti denari, una volta che si preparano le fosse, 

■ già è uscita la sentenza della nostra morte. „ E qui 
sospiri, bestemmie, disperazioni. 

Il lettore non deve perdere di vista che nel 1837 non 
si conosceva neppure dalle persone istruite l'indole ed il 
carattere della malattia. Era la prima volta che il colèra 
onorava queste infelici nostre contrade. Se oggi, dopo 
trent'auni di esperienza, questi provvedimenti adom- 
brano ed impensieriscono la povera gente, consideri il 
lettore quale brutta impressione dovevano fare allora. 

Fra queste trepide esitanze, si ode improvvisa ed 
inattesa la nuova, essere caduta vittima del colèra 
una donna incinta, certa Carmela Midolo, dimorante 
nella strada Gesù Maria, sotto il monastero di San Be- 
nedetto, antica casa Bellomo. I sintomi della malattia 
non potevano fallire, dai particolari che si erano letti 
nelle lettere, nei giornali, nelle stesse opere di medi- 



cina: borborigmi al ventre, dolori allo addome, diarrea, 
vomiti, deliquii, contrazioni di muscoli alle gambe ed 
alle braccia, arresto delle orine, tensione alla pelle, 
voce alterata, polsi piccoli e frequenti, cianosi, infos- 
samento agli occhi, ecc. 

L'ispettore Li Greci, per solo amore della verità, 
consigliava il medico sanitario di dichiarare il tristo 
avvenimento. Se la sua missione fosse stata quella di 
decimare il popolo, gli sarebbe tornato più utile ingan- 
narlo, anziché prevenirlo. 

Dopo un'ora, il partito liberale, che amava sempre 
soffiare nell'incendio, riseppe il consiglio dell'ispettore 
e lo rese di ragion pubblica; perlocchè la stessa notte 
gli furono sminuzzate le vetrate della casa con una 
terribile grandine di sassi. 

Il medico, che era più pusillanime del Li Greci, in- 
teso l'accaduto della notte, non volle scrivere la sua 
dichiarazione; d'altronde egli sapeva quello che di lui 
si diceva: * E sfrontata menzogna il caso del colèra; 
il medico non conobbe la malattia della infelice, e le 
sue medicine la uccisero...; lo sciagurato vuole spargere 
lo spavento nel paese, e forse preparare con ciò il ter- 
reno agli avvelenamenti. „ 

Alla dimane è attaccato nello stesso quartiere un 
contadino, e verso sera una lavandaia. I medici impal- 
lidiscono, si confondono, tremano come foglie; essi 
dubitano tra il grido della propria coscienza che re- 
clama lo adempimento del proprio dovere, ed il timore 
di cozzare col pubblico convincimento. Si spacciano di 
nuovo menzognere le malaugurate voci, e si sostiene, 
arzigogolando, che il contadino era morto per istra- 
vizzo, la lavandaia per aver mangiato dei frutti acerbi; 
però non si cessa di protestare e d'inseguire i medici, 
taluni dei quali erano costretti a nascondersi, per tema 
di mettere a rischio la vita. 

La mattina del 15 luglio si leggono iu tutte le can- 
tonate del paese i seguenti versi in dialetto siciliano : 



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124 

Nani in capite hbri scritta sta, 
Rizza e dn f.... nculu di Murò: 
A tutti tri Ugnati a tinchitè. 
Lu jornu s'avvicina, e già si sa, 
Di lu culera ca culera unu'è (1). 

Questa minaccia poco dopo fruttò al medico signor 
Naro la persecuzione violenta del popolo ; e fra le altre 
cose un equivoco, che riferiamo per dimostrare come, 
nel parossismo delle passioni, sia facile di pigliare per 
corpi le ombre, contribuì ad accrescere il sospetto 
contro il Naro. Egli aveva depositato presso una per- 
sona confidente un involto con oggetti d'oro. Sia per 
diffidenza, o per qualche altra ragione, un dì pensò di 
ritirarselo, nolente l'amica, la quale forse indispettita 
della sfiducia del dottore, e dopo un iroso alterco, 
mentre egli usciva dal portone col piccolo involto sotto 
l'ascella, si mise inconsideratamente a gridare dalla 
finestra : * Arrestatelo, ei l'ha sotto il braccio. „ La 
gente di strada, che riteneva il Naro uno dei propaga- 
tori dei tossici, suppose che la donna accennasse ai 
veleni ; quindi insegue il povero uomo, il quale, pallido 
e ansante, correndo come lepre inseguita dai cani, ha 
la fortuna di sperdersi fra i vicoli e di nascondersi, 
dapprima in casa di un suo cliente falegname, e quindi 
nell'orrida sepoltura di Gesù e Maria, sottostante al 
pavimento della chiesa più di sei metri ; dove sta per 
molti giorni seppellito ancor vivente. Il pietoso eap- 
pellano della chiesa, che si era prestato a salvarlo dal- 
l'ira del popolo, verso sera gli recava del cibo. 

Queste cose, di pochissima importanza, facevano gon- 
golare di gioia i liberali, i quali credevano già di avere 

(1) Naro, Rizza, Murè erano tre dottori in medicina. 

Per tema che il dialetto siciliano non si comprenda da tutti, ci 
permettiamo di tradurre letteralmente nell'idioma italiano quei 
versi: 

Naro in capile libri sprillo sta, 
Rizza e quel gaglioffo di Mure 
Legnate enormi avranno tulli »• tiv. 
Chè il giorno si awicina e già si sa 
Di quii colera < li* colai non è. 



125 

ficcato il dito nel primo anello della catena che doveva 
guidarli a compimento dei destini della patria; e quasi 
sicuri dello avventuroso risultato, spedivano due emis- 
sari in Catania, Raffaele Lanza e Nunzio Stella, a fine 
di mettersi d'accordo con gli amici politici di quel 
paese. Lo incarico non potè compiersi per effetto del 
rigoroso cordone sanitario, dal quale vennero respinti 
i due rappresentanti di Siracusa. 

Taluni cittadini conoscevano i progetti che si muli- 
navano nella testa dei liberali e delle masse, e ne pre- 
vedevano i dolorosi effetti, ove queste ultime potessero 
avere sui primi il sopravvento; e. non essendo in dime- 
stichezza con l'intendente, si rivolsero al presidente 
Ricciardi, a cui comunicarono i loro giusti timori. li 
Ricciardi accolse la confidenza dei distinti cittadini, e, 
penetrato anche egli della pericolosa condizione del pa- 
ese, ne interessava il Vaccaro, il quale, con una glaciale 
indifferenza, rispondeva: " Si rassereni; io conosco l'in- 
dole e l'educazione dei Siracusani sin dal 1820, quando 
io mi trovava qui. „ Questa risposta inattesa e senza 
senno, perchè il Vaccaro confondeva le epoche, e non 
considerava le cose, indispettiva il Ricciardi; pur non 
di manco egli sperava che l'intendente rinsavisse, e 
per altre vie si persuadesse che non era un panico, ma 
una realtà, il pericolo in cui versavasi. Ciò avveniva 
la mattina. Più tardi il vicario Amorelli (1) invitava 
in casa sua l'intendente Vaccaro, il comandante della 
piazza, generale Tanzi, ed il patrizio barone Pancali ; 
esponeva loro di essergli stato svelato, da un probo 
prete, che da vari giorni si tenevano, nei magazzini, 
dei segreti convegni da villici, da bordonari (2), da ma- 

(1) Il vicario era fratello del vescovo Amorelli, il quale trascor- 
reva la diocesi per l'ordinaria visita. Se egli ai fosse trovato in Si- 
racusa, forse le cose non sarebbero giunte al punto in cui giunsero. 
Amorelli esercitava un predominio su tut to le autorità civili e mili- 
tari pei suoi alti rapporti, per il suo intrigo e per la sua prepotenza. 

(2) Bordonari si chiamano in Sicilia e propriamente nella provincia 
di Siracusa quelle persone che guidauogli asini, i rivalli, i carretti. 



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i'2<; 

vinai nell'intento <1i sommuoverò il popolo, onde togliere 
di mezzo gli autori del veneficio. Una rivelazione di que- 
sta fatta avrebbe dovuto preoccupare la mente dell'au- 
torità politica, e con tutti i mezzi di cui allora poteva 
disporre, cercare il modo di scovare le combriccole, 
mettersi d'accordo con lo stupido potere militare di 
allora, sorvegliare i capi della insurrezione, accanto- 
nare la forza, smentire le tristi insinuazioni. Niente di 
tutto questo: solo si risolve di organizzare una guardia 
di sicurezza di persone civili e possidenti, e di dividerla 
metà alla piazza del Duomo, e meta alla scesa della 
Marina, e propriamente dove ci era il bagno dei for- 
zati. L'intendente dal canto suo, nel pensiero di cal- 
mare la generale frenesia, pubblica una grida nella 
quale dichiara bugiarde le voci sparse di colera, dover 
essere il pubblico tranquillo e sereno, sperare che la 
Provvidenza salvi il civile paese. Questa grida solleva, 
come una voce scesa dal Cielo, lo spirito pubblico ; 
scema l'inquietudine, fa balzare la plebe dalla mestizia 
alla gioia, e s'innalzano ovunque calde preghiere a 
Dio e ai santi. Fatale disinganno!!! I casi si ripetono, 
anzi si attacca la mattina del 1 6 un altro quartiere, la 
Bagnara; allora si alza un grido di allarme. Un'agita- 
zione invade l'animo di tutti ; moltissimi fuggono per 
le campagne e pei vicini paesi. Una gran parte d'im- 
piegati, fra i quali il Genovesi, procurator regio, e quasi 
tutti quelli che appartenevano al secondo partito, cioè 
al partito dei Carbonari, o si nascondono, o si trasfe- 
riscono in Noto, dove sin dal 7 luglio si era buccinato 
che andasse il capoluogo. Lo stesso Vaccaro, malgrado 
il divieto governativo di abbandonare i posti, si appi- 
gionava un casino in quelle campagne e vi spediva i 
primi bagagli; poi, forse dissuaso dall'ispettore Li Greci, 
si rendeva disgraziatamente in un altro casino a canto 
a quello di quest'ultimo. Il presidente Ricciardi recavasi 
col segretario Pandolfo in Floridia (1). 

(1) Questi due infelici furono uccisi iu Floridia nel giorno atesso 



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Per le strade non si osservavano che bagagli, casse, 
vetture, lettighe (1), e poiché i mezzi di trasporto non 
bastavano, cosi vedevansi anco le persone agiate get- 
tarsi sulle spalle i fardelli e correre per le campagne, 
e con essi, madri coi bambini al petto, vecchi curvi 
dall'età trascinarsi a stento, infine uomini e donne che 
non avevano mai abbandonate le domestiche mura, 
presi di spavento partivaoo coi volti pallidi e con le 
lagrime agli occhi, alla ventura, e si contentavano di 
un pagliaio, di ima stalla, di una tettoia, di una grotta, 
senza curarsi ne delle privazioni, nè dei luoghi palu- 
dosi in quei giorni di canicola. 

Taluni di coloro che partivano, fra i quali il Geno- 
vesi, pria di mettersi sulla groppa dell'asino, o del ca- 
vallo, dicevano: " Bisogna fuggire; vivere fra i dispen- 
satori della morte è follia. „ Queste smozzicate parole 
erano colpi di coltello al cuore per quegl' infelici che 
non avevano i mezzi di uscire dal paese. Gli artieri 
sospirando, si aggiravano muti, ma fieri, nelle solitarie 
vie. Essi si credono abbandonati, traditi, perduti. Chi 
invoca l'aiuto di Dio; chi maledice l'opera della crea- 
zione; chi vuole vendicarsi col sangue. Come non è più 
un timore il colèra, così è un assioma la convinzione 
di veneficio; e questa convinzione è tanto profonda che 
non si vaga, come prima, sui generali, sui sospetti, ma 
si declinano i nomi degli avvelenatori, e si designano 
alla pubblica vendetta. 

In quei tempi, per fatalità, era arrivata una fami- 
glia francese che con un suo cosmorama dilettava il pub- 
blico e si guadagnava il pane. Essa era composta di 
quattro individui, cioè : del signor Giuseppe Schwent- 
zer, di sua moglie Maria Lepik, giovanetta a 1 8 anni, 

degli avvenimenti di Siracusa dall'ira popolare come avvelonatori. 
Noi ci occuperemo della loro morte nel capitolo seguente. 

(1) Al 1837 non ci erano strade a ruota , e le persone di qualche 
considerazione viaggiavano in lettiga, che era una specie di sedia 
chiusa, situata in mezzo a due lunghe aste, che si poggiavano au 
due muli o cavalli. 



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128 

bella come un angelo, di una bambina lattante di 3 
in 4 mesi, e di un servitore ; abitavano un quartiere 
nella casa Oddo. 

Il padrone di casa, cavaliere Vincenzo Oddo, era uno 
dei congiurati politici ed amico intimo del Pancali. Egli, 
come gli altri, aveva l'interesse di accreditare l'idea di 
veneficio; quindi da un terrazzo di quella casa, parti- 
vano dei razzi, come partivano ancora da un'altra lo- 
calità prossima alla casa dell'intendente Vaccaro, cioè 
del prete Cassone. 

L'ex-monastero dell'Annunziata di fresco demolito, 
la cui area è stata destinata per teatro comunale (per 
le venture generazioni) , era di fronte al palazzo Oddo. 
Le monache avevano visto di notte partire proprio da 
quel palazzo i razzi, e la loro testimonianza era gene- 
ralmente creduta con piena e sentita fede ; se non che, 
questo vero si alterava, come sempre, con la solita 
vernice e i soliti fiori, e si diceva che quei razzi par- 
tivano tutte le notti dalla prima sera fino all'alba del 
nuovo giorno; che erano razzi infernali; che manda- 
vano una pallida e solfurea luce; che ove cadevano, la- 
sciavano un fetore terribile e soffocante. Aggiungasi a 
questo che, essendo stato attaccato di colèra un cal- 
zolaio nel cortile Oddo, il cosmorama (così si chiamava 
dalla plebe il signor Schwentzer), probabilmente istruito 
di questa malattia che aveva visto curare in Francia 
ed in Germania, diede allo infermo una medicina, come 
la darebbe ognuno in una simile circostanza ; fortuna 
o sventura volle che lo ammalato guarisse. 

Nel colmo dunque dell'agitazione, non si profferivano 
altri nomi che quelli degli agenti del potere e del cos- 
morama. Il commissario Vico, che spiava la pubblica 
opinione, conosceva quel che si dicesse sul conto dello 
Schwentzer, e consigliava perciò l'intendente di farlo 
partire. 

Bisogna sapere che lo espositore del cosmorama, in 
verità, era un contedi Tolone; uno di quei conti spian- 



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120 

tati, che, dopo di avere tutto sciupato, fanno i cavalieri 
di ventura. Innamoratosi forse della Lepik, mancan- 
dogli i mezzi alla vita, e dotato dalla natura di un ge- 
nio artistico, aveva scelto quel mestiere allora nuovo 
in Italia. Però a questa gente privilegiata non mancano 
mai delle alte commendatizie; essendo stato egli dun- 
que raccomandato all'intendente da persone cospicue, 
costui temeva di cacciarlo da Siracusa; ed in vero, in 
faccia al Governo, egli legalmente non avrebbe potuto 
coonestare quel fatto; quindi respinse il consiglio del 
commissario. 

Allo Schwentzer stesso era stato confidata dai suoi 
amici r apprensione del popolo ; ma egli, ridendo, aveva 
risposto: u Leson baie, le son cose da ridere; ovunque 
u sono stato, in Francia, in Germania, in Italia, ho 
" avuto la sventura o di trovare o di essere raggiunto 
u dal colèra, ma non per questo si è sospettato di me; 
* e sarei io capace di avvelenare un popolo? e con quali 
■ mezzi? e perchè? e tornava a ridere. „ 

Negli ultimi tre giorni, 15, 16 e 17 luglio, sospen- 
deva di esporre al pubblico il cosmorama, ma non si 
risolveva a partire. D'altronde egli, dopo di avere per- 
corso Tltalia, pensava rendersi in Malta, per dove era 
difficile trovare una imbarcazione, essendosi cola svi- 
luppato il colèra sin dal 2f> maggio; perlocchè taluni 
vogliono sostenere che fosse 3tato da cola importato 
in Siracusa, per mezzo dei contrabbandi che allora 
erano in moda nella Sicilia. Non voleva ritornare sui 
propri passi, lusingandosi di continuare il suo itine- 
rario per l'Oriente; quindi esitava a risolversi di la- 
sciare Siracusa, ed aspettava di giorno in giorno che 
cessasse il colèra in Malta, dove faceva, giusto in quei 
dì, immensa strage (1). Lo Schwentzer possedeva un 

(1) Si contarono in Malta 8805 casi , de' quali ne morirono 4201, 
cioè'mcno della metà degli attaccati. Questo risultato devesi al (ro- 
verno che non risparmiò mezzi e danari per intronare il progresso 
del male e curare scrupolosamente gl'infermi. 

9 



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130 

gran coraggio civile, e disprezzava le apprensioni del 
popolo ; dall'altro canto aveva, nel breve suo soggiorno 
in Siracusa, studiat o l'indole gentile e pacata dei Sira- 
cusani ; quindi non temeva per nulla che, per il sospetto 
di un sognato veneficio, dovesse svilupparsi un grande 
incendio. 

Noi siamo inclinati a scusare la di lui spensieratezza 
e noncuranza ; però al punto dov'erano giunte le cose 
una risoluzione qualunque, da parte dell'autorità, era 
indispensabile. Ammiriamo la fermezza dell'intendente 
di non lasciarsi imporre dai capricci e dalle false idee 
della plebe a danno dello Schwentzer; ma questa fer- 
mezza doveva essere uniforme in tutto e, invece di 
recarsi in campagna, di abbandonare il paese in balìa 
a se stesso, e di permettere che la plebe crescesse di 
ardenza e di audacia, egli avrebbe dovuto frenare i 
primi movimenti, interessarne gli onesti cittadini, 
restituire con moderazione, con senno e con accor- 
gimento l'ordine pubblico. Questa è la bene intesa 
fermezza delle autorità. Censuriamo perciò l'indiffe- 
rentismo dell'intendente, per il quale il popolo si per- 
metteva correre concitato e minaccioso per le vie gri- 
dando : tt Bisogna ad ogni modo trovare i tossici. „ 

E poiché incominciavano a mancare i viveri e molte 
botteghe erano sbarrate, così si corre alle porte di 
terra per impedire che escano provviste, onde con 
questo mezzo si obbligassero gli usciti a ritornare. Fu 
allora che il popolo, menando le mani su di ogni vet- 
tura, rimescolando fardelli e casse, guastando i cibi 
che si trovavano nei convogli, ispirava terrore a quelli 
che partivano e a coloro che tornavano, fra i quali si 
imbatteva un dabben uomo montanaro che veniva in 
Siracusa per affari forensi. 

Fino al 17 luglio, per effetto del cordone sanitario, 
nessuno poteva entrare nel paese, senza che presentasse 
un certificato netto dai sindaci rispettivi. Chiesta al 
montanaro (certo Raimondo Gangi da Buccheri) la così 



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131 

detta bolletta, costui si affrettava, confuso ed atterrito 
dalla baraonda, a trarla dalla tasca, quando si piaga 
un dito in una caraffa che egli aveva nella stessa tasca, 
ed esce la mano insanguinata col certificato. Allora 
chiesto con ansia che avesse, e che portasse, il povero 
uomo rispondeva: u Una caraffa d'acqua d'orzo e miele 
per il male alle fauci. „ Quella ciurma irrequieta, om- 
brosa, diffidente gliela tolse, gridando: Veleno! veleno! 
Si arresta perciò il misero, si conduce al commissa- 
riato di polizia, si porta rampolla in casa del commis- 
sario Vico, il quale da un canto, per calmare la fre- 
nesia del popolo, dispone si tenesse il Gangi nei cancelli 
di polizia, e dall'altro si verificasse il liquido. Diftatti, 
la stessa sera il commissario, intesa la innocente di- 
chiarazione del montanaro, esaminato il contenuto 
dell'ampolla, ordina si restituisca in libertà. Il popolo, 
credendosi deluso, grida al tradimento, e sostiene di 
essersi scambiata la caraffa ; contenere essa il veleno 
e doverne chiedere ragione al Vico, quando che sarà. 

Spunta l'alba fatale del 18 luglio; il popolo timido, 
perplesso, ansante e nello stesso tempo minaccioso, si 
riunisce in capannelli, senza scopo, senza direzione; in 
ogni via si vede un movimento. Si coniano delle sto- 
rielle menzognere, inconcludenti, inverosimili che il 
popolo accoglie con ardenza, e le ripete ai quattro 
venti, giurando e sagramentando. Un uomo racconta 
di aver visto partire l'ispettore Li Greci, due giorni fa, 
per la sua campagna, dopo di essersi licenziato pian- 
gendo con gli amici. Soggiungevasi che il pianto na- 
scesse dal rimorso di aver dovuto disporre e preparare 
gli avvelenamenti. 

Giova al lettore conoscere che il Li Greci era timido 
di sua natura, ombroso, incerto e, quel che e più, in- 
viso al pubblico ; in quei fatali giorni mostravasi pro- 
fondamente turbato, perchè anche egli dava retta alla 
illusione dei veleni, a segno che un dì non volle com- 
perare alcun cibo, e spesso prima di mangiarlo lo dava 



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132 

ai cani. La stessa sua famiglia trovava misteriosa la 
condotta di lui, e senza poterne misurare le conse- 
guenze, l'annunziava agli amici, i quali, chiosando 
quelle puerilità, le ripetevano al pubblico. 

Un altro diceva : è morto or ora un giovane impie- 
gato quasi repentinamente, per aver preso del tabacco 
dal cosmorama. Un terzo riferiva di essere stato, in un 
brodo, avvelenato dallo stesso cosmorama il pittore 
Politi, quantunque amico di quest'ultimo, per ragione 
di professione. 

Un quarto, di essere stato attaccato di colèra il ca- 
valiere Migliaccio, per avere fiutato una rosa regala- 
tagli dal vice-intendente Vaccaro ; e così via via. 

Tutte queste frottole in quei supremi momenti di 
esaltazione e di follia non erano legna al fuoco, ma 
fuoco alla catasta. Le donne stesse uscivano dalle loro 
case, e gridavano come forsennate per le strade : u Bi- 
sogna conoscere ed ammazzare gli avvelenatori ! Id- 
dio solo ha il diritto di levarci la vita, gli uomini 
non mai. „ 

Verso le 9 del mattino si vedeva comparire qual- 
cuno col fucile, e qualche altro con la spada. Già era 
per rientrarsi in un'altra fase che spaventava da un 
lato gli onesti cittadini, i quali misuravano le funeste 
conseguenze dell'ira popolare, e dall'altro incoraggiava 
e rendeva ardimentosi gli uomini del partito liberale, 
e coloro che amano sempre gavazzare nel disordine e 
negli eccessi. Intanto non si vede nessun movimento 
dalla parte della forza pubblica, come la notte prece- 
dente al 1 8 non si era vista nessuna pattuglia. Pareva 
proprio che un genio maligno si fosse assiso sull'infe- 
lice paese, o per lo meno avesse sconvolto le facoltà 
intellettive delle autorità militari e civili. Questa col- 
pevole inerzia animò molti altri ad armarsi chi di pu- 
gnali, chi di spiedi, chi di accette. Prima traversano le 
vie quasi furtivamente, poi a poco si raggranellano 
nella piazza della Pescaria, luogo sempre popolato di 



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* 



minuta gente alla estremità del paese verso tramon- 
tana. Da quel punto di convegno, parte una voce che 
chiama gli armati alla casa del cosmorama, la quale è 
situata quasi all'altra estremità a mezzogiorno. Si 
muove il popolo per quel luogo gridando sempre : 
" Ora troveremo i tossici, „ e trascinando tutta la 
gente che incontrava per la strada. 

La casa del cosmorama precedeva quella della (Jran 
Corte criminale, dove per caso si dirigevano due indi- 
vidui , Sebastiano Fidone da Lentini ed Angelo Fidone 
da Carlentini, i quali, imputati di percosse gravi, veni- 
vano di soppiatto a chiedere la libertà provvisoria. 
Costoro, sul punto di salire, odono da lontano clamo- 
rose grida e un accorrere di passi concitati. Gl'infelici 
sospettano tosto che gli uomini della polizia venissero 
in traccia di loro per assicurarli alla giustizia. Sotto 
cotale impulso quegl'iinputati rapidamente toccano gli 
ultimi gradini della scala, entrano nelle sale e all'an- 
nosi s'introducono nelle stanze del cosmorama. Non 
erano assalitori, eppure tali sembrarono all'animo di 
costui. Eglino cercavano il capo della polizia giudi- 
ziaria, e si trovavano invece sotto gli occhi di uono 
tremante e confuso al par di loro. Inesplicabile confu- 
sione!.. Intanto, con crescenti grida, il popolo furente 
invadeva quella casa. Un castello, una bastìa in punto 
di essere assaliti da moltitudine scompigliata non po- 
teva offrire dissimile spettacolo. Immantinente si bru- 
lica a tumulto nelle stanze, si frugano tutti gli angoli, 
tutti i ripostigli ; si arresta lo Schwentzer, che, con 
ragione diffidando allora della virtù, del senno, della 
generosità del popolo, anzi temendo della sua vita, 
quantunque troppo tardi, dichiara di rivelare tutto, di 
salvare il paese ; ma di volere essere condotto al car- 
cere. In questo tempo giunge il maggiore di piazza, 
certo Francesco La Combe, napolitano, spedito dal 
comandante militare per conoscere, in nome del gene- 
rale, se sia vero che il popolo abbia finalmente ritro- 



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134 

vati i veleni, ed è spettatore di questa dichiarazione 
che immantinenti riferisce al generale della piazza. 

Il popolo accoglie la proposta dello Schwentzer nella 
speranza di conoscere il contravveleno, e da un pugno 
di armati lo fa consegnare alle prigioni. Si arrestano 
ancora la moglie con la figliuolina del supposto avvele- 
natore, il loro garzone, certo Tommaso Ronchi, e i due 
malcapitati Lentinesi, che eransi rinvenuti perplessi e 
confusi nei reconditi di quella casa. Questi due infelici 
si ritennero come appartenenti alla famiglia francese, 
mentre dal solo linguaggio, e più dai modi, il popolo 
avrebbe potuto riconoscerli come nazionali ; ciò prova 
che nelle grandi agitazioni il popolo è governato dal 
solo istinto della passione; ciò prova che per la sua 
esaltazione ogni ombra era un argomento, ogni sospetto 
un delitto. 

Taluni tribuni ordinano si conducano alla piazza 
del Duomo, dove il popolo s'innalzerebbe a giudice su- 
premo. La parola del tribuno in quelle occasioni è 
parola più che imperiale. Scesero fra le strepitose grida 
dalla casa Oddo. Gli arrestati erano preceduti dal po- 
polo esultante, che portava i pochi oggetti sottratti 
dalla cassa del Cosmorama, come il popolo romano por- 
tando le spoglie opime precedeva il vincitore dei Ou- 
riazi ; e queste spoglie consistevano in una cassa, un 
paniere ed uua cassettina che apparteneva ai due in- 
felici Lentinesi (1). 

(1) Se veramente i capi del movimento fossero stati convinti che 
nella casa dello Schwentzer si contenessero i veleni, non si sareb- 
bero limitati a quei soli oggotti. Corto essi non avevano la virtù ma-' 
gnetica di conoscere che nella cassa , nella cassettina e nel paniere 
si dovessero trovare i tossici. Nella casa dello Schwentzer ci erano 
tante casse e cassettine, ed una parto di esse conteneva gli oggetti 
del meccanismo del cosmorama, le altre erano piene di biancheria 
e di cose donnesche. Nò può dirsi che il popolo le avesse prima aperte 
ed esaminate. Niente affatto. Ei temeva perdorci la vita. Si volle 
dunque illudere il popolo, e niente altro che illuderlo. Dopo l'assedio 
della casa, le porte di essa furono suggellate dal potere giudiziario a 
richiesta dell'agente consolare di Francia, signor Vincenzo Bongio- 



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135 

Il lettore qui appresso vedrà quel che ai contenesse 
in quegli oggetti. 

Gli arrestati si legano ad un piliere (1) accanto al 
Duomo, e tra l'immensa confusione si lascia la sola 
moglie dello Schwentzer con la figliuolina sul petto, le 
quali, destando a taluni un senso di virtuosa pietà, ven- 
gono nascoste in una stanzina oscura in pian terreno 
della casa comunale , dove fu tenuta prigione fino alla 
mattina del 2 1 . Gli oggetti erano trasportati da uomini 
furenti, i quali tenevano avvolta la loro testa con faz- 
zoletti inzuppati di aceto. Eglino pria girarono nel cen- 
tro della piazza del Duomo tra la chiesa di San Gio- 
vanni di Dio e il palazzo arcivescovile con la cassa del 
Cosmorama, sulla quale gittavano di tanto in tanto 
dello aceto a grande quantità nell'idea di neutralizzare 
la virtù dei veleni; quindi si fermarono sotto la casa 
Bosco, e per più di due ore custodirono quegli oggetti 
come sante reliquie, dalle quali dipendeva la salute 
pubblica di Siracusa e del genere umano. 

Se questi avvenimenti non avessero seco trascinato 
una serie di fatti crudeli e selvaggi, forse oggi ci muo- 
verebbero il riso e c'inviterebbero alla celia, ma di- 
vanni, e quindi dal giudico circondariale, signor Giuseppe Corpaei, 
furono rimossi i suggelli il 23 agosto, alla presenza del rappresen- 
tante francese e del sindaco Patrizio barone Pancali. Si stese al- 
l'uopo un verbale che tuttavia esiste nella cancelleria del comune. 

(1) Vengono chiamati pilieri in Siracusa gli avanzi infiniti dello 
colonne di granito orientale, le quali servivano di ornato nei pub- 
blici e privati e di fi zi delle antiche Aerodina, Tica, Neapoli e Orti- 
già; cotali ruderi rammentano le grandi relazioni di traffico tra Si- 
racusa ed Egitto, non che lo scambio dei doni tra i Geronimi ed i 
Ptolomei. 

Le tre porte della prospettiva del Duomo , nel tempo di cui scri- 
viamo, erano preceduto da una rampa a forma di ventaglio intar- 
siata di liste di marmo oscuro, distribuito con ciottoli a disegno di 
gradevole gusto. Gli estremi lembi di quella erano girati da dodici 
pilieri, i quali, insieme agli altri che proseguivano in filare lungo il 
palazzo e il muro del giardino arcivescovile , vennero nel 1839 tolti 
da quel luogo o trasportati all'i marina, dove tuttora esistono ad 
ornamento del viale dei fiori. 



sgraziatamente siamo ben lungi di atteggiarci allo 
scherzo. 

La cassa si guardava da lontano, come se essa rac- 
chiudesse dentro di se dei serpenti; appena un tale 
volle aprirla gli fu imposto di chiuderla tosto. Il popolo 
era profondamente convinto che essa contenesse i ve- 
leni pei quali si moriva, ed era perciò che, attribuen- 
dosi questa grande scoperta al miracolo, s'invocava 
spesso il nome della protettrice del paese, santa Lucia. 

Ci era chi volesse attribuirlo ad altri santi. Il prete 
R....,nel colmo dell'entusiasmo sosteneva innanzi al po- 
polo che il miracolo si dovesse a sant'Anna, deHa cui 
chiesa era cappellano, e non a santa Lucia. Forse egli 
sperava nelle generose oblazioni dei credenti, ma il suo 
clamoroso eloquio fu defraudato dal culto sincero che 
sentivasi per la propria concittadina, alla quale voleva 
darsi esclusivamente il merito della scoperta. La dif- 
fusione di questa idea rendeva il popolo audace e 
superstizioso. Si raccontavano mille aneddoti. Chi di- 
ceva di avere sognato la vergine scarmigliata e pian- 
gente per la desolazione di Siracusa ; chi di averla vista 
sui baluardi con una scopa alle mani in atto di spaz- 
zare il terreno avvelenato ; chi riferiva la visione di una 
santa monaca, la quale aveva avuta da santa Lucia la 
promessa di scuoprire il veneficio, ecc. ecc.. 

Fra queste dolci e fantastiche illusioni comparisce, 
come uomo che interviene in una scena di poco mo- 
mento, il commissario di polizia cavaliere Giovanni 
Vico. Egli, che aveva sempre padroneggiato il popolo, 
si lusingava bastasse la sua presenza per ricondurlo 
all'ordine. E accolto in sulle prime con un profondo 
silenzio (l), quindi succede un susurro e qualche pa- 
rola di scherno. Il popolo ricorda le sue violenze ; ri- 
fi) Mìrabeau diceva quando si presentò Luigi XVI alla Conven- 
zione: « Il silenzio è la lezione dei Re. » Noi diciamo che nei grandi 
rivolgimenti il silenzio del popolo è sempre foriero di una vicina 
tempesta. 



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137 

corda i colpi di scudiscio, quando egli volle impedire 
la festa religiosa; ricorda le durezze esercitate in una 
visita domiciliare in casa Bucceri; ricorda l'insulto 
fatto al patrizio barone Pancali ; ricorda finalmente il 
supposto veleno delle ampolle del Buccherese ; e a poco 
a poco dà, anima e vita ai monelli, i quali lo circon- 
dano, lo svillaneggiano, e di tanto in tanto gli regalano 
qualche ceffata. Egli si avvede di essersi ingannato, 
facendo assegnamento sulla civiltà e sulla timidezza 
del popolo, impallidisce, si confonde, trema, chiede con 
lo sguardo aiuto di qualche antico amico, ma tutti gli 
voltano le spalle. 

Chi rappresenta rautorità politica deve ambire di 
essere rispettato doppiamente, e come pubblico fun- 
zionario e come individuo. Taluni credono di do- 
versi imporre al paese col solo prestigio del loro mi 
nistero, nel modo stesso con cui il pastore s'impone 
agli armenti, e trattano i cittadini con burbanza se 
non con disprezzo. Questa ridicola severità, com- 
patibile sotto il Governo russo o cinese, produce 
l'isolamento de' pubblici funzionari. La moderazione, 
l'urbanità, la gentilezza congiunta ad un fondo di giu- 
stizia e di sapienza sono quegli attributi che seducono 
gli amministrati, li legano indirettamente all'osser- 
vanza delle leggi e rinvigoriscono il potere. Per queste 
squisite doti personali del capo politico, sovente un 
paese, anche nelle grandi commozioni, sfugge i pericoli 
dell'anarchia; all'incontro i magistrati che contano 
sulla forza e non sull'amore, sono di eccitamento nei 
supremi istanti in cui un nuovo edifizio è per alzarsi 
sulle macerie dell'antico. Per le quali cose il commis- 
sario di polizia non trovava un appoggio in nessun 
cittadino, anzi la sua presenza eccito va il pubblico ri- 
sentimento. Solo il vicario Salvatore Amorelli ed il fra- 
tello di lui il Conte procurarono sottrarlo dalle mani 
della plebe, ma persuasi che' era impossibile attuare 
quel nobile proposito, ancorché avessero compromessa 



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138 

la loro vita, anch'essi lo abbandonano e si chiudono 
nella loro casa. 

L'infelice procura, per salvarsi, di scendere giù per 
la via del Collegio ; ma, giunto sotto il portone della 
casa Nava, un monello gli gitta una fune fra i piedi, ed 
il misero cade e tosto si rialza. Una donna, alla quale 
forse era morto di colèra qualche diletto congiunto, gli 
si fé 1 vicina, e armata di un nodoso legno, che teneva 
nascosto sotto il manto (1), gli vibra un colpo tra il 
collo e la schiena ; l'infelice barcolla, gli cade il cap- 
pello, cerca di raccoglierlo, e nel chinarsi mostra che il 
sangue grondante dai reni scendeva giù pei calzoni 
bianchi : questo segno fatale diè animo al furore. Al- 
lora quelli stessi, che fino a questo punto temevano di 
compromettersi, lo incalzano, lo assalgono, gli danno 
qualche leggiero colpo di stile, lo conducono al piliere 
e con un'archibugiata lo freddano, e con esso uccidono 
il garzone dello Schwentzer, i due Lentinesi ed il buc- 
cherese Raimondo Ganci, che era stato poco prima 
preso dal popolo, sul punto di restituirsi al paese, dopo 
di essere campato dall'ira della plebe pel fatto del di 
precedente. 

Ci cade proprio la penna dalla mano, narrando que- 
ste luttuose scene. Il popolo civilissimo di Siracusa si 
era bagnato le mani di sangue, per un fatale errore (2). 

(1) Una specie di dominò di seta nera, aperto dinanzi, che cuo- 
pre la donna dal capo fino ai piedi. 

(2) Qualcuno con un finto sentimento di lealtà e con una vernice 
di amor di patria, potrà dirci che, rimestando gratuitamente le vec- 
chie accuse, gittammo il fango in faccia all'infelice Siracusa, la quale 
fu sempre modello di gentilezza e di civiltà ; però questa imputa- 
zione non può avere alcun valido fondamento. L'unico nostro pen- 
siero fu quello d'istillare nella mente dei lettori lo vere massime 
della virtù, della tolleranza, della libertà, e di scusare gli eccessi 
della plebe originate dalla forza di una onnipotente opinione Se poi 
sia patriottismo approvare le illusioni , gli errori , gli atti ferini, e 
lasciare sempre il popolo nell'inganno, noi protestiamo altamente 
di non volere appartenere a siffatto genere di patrioti. Il conto 
Verri, Manzoni, Cautù e molti altri descrissero a neri colori gli 
eccidii derivati dai creduti untori di Milano loro patria, forse l'uni- 



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139 

Noi faremo di tutto per compendiare quanto più è 
possibile i fatti che si consumarono. L'animo nostro 
non regge a descriverli per filo e per segno. È vero, 
come ha visto il lettore, che queste tragedie furono 
rappresentate in molti paesi d'Europa ed anche nella 
stessa Parigi; ma chi ama la terra natale vorrebbe di- 
sperderle, cancellarle dalla memoria. Però, come di- 
cemmo nella nostra introduzione, è sempre un bene 
squarciare questi densi veli e ammaestrare i presenti 
ed i venturi. Un popolo può essere sempre illuso pre- 
cisamente dai partiti; ma quando di un tale errore 
si giunge a disingannarlo e a stampare nella sua co- 
scienza la verità, lo stesso errore, che ingenerò tanti 
turpi scandali etante spudorate menzogne, non si ripro- 
durrà mai più, almeno in quei luoghi, dove fu splendi- 
damente smentito. Non ci sarà potenza umana neanco 
da qui a cento secoli, che potrà risvegliare una seconda 
volta nella mente dei Milanesi la credenza degli untori. 
Questa dolce e cara speranza ci fa occupare della dolo- 
rosa storia, malgrado l'avversione che sentiamo nel ri- 
mestare tanto fango, e malgrado le difficoltà in cui c'im- 
battiamo ad ogni piè sospinto, non trovando alcuna 
cronaca che ci dia un raggio di luce. Il nostro rac- 
conto poggia su quello che cadde sotto i nostri occhi, 
sulla testimonianza degl'intemerati cittadini, sul legale 
processo. 

La plebe dunque gioiva sconsigliatamente di avere 
perpetrato quegli eccidii, perchè era in coscienza con- 
vinta che aveva reso con ciò un segnalato servizio alla 
propria famiglia, al paese, all'umanità; ma questa 
falsa e selvaggia gioia era turbata dallo spinoso pen- 
siero che presso altri si ascondessero de' veleni. E poi- 
ché le persone cadute in sospetto sin dai primi giorni 
di luglio, oltre allo Schwentzer, erano colui che faceva 

versalità non baciò le stupende pagine di quei venerandi scrit- 
tori? Iddio volesse che la stessa sorte fosse serbata a noi, che pos- 
siamo solo imitarli nella nobile aspirazione di svelare la verità. 



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140 

le funzioni da intendente, il Li Greci, il Vico (già estinto) 
e gli uomini della polizia ; cosi il popolo diviso a squadre 
corse nelle loro rispettive case, rovistò tutto, e s'impos- 
sessò di molti oggetti ; casse, cassettine, barili di vino, 
bottiglie di liquore, paste, involti di zucchero e caffè, 
cilindri di latta con carte, tele, ornamenti d'oro, ecc. 
Ogni oggetto che si trovava era annunziato da una 
voce clamorosa che partiva dalle recondite stanze della 
casa e si estendeva fino alla strada, anzi fino all'estre- 
mità del paese, e per ogni metro di distanza la voce 
diventava novella, chè, come passava di 1 occa in bocca, 
acquistava nuove forme, nuovi colori. Chi diceva : Si è 
trovato il veleno nella pasta, nello zucchero, nel vino; un 
altro, si sono trovate tante caraffine quanti erano i birri 
della polizia; un terzo, tra le carte si è rinvenuto lordine 
del Governo di dovere avvelenare 10,000 individui; un 
quarto, da un documento risulta che non è il Governo, 
ma una setta ad esso nemica, che sparge il veleno. E cosi 
la plebe s'infiammava, e quei che più esternavano col 
pianto e con le maledizioni un'ira irrefrenabile erano 
gl'infelici che perdevano di colèra i loro cari congiunti. 

Siccome da un momento all'altro potevano rinno- 
varsi le scene di sangue, il sindaco, patrizio barone 
Pancali, riunisce alle 4 pomeridiane nel palazzo comu- 
nale i capi del popolo ; riassume in poche parole la 
triste posizione ; fa balenare il timore della forza mili- 
tare, ove continuassero gli eccessi, e consiglia di sce- 
gliere una Commissione di 60 individui, per provvedere 
sull'ordine pubblico, all'annona, alla percezione dei 
balzelli comunali e diretti. Il popolo accoglie la propo- 
sta, sceglie ad acclamazione i membri della Commis- 
sione , fra i quali comprende , come presidente , lo 
stesso Pancali, e come segretari il patrocinatore Orazio 
Musumeci e il patrocinatore Andrea Corpaci ; e poiché 
la scelta di uno dei 60 era caduta su di un certo Mario 
Adorno, di cui parleremo lungamente in questo capi- 
tolo, e che trovavasi in quel giorno in una vicina cam- 



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in 

paglia , così si sceglie una deputazione per invitarlo a 
rendersi tosto in città. 

Intanto il sindaco patrizio, in nome del potere co- 
stituito, scrive il primo bando, perchè tutte le autorità 
riprendano le loro funzioni , é~ dirigendosi al giudice 
circondariale, certo Mistretta, lo incarica d'istruire 
immantinente un processo contro tutti gl'imputati di 
pubblico avvelenamento, incominciando dal detenuto 
Schwentzer ; gl'inculca inoltre di assodare la generica 
sugli oggetti ritrovati nelle case delle persone sospette. 
Finalmente, siccome ancoravano nel porto, accanto al 
lazzaretto marittimo, moltissimi legni in contumacia 
provenienti da luoghi sospetti, così, ammessa una volta 
l'idea di colèra-veleno, quella misura più che incompa- 
tibile era ridicola; quindi, a richiesta del popolo, la 
Commissione ordina si desse pratica indistintamente 
ad ogni legno di qualsiasi provenienza. 

Non era ancora partito dalla casa comunale l'ordine 
della libera pratica, che si ode nel porto un clamoroso 
grido di contentezza, che muoveva dagl'infelici marinai, 
i quali, da pm'mesi rifiutati da ogni lido, respinti da 
ogni terra, prostrati nella miseria e tolleranti ancora 
la fame, scendevano a terra dai rispettivi legni, fra la 
gioia di un popolo pieno ii cuore^i riconoscenza verso 
santa Lucia che aveva operato un prodigio senza pari. 
Nè meno- del fittolo eftì commosso lo intero equipag- 
gio, il quale con gli occhi Velati di lagrime, coi volti 
pallidi e smunti, corse immantinente al Duomo a ren- ^ v 

dere grazie alla santa eroina. La Commissione ordi- 
nava si rifocillasse quella misera gente con viveri e 
bevande. Quest'atto generoso ed umano inebbriava il 
cuore del popolo, e cresceva lo entusiasmo di tutti. 

Intanto, appena il giudice del circondario riceveva 
lo incarico d'istruire il processo, egli presentavasi nella 
stessa ora alla Commissione già tuttavia riunita in 
permanenza nel palazzo del comune. 

Francesco Mistretta, da Alcamo di Sicilia, era un 



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142 

uomo intelligente, istruito, contegnoso; ma nello stesso 
tempo scaltro, riserbato e facile, come suol dirsi, a co- 
gliere la palla al balzo; il suo sguardo era di lupo cer- 
viero, la sua eloquenza un artifizio, la sua fede una 
ipocrisia. Sperava, a somiglianza dei suoi amici del 
1820, in un cataclisma politico; ma quando si per- 
suase che la rivoluzione non offriva alcuna prospettiva 
di successo , quando apprese che nè Palermo, nè Mes- 
sina, ne Catania si muovevano, quando vide la insen- 
sata e selvaggia rotta della plebe , si chiuse fra le do- 
mestiche mura aspettando gli eventi. 

Questa scuola immorale, che ha la sua base nella 
sfrenata ambizione, fruttò spesso qualche cosa; ma 
siccome non sempre riesce facile fare il servo dei due 
padroni, così siffatti camaleonti politici talune volte 
s'imbattono in un brutto giuoco, precisamente nelle 
sdrucciolevoli rivolture politiche. 

L'invito del patrizio lo sottraeva dallo stato di neu- 
tralità, in cui egli voleva durare, e con una mano di 
ferro lo evocava dalle ombre e lo metteva nel centro 
di una piena luce; il Mistretta però non era l'uomo da 
lasciarsi così facilmente pigliare al laccio. Egli comprese 
la sua nuova posizione; comprese che il suo mandato po- 
teva comprometterlo, o in faccia al popolo, o in faccia 
al Governo; e senza declinare lo inaspettato incarico, 
propose di essere coadiuvato da quattro membri della 
Commissione, e chiese i nomi delle persone che egli 
doveva adoperare come periti. Il consesso accolse la 
proposta, e tra i primi furono scelti il signor Mario 
Adorno , come presidente della Sotto-Commissione 
(egli non era ancora ritornato di campagna) , il si- 
gnor dottore Felice Moscuzza, il signor Salvatore Gia- 
raca, il signor Gaetano Perez, ed il signor Santo 
Mollica. Fra i periti furono nominati i signori Gaetano 
Innorta, Salvatore Innorta, Francesco Lo Curzio, Car- 
melo Mure, e Giuseppe Costa, farmacisti ; dottor Car- 
melo Campisi, dottor Giulio Pria, dottor Giacomo 



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143 

Monterosso, dottor Giuseppe Moscuzza, medici; dottor 
Luciano Miceli, dottor Mario Condorelli, dottor Giu- 
seppe Genovesi, cerusici. 

Senza frapporre tempo di sorta, il Mistretta con ta- 
luni di questi individui, seguito da un'onda di popolo, 
si recò alla cattedrale per verificare gli oggetti. Si 
esaminarono talune carte che si erano trovate nella 
casa dello Schwentzer, e poiché l'ora si era fatta un 
po' tarda, così si opinò depositarsi tutti gli oggetti 
nella cappella del tesoro di Santa Lucia. Si suggellò 
la porta e si chiuse a tre chiavi, una delle quali fu 
consegnata ad un membro della Commissione; l'altra 
al sacerdote Vincenzo Germano, cappellano curato 
della cattedrale ; e la terza restò presso il giudice si- 
gnor Mistretta. Per maggior sicurezza, quel locale si 
fece custodire da quattro persone di fiducia del popolo. 

Frattanto uno spettacolo segnava un'altra vittima 
al furore popolare. 

L'eccidio del cavaliere Vico e degli altri fu palesato 
al Li Greci ed al Vaccaro che entrambi, come dicemmo, 
trovavansi in due ville vicine e poco distanti da Sira- 
cusa verso tramontana. Il primo, spaventato dalla 
triste nuova della infelice fine del cognato, fugge a ca- 
vallo da quei luoghi col suo primogenito, e si na- 
sconde tra il canneto di un altro suo fondo verso po- 
nente, accanto al fiume Anapo. 

Il Vaccaro, senza nessuna guida, senza nessuno 
aiuto, anche egli abbandona il casino, e a piedi si di- 
rige sulla vicina riva nella speranza d'imbattersi in 
qualche barca della dogana. Sventuratamente, senza 
volere, si trova quasi nella tonnara di Santa Panacea, 
la quale, essendo in pesca, racchiudeva circa 200 ma- 
rinai. Timido* ansante, perplesso si affaccia al lido; 
vede una barchetta di pescatori, e, con una voce che gli 
moriva sul labbro, li prega perchè lo imbarcassero. 
Costoro, che conoscevano gli avvenimenti di Siracusa, 
loro patria, sospettano che ei fosse l'intendente, e da 



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144 

un canto scendono pieni di furore sulla riva per gher- 
mirlo, e dall'altro chiamano aiuto e soccorso dalla vi- 
cina ciurma della tonnara. Il Vaccaro si spaventa; ma 
pure per frenare l'impeto degli aggressori scarica su 
di loro due pistole, e fugge tra le balze e si nasconde 
nella così delta cava di $anta Panacea. Poco dopo è 
raggiunto da un individuo di nome Antonino Rubino, 
ucciso nello scorso anno 1867 in pieno giorno da un 
colpo di fucile nella stessa contrada. Il Vaccaro gli of- 
fre un cinto pieno di monete d'oro, e gli raccomanda 
il silenzio; Rubino raccoglie il dono e parte taciturno; 
ma quasi immantinente lo sventurato profugo fu sco- 
verto da altre persone, le quali lo legano come Cristo, 
e non lo finiscono sul luogo stesso, perchè con l'intera 
gente della tonnara erano anche accorsi due preti (1), 
che con la loro influenza, con le loro preghiere, indu- 
cono quei forsennati a non bagnarsi di sangue umano ; 
piuttosto consegnarlo in Siracusa nelle mani della giu- 
stizia, anche sotto il riflesso di sentire le sue dichia- 
razioni, e di conoscere il contravveleno. 

S'incamminano, diffatti , a quella volta, trascinando 
a passi lenti la desolata vittima, la quale, messa in 
mezzo a due preti pareva, andasse al patibolo ; e, a 
misura che si avvicinano al paese, altra gente, forse 
più feroce e più risoluta, si raggranellava a loro. Mi- 
sero spettacolo!!! La voce del rinvenimento dello in- 
tendente precorse in città, quando il popolo era occu- 
pato a soccorrere i marinai ; ma ciò malgrado ognuno, 
chi per insano dispetto, chi per essere testimone di una 
tragica scena, usciva dal paese trascinando seco i nuovi 
venuti; cosicché le due onde, cittadina e campestre, si 
incontravano nel vasto piano di Montedoro, quasi re- 
clamando ciascuna il diritto santissimo della vendetta. 

Fino a questo punto era riuscito ai preti, con me- 
late parole, con dolci preghiere, con sentite lagrime, 
arrestare il braccio omicida della plebe; ma dopo quello 

(1) Sacerdote Vincenzo Stella e sacerdote Bernardo Siringo. 



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145 

scontro fatale non era più possibile. Si rivolsero alle 
sentinelle, che tuttavia montavano i posti avanzati, e 
indarno invocarono il loro aiuto; scongiurarono per 
l'ultima volta il popolo, e, quando videro perdute le 
speranze, col cuore dolente, innalzarono le mani e be- 
nedissero lo innocente. 

Quello spazio racchiudeva più di quattro mila per- 
sone, le quali s'incalzavano a vicenda per raggiungere 
il supposto reo, il pubblico omicida, il maledetto. Nella 
bocca di ognuno non ci era altra parola che morte 
all'infame. Si udiva la ispirata voce dei preti, ma non 
tutti potevano ravvisare la vittima ; d'altronde erano 
già le 9 della sera, e la notte rendeva cupa e selvaggia 
quell'orrida scena. Un forte grido di dolore partì dal 
luogo dove la gente era più compatta, e lo ignominioso 
delitto fu consumato. 

La Commissione, che poco prima aveva saputo l'ar- 
resto e l'avvicinamento, del Vaccaro, dirigendosi verso 
le porte, cercava impedire gli eccessi del popolo ; ma 
giuntale per istrada la inaspettata nuova che egli era 
stato scannato, e che trascinavasi il cadavere per le- 
garlo al solito piliere, già patibolo del Vico, si riunisce 
di nuovo in casa comunale scontenta, avvilita, per- 
plessa, aspettando lo arrivo del signor Adorno, dal 
quale sperava, fra tanto scompiglio, consigli ed aiuto. 

Costui, nato da illustre ed opulenta famiglia, era un 
uomo d'ingegno non volgare, giureconsulto sagace ed 
eloquentissimo, di molta erudizione, conoscitore della 
plebe, di calda immaginazione, fermo, tenace, imper- 
territo; ma, sventuratamente, a 60 anni conservava 
il fuoco e la inesperienza di un giovane a 18 anni. Il 
suo cervello era impaniato da quella fatale illusione, e 
operava di buona fede nella idea di scoprire una setta 
infernale. Sin dai primi di luglio si era elevato a tri- 
buno della plebe, e ovunque trovavasi, nei caffè, nei 
tribunali, nelle piazze, perorava con la sua facile pa- 
rola contro i venefizi; e con ciò credeva non compro- 

10 



146 

mettersi nè punto, nè poco, perchè aveva la coscienza 
di non appartenere ad alcun partito politico (1). Ne- 
mico personale, per privati interessi, del barone Pan- 
cali e del cavaliere Vico, questi, cogliendo forse il de- 
stro delle improntitudini dello Adorno, spediva il giorno 
16 il mandato di arresto contro di lui; prevenuto di 
ciò, da amica persona, fuggiva immantinente e reca- 
vasi in una villa distante tre miglia, onde ritornava 
la sera del 18 per l'invito ricevuto, e conduce vasi nel 
palazzo della comune innanzi la Commissione riunita, 
con un codazzo di amici, di conoscenti, di popolani. 

Egli era bello della persona, di forme imponenti, 
franco, leale, e possedeva quel fascino che natura a 
pochi largisce. Appena entra nella sala si presenta al 
presidente, barone Pancali, e con una voce sonora, 
come quella di un uomo che si slancia ad una santa 
impresa, proferisce queste parole : 

■ Signori ! — Io sentiva l'obbligo mio di cittadino di 
u aiutare i miei fratelli nella grande sventura in cui 
K versavamo; sentiva il dovere di scoprire una setta 
a infernale, nemica a noi, nemica al Governo ; piena la 
" mente di fede e di amore per la patria mia, presa- 
a giva che ai figli di Ortigia era serbato il trionfo di 

* seppellire per sempre, in questa classica terra, la in- 
u fame trama di veneficio, che per 20 anni ha desolato 

* l'Europa intera. Però, malgrado il servizio che io 
u credeva rendere al popolo e al Governo, fui costretto 

(1 La storia tin oggi scrisse l'Adorno nel novero dei martiri del 
liberalismo, perchè lo ritenne come uno dei principali cospiratori 
del 1837. Malgrado la venerazione elio sentiamo, profferendo il noni»' 
dell'illustre vittima, siamo costretti dalla verità a non accogliere 
quella opinione , e con ciò non crediamo per nulla menomare nò 
la intemerata fama, ne gli specchiati servigi resi alla patria dallo 
Adorno. Anche senza cospirare, si può essere onesto patriota e vir- 
tuoso cittadino. Egli era stato, è vero, al 1820 in mezzo alle comiche 
scene dei Carbonari; ma dopo quell'epoca disingannato o, forse me- 
glio, occupato dalle liti di famiglia o dalla professione che gli pro- 
cacciava tesori e rispetto, non amò avvolgersi fra le tenebre delle 
cospirazioni politiche. 



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147 

* a fuggire, per evitare un arresto arbitrario ed ingiu- 
u sto. Ora che la patria mi chiama, in questi supremi 
u momenti, io corro volentieri a servirla e a consa- 
« crare a lei l'opera mia, il mio sangue, le mie pas- 

* sioni. „ Stringendo poi la destra a Pancali, soggiunge : 

* Rispettabile barone, cancelliamo entrambi dalla me- 

* moria i passati risentimenti; un solo patto ci unisca 

* per sempre, il bene dell'umanità, e la speranza di 
■ far ricordare ai venturi il nome della patria nostra ; 

* e perche la nostra terra meriti in faccia all'universo 
" il suo trionfo, io amerei che nessuno si permettesse 
u di venire alle vie di fatto, o di turbare l'ordine pub- 
« blico. „ 

Queste entusiastiche parole furono accolte da un 
frenetico grido di gioia e produssero nella coscienza 
degli astanti quella profonda impressione che suole 
produrre la concitata parola di un tribuno nel solenne 
momento di ima riscossa politica. Calmata l'agita- 
zione che ordinariamente segue l'annunzio di un con- 
cetto straordinario, nel quale si svolgono tanti sva- 
riati sentimenti di timore, di diffidenza, di vendetta ; il 
Consiglio dei Sessanta si occupò di talune risoluzioni, 
e prima di tutto aprì una sottoscrizione in danaro ed in 
frumento, per provvedere alle necessita degli operai, 
i quali scioperati per difetto di lavoro fortemente mi- 
nacciavano. Fu eletto depositario del frumento il sacer- 
dote Felice Campisi, membro della Commissione e noto 
a tutti per affetto, per onore e per le persecuzioni sof- 
ferte nelle vicende del 1S20. 

Per cansare i continui tafferugli e calmare la per- 
plessità della plebe, si dispose fossero arrestati e con- 
dotti al carcere i birri della polizia, contro i quali pre- 
cipuamente si condensava l'odio e la vendetta, sì pei loro 
abusi che avevano commesso nell' esercizio del loro 
ministero, come perchè si riteneva che le autorità si 
fossero servite dell'opera loro per spargere de' veleni. 

Si arresta questa gente, la quale altronde non po- 



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H8 

teva sfuggire agli occhi del popolo che le spiava i passi 
e i movimenti, com'essi un dì avevano spiato i pensieri 
dei cittadini. 

Sotto qualunque forma di Governo, è necessaria 
una forza pubblica che prevenga i reati, conservi 
l'ordine, custodisca la vita e le sostanze dei cittadini, 
ed è pur giusto che questa forza si rispetti e si faccia 
rispettare dal popolo ; però essa non deve mai abusare 
del suo mandato, molto meno ficcare il naso ovunque, 
e spesso alimentare ed accendere i partiti. L'odio ter- 
ribile contro la dinastia dei Borboni in gran parte fu 
provocato dalla prepotenza e dai soprusi degli agenti 
della polizia. 

Nelle provincie meridionali non c'è individuo che 
non ricordi una violenza di un birro o di un ispettore. 
Ordinariamente la scelta di questi individui cadeva 
sopra gente ignorante, scroccona, iniqua. Il Governo 
faceva assegnamento sulle menzognere dichiarazioni 
di costoro, e ciecamente gittava in un fondo di carcere 
onesti cittadini, e se per caso, dopo tanto tempestare, 
si conosceva chiara la loro innocenza, giammai avevasi 
la soddisfazione di vedere punito il calunniatore. 

Siccome sul punto dell'arresto dei rondieri Antonio 
Lucifero da Stromboli, Carmelo Troia da Siracusa., 
Girolamo Tringali d'Augusta e Bartolo Giarratana 
da Scicli, le mogli di questi ultimi due inveivano 
contro il popolo , urlando e schiamazzando ; così 
furono anch'esse arrestate e condotte al carcere, la 
prima con una figlia, e l'altra con un bambino ; poco 
dopo fu anche arrestata la moglie del Lucifero. 

La liberta d'azione di questi esseri generalmente 
abborriti pesava come un incubo sulla coscienza del 
popolo, il quale credeva che per mezzo di essi potesse 
essere da un istante all'altro avvelenato. Poco mancò 
che non avessero la sorte dei loro capi. 

Fra queste spaventevoli scene di sangue e di furore, 
chiudevasi la tremenda giornata del 18 luglio; però 



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appariva più sanguinosa l'alba del 19, in cui un popolo 
illuso e fremente gridava vendetta per la morte delle 
persone più care. Tutto presagiva uno sfasciamento ge- 
nerale di ogni ordine civile. L'umanità pareva avvolta 
in un lenzuolo funereo. Furori sempre rinascenti ; 
aspetti pallidi ed estenuati dal digiuno ; sguardi biechi 
e sospettosi ; un andar pressante e concitato ; un te- 
mersi a vicenda ; crocchi di gente in ogni cantone ; com- 
briccole in ogni piazza ; racconti spaventevoli, cada- 
veri ammonticchiati nelle bare, porte asserragliate, 
tutto infine era spavento e squallore ; incerto il pre- 
sente, più tristo l'avvenire. 

Gl'iniziatori, i complici, i fautori vedevano il preci- 
pizio in cui erano caduti ; la terra barcollava loro sotto 
i piedi; il rimorso, e, più del rimorso, il timore di essersi 
compromessi, per lo smentito trionfo della rivoluzione 
di Messina e per il silenzio di Catania, li scoraggia, li 
spaventa, cosicché taluni si annidano nelle campagne, 
ed il paese versa nella disperazione, nell'anarchia, nella 
trepida esitanza. In questo tempo la morte arruota 
la sua falce, e la misera gente muore senza conforti, 
senza aiuto dei medici, perchè ricusa qualunque bene- 
volo consiglio, qualunque medicina, che d'altronde 
crede avvelenata, e fra gli spasimi e le lotte mortali 
uno solo è il grido de' poverelli : Morte, morte agli av- 
velenatori ! 

Questi urli, queste maledizioni congiunte alle la- 
grime di tanti infelici che piangono i loro cari morti 
di colèra risuonavano cupi per l'aere della derelitta 
Siracusa, ed ognuno trepidava d'ansia mortale pel 
doppio pericolo, di cadere vittima o del sognato vene- 
ficio, o del furore della ingannata plebe, per un qua- 
lunque siasi sospetto o per privata vendetta. 

Intanto sin dal giorno precedente moltissime per- 
sone giravano le campagne andando in cerca dell'ispet- 
tore e del percettore padre e figlio Li Greci. I loro fondi 
erano stati calpestati palmo a palmo ; frugate le case 



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150 

di campagna, le pagliere, i fienili. I castaidi erano stati 
proprio messi alle torture e minacciati della vita. Verso 
le nove della mattina, un villico annunzia di aver visto, 
in mezzo al pantano accanto alla sorgente dell'Anapo, 
una cagna da caccia del figlio del Li Greci e di essere 
certo trovarsi cola i cercati. Bastò questo semplice 
annunzio per spingere la plebe, e precisamente i bor- 
donari, a correre, in men che non si dica, in quella 
località su numerosissime cavalcature montate da due 
e anche da tre persone. Traversando le campagne, i 
contadini dei dintorni si uniscono ad essi ed impu- 
gnano marre, falci, ronche, forconi, che turpemente 
diventano strumenti di morte. 

Questa massa enorme di popolo, che cresceva di mi- 
nuto in minuto smisuratamente, accerchia fra le grida 
ed i fischi la palude ove si trovavano i miseri, i quali 
stretti fortemente al petto ed istruiti dal fido loro ca- 
staido dei fatti del d\ precedente, piangono a singulti, 
aspettando la sicura morte. Sono ghermiti senza 
pietà, come il falco ghermisce la sua preda, e tratti 
dalla palude a furia di urti, di spinte, di disprezzi, di 
sputi, di maledizioni. 

Consideri il lettore quale raccapriccio abbia invaso 
l'anima di quegl'infelici quando si videro al cospetto 
di circa 4000 persone, che li atterravano coi soli feroci 
sguardi e con l'ansia selvaggia di trucidarli. 

I capi del popolo che, la sera innanzi per l'eccidio 
del Vaccaro, avevano inteso i rimproveri di Adorno, il 
quale, sempre di buona fede convinto del veneficio, vo- 
leva ad ogni costo che s 'instruisse un formale processo 
e contava sulle dichiarazioni degl'imputati, cinsero coi 
loro petti quelle infelici creature e indussero la infre- 
nabile plebe a sospendere la mortale esecuzione, finche 
il potere legale del popolo non ricevesse in Siracusa la 
confessione della loro colpa. Fra le braccia quindi di 
quattro bordonai di atletiche forme, i due miseri furono 
condotti o meglio trascinati in città, facendo loro per- 



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■ 



151 

correre quasi tre miglia in raen di un'ora. Un'onda di 
popolo li precedeva quasi di mezzo miglio sventolando 
fazzoletti, e gridando ad intervalli : Viva santa Lucia ! 
A quelle grida rispondevano le campane del vicino 
paese, come se si dovesse celebrare una grande festi- 
vità religiosa, o si trattasse di compiere i destini di 
una nazione. In questo modo solenne, fragoroso, entu- 
siastico, si condussero i miseri innanzi al palazzo della 
comune, dove li aspettava la Commissione riunita, la 
quale oramai incominciava a sentire la propria impo- 
tenza e temeva di se stessa. 

Un fremito di santo dispetto ci corre per le vene, 
narrando questa lugubre scena; l'anima nostra si con- 
fonde, quasi non volesse prestar fede ai fatti contem- 
poranei: non pare possibile come un popolo civile, in- 
telligente, educato, possa così fattamente trascendere. 
Ma tutto è pur vero. Era l'istinto della propria con- 
servazione che lo rendeva immorale, selvaggio, iniquo. 

Appena questa onda di popolo terribile e minaccioso, 
con passi concitati, giungeva innanzi il portone del pa- 
lazzo della comune, un grido spaventoso, come il ruggito 
di un leone nei deserti dell'Africa, rintuonava per l'aere, 
e con quel grido, che agghiacciava il sangue e faceva 
irte le chiome, invocavasi (fa vergogna a dirlo) il nome 
della protettrice santa Lucia. Battono le campane a 
stormo, da ogni vico sbuca il popolo che allaga il piano, 
il quale ribocca a guisa di mare tempestoso che fluttua, 
brulica, si avanza. Taluni della Commissione tremano 
più delle stesse vittime ; guardano le truci fisonomie 
de' popolani ; in quei volti accesi, in quegli occhi scin- 
tillanti, in quelle labbra livide e tremolanti, già ve- 
dono l'ardenza tremenda di sbranare quei miseri, 
e non hanno la forza d'interporsi fra le vittime e gli 
uccisori. 

Restava ancora nell'esecrato patibolo la salma de- 
l'infelice Vaccaro, e questo spettro terribile non sfugge 
allo sguardo dell'ispettore Li Greci, il quale finalmente 



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raccogliendo lo spirito grida, piangendo : " Salvatemi il 
u figlio, che io parlerò ; datemi un prete che io mi con- 
" fessi. „ Un monaco, certo Zacco domenicano, racco- 
glieva la sua solenne e pubblica confessione del tenore 
seguente : 

u Quindici giorni or fa, veniva da me il Vaccaro ri- 
■ chiedendomi di spargere il tossico ; io mi negai e mi 
e resi in campagna, ov'egli venne a raggiungermi, insi- 
u stendo sempre e minacciandomi di volermi desti- 
" tuire. „ Non aveva finito di profferire quest'ultima pa- 
rola, che il popolo, grandemente indignato dell'amara 
narrazione, l'uccide e con lui nello stesso tempo l'ama- 
tissimo figlio, per il quale egli credeva, con questa in- 
ventata ed inopportuna storiella, immolarsi in olocau- 
sto della propria creatura. 

Noi per ora narriamo i fatti, che restano tuttavia 
scolpiti nella mente del popolo di Siracusa, come sug- ' 
gello che non ci è forza umana si cancelli o si dilegui ; 
ma ci riserbiamo a scrivere qui appresso le nostre 
utili e spassionate osservazioni , per combattere i falsi 
giudizi che talune volte sorgono da una innocente o 
inventata dichiarazione, o da un fatto pensatamente 
svisato o mal compreso. 

Il nome de' Li Greci pesava enormemente sulla co- 
scienza del popolo, sì per gli odii che si erano accu- 
mulati sul loro capo nell'esercizio delle due dillicili ca- 
riche d'ispettore e di percettore, come per la profonda 
convinzione che essi, essendo intimi amici al Vaccaro 
e cari al Governo, dovevano ad ogni patto essere a 
parte della trama del venetìzio. Perlocchè dopo il loro 
eccidio, parve lo spirito pubblico si calmasse; e la 
Commissione, cogliendo il destro di quest'aura fortu- 
nata, incomincia a preoccuparsi dell'ordine e della isti- 
tuzione di una forza, che possa spegnere sul nascere 
qualunque moto inconsulto ed intempestivo. Si stabi- 
liscono sette pattuglie, quante erano le parrocchie del 
paese; si affida ad essa il mantenimento dell'ordine; 



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153 

ma s'incespicò nella scelta degl'individui ; e d'altronde 
era difficile ritrovare probi ed intemerati uomini che 
avessero interesse alla conservazione dell'ordine pub- 
blico, essendo quasi tutte le oneste famiglie sparse 
nelle campagne, tanto per timore del colèra, quanto 
per lo spavento che avevano ingenerato gli eccidii di 
quel giorno, e del giorno precedente. 

Il dì 20 luglio pareva sorgesse sotto gli auspicii della 
legalità. La Commissione sospirava che gli eccessi fos- 
sero sostituiti dall'ordine, e dalle forme giuridiche ; 
voleva quindi si affrettasse l'istruzione del processo. 
Anche il Mistretta, per nascondere l'animo suo alla 
plebe, fingeva mostrarsi operoso, sagace, zelante. 

Invitati dunque, la sera del 19, i membri della Com- 
missione, all'uopo destinati, rendevansi alla diinane nel 
carcere per sentire la dichiarazione dello Schwentzer. 

Noi crediamo necessario pubblicare taluni interes- 
santi documenti, dai quali emerge tanta luce che basta 
a rovesciare il trentenne colosso innalzato sull'arena. 

u L'anno milleottocentotrentasette, il giorno 20 lu- 

* glio, alle ore 13,'nelle carceri centrali 

" Noi, Francesco Mistretta, giudice istruttore della 
u valle di Siracusa, assistito dal commesso da cancelliere 
" don Carmelo Flaccavento, ed in presenza dei signori 
44 dottori don Felice Moscuzza, don Salvatore Giaraca, 

* don Santo Mollica, don Gaetano Perez, destinati dalla 

* Commissione di cui fan parte; non che dal dottor 
« don Mario Adorno, componente pure la Commissione 

* suddetta, intervenuto puranche allo stesso oggetto, 
u onde interrogare l'arrestato Giuseppe Schwentzer; 
** lo abbiamo fatto estrarre dal carcere, ov'era rin- 

* chiuso, e gli abbiamo dirette le seguenti domande : 
a D. Qual è il vostro nome, cognome, padre, patria, 

* età, condizione, domicilio? 

* R. Mi chiamo Giuseppe Schwentzer, figlio del de- 

* funto Giorgio, di anni 36, nato in Tolone, di pro- 

* fessione cosmurama. 



- 



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154 

« D. Siete stato arrestato dal popolo come trovato 
" imputato di avere sparso delle sostanze venefiche a 

■ danno della pubblica salute. Manifestateci libera- 

* mente tutto ciò che è alla vostra conoscenza. 

u R. Io dirò francamente quanto mi consta. Dal mio 
u Governo francese sono stato spedito per vari regni, 
" onde esplorare qual fosse lo stato delle nazioni e farne 

* rapporto; e similmente per verificare quanto concerne 
u il commercio. Giunto in Marsiglia, dove ricevei l'uguale 
" incarico da una compagnia ivi permanente, là mi ac- 
u coppiai alla compagnia delli cavalli di Lepick, e con 
u esso lui passai in Sicilia. Qui io teneva incarico segre- 

* tissimo dal mio Governo per indagare quali fossero le 

■ opinioni politiche, quali le inclinazioni, quale lo spirito 
" pubblico ; onde in caso di movimento qualunque, che 
« si avrebbe potuto tentare a Palermo, od a Catania, 
" ovvero in Messina, la mia nazione avrebbe spedito dei 
u navigli per impossessarsi. Tali cose io riferiva al signor 

* Bine, prefetto di marina di Tolone; ma, giusta gli or- 
" dini ricevuti, qualunque carta di corrispondenza lace- 

* ravasi appena giunta. Mi si eran promessi, in qualun- 

* que caso che io non fossi sopravvissuto, 30,000 fran- 
u chi per la mia famiglia. 

u Trovai malcontento in Catania e in Messina; non 
u cosi in questa, ove mi era recato da un mese addietro, 
" anzi da un mese e quindici giorni circa. Verso il 1 5 
" giugno vidi qui un tedesco, con cui aveva fatto cono- 
u scenza a Milano. Io lo sapeva spargitore di veleni, e 
u tosto mi inorridii. —E come tu qui ? gli dissi: vanne 
" presto; la tua presenza mi spaventa! — Ilo messo 
u fuoco, risposemi , a Palermo ; ora passo a Catania, e 
" poi sarò a Messina. Chi mi ha spedito non ha freddo. 
M Napoli si b rallegrato nel sentire che il colèra domina 

* a Palermo. — Dopo due giorni il tedesco scomparve, 
" o almeno io non lo vidi più, poiché, preso da paura, 
u più non sortì; chè aveami detto: se tu denunci me, io 
u denuncierò te pure. 



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155 

• D. Diteci il nome e cognome di quel tedesco. 
" R. Dicevasi Beinard. 

* D. Indicateci i di lui connotati. 

u R. Non toccava gli anni quaranta ; era di statura 
u alta, corporatura giusta; viso tondo; ed usava dei 
■ baffi finti la sera solamente. Egli era biondo. 

■ D. Dove alloggiava? 

" R. Noi saprei ; ma dicevami che stavasi fuori, poi- 
u che la mattina affacciavasi in citta. 

u D. Con chi lo vedevate frequentare? 

" R. Noi so; nò anche si avvicinò mai a mia moglie. 

u D. Dissevi a quale oggetto ne era qui venuto ; 
" d'onde erasi partito, ed in compagnia di chi? 

" R. Noi disse. Tenevasi poi alle vaghe, annuncian- 
« domi che gH era piaciuto il bel porto ed altri avanzi 
u del paese. Stavasi però pensoso e quasi in timore, nel 
u giorno che qui si trattenne. 

" D. Vi parlò del male che aveva assalito Palermo? 

* Nell'affermativa qual manifestazione vi fece? 

u R. Dicevami che faceva uso di veleni liquidi ed in 
u polvere, quali spargeva gettandoli per le strade. 
" D. Dissevi la natura e specie dei veleni ? 

■ R. Noi disse ; mostrommi però due boccette, dove 

* il teneva ermeticamente chiuso; l'ima conteneva del 
" liquido di color giallastro; l'altra della polvere rossa. 

" D. Vi manifestò in qual modo operavano, distrug- 
u gendo la vita degli uomini? 

" R. Diceva : agiva sul corpo umano somministran- 
" dolo nei cibi, spargendolo nei ruscelli, gettandolo 
" nelle stanze, per le strade, ed anche frani mischian- 
u dolo nei tabacchi. Aggiungeva di essere si violenti, 

* che una piccola goccia bastava ad avvelenare una 
u stanza; e faceva d'uopo di molto aceto e di molta 
u acqua per disinfettarla. 

u D. Voi diceste che il sapevate spargitore di veleni, 
" sinda quando faceste la sua conoscenza a Milano; or 
u per qual modo il sapeste ? 



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156 

a R. Egli giunse a Milano da Vienna ; e, mentre in 

* Milano tenevasi, fu attaccato del morbo un palagio, 
■ ed egli scomparve; la quale scomparsa die molto a 
" dire in Milano sul di lui conto, ed intesi da molti che 

* quegli era spargitor di veleni. 

u D. Perche non farne manifestazione alle autorità, 
" quando vedeste qui tal uomo che sì scelleratamente 
u attentava alla vita di tutti] 

a 11. Questa è stata la mia mancanza, e di ciò ne ho 

* avuto rimorso. 

fl D. Qual credete che sia stata l'idea contenuta nelle 

* parole dettevi dal tedesco: chi mi ha spedito non 

* sente freddo? 

* R. Egli intendeva dire: chi mi ha spedito non 

* teme; è ben coverto, ed è una potenza grande. 

u D. Spiegateci la natura e qualità degli oggetti che 

* vi furono sorpresi come sospetti di essere sostanze 

* venefiche; diteci se ne contengono in effetti ed a qual 

* uso li serbate. 

u R. Consistono in due boccette di acqua odorìfera, 

* che il colonnello Martinelli avea regalato a mia moglie, 
u le quali sono di color rosso ; un'altra con poca essenza 
u di arancio; un'altra piena di aceto aromatico regala- 

* tomi da un aromatario robusto, che spesso veniva al 
u cosmorama con un certo don Giambattista, figlio del 
u ricevitore della dogana; altra piccola piena dolio pei 
u capelli ; un piccolo scatolino con pasta da affilare rasoi ; 
u una scatola quasi piena di tabacco in polvere regala- 
u tami dal padre guardiano dei Cappuccini di Agosta ; 

* una bottiglia che contiene del linimento volatile, ado- 

* prato da mia moglie per contusione al ginocchio ri- 
u portata per una cavalcata fatta in Siracusa, So di poi 
u che dovrebbe esistervi del mercurio , non so dove 

* messo, di cui faceva uso il mio giovane don Tom- 
u maso, di cuiignoro il cognome, ma nativo di Napoli , 

* perchè soffriva piattole veneree. 



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157 

* D. Vi si indicarono dal tedesco i mezzi, onde non 
• " restar vittima dei veleni che spargeva ? 

u R. Da lui nulla ne seppi; ma per le notizie che ne 
■ ebbi a Tolone ed a Marsiglia, ove infierì, so che gran- 

* demente giovavano a disinfettar l'aere: far fuochi 

* nelle strade di pece, catrame ed altro, bruciar ro- 
" smarino in casa e tener sommamente nette le strade. 

" Lettura datagli e conferma fatta ha firmato con 
" noi, con gl'intervenuti e col commesso: 

* Joseph Schwentzer — " Mario Adorno — Felice 
u Moscuzza — Salvatore Giaracà — Gaetano Perez — 
" Santo Mollica — Francesco Mistretta, istnittorc — 

* Carmelo Flaccavento, commesso giurato. , 

Chi pondera questo interrogatorio senza alcuna 
preoccupazione, si avvede che le risposte nascono da 
una mente, la quale non ha altro concetto che d'illu- 
dere con parole evasive il giudice, ed il popolo. Ma 
guardiamo seriamente, per un momento, questa di- 
chiarazione; da essa risulta che il Governo di Francia, 
e non una setta, spediva lo Schwentzer e il Bernard, 
il primo per esplorare lo spirito pubblico; il secondo 
per avvelenare i popoli. Naturalmente la missione di 
questo era subordinata a quella dell'altro, cioè nel 
caso che i popoli tentassero di scuotere il giogo del 
dispotismo, e lo Schwentzer si persuadesse di ciò, e ne 
desse avviso al suo Governo, allora il Beinard dovrebbe 
compiere il suo mandato. Ora, come si può supporre 
che ci sia al mondo un mentecatto che voglia conce- 
dere al Governo della Francia il privilegio di potere 
disporre della libertà, e della vita degli altri popoli? 

E perchè qualche ingenuo non possa supporre che 
gli Orléans ambivano la Sicilia, e si servivano del ve- 
neficio per spingerla alla rivoluzione, ci giova far os- 
servare che questo pensiero non vagolò giammai, uè 
poteva vagolare nella loro mente; e per altro prima 
di attuarlo bisognava supporre nell'isola un partito 
francese, ciò che era quasi impossibile, perchè tutti 



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158 

sanno che sin dai tempi del Vespro i Siciliani aborri- 
scono fieramente il dominio francese più di qualunque 
altro dominio straniero. 

Nò e da credersi che il Governo francese fosse inti- 
mamente d'accordo coi Governi locali ; perchè in quei 
tempi Luigi Filippo, rappresentando tutt' altro che il 
diritto divino, non godeva ne la stima nè la fiducia de- 
gli altri Governi; ed ove ci avesse potuto essere questo 
accordo, certo il Governo di Francia non si sarebbe 
valso dello Schwentzer per esplorare lo spirito pub- 
blico, sibbene dagli stessi Governi. 

Luigi Filippo veniva dalle barricate; il suo interesse, 
per durare sul trono di Francia, era quello di armoniz- 
zare più col popolo che con la santa alleanza. Il lettore 
ha visto nel capitolo precedente come avevano lavorato 
al 1S32 i sostenitori del diritto divino a danno degli 
Orléans, e come si erano serviti dello stesso iniquo 
mezzo della falsa voce del veneficio, per combattere 
quella monarchia. Bisognerebbe dunque supporre che 
Luigi Filippo avesse contemporaneamente il doppio 
carattere di vittima e di uccisore. 

Da qualunque lato si guardi questa dichiarazione 
non ci offre alcuno sprazzo di luce, alcun fatto posi- 
tivo, alcun testimone, alcun documento. Una volta che 
Schwentzer, sul punto di essere arrestato, dichiarò di 
confessar tutto, doveva ad ogni patto innanzi al giu- 
dice contare una storiella ; per altro l'infelice non aveva 
altra speranza che nel tempo. L'anima sua era trafitta 
da mille dolori. I custodi e le guardie del carcere, nel- 
l'ambizione di rendersi benemeriti al popolo, e alla 
Com.nissione, servivansi di tutti i mezzi per strappargli 
dalla bocca qualche parola, qualche accento che po- 
tesse riguardare il veneficio o la salute pubblica. Quindi 
chi gli diceva : u vostra moglie fu uccisa ; „ chi " vo- 
u stra figlia vive ancora, se voi parlerete vi sarà resti- 
u tuita; „ chi • se voi non rivelerete il segreto, il popolo 
u farà le sue vendette, e sarete ucciso come gli altri. „ 



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159 

Ora noi domandiamo : quale risorsa restava all'infe- 
lice in quella dura, e penosa condizione? Non era forse 
una tortura morale quel mettergli dinanzi agli occhi che 
la salvezza, o la morte della moglie e della figlia dipen- 
deva dalla dichiarazione di lui ? Eppure questo interro- 
gatorio fu considerato dall'Adorno, e dagli altri come 
il quinto evangelo ! 



K'O 



CAPITOLO V. 



L'analisi chimica. 



Fino a questo punto le persone moderate, e intelli- 
genti, malgrado le promesse dello Schwentzer di rive- 
lare la verità, malgrado le ultime parole del Li Greci, 
non erano ancora profondamente convinte della sco- 
perta del veneficio. I liberali cantavano improvvida- 
mente gli osanna, e continuavano ad eccitare nel po- 
polo una febbre che d'altronde non era più possibile 
di spegnere. Però, dopo il primo atto processuale, anche 
coloro che temevano di pronunziarsi, si slanciarono 
nella fatale credenza, e con ardore reclamarono, perchè 
si compiesse tosto l'istruzione del processo. 

Sovente basta la forma legale e giuridica, per accre- 
ditare un fatto, che in se stesso nulla racchiude di po- 
sitivo. Un interrogatorio formale innanzi il giudice 
istruttore, alla presenza dei testimoni, anche per gli 
scettici, era un avvenimento di grave importanza e ren- 
deva la scoperta del pubblico veneficio incontrastabile. 
Non restava che convalidarlo, col rinvenimento del 
corpo del delitto. 

La Commissione riunitasi col collegio medico, ed al 
cospetto del pubblico , incomincia l' analisi chimica 
sugli oggetti depositati; e ne redige il seguente verbale 
che fa parte del processo tuttavia esistente nell'archi- 
vio provinciale di Siracusa. 



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161 

Però, perchè il lettore innanzi tempo comprenda la 
ragione per la quale il pubblico attribuiva una grande 
importanza alle cartoline ritrovate in casa del capo- 
rondiere Lucifero, è giusto che in poche parole conosca 
la biografìa di costui. 

Egli era da Stromboli, dell'età di 38 anni. Non avea 
alcun mestiere, ne affetto alla propria famiglia. Spa- 
triava da Stromboli sua patria, per disperazione, e per- 
chè inviso a tutti. Non si sa come fu eletto dal Governo 
de' Borboni sotto-custode del carcere di Catania. Accu- 
sato di ladroneccio, fu condannato a sei mesi di prigio- 
nia. Uscito dal carcere, cadde ammalato, e i medici gli 
prescrissero la cura di un'oncia di cremore di tartaro, 
divisa in sedici cartoline ; e siccome i tristi trovano 
sempre nei tristi il loro appoggio, così, per mezzo del 
famoso ispettore di polizia Silvestri, fu eletto capo- 
rondiere di Siracusa, e spedito colà, con una commen- 
datizia per il commissario cavaliere Vico. Dopo poco 
tempo il Lucifero acquistava un'influenza presso le 
autorità della polizia, e a suo bell'agio disponeva di 
tutti e di tutto, commettendo abusi, violenze, nequizie. 
Amico dell 1 appaltatore de' balzelli comunali , certo 
Orazio Lo Giudice, passava gran parte del tempo 
alle porte, sorvegliando con mal garbo i poveri immit- 
tenti, e sovente obbligandoli con la forza a pagare il 
doppio ed il triplo del dazio. Quindi non ci era uomo 
che potesse accumulare sul suo capo tant' odio pubblico, 
quanto il rondiere Lucifero. Il popolo lo chiamava il 
Lucifero di nome e di fatto. Le madri, quando volevano 
minacciare i propri figli, bastava loro dicessero : ■ il 
■ Lucifero viene ! , e i bimbi andavano a nascondersi. 

Dopo queste utili ed indispensabili conoscenze, il 
lettore compatirà in parte la., pubblica esasperazione 
per il risultato della seguente generica : 

u L'anno mille ottocento trentasette, il dì 20 luglio 
" in Siracusa, nella chiesa cattedrale, nell'atrio vesco- 
" vile alle ore quindici, 
il 



Iò2 

8 Noi Francesco Mistretta giudice istruttore nel capo 
u valle di Siracusa, assistito dal commesso da cancel- 
" liere don Carmelo Fiacca vento, intervenendo i signori 
** Adorno, Moscuzza, Giaracà, Perez, Mollica, eompo- 
" ncnti la Commissione all'uopo destinata, ed in pre- 
u senza del pubblico, che ha voluto essere spettatore ; 

u Volendo procedere al legale disuggellamento e 
u quindi alla verifica degli oggetti sorpresi al rondiere 

* Lucifero, abbiam fatto cedula ai periti professori 
fc dottor don Carmelo Campisi, dottor don Giulio Pria, 
u dottor don Giacomo Monterosso, dottor don Giu- 
u seppe Moscuzza, dottor don Mario Condorelli, dottor 

■ don Luciano Miceli, dottor don Giuseppe Genovesi, 

* don Gaetano Innorta, don Giuseppe Condorelli, don 

* Salvatore Innorta e don Giuseppe Costa. 

" Essendosi presentati costoro, menochè il dottor 

* Moscuzza e dottor Giuseppe Condorelli, don Salva- 

* tore Innorta e don Giuseppe Costa ; i componenti la 
u Commissione deputati ad assisterci, presi pria dalla 
u Commissione i debiti schiarimenti, ed ottenutane la 
" facoltà, ha detto potervisi sostituire invece i signori 
fa Francesco Lo Curzio e don Carmelo Mure farmacisti, 
u locchè annunziato, abbiamo disposto che fossero co- 
u storo chiamati. Presentatisi quindi, e volendo pro- 

* cedere alla disuggellazione ed apertura della porta 
u del tesoro, non trovatisi presenti i due testimoni in- 
u tervenuti allorquando fu chiusa e suggellata, cioè, 
" il professore lettore Zacco, ed il professore Innorta 
u testimoni di reperto, abbiamo sostituito ai medesimi 

■ due delle persone presenti. Fatto prestare ai mede- 

■ simi il giuramento di dire tutta la verità, e richiesti 
u de' loro nomi e cognomi, padre, patria, età, condi- 
u zione e domicilio, han detto chiamarsi, il primo don 
" Matteo Roggio, figlio di don Sebastiano, possidente ; 

* l'altro don Raffaele Gozzo di don Giuseppe, professore 
u di musica, entrambi da Siracusa. 

u Mostrati quindi ai medesimi i suggelli, e ricono- 



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163 

- sciutane la integrità di unita ai componenti la Com- 
" missione, abbiamo rotto i suggelli, e fatta aprire la 

* porta assicurata a tre chiavi, l'una delle quali rimase 
u affidata al sacerdote Germano, l'altra al signor Mo- 

* scuzza, e la terza presso il signor Perez, abbiamo 

* fatta disserrare la porta suddetta e tratto fuori Fin- 
u volto contenente gli oggetti sorpresi al rondiere Lu- 
" cifero. Rinchiusa nuovamente la porta, abbiamo or- 
" dinato ai professori, fatto pria prestare ai medesimi 
u il giuramento di fare le loro osservazioni sulla pro- 
" pria coscienza, che quelle carte scrupolosamente 
u osservassero, e quale materia contenevano, riferis- 
u sero. Cominciate le osservazioni da uno degl'involti 
u contenente n° 1 2 cartelline, come sorprese al ron- 
a diere Lucifero, svoltane una, dubitando se vi fosse 
u sublimato corrosivo, l'hanno sottoposta all'acqua di 

* calce, ma non ha dato alcun precipitato giallo. Sot- 
" toposta altra porzione della cartolina medesima al 
u solfato di soda, per riconoscere la esistenza dell'ar- 

* senico, non si è verificato alcun precipitato bianco. 

* Sottoposta del pari parte della stessa sostanza al 
u solfato di rame ammoniacale non ha dato precipitato 
u verde. Trattata in fine col l'azione del fuoco non ha 

■ sviluppato alcun odore di aglio. 

u Osservata la seconda cartolina ad occhio nudo ha 
u sembrato zucchero, e buttata nel fuoco una porzione 
u ci ha avvertito l'odore dello stesso, avendone gustato 
u ha dato analogo sapore. 

u Esaminata la terza cartolina, sottoposta all'azione 

* del clorato di potassa non ha dato alcun precipitato 
u granulloso e bianco. Assoggettata la suddetta mate- 
" ria all'azione dell'acido nitrico, dubitando se ci fosse 

* stricnina, non ha dato alcun precipitato giallo-rosso. 

■ Altra porzione della stessa messa all'azione del mu- 
" riato di ferro, per rivelare la presenza della morfina 
u se mai vi fosse, non ha dato alcun precipitato cele- 

* ste. Assoggettata la quarta cartolina, la stessa ma- 



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164 

" teria all'azione dell'acqua di calce, dubitando se vi 

* fosse sublimato corrosivo, non. ha dato alcun preci- 
" pitato giallo-carico. Trattata la stessa con l'acido 
" nitrico, dubitando se vi fosse qualche alcale, non ha 
u dato alcuna fermentazione. Assoggettata la stessa 
u materia all'azione del solfato di soda, per rilevare se 
" vi fosse arsenico, non ha dato niun precipitato bianco. 
" Assoggettata porzione della stessa all'azione dell'a- 

* cido nitrico, dubitando se vi sia stricnina, non ha 
44 dato precipitato giallo -carico. Assoggettata pure 
u altra porzione all'azione del muriato di ferro, dubi- 
" tando se vi fosse morfina, non da dato precipitato 

* celeste. Dai quali esperimenti ne han dedotto la non 
" presenza di alcuna sostanza venefica. 

u Essendo l'ora tarda, ne potendo proseguire l'ana- 
« lisi chimica sul dippiù, l'abbiamo rimessa a domani, 
u suggellando entro un foglio di carta le cartoline 

* tutte, tanto esaminate che no. L'involto è stato 

* messo dentro la stanza del tesoro, che si è assicurata 
u a tre chiavi e con suggelli sulle strisce di carta al- 
u l'uopo messesi all'imboccatura delle chiavi. 

u Del che si è redatto il presente verbale di cui si h 
u data lettura e si è firmato da tutti gl'intervenuti da 
M noi e dal commesso. 

' Gaetano Pria — Felice Moscuzza — Mario Adorno 
u — Santo Mollica — Gaetano Innorta — Dottor Car- 
u melo Campisi — Carmelo Mure — Giacomo Monte- 
» rosso — Giulio Pria — Luciano dottor Miceli — 
" Mario dottor Condorelli — Giuseppe dottor Genovesi 
" — Francesco Mistretta, giudice istruttore — Carmelo 

* Flaccavento, commesso. „ 

Il pubblico, che con grande ansia era stato spetta- 
tore del procedimento chimico, e che ad ogni menoma 
operazione erasi lusingato si trovasse il corpo del de- 
litto, ascoltò di mala voglia il risultato, e moltissimi 
del popolo incominciarono a sbottoneggiare " che il 
collegio medico voleva eludere con artifizio l'esistenza 



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165 

dei veleni; che le dodici cartoline contenevano dell'ar- 
senico; che la vera prova sarebbe stata quella di darlo 
a mangiare ai cani; che Lucifero era uno dei propaga- 
tori del veleno; che si era invano versato il sangue 
dell'autorità, perchè la strage del voluto colèra, invece 
di cessare, incrudeliva; che nel seno della Commissione, 
e del collegio medico vi erano dei serpi; che finalmente 
bisognava farla finita anche con essi, ove si volesse 
davvero salvare il paese. „ 

Queste idee agitavano la mente della grande mag- 
gioranza del popolo ; il quale era persuaso, e convinto 
sin dal giorno in cui in casa del Lucifero si erano tro- 
vate le cartoline, ch'esse doveano contenere infallibil- 
mente del veleno, ed era stato perciò che l'opinione 
pubblica avea richiesto che a preferenza degli altri og- 
getti si esaminasse quello involto. 

Nel paese non c'era un solo individuo, una sola 
donna che non aspettasse con ardenza il risaltato 
della generica. Molte famiglie attendevano dai balconi, 
e dagli usci i loro congiunti, per conoscere la narra- 
zione dei fatti. Per esse la conferma del reato era lo 
annunzio della loro salvezza. Quando videro defraudate 
le loro speranze, e intesero i sospetti del popolo, anche 
esse incominciarono a suscitare, e a riaccendere lo sde- 
gno dei loro congiunti. 

Nelle commozioni popolari ordinariamente la donna 
è la fiera istigatrice dell'ira, e della vendetta. Turbato 
una volta l'ordine di un paese, sguarnito di una forza 
che potesse imporre alla coscienza del popolo, rove- 
sciato il prestigio dell'autorità costituita, bastano le 
tristi insinuazioni di pochi forsennati per agitarlo e 
commuoverlo ad ogni piè sospinto, e sventuratamente 
una scintilla offriva loro il destro di suscitare un in- 
cendio. 

Come dicemmo, si erano organizzate le pattuglie; 
ma la Commissione comprese sino d'allora che con 
esse difficilmente avrebbe potuto raggiungere lo scopo 



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ICS 

di mantenere l'ordine pubblico, quindi, velando il suo 
concetto sotto il punto di vista di animare il paese, e 
di riattivare il traffico, il commercio, l'industria, le 
arti, avea fatto un appello agli onesti cittadini, perchè 
ritornassero in città. 

Didatti, il direttore delle dogane Filippo Patronaggio, 
da Palermo, marito della vedova marchesa Navanteri, 
prodigo del suo, e delle sostanze della moglie, inetto e 
ciecamente devoto ai Borboni per vanità, e per desìo di 
influenza cortigiana, invitato da taluni a scendere in 
città dalla vicina villa, dove si era reso sino dai primi 
giorni di luglio, da un canto accoglieva volentieri l'in- 
vito, e regalava alla Commissione once 100 (lire 1275) 
ed una quantità di frumento; e dall'altro si accingeva 
ad organizzare una pattuglia di doganieri e di guardie 
della regia, onde con essa contribuire al manteni- 
mento dell'ordine pubblico. Le pattuglie paesane s'in- 
dispettiscono, si credono defraudate, offese, tradite, e, 
profittando del malcontento, e della diffidenza in cui 
era caduta la plebe per il fatto della generica, riuni- 
scono di nuovo al piano del Duomo il popolo armato 
di falci, di bastoni, di stocchi, di uncini, e, tumultuando, 
incominciano a gridare: " Abbasso la dogana! Abbasso 
i forestieri! Abbasso Patronaggio! „ E in questo modo, 
al grido di viva santa Lucia e al suono delle campane, 
si avviavano verso la casa Patronaggio, affine di arre- 
starlo, e condurlo al carcere. 

Accorrono taluni membri della Commissione; accor- 
rono Adorno e Pancali; fortunatamente raggiungono 
il popolo sul limitare della casa Navanteri, e impe- 
gnano la loro parola d'onore di arrestare il Patronag- 
gio e di farlo prigione, purché non si versasse alcuna 
goccia di sangue. 

Accolta unanimemente la proposta, la Commissione 
sale, non senza timore, le scale del direttore della 
dogana, s'introduce nelle stanze, in una delle quali ri- 
trova il derelitto con gli occhi spalancati, e con una 



167 

fisonomia cadaverica. Egli poco innanzi era stato sve- 
gliato dal sonno da un amico che, pieno di spavento 
lo aveva prevenuto del truce pensiero del popolo. Alla 
vista della Commissione, piange dirottamente, si con- 
forta, spera. Il Pancali e l'Adorno con garbate maniere 

10 rassicurano, gli garantiscono, sul loro onore, la vita, 
e gli consigliano di seguirli tosto, pria che qualche 
triste insinuazione spingesse ai soliti eccessi il popolo, 

11 quale, crescendo sempre di numero e di audacia, non 
cessava di gridare dall'atrio, e dalla strada: * Che 
scenda! Al piano! Che scenda! „ Il misero si avvitic- 
chia fra le loro braccia, e, senza perdere neanco un 
atimo di tempo per vestirsi, in camicia, e col capo nudo, 
abbandona la casa, e si avvia, fra l'immensa baraonda, 
al carcere. L'animo suo era avvilito, mal si reggeva 
sui piedi. La sua memoria gli ricordava la fine del 
Vico, del Vaccaro, del Li Greci, degli altri. 

Giunto al piano del Duomo, il popolo vuole ch'egli 
baci il fatale piliere; ed il Pancali e l'Adorno, che ad 
ogni patto volevano salvarlo, furono costretti di se- 
condare la frenetica voglia del popolo, e condurre l'in- 
felice la ove si era versato il primo sangue cittadino. 

In questi supremi istanti non sappiamo qual diffe- 
renza passi tra gli spasimi mortali, e l'estremo punto 
della morte. 

Non paga la plebe di questo falso trionfo, volle si 
arrestassero anche il tenente della dogana Nunzio 
Munna da Trapani, e Carlo Azzoppardi da Malta, e ba- 
ciassero anch'essi il luogo del martirio; dopo di che, 
insieme al Patronaggio, furono consegnati al carcere. 

Il Munna era cognato dell'estinto commissario Vico, 
e dipendente, per ragione d'ufficio, dal Patronaggio, col 
quale viveva in grande dimestichezza; come del pari 
lo Azzoppardi gli era intimo amico. Bastavano questi 
legami per insospettire il pubblico. 

L'alternativa in cui si era posto il partito liberale 
era crudelissima. 



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1G8 

H sindaco patrizio apprese con dolore il sinistro ef- 
fetto che aveva prodotto nell'opinione pubblica Tesarne 
chimico; e temendo che, frustrate di nuovo nella se- 
conda perizia le speranze del popolo si potesse venire 
a qualche altra inconsideratezza, prevenne il giudice 
istruttore perchè consacrasse le prime ore della mattina 
a sentire l'interrogatorio della moglie dello Schwent- 
zer, affine di potere, fra questo intervallo, ricomporre 
le pattuglie con qualche elemento migliore, e dando 
loro per capo il signor Mario Adorno. 

Lo stesso dopo pranzo si volle arrestare, e condurre 
al carcere un dabben uomo, certo Franco Girolamo De 
Ortis, capitano del Lazzaretto. Egli non aveva dei ne- 
mici personali nel paese; ma siccome nei primi mo- 
menti della rivoluzione gli equipaggi dei legni volevano 
ad ogni patto infrangere la legge sanitaria, ed egli, scru- 
polosissimo del suo ministero, respingeva con minaccie, 
e con coraggio civile questo attentato; così quei for- 
sennati marini, volendosi vendicare, lo fecero prigione 
come un delinquente, e fu fortuna che non lo finissero. 

La posizione del paese si era resa difficile. Ogni 
giorno segnava la sua linea. La prima infruttuosa pe- 
rizia aveva grandemente commosso gli animi. Non che 
la stima, ma la vita dei componenti la Commissione 
era oramai compromessa. Bisognava dunque rischia- 
rare l'offuscata ragione degli illusi con qualche lampo 
crudele di una lontana e falsa luce ; bisognava rassicu- 
rarli, e colmare la misura dello sdegno, e della vendetta. 

Guai a quell'uomo o a quella società che muovono 
il furore popolare, per mezzo dell'inganno, e della men- 
zogna ; allora è mestieri, per causare la morte, sobbar- 
carsi a tutte le eventualità. Il precipizio chiama il pre- 
cipizio. Queste sono le conseguenze di un fatale errore! 
Le rivoluzioni che nascono sotto un'iniqua ispirazione 
sono come il fulmine che spazza la via. 

La mattina del 21 il giudice istruttore, riuniti i soliti 
membri della Commissione nel palazzo della comune, 



169 

ordina si facesse uscire la moglie del Cosmorania da una 
stanza a pian terreno del palazzo, dov'era tenuta sin dal 
giorno 18, e si recasse alla presenza della Commissione. 

Perchè possa comprendersi facilmente questo inter- 
rogatorio, e per far notare al lettore su quali futili colpe 
si faceva assegnamento a danno degl'infelici coniugi, 
giova si conosca che essi, partiti da Catania per terra, 
prima di rendersi in Siracusa si erano fermati parecchi 
giorni, per esercitare il loro mestiere, in Lentini, in Car- 
lentini, in Agosta, dove si legarono in amicizia con varie 
persone, dalle quali avevano ricevuto favori e gentilezze. 
I Siciliani sono istintivamente espansivi; quasi sempre 
amano con tutta la potenza dell'anima quei forestieri 
con cui per caso s'incontrano o in un albergo, o in una 
osteria, o in un pubblico spettacolo. Si noti ancora che 
non si fecero al marito le stesse domande della moglie 
nel primo interrogatorio ; perchè il giudice non aveva 
in quel punto lette le carte che si erano trovate nel 
portafogli dello Schwentzer il giorno prima, e propria- 
mente nel corso della prima perizia. 

Dopo ciò vedrà il lettore come sia ingenua e sincera 
la seguente dichiarazione di madama Lepik; 

* L'anno mille ottocento trentasette, il giorno ven- 
" timo luglio in Siracusa nella casa comunale alle ore 

* quattordici, 

" Noi Francesco Mistretta giudice istruttore del di- 
u stretto capo-valle di Siracusa, assistiti dal commesso 

* da cancelliere don Carmelo Flaccavento ed in pre- 
■ senza dei signori don Salvatore Uiaracà, don Santo 

* Mollica e don Gaetano Perez destinati all'uopo dalla 
u Commissione di cui furino parte ; 

u All'oggetto d'interrogare l'arrestata Anna Maria 

* Lepik, come imputata di complicità di spargimento 
u di sostanze venefiche a danno della pubblica salute ; 

* l'abbiamo fatta estrarre dalla stanza ove era dete- 
u nuta, e fatta rimanere libera e sciolta da ogni le- 
44 game, le abbiamo diretto le seguenti domande: 



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170 

* D. Qual è il vostro nome, cognome, età, padre, 
u patria, domicilio e condizione? 

u R. Mi chiamo Anna Maria Lepik, di anni 1 8, di 
" Antonio, nata nel Tirolo, moglie di don Giuseppe 
" Schwentzer. 

u D. Voi siete stata arrestata dalla popolazione, come 
" complice di avere sparso delle sostanze venefiche che 
u hanno recato la morte a più cittadini, e che minac- 
u ciano ancora la pubblica salute. 

" R. Io posso assicurare che non so niente di queste 
u cose; sono innocente, ne so che dire; anzi aggiungo 
u che perdetti di tal male mia madre, ed una mia co- 
« gnata in Tolone. 

u D. Ma gli oggetti che furono sorpresi in casa di 
a vostro marito addimostrano il contrario di ciò che 
u voi dite. 

u R. Ma quali oggetti ? Tutto ciò che si è rinvenuto, 
u è dipendente dal mestiere di mio marito, ed io veg- 
" gendoli potrei ad uno ad uno additarveli ; fra questi 
u evvi una cassettina a vapore, che, piaciuta a don 
u Ottavio Omodei di Agosta, ed al figlio del giudice di 
" Lentini di nome don Angelo, ed a mio compadre don 
" Luciano Modica, diedero a mio marito l'incarico di 

* lavorarne loro delle simili; mio marito non avendo 
■ tempo da perdere in queste cose, ne aveva incaricato 

* qui alcun maestro; ma pretendendone onza una per 

* ciascheduna non aderì, ed aveva egli stesso messo 
u mano all'opera. Voi troverete diffatti due tubi inco- 
u minciati, e delle latte acquistate. 

u D. Da che partiste da Agosta, vostro marito ha 
" ricevuto delle lettere dalla famiglia Omodei? 

" R. Si; ne ha ricevuto dall'Omodei, e dalla famiglia 
u Danieli che sta in Agosta. 

" D. Sa in che versavano le lettere dall'Omodei di- 
u rette? 

* R. Io feci parte della compagnia del Pasquino ; per 

* agevolarlo gli recitai alcuna volta ; feci pure qualche 



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171 

a divertita a cavallo con UOmodei, quindi contraemmo 
u amicizia, ed egli scrivevaci di non dimenticarsi tale 

* amicizia, e le divertite che avevamo fatte ! 

u D. In una delle lettere che fu sorpresa avvi la 
u espressione che annunziava una tomba, per la quale 
u faceste sfigurare gli astanti, ed altre espressioni che 
" hanno del mistero, e del sospetto ; datecene spiega- 
" zione. 

u R. Eccone la spiegazione : tenendomi in Agosta si 

* rappresentò una commedia intitolatala Viva Sepolta. 
u Io feci la parte della moglie, la quale si faceva sup- 
" porre estinta, e sepolta in una tomba situata nel 
u mezzo del palco scenico, e sulla quale l'amante ve- 

* niva a piangere. Piacque al pubblico, molto più che 
u io non sono del mestiere ; quindi, alludendo a ciò, 
u rammentavaci come io aveva fatto bene a segno di 
u aver fatto sfigurare tutti gli astanti; anzi in mezzo 
" ad alcune carte di musica, che io deteneva, troverete 
u scritto il pezzo che io rappresentava. 

u D. Quando metteste piede a Siracusa? 
a R. Non me ne ricordo espressamente; ma un mese 
" e giorni fa. 

u D. Con chi vostro marito ebbe stretta relazione ì 

• R. Quando eravamo in Agosta vennero alcuni si- 
" gnori di qui a visitarci ; quindi, sapendo che noi sa- 
u .remmo passati per questa citta, si offersero e scris- 
u sero il loro nome e cognome in un portafogli di mio 
" marito, perchè giungendo qui avesse potuto ritro- 
u varli ; rammento che un di loro fu don Salvatore 
ft Daniele, cui videmmo in Lentini, ed altro uomo di 
■ corta statura che dicevasi presidente. 

■ D. Vostro marito prende tabacco ? 

u R. No. 

" D. Mentre qui vi siete trattenuti ne ha presentato 
u ed offerto ad alcuno? 

u R. "Non saprei ; ma so dirvi che il mio giovane, 
u Tommaso Ronchi, soleva far uso di tabacchi che fa- 



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172 

* cevasi dare da qualche religioso, cui ammetteva gratis 
u al cosmorama ; anzi da un cappuccino di Agosta 

* gliene fa regalata una scatola di qualche volume. 

" D. Vostro marito vi fece mai qualche niauifesta- 

* zioue sul morbo colèra che ha afflitto varie città di 

* Europa, e quindi Napoli e Palermo ì 

u li. Di ce vanii che era un male t erribile, poiché es- 

* sendo stato in Francia Tanno scorso trovò a Tolone 
u periti di quel male vari suoi amici, e gli pareva prò- 
u prio un lutto. E parlandone ne sentiva tale spavento 

* che facevasi bianco ; come potrete assicurarvi dalla 
u famiglia Cortada, con cui spesso m'intratteneva ; e 
fa per questo chiudeva presto la sera le finestre, e le 

* aperture; uso suggeritogli in Francia per regolar- 
u mente ben vivere; come pure quello di cibarsi di 

* bro lo, poco pesce, e leggiero alla sera, e non aprire 

* finestre. 

" D. Vi fece mai parola di uno straniero che qui era 

* venuto, mentre voi siete stati qui pure? 

* R. Non me ne fece mai parola, ne io ebbi mai a 

* vederlo. 

" Lettura data, e conferma fatta ha firmato con noi, 
*• col commesso e con gl'intervenuti 

fc Anna Lepik — Salvatore Giaracà — Gaetano Pe- 
u rez — Santo Mollica — Francesco Mistretta, giudice 
■ istruttore — Carmelo Flaccavento, commesso. „ 

Dopo questo interrogatorio l'imputata fu condotta 
al carcere, dove fu chiusa in una stanza, la quale non 
aveva alcuna comunicazione con quella abitata dal 
marito. Il giudice istruttore coi membri della Commis- 
sione ed i periti all'uopo invitati si trasferiscono dentro 
la cattedrale per continuare la generica. 

Bisogna però che il lettore osservi preventivamente 
che questa volta mutavasi la località dello esperimento. 
Quella del giorno precedente essendo sotto la vòlta del 
cielo era più illuminata la luce in qualche circo- 
stanza fa male alla vista. 



ire 

Si noti ancora che il signor Mario Adorno, che era 
tanto assiduo, e tanto zelante nella istruzione del pro- 
cesso, non intervenne in questa generica. La sua pre- 
senza sarebbe stata importuna, e gli si die l'incarico 
della formazione delle pattuglie. 

Egli in ciò mostrò tutto il suo zelo, tutta la sua at- 
tività. Fra le altre pattuglie ne sostituì una di 40 ma- 
rini coraggiosi, e influenti, e diede loro per capi certo 
Silvestro Sollecito, e Matteo Roggio, i quali resero al 
paese dei segnalati servigi, spegnendo in sul nascere 
tante collisioni tra soldati, e popolo, tra cittadini, e 
cittadini (1). 

Intanto il popolo, che già conosceva la dichiarazione 
del Cosmorama, accorreva alla cattedrale con la preoc- 
cupazione che si dovessero scoprire i veleni ; temeva 
però che il collegio medico defraudasse le sue aspetta- 
zioni, e mormorava come la sera precedente. Un tale 
che apparteneva alla classe civile diceva dentro la 
chiesa a voce alta: u Meno impostura ; meno forme; 
meno complicazioni chimiche; che fra le polveri e le bocce 
ci siano dei veleni, nessun dubbio; oramai ci è nota la 
dichiarazione dtl Cosmorama ; temono che il popolo si 
faccia giustizia con le proprie mani, e perciò ondeggiano, 
fuorviano, mistificano. 9 Un popolano soggiungeva : 
■ Ah! iericellian fatta; ma oggi non riusciranno ad 
illuderci; ho procurato questo cane (e lo mostrava legato 
ad un laccio), ci ho in tasca del pane; ebbene se mi per- 
suaderò che il collegio medico vuole coprire il sole con la 
rete, gli dirò io stesso a voce sonora: date a mangiare la 
polvere al mio cane. „ Infine ognuno cantava la sua 
canzone, e sempre in tuono brusco e minaccioso. 

Sotto questi auspicii dunque aprivasi il verbale della 
seconda generica, che noi per intero pubblichiamo : 

(1) Il lettore vedrà appresso l'infelice fine del primo: ni secondo 
non <rli fu torto un pelo, perchè genero del commissario di guerra. 
Tirella. Il principio dei due pesi, e delle due misure fu sempre il si- 
stema privilegiato dei Borboni. 



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174 

" L'anno mille ottocento trentasette, il giorno 21 lu- 
u glio in Siracusa, " » 

u Noi Francesco Mistretta, giudice istruttore del 
u distretto di Siracusa, assistito dal commesso da can- 
u celliere don Carmelo Flaccavento; 

u Intervenendo i signori Moscuzza, Perez, Giaracà 

* e Mollica, destinati dalla Commissione di cui fan 

* parte, ed in presenza del popolo, che ha voluto es- 
u seme spettatore; 

" Assistiti all'uopo dai signori Campisi, Pria, Mon- 
u terosso, Condorelli, Genovese, Innorta don Gaetano 
« e don Salvatore, Murò, Lo Curzio, professori desti- 
u nati dalla Commissione ; 

u Volendo verificare la bottiglia, e ciò che nell'involto 
u si contiene, poco prima trasmessici dal patrizio pre- 
« sidente, come rinvenuti presso l'arrestato don Nun- 
« zio Munna, abbiamo cominciato dal far dare pub- 
u blica lettura e per intero di tutte le carte ritrovatesi 
u in un fazzoletto, e si è rilevato contenere varie let- 
u tere dell'anno 1836 a lui dirette da varie persone, 
u non aventi alcuna relazione alla imputazione di spar- 
u gimento di veleni; nessuna relazione o espressione 
u che annunzi il benché menomo sospetto. Più, varie 

* carte relative ad amministrazione doganale, ed a conti 
u della vendemmia da lui fattasi a Muraglie di Mele. 
u Del che la Commissione convintasi, e col consenso 

* del popolo presente , ha disposto che non facciano 
u parte del processo, e che si restituiscano all'interessato. 

" In seguito, dai periti professori, si b osservato il 

* liquore contenuto nella bottiglia e, fattine gli assaggi 
" dai medesimi, indi da noi, si è visto essere rosolio, 

* che il popolo ha di poi interamente bevuto. 

u Finita tale operazione abbiamo passato alla dis- 

* suggellazione della porta del Tesoro, assicurata a 
u tre chiavi, e con suggelli, dei quali si è conosciuta la 
" integrità. E tratto fuori rinvolto contenente le car- 

* toline dipendenti da quelle sorprese al Rondiere Lu- 



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175 

cifero, si è cominciato dal frammischiarne una suf- 
ficiente, e proporzionata dose ad una quantità di 
pane che si è dato ad ingoiare ad un cane per indi 
ottenersene i convenuti risultati. Quale dose si è le- 
vata dalle cartoline sottoposte finora ad analisi. Inò^i 
si sono osservate le altre otto cartoline non ancora 
esaminate, e, trovatele simili all'odore, al sapore ed 
al colore, si sono mischiate insieme ed assoggettate 
agli stessi esperimenti del giorno precedente, sonosi 
ottenuti i medesimi risultati. Perlocchè hanno una- 
nimemente giudicato essere cremor di tartaro. 
u Ciò eseguito, riserbandoci a proseguire l'analisi 
sugli altri oggetti rinvenuti presso Lucifero, perchè 
la gente presente chiedeva che a preferenza si faces- 
sero gli esperimenti sugli oggetti sorpresi al funzio- 
nante da intendente ed al Cosmorama, si è aperta 
la porta del Tesoro, e si è fatto estrarre una casset- 
tina, dentro cui sonosi rinvenuti due bottiglioni con 
indicazione di contenere rapè mischiato al 0 gennaio 
1836, uno dei quali vuoto, l'altro pieno; una botti- 
glia con del liquore; due candelieri di fabbrica in- 
glese ; due piccole pignatte con della polvere bianca, 
una carta di polvere ma più fosca; altra carta piena 
di zolfo in pietra. Alcuni del popolo presente han 
gridato essere quella cassa appartenente al funzio- 
nante da intendente, in di cui casa venne sorpresa. 
u Cominciate le operazioni della polvere contenuta 
nella carta, il cui peso si è trovato di once quattro 
circa, se ne è gettata sul carbone acceso uua piccola 
quantità, e si è ottenuto l'odore d'aglio per effetto 
del vapore sviluppato. Messa di poi al fumo, che 
mandava la sostanza messa al fuoco, la lamina è 
rimasta imbianchita. Assoggettatane un'altra dose 
all'azione dell'idro clorato di stagno, sciolto nell'ac- 
qua pura, si è avuto un precipitato latteo. Altra 
porzione assoggettatane all'azione del solfato di 
rame ammoniacale ha dato un precipitato verde. In 



176 

a fine se ne è somministrata, mischiata a poco pane, 
a una proporzionata dose ad un cane, ed ai primi mi- 
u nuti è stato preso da brividi, e convulsioni; dai quali 
a esperimenti han portato unanime giudizio, che tal 
" materia sia acido arsenioso, che equivale all'ossido 
u bianco di arsenico. 

u Fattisi gli uguali esperimenti sulla materia bianca 
u trovata in uno dei due vasetti di creta, che ascende 
u al peso di once tre circa, si è trovato del cloruro di 
u calce misto a poca quantità di arsenico (1). 

" Trattata nell'egual modo altra polvere trovata 

* nell'altra pignatta e sottoposta da prima all'azione 
u del fuoco non ha dato alcun odore di aglio, ne fumo. 
u Trattatala con l'idro-cloro medicinale si è sviluppalo 
u odor di cloro e di calce, quindi han portato unanime 
" parere che quella materia sia cloruro di calce. 

" Intanto dati ventidue minuti, dacché il cane in- 
" goiò la sostanza arsenicale propinata nel pane, le 
a convulsioni sonosi accresciute oltremodo. AH'incon- 
u tro l'altro cane, cui fu dato ingoiare l'altra sostanza 
■ dipendente dalle cartoline, non ha presentato alcun 

* segno di avvelenamento, essendosi rimasto coricato 
u in perfetta quiete. 

■ Essendo l'ora tarda, le materie tutte sulle quali 

(1) In quei tempi era nota a tutti l'imbalsamazione col metodo del 
nostro siciliano Tranchina, per mezzo dell'iniezione dell'arsenico e 
del sublimato corrosivo sciolti nell'alcool. Questo ritrovato raffor- 
zava l'idea che l'arsenico fosse un antisettico, perocché in appresso 
preparavasi l'arseniato di chinina. Era ben nota ancora l'azione del 
cloro sui miasmi vegeto-a ni inali ; quindi prescrivevasi da taluni come 
disinfettante il cloruro di calce mescolato con l'arsenico, come oggi 
prescrivesi l'uso del cloruro di calce, e dell'acido fenico. 

Non è dunque da far le meraviglie so il Vacoaro, destinato a reg- 
gere i destini della provincia , non ignorasse, e tenesse per proprio 
uso quello che l'ignoranzi di questi tempi attribuiva a veleni, cioè, 
il cloruro di calce mescolato con una sparuta quantità d'arsenico. 
Cosicché, vede bene il lettore, che tanto la materia contenuta nei 
due vasetti, quanto il zolfo in pietra non erano che disinfettanti o- 
ramai noti ed usati nei tempi di colèra sin dal 1832. Sull'involto 
dell'acido arsenioso parleremo altrove. 



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177 

* sonosi fatti gli esperimenti suindicati, sono rimaste 
u sotto suggello, e ripostesi nella stessa cassettina per 

* proseguirsi a domani l'analisi sul dippiù. La cassettina 

■ suddetta con tutti gì' indicati oggetti, meno che i due 
a candelieri, di cui il popolo ha voluto farne offerta 

* alla patrona Santa Lucia, è stata rimessa dentro il 

* Tesoro, la cui porta è rimasta chiusa, ed assicurata 
u con suggelli come lo era precedentemente. 

" Del che se ne è redatto il presente verbale di cui 
u si e data lettura, ed è stato firmato da tutti gl'in- 
" tervenuti, da noi e dal commesso. 

" Salvatore Innorta, farmacista — Francesco Lo 
u Curzio — Gaetano Innorta — Carmelo Mure — 

* Giacomo Monterosso -— ^Giulio Pria — Carmelo Cam- 
" pisi — Mario Condorelli — Giuseppe Genovese — 

■ Santo Mollica — Gaetano Perez — Felice Moscuzza 

■ — Salvatore Giaracà — Francesco Mistretta, giudice 
u istruttore — Carmelo Flaccavento, commesso. „ 

Noi non veniamo ad alcuna considerazione su questo 
fatale risultato. Potremmo è vero citare testimonianze 
rispettabili ed ancora viventi, potremmo declinare il 
nome del farmacista ch'ebbe l'incarico di fare il mira- 
colo di Canaan; ma siccome ci si potrebbe dire: * le 
son ciarle; non potendo distruggere il fatto si vuole 
colorirlo con ima menzogna; , così tiriamo avanti il 
nostro racconto col pensiero di tornarci sopra quando 
risponderemo a qualche scrittore che sostiene il colèra- 
veleno, poggiando la sua difesa su questo risultato, 
che la plebe ancora ricorda, e ripete ai propri figli a 
perenne insegnamento contro la crudeltà, governativa. 

Il popolo accolse con un immenso entusiasmo questa 
grande scoverta che serenava la sua conturbata co- 
scienza, e, quasi, santificava i massacri dei giorni pre- 
cedenti. Egli correva per le strade da forsennato gri- 
dando: u Vìva Santa Lucia! Si è trovato il veleno ; ora 
saremo salvi ; si sa come ci avvelenavano ; si conosce 
il modo di curare questo flagello degli uomini. „ Chi 
12 



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178 

aveva perduto i cari congiunti piangeva dirottamente 
perchè era troppo tardi venuto in conoscenza della 
maniera con cui si avvelenava la povera gente, e del 
rimedio col quale si poteva sfuggire, o curare il sup- 
posto colèra. 

Fra questa indicibile contentezza ognuno spargeva 
acque nella via; profumava le case; sbarbicava le ver- 
dure dagli orti, e taluni giunsero al punto di gittare 
nel mare il sale ammonticchiato accanto le saline. 
Moltissimi della plebe, calpestando palmo a palmo gli 
orti vicini per svellere gli ortaggi, e strappare dagli al- 
beri i frutti che credevano avvelenati, s'incontrarono 
in un misero accattone infermiccio, di nome Pasquale 
l'Orbo : sospettarono di lui, gli frugarono le tasche e, 
trovandogli tre cartoline di carbonato di soda, lo ar- 
restarono, lo condussero alle carceri, e consegnarono 
alla Commissione le tre cartoline avvolte in un piccolo 
e cencioso fazzoletto. 

Oggi, a mente serena, senza alcuna preoccupazione, 
dopo tante illusioni, è facile stigmatizzare l'errore di 
allora; ma, se per un momento ci trasportiamo col 
pensiero alle vicissitudini di quei tempi; se gittiamo 
uno sguardo pietoso sulla profonda convinzione del 
popolo ; se ci ricordiamo quello che si era voluto ino- 
culare sulla sua coscienza, anzi quello che egli aveva 
inteso con le proprie orecchie nella promessa, e nell'in- 
terrogatorio del Cosmorama, non che nelle parole del 
Li Greci; quello che aveva visto coi propri occhi nel 
rinvenimento dell'arsenico, e nella morte del cane; oh! 
allora, credeteci, o lettori, più che deplorare la sua 
misera condizione, ci è d'uopo scusare con un senti- 
mento di carità cristiana i sospetti, le ire, gli eccessi. 
Quel giorno in cui non sarà possibile ingannare con le 
male arti il popolo; quel giorno, che è ben lontano, 
segnerà il vero progresso. 

Qualche liberale, interrogato da noi, perchè si era 
venuto a quell'estremo, onestamente rispondeva " che 



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179 

* il loro torto riposava nell'avere accettato la parola 
" d'ordine di alimentare nel popolo l'idea di veneficio, 
u e che il resto si era dovuto subire come conseguenza 

* del primo errore. „ Soggiungeva: " L'alba del 21 
" luglio era gravida di scene sanguinose e terribili; 
« non c'era modo di calmare l'ira, ed il furore del po- 
u polo; due vie di salvazione si presentavano ai nostri 
u sguardi, cioè o di gittarci nelle mani della forza mi- 
a litare e schiacciare la rivoluzione, o di continuare 
u nell'inganno, sperando negli eventi di Sicilia; la 
u prima ci pareva smentisse il nostro passato, i nostri 
u principii ; si adottò quindi la seconda, e forse incau- 
■ tamente. „ 

Noi conveniamo che la condizione era difficile e 
spinosa ; ma gli effetti dello inganno in rapporto allo 
spazio, ed al tempo non erano meno funesti, meno ter- 
ribili. 

La Commissione parve lieta di avere allontanata dal 
suo capo una tremenda tempesta, e sollevato lo spi- 
rito pubblico ; perlocchè, profittando di questa calma 
apparente, manda fuori una grida, con la quale ordina 
che tutti i cittadini deponessero le armi, tranne gli 
uomini delle squadre, di cui lo stesso Adorno ne assume 
il comando. Quest'ordine fu scrupolosamente eseguito, 
e d'allora in poi non si videro nel pubblico quegli uo- 
mini differentemente armati, i quali facevano spavento 
e terrore. 

Il signor Mario Adorno, sicuro della scoperta del 
veleno, e certo della verità della confessione dello 
Schwentzer, scrive il seguente manifesto ; riunisce alla 
piazza del Duomo la Commissione; ed essendo egli 
rauco per le perorazioni tribunizie dei giorni prece- 
denti, lo fa leggere ad alta voce dal secondo segretario 
signor Andrea Corpaci, accompagnando coi gesti, e con 
le lagrime, che gli cadevano dagli occhi, quelle parole 
sonore ed entusiastiche : quindi salito su di una sedia 
profferisce questi accenti: 



180 

" Figli miei ! Mi spiace che la mia voce non si presta. 
" Sarò breve. 

* I Siciliani nostri sono minacciati anch'essi di ve- 
" nefìcio. Forse a quest'ora l'infame Bainard è sul 
u punto di sterminarli. Per amore del prossimo, e per 

■ nostro decoro ci conviene pubblicare, e spedire ovun- 
" que questo manifesto. Volete che si stampi ? „ Il 
popolo unanimemente risponde : " Si stampi ! si stampi 
subito ! — Viva Santa Lucia ! Viva Adorno ! „ 

Reso il manifesto al tipografo, signor Camparozzi, 
egli negavasi a stamparlo, senza la firma di un'auto- 
rità riconosciuta dallo Stato. Si corse dal sindaco, pa- 
trizio barone Pancali ; ma anche costui rifiutava ap- 
porvi la firma, malgrado le insistenze, perchè deside- 
rava che il manifesto accennasse a qualche idea politica, 
e fosse meno dogmatico sul fatto della scoperta vene- 
fica. Adorno non voleva cedere in alcuna cosa; perchè 
riteneva che la scritta, essendo stata letta, ed appro- 
vata dal popolo, qualunque modificazione sarebbe abu- 
siva, ed ingiusta. Finalmente, per opera del signor 
Corpaci, si lesse e si rilesse; si tolse qualche parola, 
se ne aggiunse qualche altra, e firmandosi dal sindaco 
si pubblicò come segue : 

u I Siracusani ai confratelli Siciliani. 

u Ci affrettiamo a darvi conoscenza che il terribile 

* clwlera-morbus asiatico, onde tanta strage ha risen- 
" tita Napoli e Palermo, ha di già ritrovato sua tomba 
" nella patria dell'immortale Archimede. Appena scop- 
a piato fra noi il supposto morbo micidiale, venne di- 
u scoperto non altro essere lo stesso che il risultato 

* unico e solo di polveri e liquidi venefici, i quali agi- 
. ■ scono nelle sostanze cibarie, nei potabili, e sin anche 

u per la via degli organi respiratorii, infettando l'aria 

■ con, micidiale fetore. 

u II cosmorama Giuseppe Schwentzer, figlio di Gior- 
" gio, di Tolone, e marito di Maria Lepik, in un suo 
" primo interrogatorio, ricevuto nelle forme da una 



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181 

* Commissione all'uopo destinata, e guidata su questo 
u particolare dal signor giudice istruttore don France- 
" sco Mistretta, ha dichiarato di essere il propinatore 

■ delle venefiche sostanze Bainard, di nazione tedesca, 
u ed aggiunge di essersi costui teste partito da Sira- 
u cusa onde recare l'infernale flagello in Messina ed 
u in Catania. 

■ Le pruove di generica permanente che ci ha fatto 

■ conoscere di essere il nitrato di arsenico tra le ma- 
u terie venefiche rinvenute in casa del funzionante da 

* intendente ; non meno che la specifica pruova scrit- 

■ turaria e vocale, ci augurano la formazione del più 
u brillante processo ; tutti tali documenti ci guidano a 

■ conchiudere di essere stati colpevoli di questo reato di 
" diritto pubblico, l'intendente funzionante, l'ispettore 
u commissario, e l'ispettore di polizia, i quali, nel ca- 
u lore della scoperta, rimasero vittima dello sdegno 
u del popolo. 

■ Abbiamo avuto il dispiacere di dover essere spet- 
u tatori di diversi tragici avvenimenti, effetti di giusto 
u furore popolare; abbiamo avuto però la tenera com- 
u piacenza di osservare che, per causa di essersi op- 
" portunamente discoperto il tradimento, le vittime 

■ dei nostri concittadini sono state in numero sparu- 
u tissimo. Oggi ci troviamo in istato di poterci credere, 
u a siffatto riguardo, tranquilli. Ci giova sperare che 
u tale nostra manifestazione sia per essere proficua ai 

■ nostri cari confratelli Siciliani, ed all'umanità in ge- 

* nerale ; ma siamo desiderosi per il pubblico univer- 

■ sale bene di vedere sollecitamente riattivata fra noi 

* Siciliani la libera comunicazione, onde così potervi 
" far pervenire i pezzi più interessanti del processo, 
u che anderemo mano mano cid acquistare, perchè fos- 
u sero di vostra norma a determinarvi alla difesa della 

* universale salute. 

* Siracusa, 21 luglio 1837. 

u II presidente patrizio Barone Pancali. „ 



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182 

Ci dispensiamo di conientarlo, perchè il lettore che 
ha avuta la pazienza di seguirci fino a questo punto, 
raffrontando la nostra ingenua narrazione con questo 
proclama, non ha d'uopo di una mente elevata per po- 
terlo a prima vista giudicare severamente. 

Noi riteniamo che, ne il Pancali, nè l'Adorno, nè la 
Commissione compresero gli effetti funesti che doveva 
produrre quel potente eccitamento. Esso, oltre che rac- 
chiudeva l'odio, il timore, la vendetta, spingeva il po- 
polo al fanatismo che nelle anime volgari ha una in- 
comprensibile potenza. La palestra più difficile fra tutte 
le palestre sociali è la politica; essa è un mare dove 
spesso si naufragano i piloti espertissimi. 

Non sappiamo quante migliaia di esemplari se ne 
fossero tirate. È certo che esso fece il giro del mondo, 
perchè, oltre di essersene spedite molte copie per via 
di posta, i marinai e i capitani dei legni di bandiera 
estera che si trovavano nel porto, illusi anche essi 
della clamorosa scoperta, raccolsero, come reliquia, 
quel manifesto, e lo portarono seco nelle lontane re- 
gioni. 

La mattina del 22 si riunisce la Commissione nel- 
l'atrio della cattedrale (1) per continuare la generica, 
e si redige il seguente verbale : 

u L'anno mille ottocento trentasette, il dì ventidue 
" luglio, in Siracusa, nell'atrio della chiesa cattedrale, 
■ alle ore quindici, 

" Noi Francesco Mistretta, giudice istruttore del di- 
* stretto capo-valle di Siracusa, assistiti dal commesso 

da cancelliere don Carmelo Flaccavento; 

* Intervenendo i signori Giaracà, Moscuzza, Perez e 
u Mollica, destinati dalla Commissione di cui fanno 
" parte, ed in presenza di alcuni del popolo che hanno 
" voluto assistervi; 

■ Intervenendo pure i signori Campisi, Pria, Monte- 

(1) Nell'atrio, non più nella chiesa. Una seconda scoverta sarebbe 
stata pericolosa. Lo scopo ai era conseguito. 



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183 

* rosso, Condorelli, Genovese, Innorta don Gaetano, e 

* don Salvatore, Murè, e Miceli, professori destinati 
u dalla Commissione, trovandosi impedito da malattia 
u il signor Lo Curzio. 

u Volendo proseguire gli esperimenti chimici sul 
" dippiù degli oggetti dipendenti da quelli sorpresi in 
u casa del funzionante da intendente, abbiamo fatto 
" aprire la porta del Tesoro, assicurata con tre chiavi, 
u e con suggelli, dei quali ne abbiamo conosciuto la 
u integrità, e, fatta estrarre la cassettina del giorno 
u precedente, abbiamo prescritto ai professori di fare, 
u sul liquido contenuto in una bottiglia, e sul rapè esi- 
u stente nel bottiglione, le debite osservazioni, ed ana- 
" lisi ; al che, essendosi data opera, si è visto che la 
" bottiglia sembri contenere del vino bianco. E volendo 
u non ostante verificare se vi fosse in combinazione del 

* piombo, una piccola dose è stata sottoposta all'a- 
u zione del solfato di soda, e non ci ha dato alcun pre- 
" cipitato bianco. Assoggettata altra porzione alTa- 
" zione decalcale volatile, nessun precipitato bianco 
u egualmente. Dal che ne hanno dedotto la non esi- 
u stenza di sostanza venefica nel vino, di cui è parola. 

• Indi si è passato ad esaminare il bottiglione pieno 
" di tabacco rapè, e temendo se vi fosse per combina- 
■ zione sublimato corrosivo, se ne è pigliata una pic- 
u cola quantità, sciolta nell'acqua e filtrata, e posta 
u all'azione dell'acqua di calce, non ha dato alcun pre- 
u cipitato giallo. La materia rimasta nel filtro, gettata 
M sui carboni accesi non ha dato alcun odore di aglio, 
a dal che si è dedotto la non presenza dell'arsenico. 

" Altra porzione dello stesso liquido, assoggettata 
u all'azione del solfato di soda, temendo se vi sia in 

* combinazione lo arsenico, non ha dato alcun preci- 
u pitato bianco. Altra porzione finalmente dello stesso 

* liquido, trattata coll'ammoniaco di rame, ha dato 
a un precipitato verdastro, che hanno creduto essere 
u un protossido di rame, il quale si è disciolto nella 



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184 

u ammoniaca ed ha dato un colore quasi ceruleo for- 
" mante l'ammouiuro di rame. 

u Non restando altro a praticarsi, il rapè, ed il K- 

■ quore sonosi ciò non ostante conservati. 

u Proseguendo quindi gli esperimenti sull'involto 
u repertato, contenente tre cartelle che diconsi sorprese 

* al nominato Pasquale l'Orbo, si è esaminata la prima, 
" ove esisteva una polvere bianca, e trattatane una 
" piccola porzione con l'acqua di calce, temendo se vi 
a fosse stato sublimato, non ha dato alcun precipitato 
« giallo. 

■ Della stessa polvere presane altra porzione e 
" trattatala con il solfato di soda, temendo se vi fosse 
" arsenico, non ha dato alcun precipitato bianco. Altra 

■ porzione della stessa polvere trattata con l'acido sol- 
u forico allungato nell'acqua, ha dato una fermenta- 

* zione con svolgimento di gas acido carbonico, dal che 
u ne han giudicato essere tal polvere un carbonato 

* calcare. 

u Essendo tarda l'ora abbiamo soprasseduto da ul- 

* teriori esperimenti, rimettendo il tutto nella casset- 

■ tina, come lo era precedentemente, e questa si è rin- 
ft chiusa nella stanza del tesoro, la cui porta è stata 

* assicurata da tre chiavi e con suggello sulle striscie 

* di carta all'imboccatura. Del che si è fatto il pre- 

* sente verbale, di cui si è data lettura ed è stato fir- 
u mato da tutti gl'intervenuti, da noi e dal commesso. 

u Gaetano Perez — Felice Moscuzza — Santo Mol- 

* lica — Salvatore Innorta — Gaetano Innorta — 
u Carmelo Murè — Campisi dottor Carmelo — Gia- 
u corno Monterosso — Giulio Pria — Luciano dottor 
u Miceli — Mario Condorelli — Giuseppe Genovesi — 
u Francesco Mistretta, giudice istruttore — Carmelo 
u Flaccavento, commesso. „ 

La sera del giorno 22 il giudice coi soliti membri 
della Commissione si trasferiscono al carcere per sen- 
tire il seguente interrogatorio dello Schwentzer. 



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é 



185 

"L'anno mille ottocento trentasette, il giorno 22 

* luglio in Siracusa, alle ore 24 alle carceri centrali, 

u Noi Francesco Mistretta, giudice istruttore del 
" distretto di Siracusa, assistiti dal signor don Corrado 
u Adorno commesso straordinario adibito per assenza 
u del titolare, ed in presenza dei signori Adorno, Gia- 

* rack e Perez componenti la Commissione all'uopo 

* destinata; 

u Volendo interrogare l'arrestato Giuseppe Schwent- 

* zer sugli oggetti oggi stesso sorpresi nella casa ove 

* egli abitava, da Giuseppe Belfiore da maestro Car- 

* melo Serra, Giuseppe Signorelli e Luciano Moncada, 
■ ed a noi passati dal signor presidente. 

u Ci siamo qui trattenuti, e quindi fatto estrarre dal 
u carcere l'arrestato anzidetto, gli abbiamo diretto le 

* seguenti domande : 

* D. Qual è il vostro nome, patria e professione ì 
u R. Mi chiamo Giuseppe Schwentzer, figlio di Giorgio, 
u nato a Tolone, di professione Cosmorama, di anni 37. 
" D. Nella lettera direttavi dal signor Ottavio Omo- 

* dei di Agosta, leggonsi delle espressioni che accen- 
u nano una tomba ed altre cose che appare avere il mi- 
u stero, come date a ciò spiegazione? 

■ R. Fuvvi una commedia, ove mia moglie rappre- 

* sento e nella quale fare doveva una cascata nella 

* tomba. Se ne fecero le prove, quando poi ebbe luogo 
u la rappresentazione, mia moglie fece così bene la ca- 
u scata che piacque molto agli astanti. Il che rammen- 

* tava il signor Omodei nella sua lettera, come altresì 
a la passeggiata a cavallo e la caffettiera a vapore di 

* che mi aveva incaricato. 

B D. Tenevate voi degli emblemi in casa vostra 1 
u R. No; solamente teneva una medaglia che mi fu 
u data a Tolone, e che io portava appesa al collo tal- 
u volta ; rilevava da una parte una tomba e santa Fi- 

* lomena, portante alla mano un fiore, e dall'altra parte 

* opposta cinque spade incrociate. 



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186 

u D. In quale occasione vi fu data? 

" R. Nella circostanza del colèra, quando mi trovai 

* a Tolone Tanno scorso. 

B D. Quale relazione avvi tra quella medaglia ed il 

* colèra? 

u R. Furono coniate appositamente quando cedette 
u il colèra, nè v'era persona che non la portasse; altri 
u in oro, altri in argento, altri in rame come la mia. 

■ D. Avevate delle corone? 

« R. Mia moglie ne teneva, ma non so quante, ed 

■ erano quali sogliono portare i frati. 
- D. Dove le acquistò? 

• R. Le furono regalate a Girgenti, ove fu amma- 
" lata, unitamente ad un cordone. 

u D. Sapreste nominarci il nome di coloro ? 

" R. Questo non lo so, ma credo che siano stati frati 

* cappuccini cui sempre abbiamo ammesso in casa. 

• D. Diteci la qualità di tali corone. 
u R. Non saprei dirvelo. 

■ D. Voi sostenete non avere tenuto altra medaglia 
u o emblema, menochè quella di che ce ne avete fatta 
" definizione ; intanto altro emblema vi si è rinvenuto 
" indicante morte. 

" R. Non ne ho conoscenza. 

u D. Avevate delle banderuole che sponevate al pub- 
" blico, quante e di che colore ? 

u R. Ne teneva quattro ; due grandi e due piccole, 

* una delle quali mi si era fatta qui dal signor Politi ; 

* le grandi erano di colore rosso, la mia piccola di co- ' 
u lore nero, quella fattami dal signor Politi era di vario 

■ colore. 

" Dopo ciò trovato utile fargli il mostrato degli og- 

■ getti sorpresi quest'oggi, ce ne abbiamo fatta espo- 

* sizione ad uno ad uno, e richiestolo se li riconoscesse 
u ha detto che sì ; ha dichiarato poi che non esiste fra 

* i medesimi la medaglia di cui ha fatto parola, ma 

* invece una inesatta di stagno che aveva procurato di 



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187 

" modellare su quella di rame il suo giovane Tommaso ; 
" ha riconosciuto pure il cocco in forma di teschio di 
" che il suo giovane faceva uso per bevere in viaggio. 

u D. Il vostro giovane dove procurò di fare una me- 
* daglia in istagno ? 

u R. Qui in Siracusa, all'occasione di essersi svilup- 
u pato il colèra, rammentandosi della medaglia di rame 
" che io teneva. 

u D. Quando vi fu regalata quella medaglia, avevate 
" visto a Milano il tedesco spargitore di veleni? 

* R. Non ancora. 

u D. Se dietro le notizie avute in Milano sul di lui 
" conto, e poscia dopo avere visto qui quell'uomo sa- 
u pevate che il male aveva origine da sostanze venefì- 

■ che che si spargevano da mano nemica, perchè far 
u coniare qui simile medaglia, quando tutt' altro n'era 
" il rimedio? 

u R. Io credo alla religione ed ai santi, e tuttoché 
" sapeva le scelleratezze di quell'uomo che propinava 
" de' veleni, pur tuttavia non lasciai di far coniare 

■ quella medaglia. 

* Data lettura ha confermato il tutto di sopra detta 
u ed ha passato a firmare con noi. 

u Joseph Schwentzer — Salvatore Giaracà — Mario 
u Adorno — Gaetano Perez — Francesco Mistretta, 
" giudice istruttore — Corrado Adorno, commesso. „ 

Il lettore ha visto bene da questo secondo interroga- 
torio che non trapela alcuna luce per ciò che riguarda 
il supposto veneficio, tranne l'ultima risposta proffe- 
rita quasi per discolparsi da un'accusa che racchiudeva 
l'artificiosa domanda del giudice. Tutto il resto ispira 
un'ingenuità uniforme a quella della moglie. 

Nella supposizione che lo Schwentzer fosse venuto 
in Sicilia per incarico del Governo francese, un affare 
di così grande importanza non poteva sconoscersi dalla 
moglie, e quindi ne sarebbe nata facilmente la contrad- 
dizione nell'interrogatorio dell'uno e dell'altra. 



188 

Pur non dimanco alla dimane si pubblicò che il Co- 
smorama avesse non solo confermata la prima dichia- 
razione ; ma riconosciute le materie venefiche, e palesato 
più estesamente la congiura. 

Queste illusioni operavano nella mente del popolo, 
come opera il narcotico in un uomo che soffre di mal 
di nervi. Ciò non era sfuggito alla mente della Com- 
missione, la quale, ogni volta che vedeva increspare le 
onde e minacciare la tempesta, metteva avanti quelle 
storielle, non altrimenti come le madri ignoranti e vol- 
gari di Sicilia mettono davanti ai bimbi, quando non 
vogliano star cheti, le ombre, gli spettri, i demordi. 

Ditfatti lo spirito pubblico a poco a poco si rassere- 
nava. Si aprirono le botteghe; e siccome gli artieri nulla 
facevano per difetto di lavoro, così l'Adorno inco- 
minciò a rilasciare ai più bisognosi degli ordinativi in 
frumento ed in denaro. 

La cosa pareva camminasse ; ma il colèra invece di 
declinare, infieriva di male in peggio, e la plebe tornava 
di nuovo ad ingolfarsi nei sospetti, e nelle diffidenze. Le 
persone che erano sul punto di perdere i cari congiunti 
attaccati dal morbo crudele, correvano lagrimando alle 
carceri dallo Schwentzer a chiedergli il contravveleno, 
ed egli, costretto dalla necessità, dalle minaccie e dalle 
promesse di salvarlo, scriveva delle ricette che ad un 
dipresso rispondono ai rimedi oramai noti a chiunque. 

Un colpo di cannone partiva dal castello sul nascere 
del sole del giorno 24 luglio. La gente usciva dalle 
case spaventata ed atterrita, per conoscere di che si 
trattasse. Sulle prime chi diceva di essere giunti legni 
da guerra da Napoli ; chi volere il comandante della 
piazza incendiare il paese. Poco dopo si seppe che il 
generale dichiarava la piazza in istato d'assedio. Un 
battaglione di linea precesso da otto tamburi ed altret- 
tante trombe usciva dal castello alla stessa ora, e gi- 
rava attorno al paese, ritirandosi i posti di guardia per 
rinchiudersi al castello. Durante questa passeggiata 



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189 

militare le pattuglie paesane si erano disperse. Nelle 
strade non si vedeva un solo individuo. Il battaglione 
passò dalle carceri dov'erano rinchiusi i supposti av- 
velenatori, i quali dalle grate pregavano e piangevano., 
perchè avessero pietà di loro, e li conducessero al ca- 
stello. Gli ufficiali abbassarono gli occhi, e impassibil- 
mente tirarono avanti. Certo non ci era migliore con- 
giuntura di questa per salvare quegrinfelici. Il potere 
militare non avrebbe assunto alcuna responsabilità. 

0 gl'imputati erano rei, e conducendoli al castello non 
potevano sfuggire dalle mani della giustizia ; o erano 
innocenti, e toglievano dal pericolo quelle creature. 
Questa spietata indifferenza deve attribuirsi all'ordine . 
che aveva ricevuto colui che era al comando del batta- 
glione. 

H generale Giovanni Tanzi, da Napoli, era un uomo 
tra i 70 e gli 80 anni. Onesto, dabbene, caritatevole; 
ma credulo, debole e di buona fede. In quei tempi la 
piazza di Siracusa era quasi messa sul piede di guerra. 

1 Borboni facevano assegnamento sul magnifico suo 
porto (oggi interamente abbandonato), come punto 
strategico militare. Oltre le bastie, i cannoni, le bombe 
con le direzioni rispettive di Genio e di artiglieria, ci 
erano 1000 uomini di guarnigione; ma per somma 
sventura, questa forza era comandata da un vecchio 
che più della plebe credeva al venefizio, ed aveva sa- 
puto istillare nella mente di taluni ufficiali, e dei sol- 
dati questo strano concetto. Egli sin dal 1 8 luglio si 
era messo di accordo con la Commissione; gioiva della 
scoperta dei veleni ; non permetteva che i viveri en- 
trassero nel castello, senza essere prima osservati dai 
medici ; ordinava il 25, in iscritto, al fornitore : che 
non mettesse del sale nel pine, essendo opin ione pubblica 
che le saline fossero avvelenate; vietava ai soldati che 
uscivano per le provviste di fiutar tabacco da chicches- 
sia; li ammoniva pubblicamente di essere cauti nello 
avvicinare persone, che dal pubblico erano ritenute so- 



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spelte; non mangiava mai alcun cibo senza prima am- 
ministrarlo ai cani, che teneva legati nella propria 
stanza, e di buona fede credeva anche egli che il Go- 
verno non dovesse adontarsi della scoperta della mala 
setta. 

E come potrebbe spiegarsi altrimenti la di lui spen- 
sieratezza all'annunzio di tanti pubblici misfatti, ed al 
rapporto dell' uffiziale del corpo di guardia delle porte 
di terra (1 ), di avere visto trucidare il capo politico della 
citta i 

Fra le altre leggerezze, egli era in contraddizione con 
se stesso ; mentre divideva la comune credenza del ve- 
neficio, e tollerava che in pieno giorno si consumas- 
sero degli eccidi, poi temeva che il popolo assalisse il 
castello, e si apparecchiava a difendersi, e a trincerarsi 
con fossati, con feritoie e con barricate. In fine, egli 
-era incerto se il principio che aveva informato il mo- 
vimento fosse o no politico. 

Con un generale di questa fatta, e con la matta 
idea di tutti i Governi della cieca ubbidienza ^el sol- 
dato, nelle tristi emergenze, ci è poco o nullaf da spe- 
rare. Se invece di essere il Tanzi al comando della 
piazza di Siracusa, fosse stato qualunque altra mez- 
zana capacità, anche delio esercito dell'ex-reame delle 
Due Sicilie, sin dal primo giorno si sarebbe repressa 
la balorda ed insensata rivoluzione, che trascino seco 
tante tristi conseguenze. 

I liberali, i malcontenti, i nemici personali dei Bor- 
boni (2) avevano ingannato il popolo, spingendolo ad 
insorgere; ma il disfacimento dell'ordine era derivato 

(1) Le porto por lo quali si osco fuori del paese si chiamano in 
Siracusa porte di terra, quella che mette alla marina porta di mare. 

(2) Taluni, che odiano per istinto la dinastia borbonica, credono 
di meritare la divisa di liberali, senza comprendere che il vero libe- 
rale è colui che propugna i santi principii della liberta, la quale 
risponde, nel vero suo significato, al benessere sociale, e non al mono- 
polio di una casta. Val meglio segnare al popolo la vera via della 
rigenerazione nella luco di una sana dottrina e nel concorso di tutte 



191 

dal potere militare e dallo abbandono delle autorità 
politiche, ed oramai le pattuglie che si erano organiz- 
zate per conservare l'ordine e la tranquillità, si crede- 
vano di avere il diritto d'imporsi al paese. 

Noi ignoriamo se la risoluzione, dopo sei giorni di 
disordine, di mettere la piazza in istato di assedio, 
fosse presa dallo stesso generale , o impostagli per 
telegrafo da Napoli. 

Però questo nuovo stato di cose faceva impensierire 
molti della Commissione, e precisamente il partito 
liberale. Ciascuno procurava coonestare la sua posi- 
zione, nel caso che gli eventi mutassero. 

Il sindaco Patrizio scriveva al giudice istruttore per 
avere un rapporto esatto sullo stato della istruzione 
del processo; e questi, con la data del 25, gli rispon- 
deva come segue (1) : 

" Siracusa, li 25 luglio 1837. 
" Signor Presidente, 
a Mi affretto ad apprestarle le richiestemi notizie 

* con ufficio di pari data, pervenutomi poco prima. 
" Esse sono tratte dallo stato di processo, e le pre- 
u sento come meglio per me si puote, nello stato di 

* deteriorata salute in cui sono da ieri sera. 

" La mattina del 18 andante erano caduti vittima 
■ del furor popolare l'ispettore commissario Vico ed 

le forze collettive, anziché slanciarlo nell'odio eterno contro le di- 
nastie; finché di dinastie si creda averne bisogno. 

L'odio destinato a promuovere l'avversione contro il potorc asso- 
luto, e a rivendicare i diritti imprescrittibili dell'uomo può santa- 
mente giustificarsi; ma diretto contro le persone, e per il tramite 
della falsità e della calunnia, non può produrre altro risultato che 
di degenerare, di corrompere, d'infracidire il cuore dei popoli, e 
spesso rendere più salda la tirannide. Con gli odii non si moraliz- 
zano i popoli, appunto perchè l'odio dell'uomo contro l'uomo fu sem- 
pre pericoloso, e nocivo alla società. 

È dunquo un errore il credere che, solo predicando l'odio su di 
una dinastia, si possa divenire liberali. 

(1) L'originale di questo rapporto fu firmato dai membri della 
Commissione. 



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192 

" altri quattro individui, e messi in carcere il cosmo- 

* rama Giuseppe Schwentzer, nativo di Tolone, la di 
" lui moglie Maria Lepik e taluni rondieri, quando, 
u alle ore 22, fui richiesto, a nome della Commissione 
" che si era creata, a verificare gli oggetti che presso 
" il Cosmorama eransi rinvenuti, non che in casa del 
" funzionante da intendente scomparso. 

u Presentatomi alla Commissione, che trovai riu- 
" nita, dissi essere pronto alla verifica che dal popolo 
" si chiedeva, e perchè tutto procedesse in modo so- 

■ lenne, non come nelle ordinarie istruzioni suol farsi, 
" furono prescelti quattro dal seno della Commissione 

* medesima che mi assistessero, e dalla stessa nomi- 
" nati pure furono i professori dell'arte, quattro fisici, 

* altrettanti chimici, tre chirurgi. 

B Gli oggetti erano stati ristretti dal popolo nella 
" stanza del Tesoro, entro la cattedrale chiesa. Fat- 
" tasi l'ora tarda, e non essendosi presentati i profes- 

* sori, apposi dei suggelli alla porta del Tesoro, ed 
" affidata a delle guardie la custodia, ne rimisi all'in- 

■ domani gli esperimenti. Intanto nella sera stessa fu 
u morto, per furia del popolo, il funzionante da inten- 
" dente, ed il giorno seguente l'ispettore Li Greci» 

* Per impedimento di alcuno dei professori, poiché 
" non volevano procedere, se non tutti riuniti, cornili- 

■ ciai delle indagini sulla specie, e precisamente dalle 
" carte da lei passatemi, come sorprese al Cosmorama. 
u Una lettera vi era, sulla quale il popolo fissati aveva 
u i suoi sospetti. Eragli questa diretta dal cavaliere 

* Ottavio Omodei, di Augusta, ove si rammentava la 
" cascata da una tomba, ed un portafogli in cui tre o 
" quattro nomi di Siracusani furono iscritti, e tre let- 
u tere pure si repertarono dirette al funzionante signor 
u Vaccaro dal marchese della Cerda, direttegli da Mes- 
" sina, in cui fassi parola del colèra, ed in una delle quali 
u eranvi delle espressioni non chiare, da onde si è cre- 
u duto trarne sospetto. Furono del pari repertate non 



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193 

poche cartoline sorprese in casa del rondiere Lu- 
cifero. 

u La domani mattina furono su di queste incomin- 
ciati gli esperimenti chimici, e quindi sugli oggetti 
sorpresi al funzionante Vaccaro. Scrupolosa ed esatta 
analisi sulle cartoline suddette ha dimostrato la non 
esistenza di alcuna sostanza venefica. Non così quegli 
istituitisi sugli oggetti che parte del popolo, che ha 
voluto sempre esserne spettatore, annunziava come 
appartenenti al Vaccaro. 

* Consistevano tali oggetti, almeno quelli che finora 
sonosi tratti fuori dal Tesoro, in due bottiglioni di 
rapè, uno dei quali ricolmo; in una bottiglia di vino; 
in due candelieri di placchè; in due pignatte con della 
polvere bianca; un'altra carta con polvere quasi si- 
mile ; in un pezzo zolfo in pietra. 

" La polvere contenuta nella carta, il cui peso si è 
trovato ascendere ad oncie quattro circa, sottoposta 
in vari modi a reattivi chimici, consisteva in acido 
arsenioso, che equivale all'ossido bianco di arsenico. 
Quella in una delle pignatte del peso di oncie tre 
circa, si è verificato contenere del cloruro di calce 
misto a poca quantità di arsenico. La materia del- 
l'altro vaso consisteva solo in cloruro di calce. 

* Fattasi, il giorno seguente, l'analisi sul rapè e sol 
liquore, non hanno offerto la presenza di alcun veleno. 

* Intanto lo arrestato Cosmorama fu sottoposto ad 
interrogatorio dalla Commissione e da me. Egli si è 
tenuto negativo sul fatto di essere stato propinatore 
di veleni. Dichiarò sì, che verso il 1 5 giugno vide 
qui un certo Bainard, di nazione tedesca, cui aveva 
visto in Milano, quando quivi apparve il colèra e che 
sapeva propinatore di veleni per la di lui scomparsa 
appena attaccato un palagio, e perchè molti per tale 
lo annunziavano. 

■ In veggendolo s'inorridì : E come tu qui, gli disse, 
vanne presto, la tua presenza mi spaventa. — Ho messo 

13 



194 

« fuoco, gli disse, a Palermo, passo ora a Catania e quindi 
" a Messina. 

u Dopo due giorni il tedesco scomparve. Aggiunse 
u avergli mostrato due boccette, l'una contenente del 

* liquido di colore giallastro, l'altra della polvere rossa; 
u agire tali veleni sul corpo umano, propinandoli nei 
u cibi, spargendoli nei ruscelli, gettandoli nelle strade, 

* per le stanze, frammischiandoli nei tabacchi ; essere 
tt sì violenti che una piccola goccia bastava ad avvele- 
a nare una stanza; fare d'uopo di molto aceto, di molta 
u acqua, di bruciare polvere e rosamarina per disinfet- 
" tarla ; avere infine ciò saputo quando in Tolone, ove 

■ trovavasi, infieriva il colèra, dei suoi compagni, delle 
u persone cui potè avvicinarsi, disse nulla saperne. 

u Negò in fine di serbare veleni presso di sè, e chia- 
u mato a dare chiarimenti sugli oggetti sorpresi, disse 
" in che questi consistevano. Avendo solo indicato una 
u bottiglia contenente del lenimento volatile adoperato 
u da sua moglie per contusione sofferta al ginocchio, 

■ e forse del mercurio, di che il suo giovane Tommaso 
u faceva uso per male venereo. 

u Interrogata la moglie, si tenne pure negativa. Ri- 

* chiesta a dare schiarimenti sui nomi annotati nel 

■ portafoglio, sulle espressioni contenute nella lettera 
u del cavaliere Omodei, disse che, trovandosi in Augu- 
u sta, fece conoscenza con tre Siracusani, i quali offren- 
" dosi in ciò che abbisognarle potesse, quando qui sa- 
u rebbero venuti per 1' esposizione del cosmorama , 

* scrissero di proprio pugno i loro nomi e la strada di 

■ loro abitazione. In quanto alla tomba dichiarò che 
« quelle espressioni alludevano ad una commedia rap- 
u presentatasi in Augusta, La viva sepolta, e nella quale 
u faceva ella tal parte entro una tomba, sulla quale 

* l'amante veniva a spargere delle lagrime ; quindi ella 
u ne cadeva, la qual cosa fece sì bene, tuttoché comica 
u ella non fosse, che molto piacque agli astanti. 

" Trovar onsi poi il giorno 23 altri oggetti in casa 



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195 

* del Cosmorama, che vennero indicati come emblemi 
u di morte e di congiura. Osservatili e richiestone al- 
" l'arrestato, si è venuto a conoscere consistere questi 

* in una tela come a fazzoletto, il cui fondo bianco, la 

* estremità con fascia nera, nel mezzo vi si legge : 

* Gran Cosmorama. Più in due corone, che disse essere 
u state regalate alla sua moglie dai frati cappuccini in 

* Girgenti, in un suggello, in un pezzo di stagno, che 
41 ei tentava di modellare su di una medaglia di rame, 
u rilevante da una parte santa Filomena su di una 
u tomba portante un fiore alle mani, e dall'altra parte 
u opposta cinque spade incrociate, quale medaglia disse 

* essere una delle tante coniatesi a Tolone, ceduto il 
u morbo e che ognuno portava appesa al collo. Richie- 
u sto perchè tale medaglia voleva rilevare sullo stagno, 

* allorché qui presso noi apparve il colèra, e quando, 
M per le manifestazioni fattegli dal tedesco, credeva 

* derivare da veleni, non diè risposta soddisfacente. 

u Finalmente in un cocco a forma di mezzo arancio 

* con occhi e bocca da far credere essere un teschio di 

* morto. Del quale da pria disse nulla saperne ; ma 
u poscia, al mostrato fattogliene, dichiarò appartenersi 

* al suo giovine Tommaso, del quale faceva uso per 

* bevervi nella campagna. 

u Non essendosi ancora fatte le convenienti osser- 

* vazioni ed analisi per malattia dei chirurgi, onde mi 
u sono rimasto inoperoso su tale riguardo; da due 
u giorni mi sono occupato dell'esame delle carte rin- 

* venutesi in casa del funzionante da intendente; ma 
" nulla finora si è dedotto che accenni a corrispondenze 

* criminose. 

u Ho esaminate pure le carte sorprese all'arrestato 
u Nunzio Munna tenente d'ordine, e fatto il debito 

* esperimento sulla bottiglia di liquore che con di lei 
u ufficio mi furono passate. Consistevano quelle in 
M lettere di corrispondenza, la più parte dell'anno 1836, 
M in conti di vendemmia fattasi a Muraglie di Mele, in 



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196 

u stati di amministrazione doganale. I componenti la 
- Commissione ed il popolo che fuwi presente, vista 

* la indifferenza di tali carte gridarono che gli fossero 
" restituite. La bottiglia poi conteneva del rosolio, che 

■ da pria assaggiata dai professori e da me, fu indi 
" bevuto da molti. 

* Avrei voluto far visita domiciliare alla bottega 
u dell'arrestato Carlo «Azzoppardi, ma da pria, per 
" sempre rinascenti intoppi, indi per impedimento dei 

* chimici non l'ho potuto. E la loro presenza è neces- 

■ saria essendo colui da più anni venditore di acque e 
u liquori di ogni sorta. 

■ Ho proceduto a visita domiciliare in casa del *di- 
u rettore Patronaggi, intervenendovi la Commissione 
u e parte del pubblico ; ma, per quanto siasi diligente- 
" mente esaminato e frugato il tutto, nulla si è rin- 
u venuto. 

" Degli altri arresti non ho cosa da manifestare, nè 

■ per prova generica, nè per ispecie. Dietrochè ella, con 

* officio del 2 1 andante, me ne commise le investiga- 

■ zioni, con mio foglio del 22 la interessai a farmi co- 

■ noscere i loro nomi, i motivi della loro detenzione, i 
" sospetti che si ebbero e tutt'altre notizie onde mi 

* fossero state di guida nell'istruzione; però sono tut- 

* torà in attenzione di suo onorevole riscontro, e colgo 
" l'occasione per pregamela. 

« II giudice istruttore, Francesco Mistrktta. 
« Per copia conforme 
■ Il commesso da sostituto, Carmelo Flaccavento. » 
Certo il sindaco Patrizio non aveva richiesto al Mi- 
stretta un verbale firmato dai componenti la Com- 
missione ; sibbene un resoconto, il quale potesse oriz- 
zontarlo sullo stato del processo, che d'altronde era 
pubblico ; ma il Mistretta comprendeva bene che un 
rapporto con la sua esclusiva firma avrebbe potuto 
nell'avvenire comprometterlo ; quindi si metteva dietro 
le quinte della Commissione per declinarne la responsa- 



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197 

bilità in un qualunque avvenire che egli con la sua sa- 
gaeità non vedeva molto lontano. Mistretta diceva tra 
se : io non ho abbandonato il mio posto come le altre 
autorità; ho ubbidito ad un imperioso volere del popolo, 
rappresentato da tanti cittadini, e dal sindaco ; non 
sono uscito dalle cerchia del mio ministero. Era questo 
il linguaggio che teneva ad un suo intimo amico. 

La situazione del paese si rendeva difficile, e minac- 
ciosa di giorno in giorno. Si era abbattuto un edilìzio, 
ma non ci era modo di riedificarlo anche su di altre 
fondamenta. I liberali avevano contato sull'appoggio 
della intera Sicilia, e in nessun paese dell'isola svento- 
lava lo stendardo della rivolta. Non ci era d'uopo di 
una grande intelligenza, per vedere la falsa strada in 
cui si era slanciata la infelice città. Impegnare una 
lotta con la forza militare ; fare un appello alla Sicilia ; 
mutare la forma di Governo non era possibile. La po- 
sizione era disuguale, ne l'Adorno si sarebbe prestato 
a quest'ardua impresa. 

La speranza nella ristau razione era crudele, e spie- 
tata. Non ci era individuo che non si fosse compro- 
messo, sia che gli eccidii si considerassero sotto il punto 
di vista dell'interesse politico, sia come delitti comuni. 
Gli uomini di senno si spaventavano più dell'avvenire 
che del presente ; vedevano ancora che, se il Governo 
de' Borboni ritenesse come voce sediziosa l'idea di ve- 
neficio, quasi nessuno sfuggirebbe da quest' accusa. 
Oltre i liberali che erano stati spinti dal loro obbiet- 
tivo, e che conoscevano gli spergiuri, le violazioni, i 
fantasmi del terrore, gli esorcismi di sangue della casa 
Borbone ; oltre la gente di buona fede, che si era pro- 
nunziata con tutta la espansione dell'anima ; ci erano 
di quei tali che per simpatizzare col popolo, o per evi- 
tare le persecuzioni, avevano anch'essi propugnato l'as- 
surdo del pubblico avvelenamento, malgrado che dal 
fondo del loro cuore sentissero di essere una follia. 

Il patrocinatore Salvatore Danieli, tolto ai viventi 



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198 

non è guari, quel tale che per caso aveva conosciuta 
lo Schwentzer, e la sua famiglia in Lentini,ed in Augu- 
sta, era un uomo onesto, intelligente, e di molta istru- 
zione; non apparteneva ad alcun partito, amava l'or- 
dine istintivamente ; però era timido siccome donna e 
nei mutamenti politici, per effetto di questa timidezza, 
aderiva sempre a qualunque trionfo, fosse stato anche 
quello di un giorno. Al 1848 vestì il giaco di liberale, 
poi mutò faccia; al 1860 scrisse contro il potere tem- 
porale del papa. L'Italia abbonda di questa razza di 
uomini. 

Danieli dunque, sul timore che il pubblico avesse 
potuto concepire un sospetto a di lui carico per la co- 
noscenza avuta col Cosmorama, fu uno dei più caldi 
propugnatori del colèra-veleno, e scrisse il seguente 
sonetto : 

Al Russo, all'Anglo, al Gallo ed al Gemano, 
Alla sagace Italia e Europa intera 
11 sognato terribile cholera 
Di velo asconde scellerata mano. 

Venuto a devastare il suol sicano, 
Tu sola, Ortigia, fosti la primiera 
Clio apristi gli occhi, e l'infernal Megera 
Si scuopre, e cado il suo furore insano. 

In te dunque maggior gloria riluce 
Che meritò la prode vedovella 
Troncando il teschio al fiero Assiro Duce. 

La madre patria liberò già quello 
Dal tuo zelo, mercè la sacra luco 
Salvatrice del mondo ognun t'appella. 

Il sindaco Patrizio di una tempra forte ed energica, 
vedeva che cammina vasi su di un terreno poco solido, 
guardava negli oechi i suoi adepti politici ; notavane la 
esitanza ed i timori, e si studiava di dar anima, e vita- 
ad una lampada che a poco a poco estinguevasi. E sic- 
come la Commissione, per le giornaliere diffalte, si era 
assottigliata di troppo, e da un momento ad un altro 
poteva ricadere su di lui solo tutta la responsabilità, 
degli eventi, anche nel pensiero di conservate una 



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199 

forma legale governativa, e di coonestare, quando che 
sia, la sua condotta, opinò rivestire delle funzioni d'in- 
tendente il consigliere provinciale Paolo Impellizzeri, 
duca di San Filippo. Questi in sulle prime mostravasi 
ostile a tale incarico ; ma poi, convinto che per legge e 
per carità di patria sarebbe stato uno scandalo insi- 
stere nella negativa, di mala voglia accetta la penosis- 
sima missione. 

Il duca d'Impellizzeri era onesto, filologicamente 
istruito, estraneo ai partiti e alle caste; ma non aveva 
alcuna convinzione politica; per lui o il Governo rap- 
presentativo o l'assoluto, il Borbone o l'Abd-el-kader, 
l'autonomia di Sicilia o l'unità d'Italia era indifferente; 
e per questa indifferenza non esitò, assunto al potere, 
di mettersi d'accordo in tutto col generale della piazza. 

Il barone Pancali, quando vide che non ci era più 
alcuna àncora di speranza per promuovere il principio 
liberale, e si trovò quasi intieramente abbandonato dai 
suoi amici; anch'egli la mattina del 27 si rese nella 
sua villa. 

Questo scoraggiamento era penetrato nell'animo del 
Mistretta, il quale cominciava a barcollare. Il nuovo 
rappresentante da intendente credeva anch'egli di buona 
fede al pubblico veneficio; e con la data del 25 scriveva 
al giudice istruttore risentitamente, perchè continuasse 
con la primiera alacrità l'istruzione del processo; e 
quegli, dopo quattro giorni, rispondeva scusandosi di 
non potere espletare il processo, u perchè, Lo Curzio 
cessato della vita,Innorta impedito dalla malattia, sono 
più giorni che la continuazione degli esperimenti chi- 
mici ha dovuto rimanere sospesa ed ella sa che sta in 
ciò il cardine della prova. „ Incominciava il volta faccia. 
Prima il cavallo di battaglia era la confessione del 
Cosmorama, per la quale si menava tanto scalpore; 
oggi si conveniva indirettamente che quelle dichiara- 
zioni non avevano alcun valore. 

Impertanto, giunto in Catania il manifesto in 



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200 

istampa, fu come la scintilla che produce un grande in- 
cendio. Quei liberali colsero questa congiuntura per 
muovere il popolo ad insorgere, ed il concetto del co- 
lèra-veleno fu quasi generalmente accetto in quel paese 
tanto rinomato per sapienza, e per dottrina; d'altronde 
anche colà il fiero morbo segnava numerose vittime. 

Al 30 luglio verso il pomeriggio due uomini, Pen- 
netti e Pensabene, alla testa di un pugno d'insorti, 
aggrediscono la guarnigione, s'impossessano del forte 
Sant'Agata, ed impiantano siù baluardi la bandiera 
dell'indipendenza; abbattono la statua del Borbone e 
costituiscono la Giunta provvisoria, composta degli 
stessi uomini della Giunta sanitaria. La barca che da 
Catania suole portare in Siracusa la neve, annunzia il 
cangiamento politico di quella città, e reca alla Com- 
missione un plico con quattro stampe differenti a firma 
della Giunta provvisoria. 

Nella prima s'invita la Sicilia ad infrangere il giogo 
de' Borboni, e costituirsi a Stato libero, ed indipendente; 
nella seconda si previene il pubblico di Catania che la 
Giunta sanitaria assume il supremo potere sotto il 
nome di Giunta provvisoria di Governo ; nella terza si 
promettono 1000 ducati (lire 4250) a chi consegni il 
Beinard spargitore di sostanze venefiche; nella quarta 
finalmente, si emettono talune provvidenze sull'ordine 
pubblico. 

Questa nuova clamorosa, ed inaspettata, dopo il 
lungo silenzio di tredici giorni, solleva lo spirito dei li- 
berali di Siracusa, i quali, dallo stato di scoraggiamento, 
e di perplessità in cui erano caduti, tornano di nuovo 
ai soliti sogni dorati e si restituiscono in città pieni 
di entusiasmo; quasi fosse rassicurata la loro sorte; 
e innanzi tutto spargono delle coccarde tricolori. Chi 
sostenne dopo la ristaurazione che i moti del 1837 in 
Siracusa non originarono dal principio politico, o me- 
glio dall'amore della libertà, o ignorò la vera storia, o 
volle impudentemente mentire. 



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201 

Il Pan cali comprese la necessità di aderire ali 1 im- 
pulso Catanese; di rimettere il popolo nella via di un 
risorgimento politico; di trascinare la plebe a questo 
proponimento. Ma sventuratamente si era pur troppo 
fuorviato per riprendere la giusta misura; ne l'Adorno 
poteva slanciarsi in questa difficile rotaia, la quale 
non offriva ai suoi sguardi alcun prospetto di successo, 
alcun bene morale o materiale; infine, a dirla chiara e 
tonda, Adorno e Pancali rappresentavano due forze 
repulsive ; entrambi avevano il solo punto di contatto 
nell'ordine ; ma il loro rispettivo scopo era diametral- 
mente opposto. 

Se il popolo non avesse avuto l'interesse della propria 
conservazione a scoprire, e vendicare la trama dei veleni, 
il giudizio del Pancali sarebbe prevalso; ma, giunte al 
punto dov'erano le cose, non era mica facile distogliere 
il popolo da questo pensiero, e preoccuparlo esclusiva- 
mente del cangiamento politico; dall'altro canto l'A- 
dorno, che ignorava le mene dei liberali e la loro parola 
d'ordine (1), logicamente ed onestamente diceva: " Io 
sono stato chiamato a scuoprire la cospirazione di vene- 
ficio, non per congiurare contro il Governo; il popolo ha 
sopportate tante privazioni; si è bagnato le mani di san- 
gue ; ha giurato sulla salma dei suoi figli eterna vendetta. 
Abbandonare ora un brillantissimo processo, divergere 
le indagini, inimicarsi il comandante militare che di- 
vide con noi la stessa aspirazione, è un rinnegare il 
fatto proprio, tradire la propria coscienza, defraudare 
le pubbliche speranze, screditarci in faccia l'opinione 
d'Europa, la quale oramai per il nostro manifesto 
aspetta il risultato del processo, che più della sognata 
libertà, regalerà ai popoli la vita. „ 

L'Adorno ed il Pancali erano sul punto di venire ad 

(l) Non paro possibile come l'Adorno ignorasse la cospirazione 
politica ; eppure la è così. Eccessivamente preoccupato del veneficio,- 
credeva che questa idea dovesse soffocare qualunquo altra, fosse 
auche quella della libertà della patria. 



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202 

una lotta aperta, e forse di gittare il paese in una 
guerra civile. Entrambi contavano sui partiti, en- 
trambi tenaci e fieri per educazione ; ma bisogna con- 
fessare che l'uno, e l'altro amavano il paese con tutta 
la potenza della loro anima. È vero che il famoso ma- 
nifesto era firmato da Pancali e non da Adorno ; ma 
questo ultimo si credeva obbligato, più del primo, di 
compiere e pubblicare il brillantissimo processo; quindi 
non c'era illusione di sorta che potesse rimuoverlo da 
quella specie di monomania. Egli direttamente, e indi- 
rettamente si era valso di tutti i mezzi per ottenere 
dallo Schwentzer una dichiarazione esplicita e formale, 
che rivelasse estesamente la congiura del pubblico ve- 
neficio. Con l'aiuto dei custodi del carcere, era giunto 
ad avere tre pezzi di carta scritta di carattere dell'im- 
putato, i quali non accennavano nulla di positivo; ma 
facevano balenare qualche speranza di venire all'intera 
conoscenza della cospirazione del veneficio. 

Il giudice istruttore, alle nuove di Catania, rianima- 
vasi, e riprendeva con zelo ed attività l'istruzione. Egli 
era siccome il termometro che rialzavasi ed abbassa- 
vasi secondo gli eventi. Il 1° agosto si rende al carcere 
in compagnia del solo Adorno, il quale lusingavasi da 
questo terzo interrogatorio dello Schwentzer di otte- 
nere la rivelazione di tutto ; ma non ebbe che il se- 
guente verbale: 

" L'anno mille ottocento trentasette, il giorno primo 

* agosto in Siracusa nelle carceri centrali, 

u Noi Francesco Mistretta, giudice istruttore del 
" distretto di Siracusa, assistiti dal commesso straor- 

* dinariamente adibito don Gaetano Adorno Puma, 
■ per il commesso da cancelliere impedito; 

u Intervenendo il dottor don Mario Adorno, uno dei 
" componenti la Commissione all'uopo destinato ; 
u Sulla presentazione da lui fattaci a nome della 

* Commissione medesima di tre scritte a firma del 

* detenuto Giuseppe Schwentzer, e sulle istanze fat- 



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203 

* teci prestamente si fossero riconosciute dal detenuto 

* suddetto le carte di cui è parola, e se ne ripetessero 
u da lui gli analoghi schiarimenti per tutto ciò che 
" offrono di equivoco. 

* A tale oggetto ci siamo trasferiti in queste pri- 

* gioni. 

" Fattolo quindi estrarre, e rimasto libero e sciolto 
u da ogni legame, gli abbiam diretto le seguenti dc- 
u mande: 

u D. Qual è il vostro nome, cognome, padre, patria, 
" età e condizione? 

u R, Mi chiamo Giuseppe Schwentzer, figlio di Gior- 

* gio, nato a Tolone, di anni 37, cosmorama. 

u Mostrate quindi al medesimo le tre carte di cui 
u sopra abbiamo fatto parola, gli abbiamo detto : 
" D. Queste tre carte che vi presentiamo sono state 

* scritte e sottoscritte da voi? 

* R. Sì, sono di mio carattere ; io le ho scritte e le 

* ho firmate. 

u D. Spiegatemi più chiaro cosa intendevate di dire 

* in quel foglio diretto alla popolazione che incomin- 
u eia: — Di giorno in giorno il male va di peggio in 
a peggio; — e termina: — vi farò conoscere che siamo 
u tutti ingannati? 

■ R. Ieri sono stato circondato da molti; e chi mi 
" chiamava scellerato; chi mi diceva averla pagata 
u l'intendente, averla pagata mia moglie, il pubblico 
" voler la mia morte. Inutilmente io diceva essere in- 
u nocente; nulla aver trovato le autorità contro di 
" me; ciò importare che niente avevano fatto sapere 
" al pubblico. Fuwi chi volle che io scrivessi, e preso 
u da disperazione presi la penna e scrissi quel foglio. 

" D. Cosa intendevate dire con quelle espressioni 
u adesso mi levo la maschera ? 

" R. Non sapeva quello che scriveva. 

u D. Ma tali espressioni importano che per lo in- 

* nanzi avevate simulato e mentito, e che indi eravate 



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204 

« determinato a dire il vero. Questo pensiero non potè 
" esservi indettato da altri, ma dovette essere tutto 
u vostro. 

« R. Non so che dirvi. Io non capiva quello che 
u scriveva. 

u D. Chiudevate quel foglio chiedendo che foste sal- 
fc vato al più presto e che avreste fatto conoscere che 
fa siamo tutti ingannati. Da chi ed in qual modo 1 ? 

u R. Mi dicevano che le autorità non volevano che 
u il popolo imperasse ; che mia moglie e mia figlia sa- 
u rebbero state sagrificate; ed io sentiva dire che tutti 
a siamo ingannati e che io sono calunniato. 
D- " Voi in altro scritto diceste che promettevate di 

* levare tra poco il flagello che corre in Siracusa, * 
a se avevate promessa la vita per la moglie e figlia. — 

u Diteci, in qual modo avreste levato in fatto il fla- 
« gello? 

« R. Vollero che io scrivessi in tal modo, e lo feci. 
fc Nulla io so e nulla ho che dirvi. Fate di me quel che 
u volete. 

" Lettura datagli e conferma fatta, ha firmata con 

* noi, con il componente la Commissione e con il com- 

* messo. 

■ Le carte poi sono state nell'egual modo contras- 
u segnate ed unite al processo. 

u Joseph Schwentzer — Mario Adorno — Francesco 
a Mistretta, giudice istruttore — Gaetano Adorno 
u Puma, funzionante di commesso. „ 

Questo risultato adombrava un po' la mente dello 
Adorno, il quale fino a questo punto credeva cammi- 
nasse su di un terreno facile, spianato, legale. Ei si 
vedeva compromesso in faccia al partito liberale, in 
faccia al popolo, in faccia ad un qualunque avvenire. 

Quest'ultima dichiarazione smentiva la prima; fuor- 
viava le tracce del processo; rovesciava interamente la 
voluta scoverta di veneficio. L'Adorno incominciava a 
sorbire le prime stille dell'amaro disinganno; le sue 



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205 

dorate illusioni si dileguavano come sogni d'infermo : 
ma pure non poteva decidersi di abbandonare l'im- 
presa, e tornava nell'inganno. Ciò è nella natura 
umana. Quando gli uomini sono dominati dalle grandi 
passioni, un raggio di luce li spaventa ; ma immanti- 
nente sentono il bisogno di ricadere nell'errore e qual- 
che volta si dolgono, si pentono di avere per un istante 
incoata una idea che era in urto alle loro convinzioni, 
e si studiano di scuoprire la ragione della sua inesi- 
stenza, quasi fosse stata una momentanea aberrazione 
mentale. 

L'Adorno dunque, ricordandosi i fatti che logica- 
mente si erano svolti dal 1 8 luglio al 1° agosto, incomin- 
cia a vedere un partito politico e a sospettare che esso, 
nella idea di eccitare il paese alla riscossa politica, a- 
vesse, con le male arti, sedotto lo Schwentzer; per la 
qual cosa si era ottenuta quella dichiarazione. Quindi, 
persuaso di ciò, lavora a tutt'uomo perchè si conver- 
tisse lo Schwentzer e si smentisse l'ultimo interroga- 
torio. Dalle minaccie si passava alle promesse, alle 
insinuazioni, alle preghiere, fino al punto di permet- 
tere che la moglie coabitasse nella stessa stanza del 
marito. Contavasi sulla potente influenza dell'arcano 
sentimento dell'amore che spesso fa velo al giudizio, ai 
principii, e, qualche volta, al proprio dovere. 

La mattina del 2, tre amici intimi dello Adorno, in- 
fluentissimi nel paese, si rendono al carcere e propon- 
gono, in nome della Commissione, allo Schwentzer di 
dichiarare in iscritto nettamente, estesamente, e for- 
malmente quello ch'egli aveva accennato nelle carte 
precedenti. Promettono la garanzia della vita, e della 
liberta. Nella negativa protestano di non rendersi re- 
sponsabili dell'ira, e dell'esasperazione del popolo. Fi- 
nalmente gli accordano tutta la notte di tempo, per 
decidersi di accogliere, o respingere la proposta della 
Commissione. 

L'infelice prigioniero lottava fra le angoscie mortali. 



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206 

Come uomo d'onore, di natali distinti vergognava prof- 
ferire una menzogna, anche nel timore di dover renderne 
un dì conto al Governò francese, e di screditarsi in faccia 
alla propria famiglia , ai propri amici : guardava la di- 
letta consorte, l'innocente figliuolina, e si ricordava delle 
minaccie fattegli, ove insistesse nel silenzio. Pregava in- 
ginocchiato nell'oscura prigione, perchè Iddio lo illumi- 
nasse, e per un giorno intero non seppe risolversi ad al- 
euua cosa. Finalmente il giorno appresso, forse vinto dalle 
lagrime dell'amata, e tenera consorte, perla quale aveva 
sofferto tanti sacrifizi e tante privazioni, dichiara che, 
ove la Commissione gli garantisse in iscritto l'impu- 
nità, e lo facesse prestamente partire da Siracusa, egli 
paleserebbe in un foglio di carta la vera storia dei 
fatti. Si riferisce alla Commissione questa proposta, che 
Adorno accoglie con ardenza, e tosto scrive di proprio 
pugno in un foglio di carta queste parole : 

" Io qui sottoscritto, in nome della Commissione, e 
u sulla santità del mio onore, prometro che, se il si- 
u gnor Schwentzer, ritenuto in queste prigioni come 

* imputato di pubblico veneficio, paleserà in iscritto i 
" veri fatti che riguardano l'infernale cospirazione, 

* sarà tosto messo in libertà, e quindi imbarcato per 

* il continente. 

u Mario Adorno. „ 
La carta, munita del suggello della comune, fu resa 
allo Schwentzer, il quale scrisse fra due ore la sua for- 
male dichiarazione che consegnò alle stesse persone 
che si erano adoperate alla famosa conquista del vello 
d'oro. 

Questa confessione, della quale non esiste il docu- 
mento, era così concepita, secondo le assicurazioni di 
uomini di specchiata fede : 

" Essere un veleno il colèra ; operato da una tene- 
■ brosa setta nemica ai Goverui; nel cui intrigo erano 
fc alla testa i ministri di Francia , d'Inghilterra, di 
u Germania ; e lo stesso del Carretto essere egli un 



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207 

* emissario spedito in Siracusa a spargere il tossico ; 

* essere dieci in ogni città i professi e nove gl'iniziati, 

* i quali dovevano, a seconda gli ordini dei primi, ver- 

* sare materie micidiali, e tra questi anoverarsi il Vac- 

* caro, il Vico, il Li Greci, un certo tenente colonnello 

* Martinelli, di lui amico, ed altri, di cui ignorava il 

* nome. „ 

Un qualunque tesoro, una qualunque altra seducente 
novella non avrebbe potuto allietare tanto l'Adorno, 
quanto quella scritta che proprio colpiva a capello il 
di lui pensiero. 

Non era scorsa un'ora ed essa era nota a tutti. Però 
i liberali furono malcontenti ed avviliti di questo ri- 
sultato. Essi vedevano che l'insensata, e demolitrice 
parola d'ordine colèra-veleno li avea messi in una 
brutta via; vedevano capovolto il loro piano, percioc- 
ché l'ultima fatale dichiarazione dello Schwentzer, in- 
vece di muovere i creduli contro la dinastia, imputata 
fino allora di veneficio, la discolpava. 

Il popolo, da un canto mostravasi lieto della sco- 
perta, e dall'altro nuotava nell'incertezza, e nella diffi- 
denza. Diciannove complici tra professi e iniziati ! Se 
ne erano uccisi tre; restavano perciò, compreso il Co- 
smorama, sedici altri avvelenatori. Bisognava dunque 
scoprire, conoscere, uccidere questi altri nemici dell'u- 
manità. Laonde il paese versava in una continua ed 
affannosa altalena d'inganno, e di disinganno. Oggi si 
edificava; domani distruggevasi; quando pareva già 
sgroppata la matassa, allora peggio si arruffava. Il 
popolo si riuniva in capannelle per consultarsi chi 
potessero essere gl'individui dell'infame trama. Tizio 
diceva: sono gl'impiegati, leviamoci di mezzo questa 
mala genìa; Filano: non possono essere Siracusani; 
Sempronio rispondeva: non erano forse Siracusani il 
Vico e il Li Greci ì No, signore, soggiungeva Ca io, non 
bevono essere impiegati ; costoro mangiano il pane del 
•Governo, e non c'è il loro tornaconto operare contro 



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208 

di lui ; questa è una setta che vuole scalzare gl'impie- 
gati, per assidersi nei loro seggi. Era la torre di Babele, 
permixtio Unguarum. 

I liberali a queste voci parevano colpiti da un ful- 
mine. Non osavano di mettere in forse la dichiarazione 
dello Schwentzer, per tema di cadere in sospetto del 
popolo, e d'inimicarsi l'Adorno. Speravano nel trionfo 
della rivoluzione di Catania, dove spedivano delle per- 
sone per mettersi d'accordo nel programma, e nell'in- 
dirizzo politico. Aspettavano con ansia nuove da Pa- 
lermo ; curavano di sollevare i paesi della provincia e 
vi riuscivano. Floridia, Solarino, Canicattini, Agosta, 
Avola, Lentini, Palazzolo, Modica, Ragusa, Comiso, 
Chiaramonte, Monterosso, Pozzallo, Rosolini, Sortino, 
Scordia si sollevavano ; quantunque taluni aderivano 
al movimento più per le vendette private, per le deva- 
stazioni, per le rapine, che per il concetto politico. Però 
il dolore di non potere innalzare nella loro patria il 
vessillo del riscatto lacerava i loro cuori. Sostituire 
questo pensiero alla preoccupazione del veneficio era 
un impossibilità morale. La plebe preferiva la salvezza 
della vita, alla liberta; e per essa questa salvezza era 
riposta nel completo sviluppo del processo, e nel rin- 
venimento di tutti i rei. 

I popoli tanto aderiscono al grido di un rivolgimento 
politico, in quanto che si lusingano di migliorare la 
loro condizione materiale; ma, quando questa è com- 
promessa dalla idea che si vuole propugnare per essi, 
non c'è indipendenza, nè progresso, nè libertà. Queste 
astrazioni possono concepirsi e sostenersi, anche a ci- 
mento della vita, dagli uomini di principii, non mai 
dalle masse : bisogna avere un po 1 di esperienza per 
persuaderci di questa verità. Ora l'interesse di sfuggire 
la morte è il punto culminante di tutti gli interessi mate- 
riali. L'uomo messo in questo estremo dimentica qualun- 
que affetto, rinnega qualunque bene morale, non è trasci- 
nato che dall'arcano istinto della propria conservazione. 



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209 

I novatori avevano sfrenato, con la prepotente idea 
di veneficio, le passioni del popolo: comprimerle, e di- 
rigerle ad un altro punto di vista, che richiedeva mo- 
ralità, amore, abnegazione, era, come dicemmo poco 
prima, un impossibiltà morale. Essi sentivano nel fondo 
della loro anima questa inaccessibilità, ed era per ciò 
che vagheggiavano, con un'ansia maggiore di prima, i 
movimenti di tutto il resto della Sicilia. Se per lo in- 
nanzi l'idea di un mutamento politico era stai o per 
essi un voto, un sospiro, nel punto in cui si trovavano 
era una indispensabile necessità. Questa era l'ardente 
speranza che animava le loro fisonomie. Al di là di 
questo raggio di luce non c'erano che timore, e morte. 
Infine la loro condizione rassomigliava a quella del 
naufrago, il quale, le mille miglia lontano dal lido, av- 
viticchiato ad una tavola, volge atterrito lo sguardo 
attorno, e spera che un legno, solcando la stessa onda, 
si accorga del misero, e lo salvi ; però la vana lusinga 
del mutamento politico veniva ognora attoscata dal 
cupo presente. 

L'agitazione era immensa. Non c'era individuo che 
non operasse chi di un verso, e chi di un altro. Alcuni 
predicavano la calma e la legalità; altri volevano che 
si togliessero di mezzo le ambagi, e le vie giuridiche. 
Ognuno rappresentava un'opinione, e voleva ch'essa 
trionfasse a dispetto delle altre. 

La mattina del 3 agosto si trovò affisso nel portone 
del palazzo comunale la seguente nota di rei e com- 
plici del Cosmorama, la quale, vistata dal primo se- 
gretario della Commissione signor Orazio Musumeci, 
fu quindi rimessa al giudice istruttore accompagnata 
da un rapporto del signor Adorno. Questi due docu- 
menti originali fanno parte del processo del Cosmorama. 
L'Adorno previene il giudice che le guardie comunali 
testificano di avere visto affiggere quella carta la sera 
del 2 al 3 agosto, verso la mezzanotte, da un certo Ema- 
nuele Lo Curzio che inseguirono fino alla sua abitazione. 
14 



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210 

u Funzionante da intende ite : Vico, Greci (ben do- 
u vuta morte), fratelli Frangipane, nipote di Mun- 
" dello, Geno visi Regio procuratore, Vasquez,LaRosa, 
u suo cognato Raffaele Lanza, don Agatino Previtera, 
u Raddusa, Failla don Luigi, Reale, Fucile, barone 
« Pancali (non aderì), Mollo, Campisi don Gaspare, 
« dottor Naro, dottor Campisi, dottor Mascari, Orazio 
u Lo Giudice, il capitano d'arme di Siracusa, di Noto, 
" di Modica, i cancellieri di polizia, l'ispettore Rizza, 
u commessi e rondieri, Tommaso Puleio, Patronaggi, 
u Lorello, barone Astuto di Vittoria, Giarrusso, sacer- 
u dote Serafino, don Giuseppe Serafino, e Pandolfo era 
u reo. Vi sono altri rei occulti, il generale però s: vuole 
u complice. È una setta diramata in tutte le città e 
* paesi. Chi legge questa nota dovrà portarla alla 
u Commissione, alla presenza del popolo, e dovrà far^i 
e vistare da tutti i componenti. Tutti questi individui 
u hanno gettato e gettano veleni anche in campagna. , 

Fortuna che si scoprì il denunziatore, il quale non 
era gran fatto opinato, senza di che molti sarebbero 
stati compromessi. 

Se tutte le accennate persone avessero avuto al- 
lora un colore politico uniforme, forse o?gi, rimestando 
quel fango, potrebbe dirsi che la balorda nota nascesse 
da un partito; ma niente di tutto questo, perchè essi 
appartenevano al primo e al secondo partito, ai Bor- 
bonici puro sangue, agl'indifferenti, agli innocui. Nè il 
forsennato che l'affisse poteva sentire per tutte quelle 
persone una privata vendetta; egli volle rendersi in- 
terprete degli odii particolari di tutti, e tentò di pro- 
durre un incendio nell'animo del popolo col truce pen- 
siero di allagare l'infelice paese in un mare di sangue, 
e vendicarci di taluni individui per il seguente fatto. 

Egli, la mattina del 18, era stato adibito, come se- 
gretario amministrativo, dal barone Pancali ; imputato 
di malversazione o, meglio, d'infedeltà, fu il 1° agosto 
remosso dal suo ufficio, a richiesta di parecchi amici 



211 

del Pancali che facevano parte della Commissione. Al- 
lora concepì l'abbominevole disegno di denunziare co- 
storo al popolo come avvelenatori, e, perchè non po- 
tesse cadere il sospetto contro di lui, aggiunse quelle 
persone nella nota, quantunque per nulla responsabili 
del giusto castigo che egli avea subito, e che erano 
guardati dal pubblico con occhio bieco. Aggiungete a 
questo che il calunniatore, in quel breve intervallo, 
era stato messo a capo di tutte le operazioni del par- 
tito liberale, tanto come segretario del Pancali, quanto 
come fratello del farmacista Lo Curzio, morto di co- 
lèra giorni prima, dopo di aver fatto parte del collegio 
medico. Quindi, conoscendo i servizi resi da quest'ul- 
timo, si lusingava che, malgrado le sue ruberìe, il 
Pancali non avesse avuto il coraggio di scacciarlo. Il 
colpo dunque gli giunse inaspettato e crudele; e fu per 
ciò che reagiva con quelle inique armi, di cui si val- 
gono i tristi, quando non possono scolparsi innanzi il 
tribunale della pubblica opinione. 

È vero che quasi generalmente quella denunzia non 
fu accolta; ma non per questo i nomi di quegl'individui 
non si agitarono come in un'urna ; non per questo 
non ci fu taluno che disse con smozzicate parole: 
■ Forse non tutti, ma una gran parte. „ Se questo at- 
tentato dunque non produsse prontamente il suo ef- 
fetto, preparò il terreno ai fatti che successero due 
giorni dopo. 

La stessa mattina il giudice, che da un canto si pre- 
parava ad istruire il processo a carico del Lo Curzio, 
in forza dell'ufficiale di Adorno, dall'altro si rendeva 
al carcere per sentire la dichiarazione del famoso Lu- 
cifero, dove redigeva il seguente verbale, da cui non 
trapela alcuna luce di veneficio. Noti il lettore che, 
quando il Mistretta vedeva balenare qualche raggio di 
speranza in prò del mutamento politico, convergeva le 
prove con energia contro gli agenti del potere ; e vi- 
ceversa, quando scorgeva col suo sguardo penetrante 



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212 

dei punti neri, allora ripiegava, e metteva avanti con 
lentezza il partito, e le sètte. I proclami di Catania, 
oltreché promettevano al solito mari, e monti, assicu- 
ravano che la cospirazione di Sicilia era generale, ed 
impossibile a spegnersi. La spensieratezza del Governo 
contribuiva a far sospettare che gravissime contrarietà 
si frapponevano al ritorno dell'ordine ; ed in quei mo- 
menti interessava al Mistretta di rendersi benemerito 
al partito liberale, riversando l'odio dei supposti veleni 
contro gli agenti del Governo. Quindi si rivolgeva al 
Lucifero, che era il più inviso di tutti. 

" L'anno mille ottocento trentasette, il giorno 3 ago- 
u sto, in Siracusa, 

■ Noi, Francesco Mistretta, giudice istruttore del 
" capovalle di Siracusa, assistiti dal commesso estraor- 
" diariamente adibito per il commesso da cancelliere 
u impedito; 

« Intervenendo i signori don Mario Adorno e don 
u Pasquale Cassola, componenti la Commissione, al- 

* l'uopo destinati ; 

u Volendo procedere alla continuazione delle pruove 
■ a carico degli autori dello spargimento e propaga- 
" zione di veleni a danno della pubblica salute, ab- 

* biamo fatto citare le persone, di cui appresso sarà 
u fatta menzione. 

" Fatta quindi introdurre una di esse, avvertitala 
u di parlare senza timore e dire il vero, gli abbiamo 
u diretto le seguenti domande : 

« D. Qual è il vostro nome, cognome, genitori, età, 
u domicilio e condizione? 

fc R. Mi chiamo Antonio Lucifero, figlio del fu Sci- 
" pione, d'anni 38, nato a Stromboli, provincia di Ca- 
u labria Ultra II, capo ronda di polizia (1). 

(1) Stromboli e un'isoletta che appartiene alla provincia di Mes- 
sina, non mai alle Calabrie. Ciò dimostra ohe tanto colui clic lo in- 
terrogava, quanto lo interrogato, in quei tempestosi momenti ave- 
vano perduto il dono della memoria. 



213 

u D. Voi siete stato arrestato dal popolo come so- 
u spetto di avere sparso e propagato dei veleni che 
u hanno mietuto la vita a tanti cittadini qui in Sira- 
u cusa: cosa rispondete? 

u R. Io non so nulla di veleni; quello che posso dire 
" si è che, ritornato da Palermo l'ispettore Li Greci, 
■ recavasi ogni mattina, essendo qui in Siracusa, al 
" commissariato, ove venivano pure l'ispettore Rizza, 
" il cancelliere Bonfanti e Barucco padre , ma questi 
u non sempre; ed essi, Ordinandoci di star fuori, si 
" chiudevano fra loro ; anzi erano sì rigorosi in ciò 
u che una volta ne fu ributtato il commesso don Gae- 
u tano Pancali; ed il giorno seguente, avendomi io 
" permesso di entrare per presentare al commissario 
u un officio, il signor Li Greci mi respinse con cattivi 
" modi, e, redarguendomi l'imprudenza, mi chiuse Pu- 

* scio in faccia. Dei quali modi io e Pancali ci dole- 

* vamo, e facevamo meraviglia di questo colloquio se- 

* creto, non solito per l'innanzi. Debbo dirvi inoltre 
'* che venti o quindici giorni prima dell'uccisione del 
" commissario, standomi io alla baracca, venne l'u- 
" sciere d'intendenza Canzoneri portando un officio 
u pressante dell'intendente; non essendovi alcuno al 

* commissariato per consegnarglielo. Non trovatolo 
u in casa, mi sedei dietro la porta della sala. Più tardi 

* intesi che persone salivano le scale, e dalla voce 
« distinsi ch'erano il commissario, l'ispettore Li Greci 
« ed il cancelliere Bonfante. Li Greci diceva a Vico : 
a Giovanni, non sai che quell'affare che noi sappiamo 

* fu pure commesso all'intendente, al cavaliere Rad- 
" dusa, a Camardelli ed al capo del secondo ufficio? E 
u credo ne abbia avuto pure l'incarico il direttore Pa- 

* tronaggi, il quale può fidarsi del tenente Munna. 
" Anche ne ha scritto al generale per sua intelligenza. 

• Io, sentendo ciò, supposi che parlassero di cordone 

* o d'altri affari di servizio. Intanto, introdottisi nella 
« sala, Li Greci, avvedendosi di me, disse: Lucifero 



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214 

"qui? — Ei dorme, rispose il commissario. — Indi 
" passarono in altre stanze ; ma il Bonfanti, congeda- 

* tosi da loro, disse che avrebbe chiamato a se il ron- 
u diere Rogo. 

* D. Aveste mai incarico dal commissario di buttar 
u delle polveri e dei liquidi ? 

■ R. No, io non aveva la fiducia del commissario, 

* anzi io mi era determinato a congedarmi dal servizio, 
" poiché mi rimproverava che io facessi lega coi vaga- 
u bondi e che bevessi con essi loro. 

B D. Ma vuoisi che voi godevate la fiducia del com- 

■ missario, da che da Catania veniste qui a prestar 
u servizio, venuto lui. 

« R. Ciò fu, perchè messo in arresto per ingiustizia, 
" per l'evasione del detenuto Francesco Di Marco, es- 
" sendo io sotto-custode dopo otto mesi e giorni di 
" carcerazione non volli più ritornare a quell'impiego, 

* e, chiesto altro servizio in questa, per mezzo dell'i- 
" spettore Silvestri, mi fu accordato. 

" D. Dai vostri compagni rondieri vi fu fatta alcuna 

■ confidenza? 

* R. Giammai. 

* D. Dai loro movimenti sospettaste mai di alcuna 

" cosa? 

u R. E chi poteva mai creder tanto ! 

* D. Eravate voi amico ad Orazio Lo Giudice ? 

* R. Lo conosceva perchè noi eravamo piantoni uno 
" al giorno per aiutarlo nella riscossione dei dazi, di 
u cui era appaltatore, e perchè il vedeva talvolta ve- 

* nire in casa del commissario. 

u D. A quale oggetto ivi ne veniva ? 

" R. Non so ; non sempre io mi trovava là piantone, 
"ma casualmente me ne avvedeva e quasi tre volte il 
" vidi andare a cavallo dietro il commissario, quando 
" questi sulla sua somara recavasi a Santa Panacea. 

* D. Voi, trovandovi una sera con altri rondieri ed 
u un gendarme calabrese alla baracca, rimproveraste 



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215 

* il gendarme, perchè narrava aver visto quel giorno 

* trasportarsi fuori la città venti cadaveri ? 

" R. Non è già che il rimproverai, ma, siccome un 
" altro gendarme, ch'era stato di piantone alla porta, 
u diceva essere stati dodici, e quegli ne portava il nu- 

■ mero a venti, anzi a più, dissi: non c'è a chi credere 
" meglio di voi, se all'uno o all'altro. 

« D. Ma vuoisi che voi, rimproverandolo, gli diceste 
u che quelle cose non erano a dirsi, perchè offendevano 
u la polizia. 

u R. Ciò non mi è uscito mai di bocca : e quale of- 

■ fesa con ciò facevasi alla polizia? 

u D. Il commissario vi diè ordine di fargli rapporto 
u di tutti coloro che ne morivano ? 

u R. Io non ebbi mai tale ordine, perchè non andava 

* per le strade. Un giorno però vidi entrare dal com- 

■ missario Girolamo Tringali e riferirgli che alla Ba- 

■ gnara ne eran morti venticinque,e queste notizie gli 
" si portavano ogni giorno da Giarratana, Troia e 

* Tringali. 

" D. In un vostro foglio diretto alla Commissione 
u diceste aver sospetto di visitare la casa di Sebastiano 
u Canzoneri. Su di che voi fondavate tal sospetto? 

u R. Perchè il vedeva troppo vicino all'intendente, 

* cui si portava anche in carrozza quando si portava 
" fuori. 

* D. Di che mestiere si è questo Sebastiano Canzo- 

* neri? 

u R. Egli è usciere d'intendente. 

" D. Tenevate in vostra casa delle cartoline, in che 
" consistevano, ed a qual oggetto li serbavate ? 

" R. Mentre fui tenuto a Catania, siccome io vi ho 
" narrato, essendo ammalato, mi furono ordinate quelle 
u cartoline e mi si disse esser cremor di tartaro. 

u D. Dopoché si è scoverto essere stato a causa di 

* veleni che la mortalità è avvenuta, quai sospetti 
" avete voi formato ? 



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216 

« B. Quai sospetti poteva io formare ? 

a D. A che dunque avete voi rapportato i discorsi 

* intesi dal signor Li Greci, salendo le scale del corn- 

* niissario % In tal caso sarebbe senza oggetto quanto 

* voi dichiarate. 

* R. Dappria io credeva che trattassero di affari di 

* servizio, posteriormente diceva fra me che potevano 

* parlare di materia di veleni; ma io non ne son certo. 

* E come poterlo sapere ? 

u Lettura datagli della presente sua dichiarazione, 
« l'abbiamo domandato: 

* D. Avete voi cosa alcuna d'aggiungere o da to- 
« gliere? 

* R. Io debbo dirvi che il cavaliere Raddusa, e gli 
u altri che vi ho nominati, non avevano avuto, al dire 

* di Li Greci, direttamente queir incarico dal Governo, 

* ma sibbene l'intendente, e che questi lo abbia comu- 

* nicato a loro. 

. * Richiesto di firmare, ha firmato con noi, con gli 
a intervenuti e con il commésso. 

* Antonio Lucifero — Pasquale Cassola — Mario 
u Adorno — Francesco Mistretta, giudice istruttore — 

* Gaetano Adorno Puma, funzionante da commesso. „ 
Alla dimane, cioè il 4 agosto, giungeva da Reggio 

una barca che recava un plico, il quale conteneva : 1* un 
decreto di Ferdinando II, col quale S. E. il marchese 
Del Carretto veniva nominato alto commissario coi 
poteri deWalter ego, per rassettare % conturbati destini 
delle tre provincie di Messina, Catania e Siracusa; 2° un 
ordine di movimento di quattro mila soldati per la Si- 
cilia; 3° un'ordinanza dello stesso alto commissario, 
nella quale chiedevasi, agl'intendenti delle tre valli, 
esatto conto dello stato delle cose. Quasi contempo- 
raneamente arrivava per via di terra la nuova della 
controrivoluzione di Catania. Questo crudele, ed amaro 
disinganno sfatò o, meglio, attoscò il cuore dei libe- 
rali. L'Adorno, tutto gonfio, e pettoruto, rimprovera 



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217 

l'avventatezza degli incauti, loda egli stesso la sua 
prudenza, ed il suo senno, si appella previdente, e pa- 
triota onestissimo. Il Pancali, ed i suoi amici ammuti- 
scono, e con le pive nel sacco, ritornano quatti quatti 
nelle loro ville. 

Il duca Impellizzeri, con le funzioni d'intendente, ri- 
sponde all'eccellentissimo, narra gli sconvolgimenti 
passati, e promette moderazione, calma, e tranquillità. 

• Il popolo notava il cambiamento della scena ; guar- 
dava silenzioso, e cupo le fisonomie dei capi, e nel fondo 
del cuore meditava una tremenda vendetta. 

Il giudice istruttore aveva già prima avvisati i pe- 
riti per la continuazione degli esperimenti; quindi, 
malgrado la notizia della ministeriale di Del Carretto, 
e della contro-rivoluzione di Catania, fu costretto dalla 
necessità di compiere la quarta perizia, per la quale si 
ebbe il risultato che segue : 

■ L'anno mille ottocento trentasette, il dì 4 agosto, 

* in Siracusa, nell'atrio arcivescovile, 

u Noi Francesco Mistretta, giudice istruttore del di- 

* stretto di Siracusa, assistiti dal commesso estraor- 
u dinariamente adibito don Gaetano Adorno Puma, per 

* il commesso da cancelliere impedito; 

V " Intervenendo i signori don Mario Adorno, e don 

* Pasquale Cassola, componenti la Commissione al- 

* l'uopo destinati; non che i signori Innorta, Murè, 

* Genovesi, Campisi e Pria, professori chimici e me- 

* dici invitati all'oggetto e sotto la santità del giura- 
u mento precedentemente preparato; 

* Volendo proseguire gli esperimenti sul dippiù 

* degli oggetti sospetti di veleno, e che trovansi nella 

* stanza del Tesoro, ci siamo innanzitutto assicurati 

* della integrità dei suggelli, quali vi furono da noi 

* apposti nella precedente seduta, e dei quali fu fatta 

* consegna al corpo di guardia ivi appositamente sta- 

* bilitosi fino dal primo giorno. 

* Rotti i suggelli, è stata aperta la porta assicurata 



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218 

" a tre chiavi, una delle quali ci è stata presentata 
" dal sacerdote Germano, facente le veci di tesoriere; 
u le altre due rimesseci, l'una dal signor intendente, 

* T altra presentataci da don Santo Mollica, quelli 
" stessi esistenti pria presso i cessati componenti si- 
" gnori Moscuzza e Giaracà. 

u Indi sono stati tratti fuori un paniere con dentro 

■ vari oggetti , una cassettina, ima cassa, che sulle 
u indicazioni fatteci dallo stesso Mollica, si è cono- 
u sciuto appartenere al francese Cosmorama. 

■ Dentro al paniere sonosi rinvenuti i seguenti og- 
« getti: 

• Un involto di carta contenente circa rotolo uno 

* sostanza, che, messa in esame, al sapore amaro sa- 

■ lato al palato, ed alla detonazione che ha fatto, get- 

* tatane una porzione al fuoco, i periti han giudicato 

* esser nitrato di potassa. Più, altro involto con circa 

* rotolo uno di una sostanza bianca che, trattata con 

■ l'acido solforico, ha sviluppato il cloro ed ha lasciato 
" per residuo il solfato di calce. Più un pezzetto di 

* una materia gialla di once quattro. Gettatane una 

* porzione nel fuoco, non ha dato alcun odore d'aglio; 
" assoggettatane altra piccola porzione all'azione del 
" solfato di soda, non ha dato alcun precipitato bianco. 
« Non potendo rilevare prontamente la natura di tale 

* sostanza, comunque sembrasse loro essere la scaglia 
u di cui i pittori fanno uso, nè sapendo determinare 

* quali fossero le qualità particolari della stessa, si 
« hanno riservato ad istituire su tale materia migliori 
" esperimenti, e darcene in seguito più chiaro ed esatto 
" giudizio (1). 

(1) Ma perchè non dire al pubblico francamente, ed onestamente : 
questo sono materie coloranti, delle quali si serviva lo Schwentzer 
per lo esercizio del suo mestiere ? Oibò ! l'inganno doveva durare 
fino all'ultima ora ; non conveniva cancellare dalla mente del pub- 
blico ogni sospetto; bisognava aspcttaro per vedere in un altro 
esame chimico so il biandtetto, la terra gialla, ecc., ecc., ecc., po- 
tessero trasformarsi in acido arsenioso. E si oserà ancora invocare 



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21» 

a Si è trovata pure nel paniere una bottiglia di vetro 

* con poca quantità di vino, non più di once sei. E te- 
u mendo che vi fosse in combinazione dello arsenico, se 
" ne è assoggettata una porzione all'azione dell'idro- 

* cianato di potassa e di ferro, e non ha dato alcun 
u precipitato bianco. Dello stesso liquore altra piccola 
" quantità si è trattata con l'acido solforico, e non ha 

* dato alcun precipitato bianco. Del che hanno con- 
u chiuso non esservi in combinazione del piombo. Pre- 
" sane altra porzione e trattata coll'acqua di calce, non 
" diede alcun precipitato giallo. Del che si è rilevato 
" non esistere sostanza mercuriale. Altra porzione in- 
u fine trattata con l'idrocianato di potassa e di ferro 
" non diede alcun precipitato cremisi; d'onde si è giu- 
a dicato non esistere in combinazione della sostanza o> 
" base di rame. 

" Si è pure trovata una boccettina contenente del 

* liquore del peso di once tre circa, e, odoratolo e fat- 
" tine i saggi corrispondenti, si è riconosciuto essere 

■ aceto aromatico. 

" Finalmente una boccia di rame della grandezza di 
a un portogallo, formata di due lamine eguali, sferiche, 
u combaciantisi strettamente nel mezzo e sonosi tro- 

■ vate vuote. 

" Indi si è aperta la cassettina e vi si sono trovati : 
« Una carta spedita dal sindaco di Lentini per Se- 
" bastiano Fidone, contestante la partenza di lui da 
u quella comune, ove godevasi perfetta salute ; altra 
u carta di garanzia per lo stesso Fidone, rilasciata dal 
u giudice di quel circondario al 15 luglio 1837; altro 
- pacco in un fazzoletto per Angelo Fidone da Carlen- 

il famoso procosso del Cosmorama per sostenere il colèra-veleno? 
Ci duolo cho il numero degli analfabeti, dopo nove anni di libero 
reggimento, sia diminuito di poco in Sicilia ; vorremmo che il po- 
polo leggesse egli* stesso queste stoltezze ; vorremmo che egli toc- 
casse con le proprie mani lo errore in cui cadde ; vorremmo infine 
che dal suo labbro uscisse la solenne confessione: noi fummo cru- 
delmente ingannati ! ! ! 



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^20 

* tini portante la data del 15 luglio 1837 ; una carta 
u contenente un notamente per il signor Aldarese per 
u °gg e ^i di zucchero da spedirsi con Salvatore Rug- 

* gero ; un fazzoletto di colore celeste a scarchetto con 
■ della moneta di rame, che, enumerata, si è trovata 
u ascendere a tari 14 e grana 14 (1); un altro fazzo- 
M letto bianco con dentro tari 15 (2), moneta di rame; 
u altra boccia di rame simile a quella precedentemente 
M descritta. 

* Apertasi la cassa più grande, di cui abbiamo tro- 
■* vato rotto il coperchio, sonosi rinvenuti i seguenti 

* oggetti: 

• Una brondìa vuota contenente solo un'altra boccia 
" di rame simile alle precedenti ; un sacchetto con varie 

* cartelle da tombola ; un foglio ove sono scritte due 

* canzoni; altro con sonetto di uno sventurato amore; 

* altro portante una canzone; una cassettina in rame 
M a vapore; otto specchi; tre bandiere, due delle quali 

* a colore; altra con fascie nere ed altre carte ed og- 
u getti inservienti o indicanti il Gran Cosmorama. Si è 
u trovato pure un portafoglio con varie carte e lettere, 

* sulle quali ci siamo riserbati a fare migliore esame 

* in un altro giorno, essendo già l'ora tarda. Gli og- 

* getti tutti di sopra descritti sonosi rinchiusi nella 

* stanza del Tesoro che è stata assicurata come per lo 
« innanzi a tre chiavi, ed inoltre abbiamo apposto 

* sulla stessa una striscia di carta con suggelli in cera- 
u lacca ch'è stata firmata da noi, dai componenti, e 
« dal commesso. Le chiavi sono rimaste : una presso 
u il signor Adorno; l'altra presso il signor Cassola; 
u l'altra è stata consegnata al suddetto di Mollica, per 

* portarla al signor Germano, che non si è trovato 
" presente. 

a Del che se ne è redatto il presente verbale, di cui 

* si è data lettura ed è stato firmato da tutti gli in- 

0) Lire 6 25. 
(2) Lire 6 37. 

r- 



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221 

* tervenuti, da noi e dal commesso Mario Adorno — Pa- 

* squale Cassola — Innorta — Murè Genovesi — Cam- 

* pisi — Pria — Francesco Mistretta, giudice istruttore 
u — Gaetano Adorno Puma, funzionante da commesso. „ 

Una sola volta dunque si trovò il veleno, cioè nella 
seconda perizia, quando si disse che si dovea trovare, 
quando si mutò il locale , quando si erano preparati i 
cani per farglielo ingoiare. Poi non si rinvenne più 
veleno di sorta. I veleni erano spariti! 

Intanto pesava alla Commissione l'idea di non po- 
tere giustificare, innanzi all'alto commissario ch'era 
per venire, lo arresto, e la prigionia di taluni, ch'essa 
stessa riconosceva innocenti; e innanzi tutto temeva 
che la plebe, tornando agli eccessi, inveisse contro i 
carcerati, i cui congiunti non cessavano d'implorare 
perchè fossero messi in libertà. 

La marchesa Navanteri avea presentata alla Com- 
missione una lunga supplica, che fa parte del processo, 
perchè le restituissero il consorte. Essa, potendo di- 
sporre di grandi mezzi, interessava molti popolani a 
favore del Patronaggi; e l'opinione pubblica, che nel 
primo giorno si era mostrata grandemente avversa a 
costui, a poco a poco erasi rimutata. Molti ambivano 
rendergli questo servigio nella vana lusinga che, dopo 
il ritorno dell'ordine, intercedesse a loro favore presso 
il governo dei Borboni. Certo Silvestro Sollecito, di 
cui parleremo nel seguente capitolo, fu uno dei difen- 
sori del Patronaggi. 

È opportuno che il lettore conosca che le prigioni 
di questi infelici non erano quelle in cui stavano i giu- 
dicabili, e i giudicati per delitti comuni; bensì taluni 
sotterranei, sulla scesa della piazza del Duomo, abban- 
donati, dove anticamente s'incarceravano i rei, perlocchò 
tuttavia quel luogo chiamasi carceri vecchie ; quindi 
queste prigioni non riconosciute dallo Stato venivano 
tutelate dalle stesse guardie civiche, che la Commis- 
sione avea istituito. 



■222 

Adorno, volendo sprigionare taluni caduti falsa- 
mente in sospetto di avvelenatori, per dare un'appa- 
renza di legalità, chiedeva un rapporto al giudice 
istruttore, col quale egli dovesse specificare i presunti 
rei, ed i presunti innocenti. 

Il Mistretta, la mattina del 5, invia alla Commis- 
sione un lungo, ed elaborato rapporto a discarico del 
Patronaggi, di Alunna, e dello Azzoppardi, e, fra le altre 
•difese a favore di questi imputati, dice : u Ora altronde 
sarebbe follia, e grave delitto appuntare al Governo la 
propinazione dei veleni ; nulla sorge dal processo che 
possa farlo sospettare; anzi per l'ultima manifestazione 
del Cosmorama vuoisi che derivi da setta. „ 

La scena era mutata. Mistretta preparavasi a coo- 
nestare la sua condotta in faccia al Governo. Nei 
primi giorni della rivoluzione il processo riusciva bril- 
lantissimo. 11 29 luglio il cardine della pruova poggiava 
solo sugli esperimenti. Il 5 agosto sxùYuUima dichiara- 
zione del Cosmorama. Misera umanità ! 

In fine risultava chiaro, anche durante la fase della 
rivoluzione, che il processo non offriva alcun elemento 
per constatare il pubblico veneficio. Erano scorsi venti 
giorni, e ancora l'opinione pubblica non era concorde 
nella idea, cioè se i veleni derivassero dagli ufficiali del 
Governo, o da una setta nemica ai Governi. I conati 
dei liberali non erano riusciti a nulla, perchè, sin dal 
primo giorno, la loro formula si era limitata a questa, 
eie è il colèra è veleno, nella lusinga che, sconvolto ima 
volta l'ordine pubblico, sarebbe stato loro facile di en- 
trare nel periodo politico. Poveri illusi! Il popolo sta 
alle prime promesse (1). 

(1) Nessuna cosa al mondo ò tanto vera quanto questo principio. 
Qualunque movimento popolare assume l'impronta dell'idea cho si 
vuole svolgere , appunto perchè quella ò emanazione di questa. 
Quando ad un popolo si dice: bisogna insorgere, bisogna mutare pa- 
drone, perchè Vattiiale è un birbante che ci spoglia con le imposte di- 
rette, che ci fa provare la fame col balzello del macinato, il popolo 
talune volte insorge compatto, deciso, furonte, ma non ha altro di- 



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223 

Dopo il rapporto del giudice istruttore, la Commis- 
sione ordinava si mettessero in libertà il Patronaggi, 
il Munna, l'Azzoppardi; e poiché temeva che il pubblico, 
malgrado il giudizio del magistrato competente, po- 
tesse tacciarla di parzialità, così volle che insieme a 
quegl'imputati si sprigionasse l'accattone Carmelo Se- 
ma, detto lo Storpio, che il popolo avea arrestato come 
disseminatore di veleni negli orti vicini, mentre egli 
questuava. 

Costui, uscendo dalle prigioni, e passando per il piano 
Lettigli ieri, sentiva le maledizioni che le donne, ed i 
fanciulli dirigevano contro di lui. Forse indignato dagli 
oltraggi, e indispettito dalla ingiusta sofferta prigionia, 
sbottoneggiando diceva : " Che avete voi fatto a car- 
cerarmi] Credete sopravvivere? Sciocchi, morrete tutti 
di veleno ! „ 

Qui è da osservarsi che in quei giorni, 4 e 5 agosto, 
il colèra toccava il vertice della curva. Questo non 
disutile ricordo scusa in parte la soverchia irritabilità 
della plebe; e smentisce la bugiarda asserzione che, 
appena scoperta l'infame trama del veneficio, sin dallo 
stesso giorno non avveniva alcun caso di colèra. 

Le inconsiderate parole dell'accattone accesero di 
sdegno, e di furore il petto di quelle donne le quali 
piangevano Tamara perdita dei diletti figli, dei cari 
congiunti, e forse sui loro cadaveri, che per due e tre 
giorni restavano nella propria casa per difetto di bec- 
chini. Esse inseguono a sassate l'infelice che d'altronde 
zoppicava, perchè quasi paralitico; ed in mezzo ad una 
calca di popolo che, come onda, affluiva da tutte le strade, 
spietatamente l'uccidono; quindi, mettendo su di un 

nanzi agli occhi che il cattivo padrone, od il peso delle imposte; anzi, 
se il prodotto di questi fattori non risponde per nulla alle promesse, 
allora egli non ha più fede ad alcuno ; nè ci sarà potenza umana o 
garanzia politica che possa contentarlo. Se ciò avviene per l'inte- 
resso economico, come mai al 1837 poto vasi speraro che il popolo 
illuso smettesse la preoccupazione di veneficio, por la quale era in- 
sorto, e si occupasse del risorgimento politico ? 



224 

vecchio carro il cadavere, lo trascinano per le strade. 

Già ricominciavano le scene di sangue. Il popolo si 
credeva ingannato da tutti, non avea fede in alcuno, 
bolliva di furore, e, quasi nella sola piazza del Duomo 
trovasse conforto, riunì vasi colà ad urlare, e minac- 
ciare. Nella stessa ora era stato arrestato dalle guardie 
un cieco, egli pure accattone di mestiere, per sospetto 
di veneficio. Il popolo s'imbatte in costui e, minaccioso, 

10 interroga, chi fossero i veri avvelenatori ; egli ri- 
sponde francamente, senza la menoma esitanza, come 
se dicesse la verità : " II prete Campisi ed il signor 
Saverio Nizza. „ Si accoglie questa confessione, e si 
lascia libero lo accattone, che in faccia al popolo era 
diventato un Aristide, un oracolo. Un'orda feroce di 
bordonai, e di marinai, dividendosi in due, corre im- 
mantinente ad arrestare gli accusati nelle rispettive 
ville, dove trovavansi da più giorni. 

La prima si reca alla villa del Nizza, la circonda, 
come se dovesse arrestare un feroce masnadiere, e 
quindi l'assalisce. Il misero dormiva : si sveglia, si lega, 
si trascina in città, e spietatamente si uccide verso le 
sei pomeridiane. Saverio Nizza era un uomo onestis- 
simo, probo, intemerato, estraneo a qualunque partito. 
Contabile dell'agenzia del Tesoro, non si occupava che 
del suo impiego ; e d'altronde per la sua età, la quale 
si avvicinava ai 60 anni, e per il suo carattere pru- 
dente, pacato, impassibile, egli abborriva le agitazioni 
del popolo, che amava con tutta la potenza del suo 
cuore, e da cui era caldamente riamato. Eppure quel 
popolo stesso che per tanti anni era avvezzo a rispet- 
tare Saverio Nizza, la fatale sera del 5 agosto lo con- 
siderò come il più crudele nemico dell'umanità, e sentì 

11 bisogno di bagnarsi le mani del di lui sangue. Iddio 
aveva tolto a quella gente il bene dell'intelletto ! 

Nella villa del Campisi trovavasi un suo fratello 
per nome Baldassare; considerandolo complice del 
supposto delitto, si minaccia, si svillaneggia, nel pen- 



225 

siero di strappargli dalla bocca il segreto, quindi si 
arresta insieme al fratello prete ; col solito fragore si 
conducono entrambi verso le sette e mezzo della sera 
in città. Non c'è modo di salvare quei due onesti cit- 
tadini. L'Adorno si trovava a letto da due giorni am- 
malato; la plebe non avea riguardo per alcuno. Il dot- 
tor Carmelo Campisi si affanna per sottrarre l'amico 
Felice, dello stesso cognome, dalle mani del popolo, 
grida, urta, incalza la plebe ; ma sventuratamente in- 
vano; il solito patibolo raccolse la salma di quella in- 
nocente creatura, la quale fu sempre ricordata da tutti 
con amare lagrime. Egli era uno dei più virtuosi cit- 
tadini, liberale purissimo, amabile, generoso, e sempre 
con il sorriso sul labbro. 

Non c'era più freno. Si andava alla discrezione dei 
venti, come una nave in tempesta. Il popolo era furi- 
bondo, selvaggio, inviperito. 

Fino al giorno 4, nella Commissione, erano restati i 
soli membri che credevano di buona fede al pubblico 
avvelenamento. Alla dimane dell'invio della ministe- 
riale di Del Carretto anch'essi, tranne il solo Adorno, 
si videro compromessi; ed abbandonarono il popolo ai 
suoi eccessi. Gli uomini componenti le pattuglie erano 
stati gli esecutori di tutti gli arresti ; i custodi delle 
carceri aveano esercitato una violenta pressione sui 
prigionieri col fine di costringerli ad una rivelazione; 
infine non c'erano individui che non sentissero cor- 
rersi nella propria coscienza un brivido di responsa- 
bilità. Essi compresero che il solo mezzo di potersi 
salvare dall'uragano che gì' incalzava era quello di di- 
sperdere le prove del delitto. Gli uomini della polizia 
aveano stampato nella loro fronte i nomi dei fautori, e 
dei complici della riscossa; il Cosmorama era stato in 
contatto coi capi del movimento , e con la gente faci- 
norosa, nel giorno del suo arresto, e negl'interroga- 
torii; il De Ortis si ricordava dei marinai che lo aveano 
minacciato nel lazzaretto e fuori. Queste testimonianze 
15 



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226 

potevano da un giorno all'altro costituire la prova 
parlante contro moltissime persone. Dall'altro canto, 
il cuore del popolo sanguinava riflettendo che, tornati 
i Borboni, non solo resterebbero impuniti gli avvele- 
natori, ma i superstiti degli uccisi, e i prigionieri si 
vendicherebbero degli autori, e dei complici degli ec- 
cidii. 

Finché si sperava nel risultato del processo ; finche 
la spada della giustizia pendeva sul capo degli impu- 
tati, il popolo riposava all'ombra della legge; ciò 
l'onora, e mostra la sua rettitudine; ma quando si 
avvide che questa àncora di salvezza gli veniva meno, 
allora si svilupparono due sentimenti, il sentimento 
dell'odio, e quello della paura. Il primo lo spingeva 
alla vendetta, il secondo trovava in questo effetto la 
propria conservazione. 

Fra tante tremende agitazioni, non ci voleva che una 
voce, e questa voce non tardò a partire dal grosso del 
popolo: Al carcere! al carcere! Una piena sterminata 
di gente selvaggia, e furibonda corre verso quel luogo, 
che d'altronde, come ha visto il lettore, non era lungi 
dal piano del Duomo, dove il popolo si agitava in per- 
manenza. GÌ' infelici detenuti aveano sentito il grido 
di santa Lucia, e il suono fragoroso delle campane, che 
precedevano, e seguivano sempre le uccisioni; già essi 
conoscevano i massacri del Nizza e dei fratelli Campisi, 
e speravano, con trepida esitanza, che le tenebre ed il 
silenzio della notte ispirassero, nell'animo di quei for- 
sennati, la quiete e la pace. 

Erano già le 8 della sera quando odono il passo con- 
citato di una moltitudine, e vedono immantinente, fra 
le urla, aprire con impeto le porte della prigione. Un 
disperato grido di pietà, e di aiuto esce dalla bocca di 
quei miseri... Suonava per essi l'estrema ora ! Bisognava 
esser ciechi di mente per non intenderlo. La desolata 
Lepik stringe, piangendo e singhiozzando, l'amato con- 
sorte. Questa infelice creatura in diciannove giorni avea 



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227 

libato tutto l'amaro calice del dolore. Le sole anime 
gentili possono misurare le trepide ansie, le crudeli 
ambascie che aveano lacerato il suo tenero cuore, dal 
diciotto luglio al cinque agosto. Giovanetta a diciotto 
anni, bella come un angelo, tra le care illusioni della 
vita, videsi strappata da un popolo furibondo dal seno 
dell'amato consorte, e chiusa in un sotterraneo. Nel- 
l'oscuro bugigattolo, interrogava la sua coscienza, e non 
trovava alcuna colpa; stringeva al petto il dolce frutto 
del purissimo amore, e palpitava pei giorni del caro 
consorte. Eppure tra queste mortali angoscie, innal- 
zava caldissima la preghiera a Dio, e tosto un raggio 
d'ineffabile speranza confortavala. Ricongiunta al ma- 
rito, avea in parte dimenticato gli affanni, ed i timori : 
però la vista di quei manigoldi l'atterrì, la prostrò. 
Anche gli altri prigionieri furono spaventati, ed avviliti 
allo improvviso assalto, e immantinente non ebbero 
altra risorsa che di stringersi forte in un gruppo, e 
rincantucciarsi in un angolo della prigione, quasi per 
isfuggire la vista di quelle belve. 

Sotto il pretesto che la Commissione aspettavali alla 
piazza del Duomo, per giudicarli, il traviato popolo 
sovrano, in tuono severo, li invita ad uscire dal carcere, 
e li urta e gl'incalza. A furia di spinte son tratti fuori; 
ed il primo di tutti è Lucifero, il quale a pochi passi 
ancora dalle prigioni è moschettato alle spalle; allora 
gli altri, spaventati della triste fine del loro compagno, 
si sforzano fra le grida, e il pianto, di ritornare sui pro- 
prii passi; ma, ricacciati di nuovo con la punta delle 
spade , sono condotti al solito macello, dove misera- 
mente finiscono. 

Il birro Giarratana in mezzo alla baraonda era for- 
tunato, col favore del crepuscolo, di sottrarsi dall'ira 
del popolo, e già giungeva sulla soglia del portone del 
palazzo arcivescovile; ma, sfuggito dagli artigli della 
moltitudine, cadeva nelle gole feroci di altre iene sti- 
pendiate. Una delle guardie 0 N , che stava alla 



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228 

tutela del palazzo, si accorse che quel misero non era 
inseguito da alcun aggressore; ed invece di accordargli 
aiuto ed a.silo, lo raggiunge nel vestibolo dell'atrio, e 
barbaramente l'uccide ; quindi, insieme ai suoi compa- 
gni, lo trascina ancor palpitante in mezzo all'orda dei 
cannibali intenti a fare scempio dei cadaveri degli altri 
infelici. Solo sfuggiva dal massacro di tutt'i prigionieri 
la moglie di Lucifero, la quale moschettata con gli 
altri, senza saper come, non era stata per nulla colpita. 
Allora il popolo grida al miracolo, e conduce fra lo en- 
tusiasmo la misera innanzi lo altare di santa Lucia, 
proclamandola innocente e cara a Dio e alla Vergine. 
Gli altri che non avevano potuto causare le palle della 
corrotta plebe, erano rei del pubblico veneficio, e per 
maggior vendetta s'incrudeliva sulle loro spoglie ! 

Fra questa carneficina nell'anima di taluni balena 
un sentimento di pietà per la bambina del Cosmorama, 
che la infelice madre madama Lepik teneva stretta al 
petto. Una mano di ardimentosi la strappa dalle brac- 
cia materne, e la porta alla pubblica levatrice (1). 

(1) Negli archivi del palazzo della comune non ci e alcun docu- 
mento che concerne le infausto giornate dal 18 luglio al 5 agosto. 
Solo troviamo il seguente ufficio del secondo eletto signor Cardona, 
che allora faceva le funzioni di sindaco, per l'assenza del Pancali, 
con la data del 6 dello stesso mese. 

« N° 2046. Siracusa, 6 agosto 1837. 

« Signor Intendente, 

« Questa mane è venuta da me la portaia de 1 Proietti, rapportau- 
c domi che ieri sera da una ciurma di persone lo fu consegnata la 
« ragazza del Cosmorama. 

« Io, nello affrettarmi di portare ciò alla di lei conoscenza, la 
« prego suggerirmi come dovrò all'uopo regolarmi, onde la fanciulla» 
« non restasso priva di sovvenzione. 

< Il patrizio ff. 
«Viscenzo Cabdona. 

« Al signor intendente del Valle di Siracusa. » 

La bambina fu affidata ad una virtuosa levatrice. Dopo un anno 
e mesi il Nonno, monsieur Lepik , si rese in Siracusa e, rimune- 
rando l'affetto della buona donna, si riprese- la fanciullina, la quale, 
se non c'inganniamo, vivo ancora. 



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229 

Così si chiuse la terribile giornata del 5 agosto, in 
cui la selvaggia vendetta di un popolo illuso tolse 
spietatamente la vita a quattordici creature, certo 
innocenti di quel delitto, cioè: ai due fratelli Campisi, 
al Nizza, ai coniugi Schwentzer, ai quattro birri Troia, 
Tringali, Lucifero, Giarratana, alla moglie e figlia di 
Tringali, alla moglie e figlio di Giarratana, al De 
Ortis. 

Al sorger dell'alba del 6, moltissimi scappano alla 
ventura per le campagne. Il popolo si riunisce di nuovo 
al Piano. Taluni erano contenti del risultato del dì in- 
nanzi ; altri si mostravano sconfortati, timidi, perplessi. 
Per gli onesti, e pacifici cittadini, il suolo delle strade 
di Siracusa pareva bruciasse i piedi. Non ci era più 
sicurtà per alcuno. La vita di un uomo d'onore, di 
un intemerato cittadino, dipendeva dal capriccio, dalla 
calunnia, dalla vendetta, da uno scellerato, da un ini- 
quo, da un accattone ; in una parola il paese versava 
nell'anarchia, la quale, oltreché rappresenta la nega- 
zione di ogni Governo, ispira poi, per le tristi conse- 
guenze, un senso di terrore, e di spavento. 

Fra questo intervallo d'inquietudini e d'incertezze, 
si presenta un uomo con lena affannata, raccontando 
al popolo che un certo Cosimo Saltallà, persona civile 
e costumata, dava a due operai del tabacco da naso; che 
costoro poco dopo furono attaccati di colèra, ed uno di 
essi moriva. Rimestando nella mente com'egli ed il suo 
compagno avessero potuto essere avvelenati, si ricorda 
del tabacco di Saltallà, e confessa coscienziosamente 
non avere alcun altro sospetto. 

Questo fatto denunziato al popolo riunito aggiunge 
agitazione ad agitazione. L'operaio che lo riferiva era 
noto per onestà e per buona fede. Coloro che aveano 
sentito la storiella si guardavano pallidi a vicenda, 
come se volessero dire: Siamo da capo; non usciremo 
mai da questo ginepraio. Ma un uomo risoluto, ardito, 
li accusa di vigliaccheria, e propone si arresti il Sai- 



230 

tallà. Queste violenti risoluzioni erano scosse elettri- 
che che facevano, come corda d'arpa, oscillare le fibre 
del popolo. Si accoglie la proposta; si corre in cerca del 
Saltallà, si arresta, si lega al maledetto piliere, s'inar- 
cano i fucili. In questo supremo istante, una voce esce 
in mezzo a quella calca di gente forsennata, come la 
voce della giustizia di Dio, e consiglia il popolo, per- 
chè, senza imbrattarsi le mani di sangue, faccia morire 
il Saltallìi dello stesso veleno, col quale era morto T in- 
felice operaio (1). Questo improvviso, e salutare giudi- 
zio fu un fino trovato di certo Pasquale Greco, marino, 
soprannominato il Curto, uomo di grande coraggio, e 
d'immensa generosità-. Costui amava l'ordine e la pa- 
tria; e, quantunque credesse, come tutti gli altri, al 
veneficio e gli fosse stata pochi giorni innanzi morta di 
colèra la giovane e bellissima sua sposa, pure abbor- 
riva le avventatezze e le carneficine. 

E giusto si conosca che Saltallà era uno degl'illusi 
che credeva come un'assioma la esistenza della setta 
avvelenatrice ; e, temendo di tutti e di tutto, portava 
addosso una provvista di tabacco distribuito in mezza 

(1) Se il lettore ha avuta la longanimità di seguirci fino a questo 
punto, e si ricorderà del colera di Roda, tanto bene descritto dal ce- 
lebro Lambruschini , vedrà ripotuto lo identico fatto, con la sola 
ditiereuza che là il popolo faceva ingoiare a forza il cloniro di calce 
al povero medico, qui il tabacco al misero Saltallà; anzi in Siracusa 
si sceglieva questo mezzo quasi come esperimento, invece in Roda 
si voleva ad ogni patto la morte del supposto reo. 

Non ci è che dire. I popoli sono tutti d'una pasta. Però questi 
scandali si ripetono perchè non si rendono palesi all'universalità, 
ora per propria negligenza, ed ora per tema che potessero offendere 
l'onore, il decoro, la dignità del paese ove si consumano. Impudento 
e falsa carità di patria !!! Quanti creduti probi cittadini, quanti se- 
dicenti liberali, forse non ci bandiranno oggi la croce addosso solo 
perchè noi osiamo svelare questi fatti! Potessero essi amare la co- 
mune patria come noi l'amammo, e l'ameremo fintanto che la creta 
non torni alla creta! La patria non si ama adulandola, e inca- 
strando i presenti nei marmi e nei monumenti antichi ; si ama sve- 
gliando dal petto dei suoi figli il sentimento del dovere, della giu- 
stizia, del diritto, della libertà. 



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dozzina di scatole. Questo strano numero costituì nel- 
l'animo dei frementi il corpo del delitto, e bastava pur 
troppo ad essere nello istante punito, ove il grido di 
Greco non fosse sorto con imponente, e solenne ac- 
corgimento. 

Approvata dal popolo la mosaica sentenza, si com- 
prava del pane, s'intingeva nel tabacco di ciascuna 
scatola, e il giudicabile con le proprie mani trangu- 
giava quella sgratissima vivanda. Il dabben uomo 
tutto tremante, cogli occhi usciti quasi dall'orbita, 
macchinalmente esaurì ingoiando tutto quel pane, ed 
attendeva spaventato la sentenza del popolo. Passa la 
prima, e la seconda ora, ed il Saltalla non muore, ne 
si duole. Allora il popolo disingannato, e lieto dell'assen- 
nata prova, scioglie dal piliere quell'innocente, e l'ac- 
compagna festivo alla di lui casa. 

Quest'atto di giustizia dimostra evidentemente che la 
plebe non era spinta dall'odio, o dalla privata ven- 
detta contro i supposti rei di veneficio; ma dallo esclu- 
sivo interesse della propria conservazione; e tale senti- 
mento era compatto, potente, uniforme, tranne qualche 
rara eccezione. Bastava che un solo avesse detto: 
SaltaUà non muore perche ha il contravveleno, per farlo 
immantinente uccidere. Ma quella maligna insinua- 
zione non sorse nella mente di alcuno, appunto perchè 
non ci era nò interesse politico, come nei primi giorni 
del movimento, ne rancore personale da soddisfare. 
Quando il popolo è arbitro assoluto di giudicare, senza 
suggestioni, senza insidie, senza pressioni, allora il 
suo voto corrisponde con precisione all'antico prover- 
bio : Vox populi, vox Dei. 

Naturalmente l'immenso timore, e la strana e nociva 
vivanda avrebbe potuto produrre a quel misero qual- 
che trista, e subitanea conseguenza; ed allora, noi do- 
mandiamo all'assennato lettore : non si sarebbe detto 
che il Saltalla era uno dei sognati propagatori del ve- 
leno 1 E quale ragione potrebbe oggi calzare al biso- 



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gno e smentire la frivola credenza? Però questo felice 
esperimento aveva strappato qualche velo dagli occhi 
del popolo, il quale, riunito sempre al piano del Duomo, 
pareva fosse in comitato permanente : si rimestava il 
passato prossimo, e discutevasi il presente. 

Parlandosi nei crocchi dell'innocenza del Saltallà, e 
dello spavento che aveva prodotto la morte del Cam- 
pisi, alcuni osano di mettere in forse, sebbene con ti- 
more, la dichiarazione del cieco accattone ; questo giu- 
dizio, pronunziato prima con riserva, incomincia mano 
mano ad approfondirsi con esempi, e con cenni necro- 
logici del prete Campisi e del Nizza. Il sangue di questi 
due innocenti gridava vendetta. Un tale dice : Campisi 
è stato compianto da molti, perche in vero egli era gene- 
ralmente da tatti riverito ed amato per la sua francliezza, 
e per il suo buon cuore ; le persecuzioni governative da lui 
sofferte, in conseguenza delle vicende del 1820, erano state 
un battesimo di affetto per moltissimi cittadini. Un ope- 
raio soggiunge : Non fu egli che, appena turbato l'ordine, 
propose alla Commissione di raccogliere una quantità di 
grano per contributo gratuito, e distribuirlo a noi che mo- 
rivamo di fame? Un terzo parla sulla bontà del Nizza e 
sull'illibatezza de' suoi costumi. Un altro vecchio ope- 
raio, con le lagrime agli occhi, si fa innanzi dicendo : Io 
ieri sera non volli parlare, e la povera mia voce non sarebbe 
stata d'altronde intesa in mezzo a quella baraonda; però in 
coscienza mi consta un fatto che ora lo denunzio a voi. Io era 
andato dieci giorni fa con l'ordine di Adorno dal Campisi 
a ricevermi sei tumoli di frumento ; entrava meco nel ma- 
gazzino il cieco accattone, e chiedeva ancKegli con bur- 
banza del frumento; Campisi, che dava a me quel genere 
in forza del mandato, rispondeva al cieco doversi egli re- 
care presso la Commissione, ed ottenere V ordine e che egli 
per $è era pronto a dargli tutto quel frumento che la Com- 
missione credesse convenevole gli fosse dato. L'accattone 
se ne usciva con me brontolando, e mi suonano ancora 
nelle orecchie queste parole : Gliela farò pagare troppo 



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IN 

cara. Vedete figli miei, soggiungeva, che razza di uomo 
è mai quél cieco (1) che denunziava il Campisi. 

Allora balena nella mente di alcuni il pensiero di un 
inganno, e il rimorso incomincia a sentirsi nei loro 
cuori. Si bucina il sospetto e si dilata poco a poco, 
come l'onda mossa dal vento, finché un grido d'indigna- 
zione parte dal popolo, il quale chiede che s'interroghi 
una seconda volta il cieco. La plebe perplessa, ansante, 
piena di ambascia va in cerca dell'accattone. Si rin- 
viene quello sciagurato, si arresta, si conduce al piano 
del Duomo e s'interroga sulla sua denunzia a carico di 
Campisi e del Nizza ; l'infame domanda un sacerdote 
per confessarsi, e ad alta voce dichiara innocenti il Cam- 
pisi e il Nizza, e per maggiore conferma, soggiunge di 
averli denunziati al pubblico come avvelenatori, per 
denegata elemosina. Il popolo, quantunque più cieco 
dello stesso cieco, con un fremito di dispetto, e quasi di- 
remmo di santa vendetta, ghermisce l'accattone, lo con- 
duce al piliere, caldo ancora del sangue innocente dei 
martiri della sera precedente, e, fra le grida, le impre- 
cazioni ed il suono a martello delle campane, lo uccide. 
Questo fu l'ultimo eccidio consumato da una plebe fu- 
ribonda ed irritata da una fatale ed onnipotente opi- 
nione (2). 

(1) Omnia signa faUunt, oatli vero nunquam. 

(2) A chi conosce le nostre convinzioni politiche parrà a primo 
aspetto un po' strana la severità con la quale abbiamo giudicato e 
continueremo a giudicare i liberali del 1837 di Sicilia; però, medi- 
tando egli seriamente il nostro obbiettivo, si persuaderà, siamo si- 
curi, che non poteva farsi altrimenti, senza tradire la storia, gli 
atti legali, la verità. Se poi l'anima sua non è capace di compren- 
dere la santità del nostro scopo, peggio per lui. 



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CAPITOLO VI. 



Talune considerazioni sull'anarchia popo- 
lare e sulle violenze militari del 1837. 



Senza la storia fedele de' fatti che precedettero le spa- 
ventevoli stragi da noi narrate nel capitolo precedente, 
e dalla quale sorge la tenebrosa rete dell'inganno in 
cui si volle avvolgere il popolo, spunterebbe naturale 
dal labbro del lettore la maledizione contro l'infelice 
Siracusa ; eppure noi crediamo di buona fede che qua- 
lunque altro paese, civile per quanto si fosse, posto 
nelle identiche condizioni, e infelicemente abbandonato 
per venti giorni al suo fatale destino dal potere poli- 
tico e militare, lungi di limitarsi a quegli eccessi, spin- 
gerebbe troppo oltre il suo furore. 

La storia ci ricorda le terribili giornate di Parigi, 
2 e 3 settembre del 1792, nelle quali furono passati 
dal popolo a fil di spada tra 10 a 12,000 prigionieri 
imputati, non di pubblico veneficio, ma di parteggiare 
in favore de' Borboni di Francia. Il partito rivoluzio- 
nario fece comprendere al popolo che gli Austriaci, ed 
i Prussiani assediavano Parigi, perchè nell'interno i 
reazionari avevano organizzata una congiura per ucci- 
dere tutte le famiglie dei popolani. Bastò questa insi- 
nuazione per isfrenare il popolo di Parigi, e correrò 
nelle chiese dei Carmelitani, dov'erano stati chiusi 200 
preti col loro arcivescovo e ucciderli. Passano quindi 



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235 

alle prigioni dell'Abbazia, e scannano pria gli Svizzeri 
che avevano servito Luigi XIV, e quindi ad uno ad uno 
tutti gli altri. Il capo di tanti uomini egregi è inesora- 
bilmente mozzato dagli assassini, fra i quali il vene- 
rando Lombrevil governatore degl'invalidi è sul punto 
di correre la stessa sorte, quando la figlia di lui u si 
" slancia a traverso alle sciabole ed alle picche, si 
B stringe fra le braccia del padre, gli si attacca con 
" forza, supplica i carnefici con tante lagrime e con un 
" accento sì straziante, che l'insano loro furore è so- 
" speso. Allora, quasi per mettere a prova novella la 
u sensibilità che li commuove, Bevi, dicono a quella 
" generosa giovanetta, questo è sangue di aristocratici, e 
" le presentano un nappo pieno di sangue ; ella beve, 
" e suo padre è salvo (1). „ 

Queste stesse crudeltà si commisero la notte del 2 
e 3 in tutte le prigioni di Parigi. Al Castelletto, alla 
Force, alla Conciergerie, ai Bernardini, a San Firmino, 
alla Salpétrière, a Bicètre, dove corsero fiumi di san- 
gue. Nella prigione della Force era rinchiusa la sfortu- 
nata principessa Lamballe, celebre nella Corte per la 
sua bellezza, e per la sua intimità con la regina Anto- 
nietta, anch'essa è uccisa a colpi di sciabola, ed il suo 
corpo, oltraggiato e diviso a brani, è portato come 
trofeo sulla punta delle picche per le strade di Parigi. 
Gli assassini, bagnati di sangue e di sudore, si presen- 
tavano al comitato della sezione per essere rimunerati 
del santo lavoro, ed il comitato largiva loro vino e da- 
nari (2). 

(1) Storia della rivoluzione di Francia, di L. Adolfo Teiebs. 
Sebbene questo fatto sia revocato in dubbio dal Blanc nella Storia 
delia rivoluzione, con assai buoni argomenti. 

(2) Oltre questa spudorata complicità, ci sorprendo più di tutto 
l'audacia degli amministratori del comitato di vigilanza, costituito 
alla Podesteria , il quale osa il 2 settembre pubblicare un lungo 
manifesto, dove, fra lo altre coso si notano le seguenti parole che 
santificano la carnificina del medesimo giorno, e provano ad evi- 
denza che gli uomini della cosa pubblica erano più ubbriachi dello 
stesso popolo : 



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236 

Raffronti ora il lettore queste spietate crudeltà a 
quelle di Siracusa. Il popolo di Parigi era stato ingan- 
nato, ma certo non era stato spinto dall'odio, sibbene 
dalla sola paura. Si temeva un male che poteva avve- 
nire ; ma in Siracusa ci era il sentimento dell'odio, ali- 
mentato dalla morìa del supposto veneficio. Vedere ac- 
catastati sulle bare i cadaveri degli amici e de 1 congiunti 
morti di colèra ; toccare con le mani i veleni ; osservare 
gli esperimenti della propinazione sui cani ; ascoltare 
la pubblica confessione di supposti rei, erano eccita- 
menti tali da muovere allo sdegno, e alla vendetta, non 
che la plebe, ma qualunque anima impassibile; ove 
quest'anima fosse davvero convinta del pubblico vene- 
fìcio come erano allora convinti novantanove centesimi 
dei Siciliani. 

Storicamente i popoli per due cose fuorviarono, e si 
resero selvaggi, feroci e crudeli, per il fanatismo re- 
ligioso e per l'interesse della salute pubblica (1). Sono 
note a tutti le abbiette scene del giugno 1867 perpe- 
trate dalle basse classi della società inglese a Birmin- 
gham, a Manchester e in tutte le più floride ed illu- 
minate città manifatturiere inglesi per il fanatismo 
religioso. Sono note le atrocità commesse a Londra nel 

c 11 comune di Parigi si affretta ad informare i suoi fratelli di 
« tutti i dipartimenti, come una parte dei feroci cospiratori rinchiusi 
« nelle prigioni sia stata messa a morta dal popolo: atti di giustizia 
« che gli sono sembrati indispensabili per rattencre col terrore le le- 
« gioni dei traditori racchiusi fra le sue mura, intanto ch'egli era 
« per marciare contro il nemico. » 

Le crudeltà che seguirono la notte, ed il giorno appresso devonsi 
a questo forsennato eccitamento di quegli uomini, i di cui nomi do- 
vrebbonsi scolpirò nelle pubbliche piazze di Parigi , come Milziade 
fece scolpire quelli dei vincitori di Maratona; con la considerazione 
che quei nomi in Grecia rappresentavano l'eroismo e la gloria, in 
Francia rappresenterebbero la viltà e il vitupero : e perchè il lettore li 
conosca, noi crediamo dovere di coscienia riprodurli : Duplain, Paris, 
Sergent, Lenfant, Morat, Lefort, Jourdeul. 

(1) Se i promotori dolla rivoluziono di Parigi non avessero fatto 
comprendere alle masse che la loro vita era in pericolo, esse, nell'in- 
teresse della sola libertà, non avrebbero commesso tanti eccidi. 



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237 

1780, per le quali il popolo furente restò per alcuni 
giorni in balìa di se stesso. Certo un popolo, educato 
per lunghi anni alla scuola della libertà, è meno 
esposto alle violente esplosioni di un altro vissuto fra 
le catene della servitù ; eppure la civile Inghilterra per 
il fanatismo religioso ha sovente calcate le stesse orme 
de' Siciliani per le idee di veneficio. 

Non osiamo certo scemare la colpa de' fatti, solo 
perchè maggiori nequizie si consumarono in altri 
tempi in Parigi e in Londra. Niente affatto. Sosteniamo 
però che l'accusa non deve ricadere sul paese, ma su 
gli uomini che furono ad im tempo ingannati e ingan- 
natori, sul Governo che non seppe prontamente spe- 
gnere il movimento, e sul generale della piazza, il 
quale sentiva i massacri che si perpetravano nella citta, 
e con la più grande indifferenza continuava a dormire 
placidamente dentro il castello in mezzo a circa 1000 
baionette. 

Intanto dai lagrimevoli avvenimenti che noi abbiamo 
narrato nel capitolo precedente possono trarsi due so- 
lenni verità : 

1° Che è facile pervertire il popolo con l'inganno e 
la menzogna ; 

2° Che una volta demoralizzata la pubblica opinione, 
rotto l'ordine pubblico, smesso il prestigio della forza 
morale, non ci è individuo , per quanto rispettabile e 
stimato, che possa rendersi garante del senno e della 
virtù del popolo. 

In prova di ciò valga il seguente fatto, che d'al- 
tronde è ripetuto nella storia di tutt'i tempi, e precisa- 
mente nella rivoluzione del 1789 di Francia, dove 
quasi tutt'i corifei di quel rinnovamento politico cad- 
dero vittima del furore popolare, chi per privata ven- 
detta, chi per interesse di partito, e chi finalmente in 
conseguenza dell'ordinario risultato, cioè che la rivo- 
luzione divora gli uomini della rivoluzione. 

I movimenti della Francia nel 1848, che, senza 



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volere, produssero la repubblica, e quindi il 2 di- 
cembre, furono iniziati sotto le idee dei banchetti dai 
Defoure, Thiers e Odillon Barrot, Quest'ultimo si 
avvicinava più all'estrema sinistra, mentre gli altri 
appartenevano al terzo partito, rappresentato oggi 
da Girardin e da Olivier. Odillon Barrot si lusingava 
più di tutti di potere timoneggiare la rivoluzione a suo 
piacimento, e contava sul proletarismo. La duchessa 
Adelaide, madre del conte di Parigi, e nuora di Luigi 
Filippo, per l'ambizione della reggenza, faceva sotto 
mano all'amore con gli uomini del terzo partito. 

Non era questione di forma o di dinastia per cui im- 
pegnavasi la lotta; ma piuttosto ferma volontà di mu- 
tare l'indirizzo politico. Nè più ne meno. 

Quando la notte del 23 al 24 febbraio strapparono 
dalle mani del re l'abdicazione, scritta su di un pezzo 
di carta, Thiers e Odillon Barrot credevano di avere 
raggiunto il loro scopo ; perlocchè aveano promesso a 
Luigi Filippo che, presentandosi essi al popolo terribile 
e minaccioso, quali componenti il nuovo Ministero con 
l'abdicazione, e il trionfo della borghesia, ei sarebbe 
stato pago, e immantinente ritornata la calma e la tran- 
quillità nella bollente Parigi. Fallaci e vane promesse! 
I due campioni della riforma credevano di ricondurre 
gl'insorti ai domestici focolari, come un generale di 
armata può far ripiegare un esercito. Il popolo è sem- 
pre popolo, ed ovunque Odillon Barrot e Thiers 

aveano una qualche importanza nella plebe, pria che 
il grido della rivoluzione trionfasse ; ma poco dopo, il 
popolo di Parigi reclamava la propria sovranità. Vera- 
mente il re avea firmata l'abdicazione, non solo per ti- 
more, ma sulla promessa che l'ordine pubblico si sa- 
rebbe immantinente ristabilito, e Odillon Barrot e 
come Thiers, capi della politica de' banchetti, si crede- 
vano nel diritto di riprometterselo. 

L'uno e gli altri s'ingannavano. Diffatti appena questi 
due uomini si presentarono sui baluardi, gremiti di un 



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239 

popolo furente e selvaggio, e annunziarono la novella 
dell'abdicazione del re, furono accolti con fischi, con 
disprezzo e con minacce, a segno che fu loro mestieri 
di fuggire ed ascondersi. Noi potremmo citare mille 
altri esempi antichi e moderni i quali provano il nostro 
concetto, ma per brevità li tralasciamo. 

Come non è giusto che il popolo s'inganni con nar- 
cotiche promesse, e s'illuda con le male arti e con l'in- 
trigo, così bisogna che non si spinga agli eccessi ed al 
furore. 

I liberali del 1837 di Siracusa o ignoravano la sto- 
ria, o credevano che il popolo di quel paese fosse diffe- 
rente da tutti gli altri popoli. Essi poggiavano, è vero, 
sulle futili promesse degli amici di Palermo, di Messina, 
e di Catania; ma non riflettevano che la parola d'ordine 
non rappresentava altro che sfacimento ed anarchia. 

Perchè un partito politico possa risolversi ad una 
qualunque impresa, è forza pria di ogni altro valutare 
la condizione morale del popolo, la quale può desumersi 
dalla servitù, o dalla libertà sotto cui egli visse ; e 
conforme a questo concetto deve esaminarsi il pro- 
gramma, la possibilità del quale dipende dallo sviluppo 
morale del popolo. Spesso un evento felice può darci 
un avventuroso risultato ; ma, ove questo non nasca 
dalle profonde convinzioni di una grande maggioranza, 
non sarà mai durevole. 

Ora il programma di quei liberali, che poggiava sulla 
Costituzione del 1812, non solo non era passato nella 
coscienza del popolo, ma non avea subito il menomo 
svolgimento. Invece di essere un programma, non era- 
che un'aspirazione di partito ; e con quella semplice 
aspirazione, si credeva mutare le sorti della patria, 
scegliendo come punto di partenza la risibile parola 
d'ordine: Ci avvelenano, senza considerare che il popolo 
veniva da una lunga servitù, e quella parola sovversiva 
non poteva produrre altro che una terribile esaspera- 
zione. 



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240 

Ne la loro tremenda responsabilità si limita agli ec- 
cessi allora consumati; ma si estende alle funeste con- 
seguenze che il fatale processo del Cosmorama pro- 
dusse in Sicilia, ed in Napoli. 

Nella mente della plebe di quasi tutte le provincie 
meridionali d'Italia, dura pertinacemente questa male- 
detta idea ; e moltissimi che si lusingano di essere i sa- 
pienti della terra la credono; e di buona o di mala fede, 
la fanno credere agli altri, riproducendo le menzogne, e 
gli errori del famoso processo che non fu giammai 
smentito da alcuno, anzi favoleggiato al 1848 e 18-iO 
da alcuni scrittori, ai quali consacreremo un nostro 
capitolo. 

Già dalla storia sincera dei fatti narrati, il lettore si 
sarà convinto che si volle costruire un colosso con le 
basi di argilla, senza che ci fosse un solo fatto che po- 
tesse, non dico accreditare, ma coonestare gli errori 
e le illusioni. 

Nel processo due sole deposizioni stanno l'una a 
fronte dell'altra; entrambe contraddittorie, insussi- 
stenti e puerili, inventate da due uomini che non osano 
negare per tema d'indispettire la plebe dalla quale spe- 
rano il perdono. 

Ma si accolga pure nella sua interezza la deposizione 
scritta dello Schwentzer ; non si tenga conto della men- 
zogna che il veleno dovevasi propinare pria in Siracusa, 
e dopo in Catania, mentre è noto che il primo caso di 
colèra in quella città precesse quello di Siracusa; si 
ritenga che il veleno di Beinard fosse stato impotente 
per Messina, dove non ci fu affatto colèra; è certo che 
finalmente tutto il risultato logico e giuridico di questa 
deposizione non ci offre altra idea che il Beinard era 
incaricato da una setta segreta di sterminare i popoli 
a dispetto dei Governi. E notate che ciò distrugge il 
primo interrogatorio, il quale implica i Governi, e non 
le sètte. 

Mettete ora in raffronto questa dichiarazione con 



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241 

quella dell'ispettore Li Greci, e ricordatevi che egli ed 
il Vaccaro erano due pubblici funzionari devotissimi al 
Governo de' Borboni. 

Evidentemente dalla deposizione del Li Greci si de- 
sume che non era la setta nemica al Governo che spar- 
geva il veleno, ma il Governo stesso. Nè vale il dire che 
Del Carretto rappresentava contemporaneamente il Go- 
verno e la setta, perchè sotto quest'ultimo carattere 
egli non poteva imporre alle autorità costituite un a- 
troce delitto in nome del Governo , senza che questi o 
presto o tardi lo ignorasse. 

Ora chi non vede che l'una e l'altra deposizione nac- 
quero in quei supremi momenti dallo interesse di con- 
servare la vita ? Quale risorsa, se non quella di mentire, 
restava al desolato padre, per risparmiare la morte al 
diletto figlio ì Poteva egli mai persuadersi che, confes- 
sandosi innocente, avrebbe ammansito la plebe cieca 
e briaca di furore 1 

Schwentzer dunque e Li Greci rovesciarono la col- 
pabilità, il primo sopra un ignoto nome, il secondo 
sopra un estinto. Lo Schwentzer conosceva moltissimi 
in Siracusa, e poteva nominarne qualcuno, onde farsi 
con costui un solo atto di affronto ; invece nell'ultima 
dichiarazione invoca le ombre degli estinti Vico, Vac- 
caro, Li Greci ; e per tanto mescola fra essi il nome 
del colonnello Martinelli, perchè sa che questi essendo 
chiuso nel castello non poteva smentirlo, e molto meno 
dovea temere che il pubblico potesse reagire contro di 
costui. 

Lo Schwentzer pensatamente comprese che appena 
il Governo venisse in conoscenza de' moti di Siracusa 
spedirebbe della forza per reprimerli ; quindi, a ra- 
gione sperando nel tempo, lusingava gl'illusi di giorno 
in giorno, di ora in ora con menzognere rivelazioni e 
con fallaci rimedi. Non poteva mai credere che per 
inviarsi da Napoli un contingente qualunque, dovessero 
scorrere ventun giorni, come se Siracusa fosse il Ca- 
16 



242 

nada della Inghilterra. Eppure il misero era giunto- a 
protrarre la sua esistenza fino al ventesimo giorno. E 
se Del Carretto, invece di scrivere da Reggio quella 
ministeriale, fosse inaspettatamente piombato a Sira- 
cusa, certo gli eccidii del 5 non si sarebbero consumati. 

Questi sono i fatti culminanti che si traggono dal 
processo, e dalle dichiarazioni de' contemporanei che 
furono attori, e spettatori del dramma fatale. Non par- 
liamo della sostanza venefica ritrovata nella cassa del 
Vaccaro, perchè ci fa proprio ribrezzo intrattenerci su 
questo tema; d'altronde ormai il lettore è convinto 
delle arti di quegli uomini, i quali, dopo di avere scon- 
volto T ordinamento politico a furia di ciarle e di men- 
zogne, non avevano oramai altro espediente che di con- 
tinuare ad illudere il popolo, perciocché ad un dipresso 
la loro condizione non era molto dissomigliante da 
quella del Cosmorama. 

In Siracusa il partito liberale, nella idea di raggiun- 
gere il suo scopo, avea diretto logicamente i suoi fuochi 
contro le autorità politiche, e contro gli uomini della 
polizia. Se nello svolgimento della catastrofe furono 
colpiti taluni altri che erano estranei all'influenza del 
Governo di allora, ciò devesi attribuire alla impotenza 
morale in cui caddero i liberali, dopo la insolente e sel- 
vaggia sfrenatezza del popolo, e air anarchica situazione 
degli ultimi giorni. 

Però nei paesi vicini le cose andarono altrimenti. 
Essi, per muoversi, agitarsi e turbare l'ordine pubblico, 
doveano avere la spinta da qualcuno che esercitava nel 
popolo qualche influenza. Non ci è movimento che non 
parta dal capo ; e costui o è predominato dall'idea po- 
litica, o dall'interesse, o dalla vendetta privata. 

Il popolo quasi mai si muove senza un palese od oc- 
culto eccitamento. Nei piccoli paesi della provincia di 
Siracusa non ci era allora individuo che rappresentasse 
un principio politico, tranne qualche rara eccezione ; 
mancando quindi questo elemento, il disordine sarebbe 



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243 

stato impossibile, malgrado le nuove della scoperta dei 
veleni e delle uccisioni, che giungevano da Siracusa; 
pure cola non mancarono uomini malvagi, i quali af- 
ferrarono con avidità la congiuntura dello spavento 
pubblico, per eccitare la plebe, e slanciarla contro taluni, 
affine di sfogare le loro turpi passioni, le loro insane 
vendette. 

Dal fatto che noi qui narreremo sugli eccidii di Flo- 
ridia, il lettore si convincerà,, dalla prova scritta, che 
essi furono perpetrati sotto lo scudo dell'interesse 
della salute pubblica, ma per la privata vendetta di 
un uomo d'indole malvagia e offeso nel suo amor 
proprio. 

Come annunziammo nel capitolo precedente, il giorno 
16 luglio il segretario della procura generale signor 
Gaetano Pandolfo, e il suo intimo amico Ricciardi pre- 
sidente della stessa Gran Corte criminale si resero in 
Floridia, patria del primo (1). 

Il Pandolfo uomo d'ingegno, probo, sagace, dotato 
di studi non superficiali, abilissimo nell'esercizio del 
suo ministero, era lieto nei trentasei anni di sua vita 
della promettente carriera, perchè creata dalle sole 
forze della propria intelligenza; questi meriti congiunti 
a bontà di cuore gli avevano procacciato la stima, e 
l'affetto dei suoi concittadini. 

Certo Raffaele De Grandi, soprannominato Scor- 
pione, nei primi mesi del 1837 chiedeva in isposa la 

figlia di un tale Il padre di costei scriveva riser- 

batamente all'amico suo Pandolfo, perchè l'informasse 
dell'indole, e dei costumi del De Grandi, il quale di 
fresco si era laureato in medicina in Catania; e quegli 
rispondeva, senza tradire la propria coscienza, sconsi- 
gliando la parentela con un uomo, che per ben due 
volte aveva scelleratamente scaricato l' archibugio 
contro la vita del proprio genitore. Sia debolezza del 

(1) Floridia è un piccolo paese novo miglia distante da Siracusa, 
con una popolazione allora di 7314 abitanti. 



244 

padre della giovane, sia che qualcheduno della fami- 
glia avesse rivelato quella fatale lettera al pretendente, 
questi covò contro il Pandolfo un odio implacabile ed 
atroce. 

Quando il Pandolfo ed il Ricciardi giunsero in Flo- 
ridia, il De Grandi divenne un occulto istigatore della 
plebe, la quale, d'altronde istruita delle voci del vene- 
ficio, che si bucinavano in Siracusa , incominciò anche 
essa a commoversi, a proporre di cacciare, senza di- 
stinzione di sorta, tutti coloro che venivano da Sira- 
cusa, non che quelle persone che avessero la temerità 
di riceverle. Moltissimi si dolsero di questa perfida in- 
sinuazione che colpiva direttamente il Pandolfo; quindi 
non vollero permettere che si venisse a quest'estremo 
d'inurbanità, erivoltarono la pubblica opinione contro 
gli anarchici promotori di quella cupa idea, che era fo- 
riera di un premeditato delitto. Il De Grandi scorag- 
giato dell'infruttuoso esito dei suoi eccitamenti, e te- 
mendo che la valevole influenza del Pandolfo potesse 
perderlo, si rende lo stesso giorno in Siracusa ed 
aspetta cola il momento della completa agitazione. 
Appena consumata la triste scena del Vico, il De Grandi, 
come ispirato da un demone, corre in Floridia per inau- 
gurare in questo paese le stesse nequizie. Ivi giunto 
organizza, rincalza e sospinge i più tristi, narrando 
loro la scoperta dei veleni in Siracusa, la dichiarazione 
del Cosmorama sul punto di essere arrestato, la strage 
del Vico e degli altri infelici. Queste parole profferite 
con un sentimento di carità di patria, e con un turba- 
mento che faceva trapelare l'imminente pericolo di 
poter essere avvelenati da coloro che avevano relazioni 
con le autorità politiche di Siracusa, infiammano la 
plebe. Il Pandolfo venne tosto in conoscenza dell'agi- 
tazione che preparavasi a suo danno, e, confidando tut- 
tavia nella legale repressione, scriveva la seguente let- 
tera al giudiee regio signor Fedele Caliri: 



> 



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245 

u Gentilissimo signore, 
* Sono stato avvisato dal signor Accolla che don Raf- 
" faele De Grandi, per mezzo del suo massaro, muove 
u i contadini al disordine. Come nell'attuale circostanza 
44 bisogna usarsi ogni mezzo per mantenere la pubblica 
u tranquillità ; così desidererei che ella si compiacesse 
u di chiamarlo a se, unitamente al massaro, e mostran- 

* dosi inteso delle di lui operazioni, lo prevenisse che 

■ presso la giustizia risponderà egli d'ogni inconve- 
« niente che potrebbe succedere ; prevenendolo ohe di 
u ciò va a formarne a proposito il corrispondente ver- 
« baie. 

u Se verrà da lei il capo di pattuglia Michelangelo 

* Failla per domandare che si pregasse qualche per- 

■ sona per prestare dei fucili, la prego di secondarlo. 
u Egli è un uomo molto abile per mantenere in timore 

* i malintenzionati. 

u Col più profondo rispetto sono 
- Floridia, li 18 luglio 1837. 

■ L'amico e servo 
" G. Pandolfo. „ 
La lettera giunse nelle mani del giudice, ed è inse- 
rita originalmente nel processo di Floridia, ma già un 
grido di allarme era partito da tutti i punti ; si corre 
in casa del presidente Ricciardi, si rovistano i mobili, 
le casse, gli arnesi, e poiché non si trovò fortunata- 
mente alcuna caraffa, alcun medicamento, che in quei 
tempi ogni uomo civile teneva come preservativo del 
colèra, così il popolo smise il sospetto contro il Ric- 
ciardi, e si rese ov'era il punto obbiettivo del De Grandi, 
cioè in casa Pandolfo, il quale verso le 4 pomeridiane 
si era rifiutato di partire con Accolla ed Accaputo per 
la Feria ; quando verso sera intese il movimento popo- 
lare, fuggì per la campagna, dove raggiunto dal mas- 
saro del De Grandi unito ad altri pochi tristi, armati 
tutti di schioppo, è spietatamente fucilato dentro un 
vigneto. Quest'atto crudele, lungi di calmare il furore 



246 

del popolo, lo imbaldanzisce. Esso si reca di nuovo 
dal Ricciardi, il quale, spaventato, si era nascosto in 
una casa vicina ; si scuopre, si arresta e si vuole con- 
durre al carcere ; il misero chiede di confessarsi, si fa 
entrare in una chiesa, all'uscire della quale è misera- 
mente moschettato ; e poco dopo è anche moschettato 
un maestro di musica, certo Brida, che il Ricciardi 
aveva fatto venire dal continente per l'educazione delle 
proprie figlie. 

Non ancora pago il popolo di questi eccessi, assalisce 
la casa del Ricciardi, che era quella del giudicato, e la 
saccheggia e la mette a ruba. Una stella nemica della 
provincia di Siracusa aveva segnato quel giorno fatale 
per consumarsi tanti eccidii. 

Alla dimane, 19 luglio, coll'idea preconcetta di tro- 
vare ad ogni patto i veleni, il popolo corre di nuovo alla 
casaPandolfo, invola argento, oro, danaro ; manomette 
il domestico dell'estinto, certo Emanuele Drago (1), 
con uno spietato fendente di sciabola gli rompe il capo, 
e con la punta dei pugnali alla gola l'obbliga a rivelare 
gli autori del veneficio. H misero, spaventato, avvilito, 
depresso, in sulle prime non sa risolversi a mentire. Il 
sangue che gli corre dal capo gli bagna la faccia e le 
vesti; gl'iniqui lo incalzano, lo insultano e lo minac- 
ciano di finirlo; nello stesso tempo infieriscono sul pri- 
mogenito del Pandolfo, cui il Drago voleva del bene ; 
allora, più della propria conservazione, l'interesse del 
giovanetto, lo spinge a dichiarare, innocente l'in- 
tera famiglia Pandolfo, conoscere che il padrone te- 
nesse de' veleni e li propinasse. In questo modo 
salva se stesso, salva l'inconsolabile famiglia dell'e- 
stinto. Cotale dichiarazione venne eseguita in forma 
processuale, perchè anche lì si volle fare la scimmia 
all' assurdo inaugurato in Siracusa. Però i 1 infelice 
Drago, nella foga di condensare l'immaginario vitu- 

(1) Il Drago rive ancora, e racconta come nna favola questa do- 
lorosa storia. 



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247 

pero sul capo dell'estinto Pandolfo, citava, come segreto 
esecutore di costui, un certo Vincenzo Mazzarella An- 
gioino, soprannominato il Gallinaro, creduto dal di- 
chiarante lontano da Floridia, e quindi fuori pericolo. 
Ciò era di assai. Il popolo corse immantinente in trac- 
cia del Mazzarella, e facevano il più crudo strazio. 

Quando si assalì la casa Pandolfo, nel rovistare e nel 
mettere a soqquadro tutti i mobili, si adocchiava un 
berretto da notte pieno d'amido, che la moglie del- 
l'ucciso^ aveva portato da Siracusa, per dare la salda 
ai panni; quasi senza esaminarlo si definisce veleno, e 
con entusiasmo si grida al miracolo. H popolo, com- 
mosso e lieto si reca alla chiesa del Carmine, e con- 
duce per le vie l'immagine della Madonna, dalla cui 
destra pendeva il berretto ; e non contento ancora di 
avere desolato il cuore dei superstiti Pandolfo, tras- 
portò l'immagine sotto la loro casa, e volle spietata- 
mente che quella infelice famiglia si affacciasse dai 
balconi a ringraziare la Madonna del miracolo della 
scoperta dei veleni. 

Verso tardi si saccheggia la casa del giudice sup- 
plente signor Raffaele Accaputo, e s'incendia quella di 
un certo Clemente Pugliatti. Si versa nell'anarchia. 
S'incomincia un processo a carico de' supposti avve- 
lenatori, si obbligano i testimoni a mentire, e ad inven- 
tare storielle di veneficio, si arrestano nove individui, 
fra i quali due uscieri del circondario, Michelangelo 
Pistretto e Francesco Calabro, e in mezzo a queste 
tremende agitazioni scorre la giornata del 19. Sorge 
quella del 20 più terribile delle precedenti. Il paese 
era gremito di gente armata, e minacciosa che accor- 
reva dalle vicine campagne. Pareva, come suol dirsi, 
il giorno del giudizio. Non ci era sicurezza per alcuno. 
Gli onesti cittadini o erano fuggiti o nascosti. Si 
pubblica il bando di serrare i pozzi e le cisterne, per 
tema che possano essere avvelenati. Così s' infiamma 
il popolo, il quale corre alle carceri, fa uscire ad uno 



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248 

ad uno i nove prigionieri , li lega ad una pertica 
attaccata al muro e successivamente li uccide, a guisa 
di bersaglio ; quindi si dirige all'abitazione di una infe- 
lice, certa Giuseppa Formica Pitta, confidente del giu- 
dice Accaputo, e la fredda in men che si dica. Fra le 
dicerie, le menzogne, le calunnie, i saccheggi, le rapine, 
gl'incendi, le stragi, si dura fino al dì 11 agosto, giorno 
in cui giunse la truppa di Siracusa. 

La mortalità di Floridia fu di 273 individui fra una 
popolazione allora di 7453, cioè ebbe una perdita del 
3, 7 per cento. 

Nella provincia di Siracusa, Floridia, Avola, Sortino 
gareggiarono negli eccidii col capoluogo. 

Avola dista anche poche miglia da Siracusa; quindi 
le nuove della scoperta dei veleni si propagavano ce- 
leremente, e forse con una esagerazione maggiore. 

Il disordine incominciò il 23 luglio giorno in cui 
scoppiò il primo caso di colèra, che si attribuì a due 
monaci domenicani, reduci da Siracusa, fratelli del ba- 
rone Di Maria, il quale era mal visto dal pubblico per 
la sua durezza e pei modi prepotenti con cui trattava 
gli operai. Le tante volte corse il pericolo di essere ucciso. 
Inesorabile con tutti respirava un'atmosfera pregna di 
personali inimicizie. Appena il popolo fu sciolto dai do- 
veri che impone la legge, non vide altro nemico che Di 
Maria unico e solo capace, agli occhi degli illusi, di com- 
piere il delitto del pubblico veneficio. Si assalta il con- 
vento di San Domenico, dov'erano quei frati, i quali si 
arrestano e si conducono alle prigioni. Nella stanza di 
un frate il popolo trova della farina in un canestro con 
un involto di estratto di pomidoro ; si ritiene, al solito, 
come veleno, e, al pari che in Siracusa, si deposita nella 
cappella di Santa Venera, protettrice del paese; quindi 
la plebe furente e indispettita corre nella casa del barone 
Di Maria, dove si contenevano immense ricchezze ; la in- 
vade, la saccheggia, la mette a ruba, la dk alle fiamme, 
e contemporaneamente saccheggia ed incendia la casa 



249 

del giudice supplente (certo Monteneri) e del genero 
di lui Antonino Rossi. Non paga di questi eccessi uc- 
cide la sera un certo Innocenzo Azzolini ed un tale 
Giuseppe Greco per sospetto di veneficio. 

Il 25 si espongono al pubblico le sostanze credute 
veleni ; si sprigionano i due frati ; si conducono nella 
piazza ove doveva farsi lo esperimento, e facendoli sa- 
lire su di un banco li obbligano a bere due bicchieri 
di acqua mescolata con la farina e a mangiare dello 
estratto di pomidoro. Il popolo aspetta con ansia la 
loro morte; scorre un'ora, e i frati non danno indizio 
di alcuna perturbazione. Una voce maligna annunzia 
che essi hanno il contravveleno. Ebbene ! Si piglia un 
cane, gli si dà della farina mescolata con lo estratto, 
si aspetta il risultato, il cane non muore. Questo fatto 
provvidenziale salva i due miseri ; salva il paese. 11 
popolo riconosce il suo inganno ; e quasi per incanto la 
grande maggioranza rinsavisce, e deplora i saccheggi, 
gl'incendi, gli eccidii. Se il movimento fosse stato spinto 
dai partiti politici, e non dallo esclusivo interesse della 
propria conservazione, e dall'odio particolare contro il 
Di Maria, certo il cane sarebbe morto di veleno. 

In quel paese la mortalità fu notevole. Quantunque 
la statistica la faccia ascendere a 479 fra una popola- 
zione di 8747, per cui si avrebbe il 5, 4 per cento, pure 
possiamo assicurare che la morìa giunse fino a 1050, 
ciò che ci dà il 12 per cento circa. 

Sortìno, paese di 8000 anime nel circondario di 
Siracusa, non si era scosso alle sediziose voci di ve- 
neficio del capoluogo, e di Floridia, fino alla sera del 
5 agosto. Solo si era fatta prigione, come detentrice di 
veleni, certa Lucia Magnano di umile condizione e di 
corrotti costumi. Incautamente aveva detto a talune 
donne che ella sapeva il modo come si avvelenavano 
gl'individui, essendoglielo stato confidato da un suo 
drudo, il quale voleva disfarsi della propria moglie. 
Questa confessione, che in quei tristi momenti si rese 



250 

nota a tutti, bastò per perderla. La mattina del 6 , 
giorno di domenica, una torma di gente sforza le pri- 
gioni, ne trae quella infelice, la conduce fuori dell'abi- 
tato, dove ardeva una fornace di calce, e minacciandola 
di bruciarla viva, ove essa non manifestasse la trama 
del pubblico venefizio, l'obbliga, a furia di spinte verso 
il fuoco, ad una confessione. La misera dichiara la esi- 
stenza del veleno, la complicità del sindaco, dei due can- 
cellieri della comune e del circondario, del ricevitore del 
registro e di altri cittadini ; confessa finalmente essere 
stata da costoro incaricata della propinazione dei veleni. 

Sempre la stessa storia. La splendida prova della 
propinazione dei veleni poggia sulla spontanea con- 
fessióne dei rei, sul punto di essere trucidati. Il Co- 
smorama e Li Greci in Siracusa, Drago in Floridia, la 
Magnano in Sortìno. Le differenze si notarono nel corpo 
del delitto. In Siracusa si trovò l'acido arsenioso ca- 
lato giù dal cielo, per miracolo di Santa Lucia; in Flo- 
ridia la Madonna del Carmine mutò l'amido in tossico ; 
in Avola Santa Venera non volle fare alcun miracolo, 
tranne quello di arrestare il braccio omicida della 
plebe. Così, ove dappertutto la stolta plebe non fa- 
cesse mal uso dei santi protettori, col proclamarli co- 
stantemente complici, anzi autori principali, delle sue 
sfrenate passioni, la diva degli Avolesi potrebbe a 
buon diritto vantarsi di essere stata, in quel tempo di 
enormi follie, la più discreta e la meno avida di sangue 
umano!!... 

La Magnano fa ricondotta al carcere. Il popolo, 
dopo quella dichiarazione, imperversò, arrestò i fun- 
zionari, spogliò, saccheggiò, devastò, derubò le loro 
case, violò i monasteri , incendiò gli archivi notarili e 
la ricevitoria del registro , uccise il ricevitore, Salva- 
tore Mortellaro , certo Paolo Micalef d' Agosta, certo 
Pietro Ferreri, incrudelì sui loro cadaveri, facendoli 
in mille pezzi, e dandoli per pasto ai cani. 

Queste selvagge inumanità nacquero dalle private 



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251 

vendette, le quali racchiudono tanti episodi, quante fu- 
rono le vittime ; però queste vendette vennero alimen- 
tate dalla convinzione di veneficio, dalle novelle di Sira- 
cusa e di Floridia, e dalla dichiarazione della Magnano. 

Sortìno non si trovò nelle identiche condizioni di 
Siracusa. Esso il 6 agosto non era stato invaso dal co- 
lèra, il cui primo caso avvenne il 20, cioè quindici 
giorni dopo la forsennata rivoluzione. 

La mortalità fu di 153 individui, fra una popolazione 
allora di 7816, cosicché si ebbe una perdita dell'I, 7 
per cento. 

Se la strage del colèra in Siracusa non fosse stata 
contemporanea al movimento insurrezionale, certo tutti 
quegli eccidii non si sarebbero commessi; questa con- 
siderazione per il nostro paese è di qualche importanza. 

Al 1837 il colèra in molti paesi di Sicilia si mostrò 
crudelissimo; in alcuni mite; altri non furono tocchi 
per nulla. La intera provincia di Messina fu esente 
dalla fiera lue, se si eccettui il comune di Santo Ste- 
fano di Camastra, dove in una popolazione di 3119 
ne morirono 43. Anche il distretto di Caltagirone, 
nella provincia di Catania, non fu invaso. 

Noi riproduciamo il seguente prospetto statistico 
dei decessi di colèra nelle sette provincie di Sicilia al 
1837, tratto dal giornale della statistica di allora : 



PROVINCIA 


POPOLAZIONE 


I0BT1 


RAPPORTO 




480,134 


40,642 


8 4 




326,387 


43 


» 




857,252 


6,552 


1 8 




220,776 


8,368 


3 7 




237,118 


7,094 


2 9 




171,852 


4,360 


2 5 




167,031 


2,194 


1 4 




1,960,551 


69,253 


3 5 



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Quantunque la perdita collettiva di tutte le Provin- 
cie ci dia il 3, 5 per cento in rapporto alla popolazione 
dell'isola; pure bisogna riflettere che ove si tolgano le 
comuni non attaccate, e quelle in cui la mortalità fu 
lievissima, questo rapporto diviene significante. 

Noi, per meglio convincere il lettore di ciò, segne- 
remo provincia per provincia la mortalità di tutti i paesi 
che superarono il 5 per cento e daremo i risultati 
comparativamente alla popolazione. 



PROVINCIA 


POPOLAZIONE 


SORTI 


RAPPORTO 

: 

! 


Provincia di Palermo. 






j 






24 014 


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10,0(0 


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0,000 


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6,833 


600 


8 7 




2,754 


240 


8 7 




3,981 


342 


8 5 


Palazzo Adriano 


5,255 


423 


8 0 




3,205 


257 


8 0 




13,778 


1,064 


7 7 




9,258 


705 


7 5 




3,976 


281 


7 0 




8,338 


570 


6 8 




8,749 


556 


6 3 




6,386 


400 


6 2 




3,088 


204 


6 6 




994 


61 


6 1 | 




4,151 


250 


6 0 




3,908 


242 


6 1 




256 


15 


5 8 




12,988 


752 


5 7 




5,967 


335 


5 6 




1,907 


103 


5 4 




2,268 


12 


5 4 




2,909 


158 


5 4 




6,129 


332 


5 4 



253 



PROVINCIA 


P0P0LAZ1OSK 


■ORTI 


RAPPOBT 


Provinola di fat-aniii. 












54,462 


5,373 


q 


e 


Sant'Agata di Battiati . . 


412 


27 


fi 




Provincia di GIrgenti. 












7,779 ' 


1,038 


13 


3 




3,045 


293 


9 


6 




3,103 


281 


9 


0 


D„l_,. 


9,792 


b96 


7 


\ 




7,853 


536 


6 


8 


T?tì fi Itti r\nto 


6,123 


392 


6 


4 


1 QO<? 


rm 
i i 


5 


8 




12,727 


698 


5 


4 


A IddCo ti ni'in 


A AOO 


Ol A 


5 


3 


PanÌAattì 


lD, ODO 


o i y 


5 


3 


Provincia 1 di Siracusa. 












5,184 


638 


12 


3 


T'jì ni un 






8 


1 




18,462 


1,869 


10 


0 


KcO SVITO fk 




1 1 07 


5 


r» 


A vnlft. 


R 74.7 




5 


4 


Provincia di Trapani. 












996 


125 


12 


5 




3,921 


453 


11 


3 




24,730 


1,963 


7 


9 



Ragguaglio. 

Totale popolazione .... 536,462 

Morti 55,379 

Rapporto 10 4 per cento. 



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254 

Così la mortalità complessiva delle comuni invase 
non deve considerarsi al 3, 5 per cento, bensì al 10, 4 
per cento, ciò che corrisponde al vero significato della 
parola decimazione. 

Gli attaccati di colèra nella citta di Napoli al 1836 
furono 9671 e i morti 5242. Quelli del 1837, 18,387, 
morti 11,714. 

Se nel 1S32 in Parigi, con una popolazione di 759,000, 
ne fossero morti 106,260, invece di 18,402; se in In- 
ghilterra nello stesso anno sopra 30,000,000 ne mori- 
vano 3,120,000, invece di 36,994, chi sa quanto scal- 
pore non si sarebbe fatto, e chi sa forse se i Gabinetti 
di quelle grandi capitali non avrebbero sin d'allora 
trovato il modo d'infrenare il male nelle regioni gan- 
getiche ! 

Veramente la cifra del 10 per cento è pure spietata, 
e quasi mai si conta in tutte le invasioni di colèra. 
Però innanzi tempo non vogliamo trasandare una os- 
servazione che potrebbe sfuggirci. I paesi che soffri- 
rono queste stragi, nelle due altre invasioni del 1854 
e 1865 non furono colpiti così severamente come al- 
lora. Invece quelle comuni che sfuggirono la epidemia 
del 1837, nelle ultime due deplorarono perdite crude- 
lissime; in guisa che possa supporsi che il male agisca 
con maggiore o minore forza nelle costituzioni umane, 
secondo lo stato in cui possano trovarsi gli uomini, o 
meglio ci sia permesso di esprimerci con queste pa- 
role : lo stato di verginità morale o materiale, rende 
più sensibili le impressioni. Non volendo parlare degli 
indigeni, coi quali il rapporto sarebbe più incisivo, tra 
dieci europei che per parecchi anni si trovarono nelle 
regioni dove si sviluppò la febbre gialla, forse ne mor- 
ranno due o tre ; ma se dieci individui passano dalla 
Europa nel locale infetto di quella malattia, noi cre- 
diamo che la perdita dovrà essere maggiore. Così in 
rapporto alle impressioni morali. Un uomo che non 
soffrì mai degli amari dolori, la prima volta che è col- 



255 

pito dalla fortuna, riceve una impressione penosis- 
sima. Infine se (Iddio disperda questa ipotesi) il colèra 
si rendesse endemico in Sicilia, noi crediamo che esso 
non raggiungerebbe mai quella cifra che raggiunse al 
1837. 

Violenze militari 

La mattina del 7 agosto ancorava nel porto la piro- 
fregata Partenope, e la sera sbarcava una mano di arti- 
glieri che bivaccavano nella piazza del Duomo. 

Non è nostro intendimento scrivere la storia politica 
di Siracusa. Solo accenneremo fugacemente di tanto in 
tanto, come abbiam fatto fin qui, taluni avvenimenti 
che si connettono allo scopo del nostro lavoro, riser- 
bandoci, se Iddio ci darà vita e salute, a scrivere un 
periodo di storia patria dal 1837 al 1867. Si pubblicò, 
è vero, al 1861 un tratto di storia politica di Siracusa 
dal signor Emmanuele De Benedictis, commendabile 
sotto un punto di vista; ma certo furono in essa sep- 
pelliti nell'oblio moltissimi fatti che onorano parecchi 
egregi cittadini e la patria nostra che non fu seconda 
ad alcun'altra di Sicilia nella vita politica. Questo pe- 
riodo che racchiude tante particolarità, le quali tuttavia 
si ignorano, sarà scritto o presto o tardi con corag- 
gio civile senza reticenze e senza riguardi. 

Gli avvenimenti che si compiono sotto la luce di 
libero reggimento sono facili a narrarsi da chiunque 
abbia vaghezza di scrivere; ma quelli che ebbero ori- 
gine da operosità occulta, da affannosa e sublime 
abnegazione, sotto il ferreo silenzio di raffinata tiran- 
nide, possono con precisione e verità tramandarli sola- 
mente coloro a cui fin dai teneri anni, nel culto costante 
della patria e della libertà, non passarono inosservati i 
nomi e lo eroismo dei promotori del diritto e lo artifizio 
dei despoti a schiacciarne i conati. Il De Benedictis 
fino al giugno 1860 fu affatto estraneo a quella no- 
bile e pericolosa palestra. 



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256 

Il popolo attonito guardava lo arrivo della pirofre- 
gata e di talune barche cannoniere. Alcuni spaventati 
de' massacri della plebe, innalzavano le mani al cielo 
per benedire l'operato della Provvidenza; altri presa- 
givano la triste reazione di un Governo brutale, e im- 
pallidivano. Coloro che si erano nascosti ne 1 bugigattoli, 
nelle deserte campagne, nei vicini paesi durante i venti 
giorni dello interregno, ritornavano, come sempre, con 
burbanza e con minaccio a raccogliere gli allori; coloro 
che temevano le private vendette e la forza militare, 
sempre inflessibile, sempre pesante nelle emergenze po- 
litiche, fuggivano o si nascondevano nelle grotte, nei 
sotterranei, nei sepolcri. Nessuno si faceva avanti in 
difesa della infelice ed ingannata citta ; mentre, nello 
interno e fuori di essa, la violenza ufficiale ed un'a- 
narchia più odiosa e più crudele di quella plebea, 
camminava sola e di trotto intrigando e sbranando 
le misere carni della desolata Siracusa, per offerire al 
mondo un vieto e stolto spettacolo di puntellare la 
tirannide nelle gare di municipio, e travòlgere di conse- 
guenza Sicilia tutta in un sistema di corruzione e di 
spionaggio, di cui ben ancora si risentono i tristi effetti. 

Il solo barone Pancali ebbe il coraggio di pronun- 
ziare qualche parola a favore della sua patria adottiva 
e di varie persone; ma egli dovea essere prudente, 
e non poteva usare un linguaggio franco e risoluto, 
perche anche su di lui cadeva la stessa imputazione 
di Adorno, avendo egli firmato il famoso manifesto. 
Pure non corse la stessa sorte dell'altro, in quanto che 
il Del Carretto lusingavasi sulle prime di ottenere da 
lui un formale attestato della voluta cospirazione po- 
litica. Quando nulla ottenne dalle insinuazioni e dalle 
promesse, allora incominciarono le persecuzioni contro 
il Pancali. Fu chiamato in Napoli ; e quindi mandato 
a confino in Lentini fino al 1848. 

Silvestro Sollecito, capitano mercantile, che poi fu, 
come vedremo qui appresso in una nota, condannato a 



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257 

morte, comprese, quantunque sereno della propria inte- 
grità durante i luttuosi episodi, che il sangue versato dal 
popolo dovea lavarsi col sangue cittadino; ed intimo 
amico di Adorno lo prega, velandosi gli occhi di lagrime, 
perchè egli s'imbarcasse sul suo legno ed entrambi 
fuggissero. 

In quel momento può dirsi che il potere era nelle 
loro mani ; potevano avere passaporti e patenti per 
ovunque; ma lo Adorno che credeva di avere reso un 
servizio a Siracusa, al Governo, all'umanità, impassi- 
bile rispondeva: " Ma perchè anche noi fuggire? Quali 
sono i nostri delitti? Non siamo stati noi che abbiamo 
sventata una setta d'uomini infernali, che sotto il dia- 
bolico stratagemma di colèra, trucidavano i popoli e 
desolavano i regni? Ingiusto per quanto sia il Governo 
dei Borboni, io non credo che non rimeriterà l'opera 
nostra. „ 

Non par vero come possa, in siffatto modo, offuscarsi 
la ragione di un uomo d'ingegno e di sapere. Riman- 
diamo il lettore al primo nostro capitolo, V Errore ; e 
soggiungiamo che sovente gli errori sono tanto più 
madornali, quanto più grandi sono gli uomini che li 
commettono. 

Il Sollecito, che avea un'immensa fiducia nello 
Adorno, restò seco lui aspettando con pari indifferenza 
gli eventi. La dimane venne l'alto commissario del 
re, il ferocissimo gendarme Francesco Saverio Del Car- 
retto, accompagnato da uno stuolo di birri più feroci 
di lui. La fama di quell'uomo crudele fa vergogna al- 
l'esercito dell'ex-reame di Napoli, allo stesso Governo 
di allora e all'umanità. Non era la prima volta che egli 
gavazzava nel sangue, e nella infamia. Nel 1820 avea 
fatto parte della carboneria, per la quale sentiva un 
apparente affetto. Mentre i suoi compagni furono ine- 
sorabilmente puniti, egli, grazie al suo spionaggio e 
al tradito giuramento, fu elevato a capo de' gendarmi. 
Rimproverato da un amico, perchè si comportasse in 
17 



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258 

quel modo contro i propri fratelli, rispondeva : 8 Io mi 
feci carbonaro per iscoprire i carbonari ! „ Nel 1 828 Fran- 
cesco I, in faccia a cui i due Ferdinandi erano angioli, 
lo inviava coi pieni poteri nella provincia di Salerno, 
dove in Bosco, Centola, Camerata, Licusati, Rocca 
Gloriosa e San Giovanni a Piro, si era gridata la Co- 
stituzione. Col cannone spiantò Bosco sin dalle fonda- 
menta, e vi alzò una colonna a perpetuare la infamia 
del sacrificio ; formò una Commissione de' suoi birri ; 
fece fucilare venti persone ; condannò quindici infelici 
allo ergastolo, quarantatrè alla galera, molte centinaia 
a pene minori, ed alla foggia austriaca confiscò i beni 
de' condannati. 

Morto agli 8 novembre 1830 Francesco I, Del Carret to 
adoprò tutte le male arti per insinuarsi presso il gio- 
vane re. Poco mancò che egli, Cutrofiano, ed altri non 
lo slanciassero nel sentiero del mal costume. Ora scal- 
zando il ministro Intontì , ora alimentando nella Corte 
discordie , ora sognando congiure e rivoluzioni, il car- 
nefice di Bosco giunse ad essere ministro di polizia. 
Con questa divisa lo Eccellentissimo veniva in Sicilia. 

I primi ad accoglierlo in Reggio furono quelli del 
secondo partito, i carbonari del 1820, i quali con la 
loro inchiesta sollevarono l'animo crudele dello iniquo 
gendarme, sempre inclinato a seminare odii e rancori 
tra famiglia e famiglia, tra paese e paese. La parola 
d'ordine delle vecchie e settarie conoscenze fu quella 
di far credere a Ferdinando II che il suo ministro avea 
represso un grande rivolgimento politico, che si esten- 
deva per la intera Sicilia, il cui centro della cospira- 
zione era Siracusa. Bisognava quindi, come avea fatto 
in Bosco, straziare quel paese, e l'infame gendarme lo 
sacrificò col seguente decreto : 

■ Poiché Siracusa, ribellandosi allo esistente felice 
■ Governo, è divenuta non degna di rimanere capoluogo 
* del Vallo, cui clemenza d'augusto principe destànolla; 

* In forza de' poteri dell'augusta maestà del re Fer- 



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259 

" dinando II, a lui trasmessi, ordina in anticipo di for- 

* male atto governativo e di real sanzione, che la sede 

■ dell'autorità del Vallo finora stabilita in Siracusa, 

■ passi nella città di Noto. „ 

E re Ferdinando il 23 agosto sanziona queste idee 
col seguente decreto : 

u Informati noi, con dispiacere del nostro reale a- 
" nitno, degli eccessi avvenuti in Siracusa per sovvertire 
" l'ordine pubblico ; ed intesi all'incontro con nostra 
u piena soddisfazione delle prove di lealtà e di verace 
u attaccamento date al real trono in questa occasione 
« dalla città di Noto ; 

u Sulla proposta del nostro commissario, rivestito 
" degli alti poteri dell'after ego per le valli di Messina, 
u Catania e Siracusa; 

■ Abbiamo risoluto di decretare e decretiamo quanto 

■ segue: 

u 1" La città di Siracusa cesserà di essere capoluogo 

* di valle e di distretto, e resterà solamente capoluogo 
" di circondario; 

u 2° La valle minore chiamata sinora di Siracusa, 
" conservando gli stessi limiti, prenderà il nome di 

* Noto ; la città di Noto ne sarà capoluogo. , 

E poiché quella iena avea bisogno di sangue per dis- 
setarsi, costituì una Corte marziale composta di uomini 
iniqui della stessa sua pasta, scegliendo, per maggiore 
onta, un Mistretta come uomo di legge. Le particolarità 
di questa lagrimevole storia altrove... 

Questo sanguinario tribunale dovea inaugurarsi col 
terrore ; per conseguire tale scopo, era mestieri che la 
prima notabilità del voluto moto politico fosse a pre- 
ferenza giudicata. 

Mario Adorno e i figli di lui Carmelo, Gaetano e 
Giuseppe, furono arrestati verso le 3 pomeridiane dai 
gendarmi nelle domestiche mura. Il tempo era mutato, 
le vili creature si facevano strada all'orrore dello spio- 
naggio e delle crudeli vendette. Certo R... V..., senza re- 



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260 

sponsabilità officiale, senza obbligai di formalità da 
adempiere, fu il guidatore de' gendarmi alla casa di A- 
dorno, per destinarli al martirio che li aspettava. Quegli 
infelici, agli apparati formidabili di guerra e di ester- 
minio del ministro Del Carretto, alla inaccessibilità 
mostrata ad ogni aura di ragione, pensavano finalmente 
ad occuparsi di una fuga; ma sventura volle che mani 
siracusane tramassero la perdita di quella famiglia. I 
miseri furono condotti alla marina, e con una barca li 
diressero sotto la fregata del ministro, il quale non li 
volle ricevere; e dopo un lungo attendere, con un uffi- 
ciale di bordo venne disposto che gli arrestati fossero 
condotti in una cannoniera venuta con la spedizione 
napolitana, e colà stivati come merce, furono su di loro 
chiusi gli stessi boccaporti. Soffrendo gli spasimi della 
fame e della sete, e più di tutto lacerati dal timore di 
subire una mortale condanna, trascorsero una notte 
infelicissima, accovacciati sudi una catena che serviva 
loro di giaciglio. Alla dimane furono imbarcati, con la 
scorta de' gendarmi, su di una lancia, sotto gli ordini del 
tristissimo maggiore Garzia, e condotti al castello, ove 
vennero chiusi nelle prigioni rimpetto al conte Lapis. 

La Corte marziale fu elevata a rito subitaneo, senza 
le forme volute dalla stessa legge militare e dalla ci- 
viltà. Si arrestavano gli individui , più per immolare 
vittime, che per punire delitti. La istruzione di un pro- 
cesso non durava che un giorno appena, e lo intervallo 
tra la sentenza e la esecuzione era segnato da poche ore. 

Mario Adorno e il di costui figlio Carmelo, padre 
anche egli di numerosa famiglia, furono giudicati subi- 
taneamente. Gl'infelici non ebbero difesa. Non ci era 
avvocato che si prestasse in quei difficili momenti, e si 
ignoravano d'altronde il giorno e l'ora del dibattimento. 
Pure lo Adorno ebbe la forza di difendere se stesso, con 
coraggio e con energia. Parlò quasi un'ora e mezzo. 
Compendiò la storia de' fatti, dichiarò francamente la 
sua credenza del veneficio, ricordò i veleni ritrovati, lo 



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261 

interrogatorio del Cosmorama, la confessione del Li 
Greci. Accennò i servizi resi alla patria, allo Stato, 
all'umanità per la scoperta dell'infernale setta, e per le 
misure d'ordine che egli avea adottato, durante i giorni 
procellosi. Protestò di non essere stato mosso dall'in- 
teresse politico, e di non avere giammai congiurato, 
contro il Governo del re. Finalmente implorò la giu- 
stizia. 

La parola facile e commovente, la spontaneità della 
difesa, la buona fede dell'imputato avrebbero dovuto 
scuotere il cuore di quei cannibali, dieci volte più im- 
mani della illusa plebe. Ma invano !!! La Corte intese 
le conclusioni del tristissimo relatore Riccieri (1) e- 
spresse in questi sensi : 

a Celere e subitaneo esempio impone la legge nel 
* reato di cospirazione contro lo Stato. Stolti ! Cosa 
u bramavano sotto l'ombra delle sante leggi in vigore, 
" di un Re benefico, tutto pio, ed intento sempre a mi- 
" gliorare le sorti de' suoi popoli ì Respira vasi nel mas- 
■ simo grado quella dolce aura di civile libertà, tanto 
« ragionevolmente apprezzata dal virtuoso cittadino. „ 

Con Mario e Carmelo Adorno, condannava insieme 
un certo Concetto Lanza alla pena di morte, e sceglieva 
per luogo di patibolo la piazza del Duomo, quasi vo- 

(1) Riccieri era comandante dell'ospedale militare di Siracusa. 
Dell'età circa di 50 anni , di mezzano ingegno, loquace, mellifluo, 
ma finto, ipocrita e ciecamente devoto ai Borboni. Le sue convin- 
zioni erano note a Del Carretto, il quale, prima di costituire la Corto 
marziale, lo chiamò a bordo della fregata e gli profferì queste precise 
parole : « Riccieri, ho bisogno di te. Tu devi essere il relatore della 
Corte stataria, la quale è chiamata a punire i reati di alto tradi- 
mento, che si consumarono in Siracusa. Conto sulla tua energia e 
sulla tua devozione al Re nostro signore. > In altri termini gli di- 
ceva: * Voglio che il movimento di Siracusa sia considerato sotto la 
sola ragiono politica, e come tale punito inesorabilmente col san- 
gue. » 11 tristissimo Riccieri non venne meno all'onorevole mandato, 
e nell'esercizio del suo ministero accumulò sempre turpezze a tur- 
pezze, mormorando fin anco, corno il lettore vedrà»qui appresso, 
impudicamente la santa parola libertà, quasi con essa volesse pla- 
care la coscienza della propria colpa. 



262 

lesse dire ai presenti e ai venturi; il sangue fratricida 
che si versò in quel terreno mancò di forme legali, e 
non rappresentava la civiltà dei tempi; il vero sangue, 
che è il battesimo di redenzione, è quello versato per 
comando di un despota ; voi uccideste il padre ed il fi- 
glio Li Greci, contemporaneamente, ora devono ucci- 
dersi il padre ed il figlio Adorno, quantunque quest'ul- 
timo sia stato straniero ai fatti che si consumarono ; 
con una differenza, che quest'altro misero padre deve 
essere spettatore della morte del figlio ! 

Quando l'ultimo tiranno del Portogallo ordinava che, 
tra due condannati alla pena capitale, il secondo do- 
vesse guardare per un momento sospeso il primo che 
lo precedeva, i giornali menarono tanto scalpore. La 
Corte marziale di Siracusa, non solo imitò quel tratto 
di raffinata tirannia, ma volle che il padre, inginoc- 
chiato, guardasse il cadavere dell'innocente figlio an- 
cora fumante, e fosse poscia anch'egli fucilato alle 
spalle, come colpevole di alto tradimento. 

Sono ancora viventi le persone, che furono spettatori 
dell'inumano spettacolo. La piazza del Duomo pareva 
un campo santo, il silenzio era interrotto dai cupo 
suono de' tamburi e dal rumore delle ruote de' can- 
noni, che precedevano un battaglione di fanteria. I 
quattro sb iechi d"lle vie erano formidabilmente guar- 
dati da soldati svizzeri, i battistrada di tutti i movi- 
menti militari della caduta dinastia contro i propri 
sudditi ! Taluni, dai palagi vicini, osservavano spaven- 
tati la lugubre scena. Cessava il militare calpestio, e 
sentivasi a chiare note leggersi la tremenda sentenza 
di morte. 

L'aspetto di Mario Adorno, quantunque stancato 
dalla insonnia, dal dolore e dal disinganno, presentava 
la serena dignità di un uomo immeritevole di quel 
supplizio. Alle strazianti parole del figlio rivoltegli a 
mezza voce: „ Padre! da chi la sventurata famiglia 
trarrà aiuto e consiglio?! „ rispondeva con impertur- 



263 

babile eroismo: Dalla vita che qui lasciamo, senza de- 
litto e senza rimorso ! 

Le atrocità che si consumarono dal Del Carretto, in 
Siracusa e nella provincia, superarono in ferocia gli 
atti immanissimi di Nerone e di Domiziano, contro i 
primi cristiani. Noi non possiamo occuparci, in questo 
lavoro, di tutte le iniquità che si commisero nell'isola 
in queir epoca. La storia del La Cecilia, ritraendo nel 
primo volume qualche pagina del Panteon de 1 Martiri 
d'Italia, di buona fede ha riprodotto tanti errori sui 
fatti che si svolsero in Siracusa al 1837, e sulle con- 
vinzioni di Adorno. Però lo scrittore è stato forse il 
primo, quantunque fiero nemico della dinastia de' Bor- 
boni, a purgare della macchia di veneficio re Ferdi- 
nando, con queste precise parole : La scellerata idea di 
propagare il morbo a disegno non venne ne a Ferdinando , 
ne ai suoi satelliti. 

I condannati ai ferri, agli ergastoli, alla pena capi- 
tale furono circa 1000 persone; e fra questi ultimi 
comprendevansi i due generosi Pasquale Greco, e quel 
Silvestro Sollecito (1) che consigliava all'Adorno di 
fuggire. 

(1) Pasquale Greco e Silvestro Sollecito furono due di quei pochi 
che potentemente contribuirono a salvare la vita al suddito inglese 
Carlo Azzopardi, al direttore doganale Filippo Patronaggio e al te- 
nente Nunzio Munna. Greco in quelle emergenze funeste preparava a 
proprie spese lo provviste di bordo nel suo piccolo naviglio tenuto in 
pronto allo scopo che, ove non fosso riuscita l'impresa di reclamare, 
per volerò del popolo, la libertà di quei tre detenuti , con una mano 
di arditi avrebbe di notte assaltato il carcere, o imbarcandoli nella 
prossima marina sarebbero stati da lui condotti in Malta. Quei pri- 
gionieri non erano ignari di siffatta cospirazione, anzi ne dirigevano 
lo fila e ne sospiravano la esecuzione. Eglino soli sarebbero pur 
troppo bastati due settimane dopo a perorare efficacemente, con la 
prova della loro esistenza, presso la Corto marziale subitanea, gli 
eminenti servigi resi dagli infelici Greco e Sollecito, costanti sem- 
pre a risparmiare il sangue cittadino ; ma quei tre ingrati furono 
sordi alla voce del beneficio!!.. Patronaggio, più d'ogni altro, come 
funzionario e come godente alta posizione sociale , avrebbe potuto 
salvare dall'anarchia militare coloro che lo avevano svincolato dagli 
artigli della plebe. Però l'animo di lui , dominato ognora da una 



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264 

Tra le altre mostruosità la Corte condanna anche alla 
pena capitale un fratello del Sollecito, e non vergogna 
di consacrare nella sentenza la ragione per la quale si 
puniva lo innocente col seguente vergognoso conside- 
rando : "Attesoché Pasquale Sollecito è fratello di Silve- 
stro. „ Non ci fu mai Governo al mondo che abbia com- 
messo tanti eccessi. Queste glorie furono serbate fino 
dal 1799 alla dinastia de'Borboni. Nè parliamo di tante 
centinaia di prigionieri accatastati nelle anguste e fetide 
stanze, mancando le carceri ordinarie, nè del colèra ivi 
sviluppatosi, nè degli atti feroci usati contro i voluti 
rei e contro i loro congiunti, nè de' taglioni che invano 
ogni giorno si pubblicavano. 

Basta ricordare, perchè il lettore si formi un'idea di 
quei tristi tempi, che il famoso commissario di polizia 
Cioffi, venuto col Del Carretto, teneva nella infermeria 
dei Padri Cappuccini uno stanzino, nel quale vi era un 
pagliericcio a terra. Ove l'imputato non rivelasse quei 
fatti ch'egli credeva necessario, per le sue tenebrose 
trame, fossero constatati, lo faceva coricare sul pa- 
gliericcio, e a furia di enormi bastonate lo costringeva 
a dire quello che talune volte l'infelice ignorava. 

Floridia soffrì, come Siracusa, la violenta repressione 
del militarismo del-carrettiano, e nel momento in cui 
si era sviluppato il colèra. 

In Sortìno furono arrestati 141 individui, fra i quali 
il barone Augeri ; ma siccome il giudizio per l'im- 
menso numero de' supposti giudicabili politici di tutta 
la provincia si protrasse fiuo al 21 aprile 1838, e ta- 

proverbiale infingardaggine, prometteva largamente ai parenti di 
quegli sventurati di difenderne la innocenza , ma nulla disse, nulla 
scrisse, nulla fece, non uscì di casa!!.. Siffatta ingratitudine, se gli 
fu di gradino alle speciali considerazioni dei Borboni, lo rese d'al- 
lora in poi detestabile alla coscienza del pubblico. Greco e Sollecito, 
assai migliori dei tre beneficiati, subirono la condanna di morte. Il 
primo spregiava la benda , e con occhio impavido e sereno sfidò e 
confuse l'atrocità dei suoi carnefici. Martiri obliati ! sia a voi il sa- 
luto e il compianto di chi deplora e scrive. 



265 

limi sanguinari membri della Corte militare erano stati 
altrove traslocati, così quattro sole persone subirono 
la condanna del quarto grado de 1 ferri ; gli altri usci- 
rono a libertà. 

La repressione d'Avola fu quasi uguale a quella di 
Sor tino, malgrado che non si fossero commessele stesse 
iniquità. Gl'inquisiti furono 134, ne poteva essere al- 
trimenti. Il barone De Maria aveva per isposa la so- 
rella dell'arcivescovo Amorelli. 

Noi, come si è detto, non possiamo uscire dal nostro 
tema, e pertanto abbiamo accennato queste enormezze, 
perchè le crediamo conseguenze della falsa idea di ve- 
neficio ; idea che, ne il Governo dei Borboni, nè i libe- 
rali pensarono mai di abbattere con lealtà e con fran- 
chezza. Anzi il Del Carretto accrebbe i sospetti coll'in- 
volare, di nottetempo, i creduti veleni che si conser- 
vavano nel tesoro di Santa Lucia, con un apparato di 
forza, ed in mezzo ad un profondo silenzio, come se si 
dovesse compiere un gran mistero. Un altro ministro 
assennato, prudente, coscienzioso, dovea ordinare al 
sindaco e alle autorità militari che quegli oggetti si e- 
straessero in pieno giorno, si verificassero secondo i ver- 
bali inseriti nel processo, e si consegnassero a coloro 
cui appartenevano o ai loro eredi. Ma tutti quegli oggetti 
sotto reperto che, complessivamente rappresentavano 
un valore, avevano stuzzicato l'appetito del fiero gen- 
darme e de' suoi cagnotti. Mostrarli alla luce, e quindi 
involarli, sarebbe stata cosa imprudente e scanda- 
losa. Bisognava dunque inventare un artificio. Si di- 
chiara interdetta la Cattedrale, pel sangue versato nella 
piazza; si chiudono le porte, e si vieta anco ai sagre- 
stani di entrarvi, e con ciò si raggiungono due scopi, ai 
quali turpemente si presta l'eccellentissimo monsignore 
Amorelli (1), cioè: indignare l'animo del Re bigotto 
contro l'infelice paese, e trafugare di notte, sulle spalle 

(1) Monsignore Amorelli era un uomo di grande ingegno, socia- 
bile, scaltro, e nello stesso tempo ambizioso, violento e vendicativo, 



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266 

dei soldati della marina, gli oggetti, trasportandoli sulla 
fregata. 

Questo fatto in se stesso non rappresenterebbe tutto 
al più che una privata spoliazione; ma le conseguenze 

avido del potere , umile con i grandi dello Stato, orgoglioso e fiero 
con gli uguali e con gli infimi. 

Meutre rinnegava per vile interesse la propria coscienza, il pro- 
prio dovere, mostravasi poi generosissimo, quando trattatasi di 
compierò un progetto che egli con la sua fervida immaginazione a- 
veva ideato. 

Avvezzo por lunghi anni a dispotizzare nella sua diocesi, non per- 
metteva che alcuno facesse la menoma osservaziono ai suoi im- 
periesi conni, e questo dominio non lo adoperava verso i suoi su- 
balterni, ma estendovalo anche presso il poterò politico , militare, 
giudiziario, sia con la profusione dei doni , sia con la minaccia di 
scrivere ai ministri, ai cardinali, al Re , al Papa. Infine monsignore 
Amorelli ambi sempre di esercitare sull'intiera provincia di Siracusa 
un prepotente e sfrenato dominio. Con questi principii si persuaderà 
bene il lettore comò egli poteva rendersi ligio o devotissimo ai vo- 
leri dell'alto commissario del Re, e come questi abbia riconosciuto 
in lui un'arme potento per attuare i suoi truci disegni. 

Monsignore Amorelli ne' giorni del movimento di Siracusa tro- 
va vasi in Modica. Quel paese parvo agitarsi politicamento alle nuove 
di Catania e di Siracusa, ma non trasceso per nulla. Allora esisteva 
in Modica un partito politico, rappresentato dall'abate Leva, uomo 
ricco, onesto, liberale, e quindi avverso al dispotismo c precisamente 
aU'Amorelli. Quando quest'ultimo volò in Siracusa dopo l'arrivo del 
Del Carretto, o avvenne tra quei due uomini somigliantissimi l'ac- 
cordo, lo primo vittime destinate ad immolarsi furono l'abate Leva e 
i suoi amici. Fortuna volle che il loro processo si agitasse dopo pa- 
recchi mesi, e quando taluni membri della Corte marziale erano stati 
promossi altrove, in ricompensa dei loro servigi. Fu dichiarato non 
constare la imputazione di Leva e compagni. Questa sentenza pro- 
vocò lo sdegno dell'Amorelli, il (piale ebbe l'audacia la stessa sera, 
in casa propria, tra numerosa adunanza di uomini distinti, rimpro- 
verare i giudicanti, e freneticamente conchiudere con una esclama- 
zione che accompagnò col gesto del pollice della destra : c neppur 
uno!! > (cioì 1 fucilato); e perchè il nuovo relatore , signor capitano 
Dtimonticr, invece del famoso Riccieri,pcrmettevasi fargli osservare 
che dal processo non risultava alcuna prova dell'imputato delitto, 
l'Amorelli adirato soggiungeva : Quando non ci sono elementi, nell'in- 
teresse dello Stato s'inventano!!... In quei momenti di collera irrefre- 
nabilo l'Amorelli infondeva nel cuore dei più coraggiosi terrore o 
spavento. L'amicizia dell'alto commissario e la consideraziono in 
cui era tenuto dal Re lo rendevano più audace e più insolente. 



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267 

furono terribili nell'animo di quei tali che credevano e 
credono ancora ai veleni. Si diceva, e si dice tuttavia : 
Era interesse del Del Carretto fare sparire il corpo del 
delitto, cioè le cassettine dei veleni che il Governo aveva 
inviato all'intendente, al Li Greci, al Vico, agli altri. Ne 
si fermano qui i sospetti; ma ci è taluno che sostiene 
bugiardamente di aver visto con gli occhi propri, men- 
tre egli era occultato nella tribuna del vescovo, la 
stessa notte che la forza invadeva la casa di Dio, ca- 
dere a terra, sul punto che si sottraevano le cassettine, 
due o tre soldati svizzeri colpiti di veleno. 

Nel decreto del trasferimento del capoluogo, nelle 
ordinanze militari, nei bandi, nelle sentenze della Corte 
marziale, non si parlò mai di veneficio, di avvelenatori, 
d'imputati che spargevano queste voci ; sibbene di Ri- 
belli allo esistente felice Governo; di felloni ; della rivolta 
di Siracusa; di sediziosi; di cospiratori. Tutto questo 
prova che il Del Carretto ambiva un trionfo politico, e 
poco si curava di spegnere una fatale idea. 

Ne poteva essere altrimenti. Il merito di questo no- 
vello Orco Ramiri doveva sorgere dal fatto di avere 
soffocato nel sangue una rivoluzione politica che esten- 
devasi nell'intera Sicilia, e che mirava a rovesciare 
dal trono i Borboni di Napoli. Questo fu il piano che 
concepì il famosissimo Del Carretto, affine di rendersi 
caro al suo augusto signore. Ma per conseguire tale 

Giunto al punto culminante di possanza, fu per uno ineserutabile 
fine della Provvidenza rovesciato nella polvere, da quegli stessi uo- 
mini ch'egli aveva sorretto nel cammino del vitupero. Nei primi 
mesi del 1840, il Governo del Re finse di avere ricevuta la rinunzia 
dell'arcivescovo, e dichiarando da un canto di accettarla, lo destinò 
dall'altro in Nocera dei Pagani nella casa dei Liguorini, come per 
espiare con la penitenza i suoi falli. La inaspettata punizione e gli 
amarissimi disinganni gli tolsero la vista e lo ammalarono, cosic- 
ché arrivato in Napoli non riconoscevasi, quando si presentava al 
Re, per chiedergli la grazia di farlo morire arcivescovo in seno «Iella 
sua famiglia. Ferdinando II non seppe resistere alla parola umile 
e pietosa di un arcivescovo cieco e macilento, e gli permise di tor- 
nare in Siracusa, ovo moriva ai 13 dicembro dello stesso anno. 



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2<W 

assunto, erano mestieri le prove, i documenti, le con- 
fessioni, lo appoggio delle autorità militari, politiche, 
ecclesiastiche. Ebbene, tutto sorrise al volere del de- 
spota. Un tirare fitto e prolungato a sola polvere, per 
due ore, di cannonate rappresentò il bombardamento 
contro Siracusa. La confessione strappata dalla bocca 
degl'imputati, mercè le spietate torture, un legale 
documento. Gli indirizzi dei funzionari al Re, una in- 
contrastabile testimonianza della verità; quelli del 
municipio, una confessione del proprio delitto. Tutto 
questo inganno, questa terribile trama, questo am- 
masso di violenze, di menzogne, bisognava fossero giu- 
stificati e coperti innanzi al misticismo del Re, dal 
manto della religione; e anche quest'altro puntello non 
venne meno. Monsignore Amorelli scrisse un lungo 
rapporto a Ferdinando II, nel quale deplorava la strage 
di Siracusa, lo attentato contro la Corona, la stolta 
pertinacia dei ribelli, e ringraziava Iddio di avere ispi- 
rato nell'animo del Re la scelta dell'alto commissario, 
nella persona dell'eccellentissimo ministro, il quale era 
stato, per questa provincia, Vangiolo tutelare dei fedeli 
sudditi della Maestà Vostra. 

L'alto commissario sopra queste inique basi fondava 
il suo edifizio, e molti, chi per timore di soffrire una 
ingiusta persecuzione, chi per la speranza di un posto 
lucroso, gli spianavano la via, e non vergognavano di 
prestarsi alle feste, ai balli, agli amori, velando, come 
sempre, il loro recondito pensiero, col pretesto dell'in- 
teresse della patria. In questo modo il feroce gendarme 
raccoglieva allòri in Siracusa ed in Noto, dove i Notini 
profondevano doni ed omaggi, non solo a lui, ma alla 
intera sua corte. 

Furono queste le conseguenze di un fatale errore 
che, sventuratamente, vedremo in appresso ripro- 
dursi contristando l'umanità. Se dovessimo riassumere 
sotto una formola filosofica i moti insurrezionali e la 
repressione di quella epoca, noi diremmo che gli 



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260 

uni e l'altra produssero effetti contrari al rispettivo 
scopo, o meglio, i liberali pel falso indirizzo dato al 
movimento politico, sotto la parola d'ordine colèra- 
veleno, spianarono la via alla repressione; questa, in- 
vece di scoprire la vera sorgente dello inganno e di 
moralizzare la pubblica opinione, produsse al Governo 
quel danno che i liberali, con la loro insipienza, non 
avevano saputo produrre. 

Nè poteva essere altrimenti ; perciocché lo errore del 
partito liberale e quello del Governo derivavano dalla 
stessa causa, cioè dalla illusione della propria forza. Il 
primo credeva che la insurrezione di un popolo illuso 
fosse onnipotente ; l'altro contava sulla legge della forza y 
e quindi si lusingava che i cannoni e le baionette potes- 
sero durevolmente raffrenare le aspirazioni progressive 
che un arcano sentimento infonde nei cuori dei popoli. 
La erroneità di queste idee non era ancora penetrata 
nella coscienza dei governanti e dei governati ; quindr 
la eterna lotta, per la quale gli uni o gli altri oggi ro- 
vesciano nella polvere, domani risorgono fra gli allori 
e il grido della vittoria, oggi trovi dipinto sul pallido 
volto dell'uno e dell'altro lo spavento, il terrore, la 
morte, domani lo sdegno, la fierezza, la insolenza. Que- 
ste irref renate concitazioni, questo scoppio d'ira e di 
vendetta nascono spesso dagli iniqui mezzi di cui essi si 
valgono per raggiungere lo scopo; e dalla oscurità e 
dalla incertezza in cui è avvolto l'indirizzo governativo- 
e popolare. Noi abbiamo detto le tante volte, e lo torne- 
remo a dire : Un programma governativo o popolare che 
invoca la distruzione di un brutale principio, senza pog- 
giare il suo trionfo nel culto sereno di una idea matura 
e promettitrice di sorridente avvenire ; che suscita in per- 
petuo l'odio, non contro il male, ma contro l'individuo; 
che proclama libertà al popolo, nell'atto stesso che non 
gli dà sicurtà di vivere, per raggiungerla; che mantiene 
in perenne guerra governanti e governati, è un pro- 
gramma puerile, insensato, dissolvitore. I popoli che 



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270 

seguono questo programma ritardano il moto dina- 
mico del loro progresso, si rimpiccioliscono in faccia 
all'umanità, si corrompono, restano per lungo tempo 
fra le pastoie dello inganno, della ignoranza e della 
servitù. Si odii pure il dispotismo, la intolleranza, il 
mal costume, il vizio in generale; ma non si confonda 
la espressione astratta con la persona. Bisogna colpire 
quella, anziché questa. 

Noi conveniamo che spesso, nelle generose imprese, 
possono accadere delle imprevidenze, delle amare de- 
lusioni , e, se si vuole, anche dei giudizi di morte. Ma 
il nobile obbiettivo, a cui quelle potessero mirare, nulla 
perde del suo splendore, nessun discredito d'immora- 
lità l'offusca, nessuna maledizione lo condanna. Lo 
stesso dolore elevato a potenza di martirio, in simili 
conati, suole condurre, per una o per altra via, ad af- 
frettarne il trionfo, perchè consentiti e rassodati nella 
coscienza e nella necessità dell'universale. 

Ora, siffatto conforto e giustificazione insieme non 
si possono di certo addurre da coloro che trovarono l'e- 
spediente del colèra-veleno ; dappoiché lo infando as- 
surdo, comprendendo d'altronde la negazione assoluta 
del riuscire, fece nel solo tentare il più atroce guasto 
all'afflitta umanità, senza che alcuno avesse osato al- 
meno confessare quello errore, come ammonimento alle 
moltitudini di guardarsi dall'abisso in cui propendono 
sempre a precipitare. 

Se sino dal 1837 gli intelligenti cittadini avessero 
innalzato unanime un grido di disapprovazione e di 
sdegno contro la falsa credenza di venefizio , forse oggi 
non si deplorerebbero gli stessi fatti ; ma per somma 
disgrazia, non solo non si adempì quel santo dovere, 
ma non si scese giammai allo esame minuto e coscien- 
zioso dei deplorevoli fatti che funestarono la Sicilia. 
Comprendiamo bene che non era facile toccare questa 
dolorosa corda, perchè dai 1837 al 1848, e dal 1849 
al 1860 il Governo dei Borboni avrebbe considerato 



271 

questo come un delitto, punibile per lo meno con lo 
esilio. Ma si poteva proclamare a voce ed in iscritto 
strana ed assurda la credenza di veneficio; e nei due 
intervalli dal 1848 al 1849, e dal 1860 al 1867, non ci 
era ostacolo di sorta per dire nuda e schietta la verità. 

Intanto questo trentenne silenzio ha nascosto sotto 
la cenere un fuoco che di tanto in tanto ha minacciato 
di divampare; e la esaltazione degli spiriti fu, come 
vedremo, sempre proporzionata al malcontento, il quale 
ordinariamente si pasce e si dilata con i paradossi e 
con la menzogna. Ciò dimostra che la molla principale 
delle false idee risiede sempre in quei faziosi che amano 
vivere e speculare nel dissolvimento dell'ordine pub- 
blico. 

Bisogna dunque spuntare le loro armi, disinganoare 
le plebi, anche a patto di perdere il loro favore, pur- 
ché sia cancellata dalla mente loro quella puerile e 
balzana idea che è ribelle al secolo, alla civiltà, al 
senno degli intelligenti cittadini ; taluni dei quali non 
osarono di affrontarla, per tema di compromettersi, 
o meglio per una riprovevole pusillanimità ; ed altri, 
perchè vergognavano sentirsi ripetere dalla illusa gente 
lo amaro rimprovero di essere stati eglino stessi gli 
autori del fatale inganno. 

E veramente noi non sappiamo se la colpa dei de- 
litti di sangue, che si consumarono nel 1837, debba 
più ricadere sugl'ingannatori o sugl'ingannati. È certo 
che innanzi al cospetto di questi ultimi si schierarono 
diabolicamente una serie dei fatti così solenni, così 
uniformi, che non solo dovevano preoccupare la mente 
della plebe, ma ben anco quella degli scettici, che per 
ordinario sono restii alle popolari credenze. 

Ne questo è tutto. Nel capitolo seguente il lettore 
vedrà che taluni scrittori, invece di dileguare la falsa 
idea del colera-veleno, la ribadirono, o per eccessivo 
amore di patria, o per poca prudenza. 



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272 



CAPITOLO VII. 



I tre scrittori. 



Come la fandonia del colèra-veleno, nella mente del 
popolo, lasciava inique e lagrimevoli traccie, così la 
crudele reazione governativa conduceva mirabilmente 
i Siciliani alla unanime e irrevocabile sentenza: Fuori 
i Borboni. E tanto dall'alto del patriziato all'ultimo 
operaio si predicò, tanto si lavorò cogli scritti, coi 
proclami, con le corrispondenze dei profughi del 1 837, 
a mettere in evidenza i conculcati diritti del popolo 
da renderlo in men di due lustri maestro ed antesi- 
gnano nello inaugurare al 1848 una di quelle fasi 
d'insurrezione, della quale, nel difficile cammino del 
servaggio ha pur bisogno lo spirito umano, perchè sap- 
pia strappare una volta la incognita di quel problema, 
che in fine crea e fa grandi le nazioni. Cotale stadio 
che altri direbbe tappa, non ci alletterà punto a fuor- 
viare dal nostro scopo. 

Però è di non poco interesse l'osservare che, in quella 
propaganda d'infinite memorie, di opuscoli e di scritti, 
in generale, che al certo non passarono per lo strettoio 
della revisione, nessuna stampa metteva in luce, nè 
tampoco accennava contro gli stessi Borboni lo enorme 
delitto del colèra-veleno; anzi la famosa protesta del 
popolo delle Due Sicilie, che grandemente contribuì alla 
riscossa, e dove si narrano tutte le violenze, tutti i de- 



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27:i 

Ktti, tutte le infamie della Corte di Napoli dal 1 S20 al 
1847, parlando del 1837 in riguardo ai fratelli Rossu- 
roD, dice : 

■ Nel 1837 il colèra devastava le nostre regioni, ed 
" il Governo spensierato non vi poneva cura, non cer- 
" cava previdenze, godeva che i popoli fossero atterrati, 
" onde i popoli sospettosi credettero che il Governo 
w lasciasse spargere e dilargare il morbo per ispaven- 
" tarli e non farli pensare alla politica : la plebe gridò 
* che era avvelenata. „ 

I liberali delle Due Sicilie al 1847 erano ben convinti 
che l'accusa del colèra- veleno contro il potere se da un 
canto sospinger poteva la indignazione dei popoli e con- 
tribuire per un momento a rovesciare la politica ti- 
rannide, dall'altro non sarebbe stata meno esiziale al- 
l'umano consorzio sostituirle in seggio la insania della 
plebe, che è la più feroce, la più intrattabile delle ti- 
rannidi. 

L<9gga il lettore quella magnifica protesta; vi troverà 
tutte le possibili nequizie commesse dal Borbone, ma 
la parola avvelenatore non la troverà giammai. 

Ai tempi del comitato generale partirono indirizzi di 
felicitazione da tutte le comuni della Sicilia, fra le quali 
ci fu quella di Siracusa (1) rappresentata da E. Bufar- 

- 

(1) Siracusa, 20 gennaio 1848. 

Indirizzo dei Siracusani, rappreseli lati da un comitato segreto, 
al grande cittadino italiano del comitato generale di Palermo 

BUGGERO SETTIMO. 

A voi, libero cittadino, che rappresentate il voto generoso del po- 
polo di Palermo , che ha di uno slancio magnanimo rotte le catone 
di un Governo dispotico e rivendicata la sua politica esistenza e le 
sue libere istituzioni ; a voi i Siracusani manifestano le felicitazioni 
nel più glorioso trionfo; a voi profferiscono i più fervidi sentimenti 
dell'anima loro siciliana e fraterna, o dicono la misera loro condi- 
zione di non essere manifestamente insorti e inalberato il tricolore 
vessillo del patrio riscatto. Essi trovansi sotto 200 e più bocche di 
mitraglia e bombe, entro inespugnabili baluardi, e dappiù di 1200 
baionette che dietro feritoie han ridotto Siracusa un ergastolo ; ed 
appona Bono arrivati ad avero un comitato segreto, ad emetter»* 
qualche libero grido, a manifestare il sentimento alla causa «li Pa- 

18 



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274 

deci e da Raffaele Lanza, quel Lanza stesso che era 
stato udo dei liberali del 1837, e non ci fu un solo in- 
dirizzo che accennasse alla idea di colèra-veleno. 

Queste cose non sono della esclusiva nostra cono- 
scenza, a cagione di esserci trovati nelle gloriose vicende 
del 1848 e 1860, quando avemmo l'onore di esprimere 
il proprio voto e quello dei nostri concittadini; ma 
pienamente si sanno da coloro che, senza acume d'in- 
telletto, vogliono giudicarsi alieni dalle fallaci insinua- 
zioni e dalle mostruose vanità. Allora in Palermo, in 
Messina, in Catania, si pubblicavano moltissimi giornali 
di tempra differente. La maggior parte di essi versavasi 
in vituperevoli recriminazioni ed in codardi insulti, da 
far vergognare i generosi che hanno la virtù di rispet- 
tare lo infortunio dei caduti, perchè comprendono be- 
nissimo che i portentosi trionfi della ragione non devono 
essere giammai offuscati da riprovevoli fatti personali. 

Eppure nessun giornale ebbe la impudenza di ricor- 

lcrmo; a potere in questi ultimi giorni uscire ed entrare nella città 
i mezzi onde conoscere lo stato della nostra gloriosa insurrezione, 
sprezzare e lacerare quelle forzate largizioni del Governo di Napoli 
non omologato da voi. Di più non si è potuto ottenere; ma la ban- 
diera tricolore ed un'aperta insurrozionc sono represse da una po- 
tente forza sterminatrice di fortezze e cannoni, non da petti e brac- 
ria valorose che sfidati da noi, con pari armi ed all'aperto, si anni- 
dano entro le fortissime bastite. Tutta Sicilia si ò redenta o con le 
armi, o con le pacifiche ed aperte manifestazioni , inalberando il 
vessillo nazionalo riscattato con le armi dell'eroico popolo palermi- 
tano, che in pochi giorni sfidò, attaccò, sterminò le armi della me- 
ditata strategia del dispotismo preparato a reprimere il popolo ge- 
neroso. Ma Siracusa geme sotto il pericolo della morte, e più sotto 
il dolore di non potere apertamente manifestare i grandi voti della 
siciliana redenzione, e vedendo l'efferata soldatesca regia riportare 
il vanto di avere manomesso e desolato Siracusa , mentro perdente 
è stata in Palermo, Messina, Catania; ma se il vostro pensiero, che 
è quello di Palermo e di Sicilia tutta, opinorà che i Siracusani sisa- 
grificassero alla causa della Sicilia, essi ciecamente sono pronti a 
gettarsi alla morte, e periranno col nome di Palermo sulle labbra, 
col voto della siciliana rigenerazione nel cuore. 
Da voi grande cittadino attendono i Siracusani il loro destino. 

Il presidente del comitato di Siracusa 
Emmaniki-k Franoica barone Pano ali. 



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275 

dare la stolta imputazione, che scagliavasi nel 1 837 ai 
Borboni di Napoli. E tutto questo è ancor poco. 

11 Parlamento di Sicilia dovea formalmente dichia- 
rare Ferdinando Borbone e la sua dinastia decaduti per 
sempre dal trono di Sicilia, per quindi passare intempe- 
stivamente alla elezione del nuovo re. Questo era il con- 
siglio di lord Minto, e così si fece. Ebbene. La Camera 
dei comuni scelse una Commissione per iscrìvere un 
rapporto dettagliato ove si manifestassero al mondo le 
colpe, gli spergiuri, i delitti, pei quali la nazione si 
credeva nel diritto di venire a quello estremo. Ci fu 
forse in quel tremendo atto di accusa, un'idea che da 
lontano facesse balénare il sospetto che Ferdinando II, 
al 1837, avea avvelenato i popoli di Sicilia e di Napoli ? 
Niente affatto. 

Durante la rivoluzione del 1848 e poco dopo, mol- 
tissimi volumi si pubblicarono sopra quegli importanti 
avvenimenti, sotto differenti titoli: Storia del 1848 — 
Documenti illustrati — Memorie storiche — Cenni sto- 
rici — Schiarimenti storici — Frammenti storici, ecc. ecc. 
Nessuno di quegli scrittori insozzò la sua penna a far 
cenno del colèra-veleno; e molto meno a sostenere 
quella idea. Se non che taluni uomini di grande polso, 
come sarebbero : Borghi nel famoso Museo di Versail- 
les, Ferrara nel giornale La lega ed indipendenza, e il 
Bonaccorsi e Lumia nelle Memorie storiche dei diritti 
politici di Sicilia, pubblicate a Parigi, pittarono talune 
frasi nella idea di alludere ad un fatto quasi scono- 
sciuto, ed i lettori intanto di quegli scritti arbitrarono 
supporre che quegli autori volessero parlare del colèra- 
veleno. Bisogna ricordarci, come accennammo, che sin 
dal 1836 il Governo, pria che fosse stata attaccata 
Napoli dal colèra, si mostrava zelantissimo pei cordoni 
sanitari. Dopo la invasione del 1836 e 1837 nella ca- 
pitale, quelle barriere costituivano un impaccio gover- 
nativo. Questa almeno era la opinione pubblica d'allora. 
Si dice inoltre che il Governo avesse spedito nel mese 



di giugno da Napoli per Palermo una barca, sul cui 
bordo ci era un individuo attaccato di colèra. 11 popolo 
voleva si rifiutasse quella barca ; dopo vari contrasti, il 
supremo magistrato di salute pubblica ordinò, costretto 
dal Governo di Napoli, le si desse pratica. Fosse il caso 
o il contagio, ammesso il fatto che non possiamo ga- 
rantire, dopo pochi giorni si sviluppò il colèra in Pa- 
lermo. Ora legga il lettore , con questo criterio , i se- 
guenti versi della Cantica del Borghi : 

Keggoa serbata dal fatai contatto 
La sicana famiglia; era il monarca 
Dall'amor combattuto e dal misfatto, 
Allor che venne del mal seme carca 
Sullo spiaggie d'Oreto, e ruppe il bando 
E a forza entrò la maledetta barca. 

e veda se essi non esprimano perfettamente il concetto 
che i calcoli atroci della Corte di Napoli furono quelli 
di affrettare il contagio in Sicilia (1). Nè risulta meno 
splendida la stessa idea dalle parole del Ferrara : Si 
era dato il colèra alla Sicilia, perchè Napoli Vavea (2), e 

(1) L'illustre poeta era tanto persuaso e convinto che la respon- 
sabilità del colera ricadeva sul Borbone, nel senso di averlo vo- 
luto importare in Sicilia, che l'anno appresso, all'arrivo di Ferdi- 
nando li in Palermo, pubblicava clandestinamente il seguente so- 
netto/ apocrifo, che per debolezza dei suoi amici gli fruttò la perse- 
cuzione borbonica e l'uscita da quella città, accompagnato dallo 
guardie di questura. 

Questo episodio della vita del Borghi è noto a pochissimi. 

Giungali alfin ! del popol spento, esangue, 
Le reliquie a veder vieni e l'affanno; 
Dopo il lutto, la morte, il nu rbo, il sangue, 
Vieni a veder le gioì ic tue, tiranno. 

Scudo di patria che or giacente langue 
Noi fummo : i di e vegliale notti il sanno, 
Quando il più lieto del peslifer angue 
Morte recava e irreparabil danno. 

Tu il volesti; fu accollo; egri e dolenti 
L'un sopra l'altro caddero distrutti. 
Tre volle o quattro dicci mila spenti. 

Compisci l'opra; del tuo regno i frutti 
Siun tra di noi a vendicar si allenii : 
Siam vili assai ; puoi trucidarci tutti. 

(2) Perchè il lettore si convinca di questa verità, sappia che noi 
credemmo convenevole di scrivere allo stesso signor deputato Fer- 



Di 



277 



dalle altre del Bonaccorsi: u On s'écriait, non sans 
" quelque raison/que le Gouvernement de Naples avait 
■ a dessein introduit la maladie. „ 

Anche il Cantù, in una nota della Storia de' cento anni, 
volume terzo, pagina 549, parlando coinè la tremenda 
follia degli untori rinascesse quasi a dare un'altra lezione 
di umiltà al secolo che si vanta di ragionevolezza, e dei fatti 
che si consumarono in Sicilia al 1837, soggiunge: Ma 
ciò che è notevole nella rivoluzione del 1843 un valente 
economista siciliano scrisse che u si era dato il colèra alla 
Sicilia, perchè Vavea Napoli „ e nella memoria sporta dai 
signori Bonaccorsi e Lumìa nel congresso di Bruxelles 
nel 1840 è detto che ■ On s'écria, „ ecc. ecc. 

Il La Cecilia dunque ed il Cantù danno alle parole 
dell'illustre Ferrara un'interpretazione ben lontana dal 
vero. Da ciò si persuaderà il lettore come spesso sia ne- 
cessario ridurre al loro giusto valore le opinioni di 
taluni scrittori, che contarono sulla altrui buona fede 
o su di una falsa interpretazione. 

La Cecilia copiava il detto del Cantù, un altro ri- 
produrrebbe quello del La Cecilia, e così col tempo le 
ombre acquisterebbero la consistenza dei corpi. 
• Ci sarebbero anche i supposti versi del Giusti : 

Il malo, ah ! credilo — Idolo mio, 

Ci vien dagli uomini — Non vien da Dio. 

Prima di tutto questo schizzo poetico è apocrifo o 

rara, nostro distintissimo o vecchio amico. Egli con la data del 21 
novembre dello scorso anno ci rispondeva cos\: 

« Non conosco l'opera di La Cecilia (fu dalle storie segrete delle 
« famiglie regali dol La Cecilia che noi traemmo le parole del Fer- 
« rara), e non mi è stato possibile di trovarla qui. 

« 11 passo che mi accennato io non mi ricordo se e quando è stalo 
« scritto da mo ; ma se io l'ho scritto, non ha potuto essere che nel 
« senso in cui voi dite, cioè che nel 1837 il Governo napoletano mandò 
« eli proposito un legno infetto a Palermo , e tolse al magistrato di 
« salute la sua antica liberta ed indipendenza , appunto porche vc- 
< deva di mal occhio che, mentre Napoli era infetta dal colèra, la 
« Sicilia rimanesse esente. Tale, ripeto, può essere stato il mio senso ; 
« quanto alla idea del veleno, è troppo sciocca, perchè alcuno abbia il 
« coraggio di attribuirmela. » 



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278 

meglio non è affatto del Giusti; e poi lo autore non 
accenna per nulla la opinione del veneficio, e molto 
meno allude che esso nasca dal Governo. 

Il concetto netto, preciso, esplicito dello anonimo è 
quello di mostrare che il colèra è una malattia che si 
sviluppa nell'uomo, ed è importata dall'uomo stesso, 
senza che Iddio ci abbia la menoma parte. Ed ove cada 
al lettore il sospetto sul verso — Tunica ministeriale — 
noi lo rimandiamo allo episodio della maledetta barca 
del Borghi. 

La idea del poeta è quella di accennare, non la ori- 
gine venefica, per così dire, nel laboratorio chimico dei 
Governi dispotici, piuttosto la maligna soddisfazione di 
vedere versati i loro popoli nelle sciagure. 

Ci è inoltre da riflettere che il poeta si sforza, dal 
primo all'ultimo verso, di superare gli ostacoli della 
onestà e delle virtù di Nina col più profondo cinismo; 
quindi egli non poteva riconoscere nel colèra la puni- 
zione di Dio, ma dovea ritenerlo come un risultato or- 
dinario de' capricci della natura e dell'indifferentismo 
dei governanti. 

Ecco dunque come si riducono a castelli di carte 
tutte le torri di Malakoff, dietro alle quali si trincera- 
vano i sostenitori del colèra- veleno, nominando in ogni 
incontro il Borghi, il Ferrara, il Bonaccorsi, il Giusti. 

Solo vennero alla luce due opuscoli che ricordarono, 
nel 1848, al popolo Siracusano le stoltezze del 1837, le 
quali avrebbero dovuto chiamarsi alla barra innanzi 
il tribunale della pubblica opinione. 

In questo modo gli adombramenti, le mistificazioni, 
le mezze parole, e le sconce larve dell'anno fatale si 
sarebbero dileguate, e la pura verità, come in un cro- 
giuolo avrebbe lasciato le scorie degl'inconsulti espe- 
dienti, degl'idoli dell'opportunità e delle esagerate illu- 
sioni. Ed è parimente certo che, in cotale disquisizione, 
la buona fede di coloro i quali, da pubblicisti e da sem- 
piici narratori, si fossero elevati ad apostoli di un'egra 



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279 

fantasia, sarebbe stata lieta di confessarsi convinta alla 
face della ragione. 

Nel 1851 furono pubblicate le memorie storiche di 
Calvi, im periodo delle quali, comechè concernente lo 
avvenimento del 1837 in Siracusa, ci chiama ad occu- 
parci di esso, similmente che dei due opuscoli scritti 
da penne siracusane, e per ciò degni, a nostro av- 
viso, di -mettersi in rilievo. Il primo è scritto dal pro- 
fessore Salvatore Chindemi. Il secondo dal signor Luigi 
Failla. 

Pria di scendere all'esame critico di quegli scritti, è 
giusto che il lettore conosca la posizione del nostro 
paese, sempre mal servito, sempre mal compreso. 

La vandalica spoliazione di Siracusa avea stampato 
sulla fronte de 1 suoi figli un'onta incancellabile, e nello 
stesso tempo avea gittato con perfidia il tizzone della 
maledetta discordia tra i due paesi, vantaggiando in 
apparenza Noto, che pria pacificamente occupavasi 
delle sue speciali faccende. Per Noto, dunque, e per Si- 
racusa non ci era che il capoluogo. Era questo il talis- 
mano, che imperava sui cittadini dei due sventurati 
paesi. Questa idea avea acquistato un predominio tale, 
che a traverso di essa, non si vedeva altro bene, altra 
risorsa, altro avvenire. Chi si fosse permesso accen- 
nare una via di miglioramento, non sarebbe riuscito 
allo scopo. Comprendiamo bene che per Siracusa non 
era il solo interesse materiale, non la propria dignità 
che la muoveva a ciò, ma il sentimento di giustizia, il 
grido della coscienza, la carità della patria. Queste ec- 
cessive preoccupazioni però, che da un canto puzzano 
di egoismo, e dall'altro ci fanno trascurare la vera sor- 
gente delle particolari risorse materiali e morali, so- 
vente sono la causa della corruzione; e taluni se ne val- 
gono per velare le proprie ambizioni, e per esercitare 
una prepotente influenza. Questo fatale errore steri- 
lizzò molti luoghi d'Italia, i quali tuttavia ne rim- 
piangono le tristi conseguenze. Le preeminenze eh cen- 



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28o 

tralitìi politica, amministrativa, militare costituiscono 
una ricchezza fittizia e passeggera; rassomigliano 
assai ai vantaggi che rendono le colonizzazioni allo 
Stato ; appena una colonia e riscattata dalla schiavitù 
straniera e acquista la propria autonomia, le conse- 
guenze ricadono sullo Stato, cui essa apparteneva. Un 
paese si può chiamare ricco e civile, quando si mette 
in grado di bastare a se stesso, e fonda la sua prospe- 
rità sulle proprie virtù e sulle proprie forze. Per giun- 
gere a questo scopo, è mestieri che i popoli a poco a 
poco si educhino ; loro si offrano le condizioni più adatte 
allo sviluppo delle loro facoltà ; si agevoli loro il cam- 
mino dei beni morali e materiali. Gli uomini d'intelli- 
genza devono esercitare sul popolo un doppio aposto- 
lato, in modo che, invece di circoscrivere le aspirazioni 
popolari, come si è fatto sin oggi, ai soli vantaggi di 
municipio, alle influenze locali, si diffonda ancora la idea 
collettiva, sociale, di unità, di progresso, di fede. Infine, 
invece d'impiantare sulle domestiche mura il vessillo 
delle preeminenze municipali, tra tante bollenti pas- 
sioni, tra tante ire di partiti, i così detti padri della pa- 
tria sarebbe tempo si occupassero ad istillare nel petto 
del popolo le idee di vera civiltà, che risiede appunto 
nell'eguale e comune concorso ad escogitare, svolgere 
e creare le sorgenti della pubblica ricchezza, perchè, 
senza privilegio di sorta, si pronunzii il meglio di tutti 
nel reciproco godimento degl'individui. Siffatto attrito 
di idee è oggimai necessario di tradurre in ogni atto, 
sia che parta da organi officiali, sia che riveli aspira- 
zioni particolari. Così il dettato del senno può offerire, 
una serie di prospettive bastevoli a cancellare la me- 
moria delle false e funeste idee del passato. 

Dopoché il comitato generale di Palermo avea rein- 
tegrato Siracusa nei suoi diritti, con la restituzione del 
capoluogo, il signor Mistretta, carbonaro del 1820, 
giudice istruttore nel processo della voluta scoperta 
del veneficio, ex-prefetto di polizia in Palermo, volendo 



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281 

coonestare la sua condotta pegli avvenimenti del 1837, 
rovesciava tutta la responsabilità sopra l'infelice Sira- 
cusa, la quale, secondo lui, non era invasa dalla febbiv 
della indipendenza di Sicilia, sibbene dalla matta idea 
del colèra-veleno. Il professore Chindemi, uno dei libe- 
rali del 1837, in fatto di veleni rispondeva come segue: 
* Nella credenza popolare che il colèra sia un ve- 

* leno egli si esclude. Sappia il pubblico che fu egli 
" delegato del comitato del popolo ad istruire quel 
u processo di veneficio, e che egli prestò i legali docu- 
u menti innanzi al popolo di quei fatti, da cui Adorno 

* cavò la materia a quel programma, di cui mai non 
" si dimenticarono Del Carretto e Ferdinando. Egli 
" stesso, ai commissari del popolo con cui lavorava a 
u quella istruzione, disse : Non vi è più dubbio che questo 
" morbo sia un veleno propinato dalla polizia; ed io or 

* ora ho mandato dicendo alla mia famiglia di chiudere 
u forte la cisterna. Chi l'obbligava a questa spontanea 
" confessione? e chi con tanto ardore lo ingaggiò alla 
u scoverta di fatti che il suo genio inquisitore potea 

* solo chiamare alla luce, e certificare che riusciva un 
" processo brillantissimo t perchè nella confessione del 
" francese cosmoramista giungeva fino al Del Carretto, 
" ministro generale della polizia, e trovava le forme e- 

* secutive di questo voluto veneficio? dice: l'acido ar- 
" senioso, trovato in casa del funzionante da intendente 
" Vaccaro, essere stata spantissima, incalcolabile fra- 

* zione ; e vuol far credere esservi stata furtivamente 
" gittata. Dal congresso medico-chimico risultò essere 
u una mezza libbra, e questa non è frazione sparutis- 
" sima e incalcolabile, ma capace ad arsenicare più 

* centinaia di uomini. Non potè esservi stata immersa 
■ furtivamente. La casa fu assalita dal popolo, che cre- 
u deva di buona fede al veleno, nè era possibile che al- 
" cuno, in quel movimento stantaneo e niente preve- 
" nuto, avesse addosso quel veleno ; e dato lo avesse, il 
" popolo che con cento occhi guardava i mobili, che 



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282 

" frugava per timore che se ne fossero potuti involare, 

* accorto infallibilmente, si sazia di questa furtiva a- 

* zione, e sarebbe stato ipso facto ucciso. Gli oggetti 

* furono custoditi nel tesoro della Cattedrale, chiuso a 
" tre chiavi, dati a tre diversi commissari, guardati da 
" ima forte squadra del popolo, e si apriva alla pre- 
" senza nelle ore della istruzione con mille occhi di 

* sopra per timore che si fosse potuto involare il me- 

* nomo oggetto ; ed il signor Mistretta che fu cotanto 
" cauto e minuto, poi nelle inquisizioni non fece ricerca 
u alcuna a mettere in chiaro l'autore di quella furtiva 

■ immissione ; ed è la prova maggiore che egli stesso 
" era convinto che quel veleno era proprietà del Vac- 
u caro. Vuol dimostrare che nessun senso politico vi 
" fu in quella commozione popolare. Ciò dimostra la 
" più profonda ignoranza del signor Mistretta, di cose 
u di cui egli prima fu parte, e poi giudice istruttore e 
" uomo di legge. Rammentiamo pochi fatti che av- 
" vennero apertamente sotto il sole, ed in mezzo le 
u masse del popolo. 

■ Il giorno 19 luglio riunitosi il comitato, fu prima 
" mozione di Adorno rovesciare il comitato, ed elevare 

■ un direttorio a similitudine della Repubblica fran- 

* cese per avere celerità e prontezza alle fatiche, e dif- 
u fondere subito i travagli per la insurrezione. Noi al- 
u lora non volevamo pronunziarci, aspettando i movi- 
g menti delle città superiori, e temporeggiammo alla 
" mozione di Adorno. Era foggiato un programma 

■ che, benché non contenesse espressione materiale di 
" senso politico, era la leva più potente a portare la 
" insurrezione nei popoli più barbari. Dichiaravasi non 

* meno che il colèra era una propinazione venefica, ed 
a il morbo ne avea tutte le apparenze, non solo popo- 
" lari, ma eziandio fisiologiche, e non vi avea popolo 
- che non vi credesse; ne le sole menti deboli, ma menti 
u sapienti e grandi ; accennavasi per Siracusa propi- 

* natori T intendente e gli agenti della polizia; citavasi 



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i 



283 

* un brillante processo, e promettevansi di mano in 

■ mano i documenti. 

* Gli effetti di questo programma sono noti a tutti ; 

* la lettura sola movea l'insurrezione, ed accennava 
" implicitamente re Ferdinando; e lo stesso programma 

* di Catania, che fu tutto politico, attinse gii argo- 
u menti maggiori all'insurrezione da quello di Sira- 
" cusa, tirando quel facile corollario che il colèra non 

* era asiatico, ma borbonico. „ 

Come ha visto il lettore, il signor Chindemi si studia 
di provare due fatti: 1° che il movimento del 1837 di 
Siracusa fu eminentemente politico; 2° che l'arsenico 
ritrovato in casa di Vaccaro era proprietà di costui, e 
capace di arsenicare più centinaia di persone. 

Per sostenere questo assunto rimesta il fango del 
1837, senza punto squarciare i densi veli, e lascia il 
lettore nella incertezza se egli creda o no al veneficio. 

Il Mistretta macchiavasi di sfrontata menzogna 
nello asserire che la rivoluzione del 1837 non fu pro- 
mossa dallo elemento liberale ; però non era lontano 
dal vero, quando sosteneva che il rinvenimento dello 
arsenico era stata una gherminella di chi voleva far 
credere al veneficio. 

La impudenza del Mistretta riposava nel rovesciare 
su gli altri la responsabilità del delitto, mentre egli 
era stato fautore e complice dello inganno. 

Il professore Chindemi poteva splendidamente di- 
mostrare, con una serie di fatti e di corrispondenze, che 
la rivoluzione del 1837 fu opera del partito progressi- 
sta, il quale aspirava a schiantare di Sicilia i Borboni 
di Napoli ; ma, per ciò che concerneva il veneficio, o 
doveva stare zitto, o onestamente, francamente rispon- 
dere ad un dipresso come segue : 

* Voi mentite, asserendo che il principio che infor- 
u mava la rivoluzione del 1 837 non era politico, per- 
" che anche voi militaste politicamente sotto un'altra 

■ bandiera, che certo non rappresentava la liberta, sib- 



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284 

u bene la luogotenenza borbonica. E noto a tutti che 

* anche voi foste uno degli attori del dramma, e come 
" gli altri, istigaste il popolo alla credenza del vene- 
u ficio. Se dunque fu una colpa suscitare quello spet- 
u tro, questa colpa fu vostra, fu del nostro partito, fu 
" quasi della intera Sicilia. Per quanto fallaci, puerili, 
u disonesti fossero i mezzi di cui ci servimmo , lo 
u scopo era purissimo, nò ci fu alcuno degli onesti libc- 

* rali e dei veri amici del Pancali che, soffocato il nio- 
■ vimento, ci vide piegare il ginocchio dinanzi al dispo- 
u tismo ; però la vera colpa ricadde su di voi che, da 

* uomo di legge nella Commissione militare, faceste 
" versare il sangue innocente di tanti miseri, ai quali 
" nei primi giorni della rivoluzione assicuraste pubbli- 

* camente che avevate in realtà scoperta la infame trama 

* dt l veneficio. „ 

Questa, per sommi capi, doveva essere la risposta 
del Chindemi, invece di occuparsi delle fole del veleno, 
e d'innalzare alle stelle un manifesto, che in verità non 
costituiva il miglior serto di gloria per la infelice Sira- 
cusa, tanto pei forsennati eccitamenti che esso ovun- 
que produsse, quanto per la sconcia forma, e per gli 
errori di cui e rivestito. Fra le altre cose si annunziava 
al pubblico un veleno che non esiste in natura, ne nel 
laboratorio chimico, cioè il nitrato di arsenico, senza 
riflettere e sapere che sin oggi la scienza non conosce 
alcun sale che nasca dalla combinazione di un acido 
con lo arsenico. 

Se il Mistretta ebbe il torto di provocare con un'atroce 
calunnia il nostro paese, il Chindemi fuorviò dalla giusta 
via della difesa, la quale da un canto avrebbe dovuto 
giustificare il fallo della terra natale, e dall'altro co- 
gliere quella fortunata congiuntura, per dissipare lo 
errore ed incivilire il popolo. Ma niente di tutto que- 
sto. Egli accenna al processo brillantissimo, all'acido 
arsenioso, al congresso medico, e non proferisce alcuna 
parola per deridere la falsa credenza ; non fa balenare 



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2& 

alcun raggio di luce, che valga a ricondurre la pub- 
blica opinione al seuso della moralità e della giusti- 
zia. Il signor Chindemi si era pur troppo pronunziato, 
nelle vicende del 1S37, in difesa del veneficio; quindi 
temeva che una solenne ritrattazione gli facesse del 
male, anzi gli piaceva toccare leggermente quella corda, 
perchè si ricordava della sorte di Socrate, il quale fu 
spento dai blanditori della plebe, per la sola colpa di 
volere dissipare i funesti errori con la face della ra- 
gione» Il Chindemi dunque, da un canto non proferiva 
spiattellatamente il suo giudizio sul colèra-veleno, e 
dall'altro carezzava con una locuzione sibillina i cre- 
denti del pubblico veuefizio, senza riflettere che met- 
tendo il dito in quella piaga doveva o presto o tardi 
ritrarlo grondante di sangue. 

Kè dicasi che il Chindemi scrivesse in quel modo per- 
chè lusingavasi che il colèra non ricomparisse una se- 
conda volta in Europa. Egli, come professore di storia 
ed uomo politico, non poteva ignorare che, giusto in 
quell'epoca in cui scriveva, il terribile flagello desolava 
Parigi, dove decimava l'Assemblea legislativa come 
aveva decimato la Costituente, e dove il maresciallo 
Bugeaud restava vittima del male (1). 

Noi non sappiamo quale ragione poteva spingere il 
Chindemi, nel 1848, a sostenere che nella casa del Vac- 
caro si era trovato lo arsenico, mentre egli conosceva 
in qual modo fosse andato quel negozio. 

Ci si dira dai suoi amici : il Chindemi scrisse in quel 
modo, per dare una mentita al Mistretta e per anni- 
chilirlo, non mai per alludere al pubblico veneficio. Ma 
il Mistretta in quell'epoca aveva d'altronde una pa- 
gina troppo lurida, e dal soglio era stato rovesciato 
nella polvere ; non ci era dunque virtù a camminare su 
di una falsa via, a spargere da lontano delle diffidenze 
per avere il trionfo di atterrare un cadavere. 

Intanto i fautori del sognato veneficio diedero al- 

(1) Fellkns, Storia di Luigi Napoleone, parto n, cap. 1. 



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m 

lora e danno oggi a quello scritto una interpretazione 
uniforme alle tesi che essi vogliono propugnare, e cer- 
tamente con dispiacere dello stesso Chiuderai ; ma que- 
sti sono costantemente i risultati, quando si vogliono 
accendere due lampade, una allo errore, e l'altra alla 
verità (1). 

(1) Lo stesso professore Chindemi, in una memoria di 16 pagine, 
data da lui alle stampe in Palermo il 9 giugno di quest'anno, met- 
teva in rilievo le egregie e costanti virtù patriottiche dell'estinto 
barone Pancali. Quel meritato tributo di compianto e di laudi l'au- 
tore volle dedicarlo a noi ed al chiarissimo dottore Campisi. 

Senza mancare al debito della rispettiva nostra attenzione verso 
il gentile pensiero di cui ha voluto farci degni, avremmo desiderato 
che, simultaneamente alla espressione della nostra gratitudine, 
si fosse offerta la opportunità a ricrederci o almeno a modificare 
quanto abbiamo toccato in questo capitolo dei chiaro-scuri e delle 
mistificazioni del distinto professore in riguardo al colèra-veleno. 
Nel recente suo scritto, accennando la parte politica rappresentata 
da Pancali nel periodo luttuoso del 1837, è trascinato, volere o non 
volere, a ricordarci la ingratissima idea del voluto veleno, ivi l'au- 
tore, come nell'opuscolo del 1848, non offre sventuratamente nes- 
suna dichiarazione aperta, nessun meritato rabbuilo all'atroce cre- 
denza, anzi lo si vede circondato dallo stesso velo e dalla stessa 
caligine. In guisa che, per convalidare viemmaggiormente il nostro 
asserto, se avessimo avuto a propria disposizione la penna del signor 
Chindemi , non avremmo potuto ottonerò di meglio a dar ragione 
delle nostre censure. 

Inoltre egli è pur troppo amaro il considera™ che lo stesso au- 
tore, se nel 1848 mancava all'ufficio di scrittore, oggi viene meno al 
dovere di umanità ; imperciocché allora i degradanti fatti prodotti 
dalle erronee congetture sul colèra del 1837, erano un passato facile 
a presagirne il totale dileguo, e poteva immaginarsi che quell'as- 
surdo null'altro apprestasse alla società che disgustevole ricordo, 
non mai spavento per l'avvenire. 

Ma ora che siamo appena usciti dalla terza successiva riprodu- 
zione, e di conseguenza di tre ripetuti rinfocolamonti di stoltissimo 
passioni, d'ire viperino e di eccidii nefandi consumati nella estrema 
Calabria e nella Sicilia, per il fatto della preoccupazione di veleno 
nella mente universale del popolo, non è ogli una detestabile spen- 
sieratezza dell'egregio professore vederlo esitare, a diro e non diro 
la verità, a scuoprire c nascondere alla sua volta la letale can- 
crena? Egli scrittore, ogli siracusano, egli attore nelle fasi politiche 
del 1837 (e poi, a dir vero, onorata ed illustre vittima delle perse- 
cuzioni tiranniche del Borbone), egli infine, dal 1840 a questa parte, 
spettatore oculare del radicato e sinistro concotto estesamente dif- 



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28T 

L'altro opuscolo del signor Luigi Failla mira allo 
stesso scopo del Chindemi, e nacque anche dalla pro- 
vocazione di taluni fogli, che allora si pubblicavano in 

fuso sul nostro popolo, e doi danni incommensurabili risultati dalla 
brutale credenza, invoce di atteggiarsi ad apostolo di onorifica luce, 
e denudare al popolo tradito, al popolo ingannato la congerie di er- 
rori e di falso insinuazioni, non lo scorgi piuttosto ammiserito tra- 
stullatore di parole incomplete e vane ? Chi è mai colui del nostro 
popolo che, a leggere gli scritti del professore, senza conoscerne le 
personali convinzioni sull'obbietto, possa seriamente dire : 11 Chin- 
demi ha con le sue parole anatemizzato ; il Chindemi ha colpito 
la base funesta dell'insano errore importato dalla Francia ed elevato 
nel 1837 a forme giuridiche nella infelice mia patria? Quando un 
lettoro di Siracusa, preoccupato del veneficio, vede nel pieno giugno 
1868 scivolare dalla penna di siracusano scrittore parole indecise, 
parole irresolute, alla foggia medesima del Sire della Senna, 
quando si lusinga di trastullarsi ora col Vaticano, ora con l'Italia, 
nulla potrà attingere di Rodo a farlo dubitare del suo concetto, 
nulla che lo scuota dall'accecamento dei fatti additati al mondo 
con amminicoli officiali, e con storielle che ne assodano la perniciosa 
opinione. All'incontro, se quelle frasi cadono sott'occhio di mali- 
gno lettore, non salta subito il controtaglio funesto dell'esecranda 
dottrina, logica nel solo senso di espediente a conturbare l'attuale 
ordine politico? Non gli sarebbe pronta la insinuazione sacrilega? 
c Chindemi non vibra contro il veleno, Chindemi si limita a sfo- 
gare la sua bile contro i Borboni, perchè fu da da essi processato 
e imprigionato qual detentore del giornale La Giovane Italia, e 
qual propugnatore di quelle idee. Oggi carezzato, oggi stimato dal 
Governo d'Italia, è guardingo nel prorompere contro il novello or- 
dine ; ma non ha il coraggio civile di combattere con franchezza il 
fondato concetto del veneficio, perchè non può combatterlo, perchè 
non vuole macchiare la propria coscienza, perchè si ricorda della 
verità dei fatti. » 

Nè si dica che il signor Chindemi sappia tenere misura di tempe- 
ranza, ossia di riguardoso e delicato, quando combatte per proprio 
istinto le altrui convinzioni, le quali si allontanano dallo sue. Egli 
in simili congiunture, con proverbiale facilità, s'impone non di- 
scute, e sa rovesciare addosso al mal capitato, benché gli fosso 
stato intimo sino alla vigilia, del fremente, del matto, del grullo, e 
di tutto quel che di peggio si può immaginare. Ciò, diciamo, è la sua 
via, il suo naturale, quantunque siamo indotti a rispettarlo sempre. 
Però, quando trattasi di colèra-veleno, ci sorprende non vedergli in 
mano la medesima stregua nell'atto che, sul proposito solamente, la 
esigeremmo necessaria ed opportuna, perchè sarebbe rivolta contro 
un errore esiziale alla umanità più della stessa tirannide, e d'al- 
tronde il profossore ne conosce in fondo tutto il danno o l'assurdità. 



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288 

Noto a danno di Siracusa. Però fautore è scusabile, si 
perchè professava di buona fede quella convinzione ; 
come perchè egli era straniero alle mene e agli intri- 
ghi dei liberali del 1837, d'altronde nei giorni fatali 
della voluta scoperta del veneficio era assente da Si- 
racusa. 

Quello scritto svolge primamente le preeminenze ed 
i diritti dell'antica e moderna Siracusa; quindi passa 
a parlare qua e là di colèra e di veleni, non in conti- 
nuazione, ma staccatamente ; cosicché noi saremo ob- 
bligati di riprodurre il seguente tratto (pagina 49) : 

" Ma in Siracusa era forte il dubbio che il colèra 
u non era opera di veleni? No, per fermo. Le parole di 

■ Augusto di Platen non erano state pel siracusano 
u seme sparso in sulla sabbia ; gl'imponenti consigli 

* che il marchese di Raddusa, di onorata ricordanza, 
u faceva al figlio suo Giuseppe, il quale stanziava da 
" consigliere d'intendenza in Siracusa, facevano a qual- 

- che siracusano aggrottar le ciglia e tender forte il 
14 nerbo dello intelletto. 

" Augusto, il chiarissimo Bavarese, viaggiando per 
" la Sicilia, giungeva nel 1836 a Siracusa trattovi 

- dalla memoria di antichi monumenti ; favellandosi 

- con esso lui di colèra, con laconismo sorprendente, 

- Augusto profferì queste parole : pur Vavrete in Sira- 

* cusa, ne dovrebbero passar due anni; e Platen era 

■ uomo che poteva sapere, e sapeva quel che si diceva. 
« Il marchese Raddusa scriveva a suo figlio verso il 

u ffhiimo del 183 ? : sviluppo del colèra costì, fuggi 

■ per le montagne, e fuggi da qualunque altro luogo 
44 dove il colèra si apprenda, e torna la dove il colèra 

■ cessi. „ 

Una risposta che lo scrittore aveva provocata da 
un suo amicissimo di massime moderate, in affari politici 
maestro, e al quale il Failla domandava: E fia vero che 
il colera era opera di veleni ? E se è vero, perchè tanto 
enorme misfatto? Ci spiace sciupare tanto spazio; ma 



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2S9 

è indispensabile che la risposta di questo grande lumi- 
nare si inserisca per intero (pagina 54): 

« Da , 28 febbraio 1840. 

" Credetelo. Con un motto io avrei detto tutto ; ma 
44 avete volato ricercarmi pur del perchè ed io diro v vi 
u quel che ne penso. 

" Gli ammazzamenti senza laccio, senza ferro, senza 
44 fuoco, insomma le morti derivanti da brutte perfidio 
44 dell'uomo, delle quali non si vede lo strumento che 

* li produce e la mano che lo muove, sono confermate 
44 da casi che avvengono tuttodì, sono confermate da 
44 tutte le storie. 

44 L'amore della vendetta, la debolezza disi erata, 
- T ambizione del potere vacillante per qualunque 
44 causa, volendo offendere o difendersi, da di piglio 
44 alla maniera strana di uccidere, quando altra ma- 

* niera è perigliosa o inefficace. 

* Lasciamo stare i casi di avvelenamenti particolari 
" troppo numerosi, troppo noti ; ma parliamo di casi 
■ più estesi. Leggete i libri più antichi e leggete Paolo 

* Sarpi, Storia dtl Concilio di Trento, e vedrete. 

* Alcune pestilenze sòrte in taluni luoghi di Europa 
44 entrano in questa classe di modi di uccidere. 

■ Da infame artifizio nascevano le pesti di Firenze 
u e di Milano, narrate da scrittori o senza critica o 
44 paurosamente. Ma l'arma del veleno-pestilenza s'im- 
44 pugnava da potere straniero contro potere straniero: 

* il veleno-pestilenza ruota a tondo la falce : l'arma del 
44 veleno-colèra ubbidisce con più ordine e con migliore 
44 misura. Se circostanze potenti volessero fare ammaz- 
44 zare gente della propria nazione, il veleno-colèra sa- 
44 rebbe modo propizio ed acconcio. 

■ Le generazioni si accavallano, i popoli aumen- 
44 tano, la terra non cresce. Supponete che nell'Europa 

* esistesse il decuplo degli uomini che l'abitano, cre- 
44 dete voi che la terra di Europa potrebbe rendere per 
44 sussistere tutti? E le arti, il commercio sono parole 

19 



290 

■ vane senza i prodotti della terra, tutto da lei deriva, 

■ ciò che è necessario, ciò che è utile, ciò che è di lusso. 
" Ora, voi che fate quando il vostro gregge è di 

* 2000, mentre il podere non offre pascolo che per 
" 1000? Togliete il superfluo. 

* I capi dei popoli trovansi in continui imbarazza- 
u menti; vogliono numerosi soggetti, perchè hanno 

■ udito dire che maggiore popolazione importa mag- 

* giore ricchezza, maggior forza degli Stati. E per 
" tanto per la moltiplicazione dei matrimoni, o sia per 
" l'aumento della popolazione, hanno fatto conservare 
" la sifilide, se pure non fu fatta introdurre infame- 

■ mente in Europa da essi, e se pure non fu lo effetto 

* fortuito di qualche veleno che si propinò per un og- 
u getto e ne riuscì un altro. La sifilide, ovvero le con- 

■ seguenze della vaga venere, sono potente stimolo 

* al matrimonio. E per la conservazione della specie 

* gridarono Osanna alla scoperta dello innesto vac- 
u cino , per la quale scoperta il magnanimo Gioia 
" scrisse : Se pur non sorga qualche altro malanno. E le 
" popolazioni aumentate urtano negl'intoppi di sopra 

* accennati, onde il bisogno di rimedi contrari. Ma mi 
" sembra che il colèra, che affliggeva l'Europa per di- 
u ciotto anni, fino a luglio 1837, muoveva da altra 
u causa, che può sussistere per se sola. I Re non vo- 

* gliono persuadersi che la umanità non è sempre la 
u stessa ; che i modi di reggerla debbono essere coe- 
b renti al suo stato; che il Re dei Re, lo Iddio onnipo- 

■ tente, immutabile, ha mutato le sue leggi, che parlò 

* Iddio a Mose nel Sinai, e Iddio diè le leggi pel suo 
" popolo; che questo medesimo Iddio conobbe che non 

■ era più il tempo di sacrifizi del montone, e del vi- 
" tello, e delle tortorelle, e dei pippioni, e della pana- 

■ tica, e della offerta dimenata, e della offerta elevata; 
u sicché gli fu luogo di far discendere dal cielo in terra 
" il suo unigenito diletto figliuolo per dare leggi più 

* proprie allo avanzato modo di essere dell'uman ge- 



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291 

u nere. Ma i Re vogliono valere più di Dio ; la tempra 
u di reggere debbe essere la stessa ad ogni patto, e i 
" popoli dicono di no, e i Re sostengono il sì, e fanno 
u lega e studiansi per conseguire questo si. 

" L'ammirato sempre, l'imprecato sempre, l'uomo 
u fatale, Napoleone Bonaparte scosse le menti dei Re. 

■ L'arte della guerra non era quella che divenne per 
" Napoleone ; finita una guerra le armate più non si 
« ridussero, si mantennero e si mantengono sempre 
" sul rapporto di guerra. Il mantenimento di tanti ar- 
u mati significa aumento di tante altre gravezze, e i 
u popoli, lungi di veder fatto più dolce il loro freno, 
" perchè allo aspro freno ripugna la loro progredita 
u civiltà, l'han veduto divenire più forte e più crudele. 
u E i popoli dicono di no, e i Re sostengono il sì ; ma 
" i popoli possono, quando il vogliono : le armate sono 
u parte di popoli, sono uomini, non sono tigri, e può 
u avvenire ed avverrà che la sciabola sarà ottusa ed 
« il cannone non colga alla meta. E le liti tra Re e po- 
u poli possono accenderne appo altro Re e suoi popoli, 

* e possouo accenderne tra Re e Re ; ma i Re pattui- 
u vano di non essere guerra tra loro. 

" Quale arma per rompere i pensieri di un popolo 
" immergendolo nella confusione, nel pianto? Il veleno- 
u peste? No, la peste non rispetta alcuno, e la peste 
" spopola una città, una provincia, un regno: scate- 
u nata, vince ogni possa che voglia fermarla. Bene in- 

■ dicata l'arma del veleno-colèra. Che se fosse questa 
e cosa suggerita dall'altro riflesso, cioè di diminuire le 

* genti per il difetto delle sussistenze, non voglio cre- 

* dere che non era cervello politico, che non sapeva 

■ pensare di trovar modo dicevole di raffrenare i ma- 
" trimoni, e non sacrificare uomini, la cui esistenza 
" vale il prezzo di un benefico agricoltore, di un utile 
" artigiano, di un grand'uomo di lettere ; in generale, 

* che vale l'immenso prezzo di un padre di numerosa 
" famiglia. 



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292 

* Ma questo non romperebbe i pensieri di un po- 
u polo, immergendolo nella confusione e nel pianto. Si 
u ammazzino uomini alla rinfusa: che importa? Ne na- 

■ sceranno, ne cresceranno. Iddio, l'onnipotente, Km- 
u mutabile Iddio moderò le sue leggi : i Re vogliono 
u regnare, e vogliono regnare con le stesse leggi ; e se 

• i popoli nutriscono pensieri onesti ed esternano di- 
u screti desiderii, le leggi siano più aspre e più crudeli. 

B Credeva di esser breve, ma senza avvedermene ho 
u aggiunto al primo foglio un altro foglio alla lettera; 

■ mi richiedeste, ed ho detto franco la mia opinione, 
" voi pensate come vi aggrada. 

* Custodite in ogni caso il mio nome, Sono tutto 
vostro. , 

Nella pagina SI esclama : 

" Udiste? Ah! Siracusa, Siracusa! guastasti tu 

" l'opera del rimedio estremo I posteri conosce- 

u ranno, per cento penne dotte e sincere, i prodigiosi 
" accidenti da cui, per sovrumano contrasto, come dal- 

• l'acciaro e dalla selce la scintilla, brillò il pensiero 
" e la verità che il morbo-colèra era opera di veleni. 
" Noi diciamo che Siracusa avanzò il grand' atto intro- 
" duttivo del giudizio della causa dei popoli, e la causa 

* fu decisa e vinta. 

" Ah! Siracusa, Siracusa! Strappasti tu dalla mano 
" dei tiranni la invincibile arma nefanda, struggitrice 
fc dell'umanità, e la ponesti al cospetto del mondo vi- 

■ lipesa e tutta infranta. Ditelo voi, popoli infelici, che 
" rimirate le piaghe non ancor rimarginate di più lu- 

* stri di affanni e di pene; ditelo voi: dov'è ito il colèra 
fc dopo le divine gesta di Siracusa di luglio dell'ora 

■ scorso anno 1837 ? 

44 Abbassate la fronte, vergognatevi, tiranni: un 
u pugno di uomini nati là nel mistico scoglio, ove Po- 
" racolo additava, son già migliaia di secoli, ad Archia 
" di Corinto per luogo felice e bello a fondare bella e 
" felice città; questi uomini vi han vinto e confuso, ra- 



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293 

* pacissimi lupi, cui nulla avanza, se vien meno la 

* /orza e l'inganno...» 

E finalmente in un brano di lettera inserita nello 
stesso opuscolo, che lo scrittore dirige al signor Raeli, 
oggi consigliere di Stato, la quale incomincia con lo 
specioso indirizzo * Matteo, e, se lo accetti, caro Matteo , 
così si esprime : 

• In quanto al colèra non c'è pur da fare smorfie. 
u Dammi un popolo di Aristoteli e di Platoni. 

■ Digli: Vico, commissario di polizia, ha fatto av- 
u vertito il suo parente Nunzio Munna di non pren- 
u dere tabacco da scatole indistintamente. L'ispettore 
u Greci ha detto : nè Santa Lucia, nè Cristo ci può sal- 
8 vare, siamo tutti morti. Il sacerdote D... L. .. 
a B. . . ha pressato i suoi parenti a fuggire in cam- 

■ pagna, e dieci minuti prima si era con lui confessato 

■ Li Greci. Il provetto uomo, onorato e religioso Resd, 
" di nazione tedesco, ufficiale ritirato, dimorante da 
" molti anni in Siracusa, ha confidato : Il Cosmorama, 
u disse in tedesco al suo garzone : dagli tabacco. Che 

* ne fa il Re di questo vecchiaccio militare? e il Co- 

■ smorama sbalordì all'udire rispondere: non voglio ta- 
" bacco Che direbbe il popolo di Aristoteli e di Pla- 

* toni? E questi argomenti sono pagliuzze a ragguaglio 

■ di altre mille sode ragioni ; sono meri argomenti a 

* priori. 

■ Ora fra un popolo agitantesi sopra i fomiti dei ri- 
u voluzionari da una parte, e dall'altra parte sopra i fo- 

■ miti derivanti dai primi agenti di polizia, da venera- 
u bili confessori, da uomini intemerati, che svelano la 
- natura dei colèra, chi poteva fidarsi in tanto tram- 
" busto di non venir colti innocenti fra i rei. „ 

( Siracusa difesa per L. Failla, pag. SS). 

Il lettore comprenderà bene che questi scritti, ai 
quali io non so dare un aggettivo convenevole, dal 1848 
a questa parte fruttarono qualche cosa. 

Quelli che scrivevano queste fiabe erano due uomini 



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294 

tenuti dal pubblico in qualche considerazione, per la 
loro età non affatto giovanile, per la loro moderazione, 
per la loro condizione. Il primo era professore di let- 
tere, consigliere d'intendenza l'altro, o come oggi si 
direbbe, di prefettura. Quando uno osava rompere una 
lancia contro qualche sostenitore del colèra- veleno, e cer- 
cava di smentire la fatale illusione, di botto si rispon- 
deva: u Ci è l'opera del Chindemi, ci è l'opera del Fa- 
illa dove si parla del brillante processo, del manifesto, 
di tutto. Si può diffidare di costoro ? „ senza che mai 
un solo avesse avuto il coraggio civile di affrontare la 
pubblica opinione, e scrivere apostolicamente la verità. 

Noi risponderemo al Failla complessivamente, inco- 
minciando dal primo tratto. Il lettore avrà la genti- 
lezza di riandare le idee di costui. 

Augusto Platen diceva: il colèra lo avrete in Sicilia f 
nè dovrebbero passare due ann i. Qual è l'arcano di queste 
parole? Anche noi dicevamo due anni sono, quando il 
colèra era in Napoli : se il colèra non si spegne intiera- 
mente da Napoli, l'anno venturo l'avremo in Sicilia. 
Perchè il sapientissimo Platen conosceva il cammino 
che avea fatto il colèra in Europa sino dal 1817, e 
presagiva l'estensione del morbo, che si avanzava come 
un esercito in marcia, di città in città, di contrada in 
contrada, doveano le sue parole sinistramente inter- 
pretarsi ? 

Il marchese Raddusa scriveva a suo figlio : allo svi- 
luppo del colèra, fuggi per le montagne da qualunque 
altro luogo dove il colèra si apprenda, e torna là dove il 
colèra cessi. Naturalmente il famoso consigliere Rad- 
dusa leggeva al collega quella lettera in tuono riser- 
bato e mistico, e al Failla bastava questo mistero per 
impressionarlo. Ora, che male c'è che un padre scri- 
vendo al figlio, dica : Fuggi, se viene il colèra, per le 
campagne, per ovunque ì 

Veniamo ora alla sapientissima lettera del chiaro 
ingegno, del moderato, del politicone : 



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295 

Gli ammassamenti, ecc. 

Grazie a queste peregrine notizie ! 

Gli avvelenamenti particolari successero sino dai 
primi tempi : ci sono e ci saranno sempre ; anzi è noto 
che taluni tristi colgono la congiuntura del colèra, per 
commettere impunemente questi misfatti. 

Da infami artifizi nascevano le pesti di Firenze e di 
Milano. 

Qui non ci è che dire : o mala fede, o ignoranza. Se 
si camminasse sopra questo terreno, non ci reste- 
rebbe altro che chiudere il libro, e troncare la discus- 
sione. Con uomini di questa latta non c'è freddezza che 
resista. Ai 1818, parlare ancora di untori e di monattil 

Le generazioni si accavallano, i popoli aumentano, la 
terra non cresce. 

Parole ispirate dalle teorie del Malthus, combattute 
dai dotti economisti; ma almeno Malthus attribuiva i 
mali della peste, di qualunque altro flagello, non al- 
l'opera dei governanti, sibbene a quella della natura 
che tende allo equilibrio dei mezzi di sussistenza ; il 
dottissimo scrittore della lettera però ha invertito le 
cause, e a seguirlo per filo e per segno, ti stanca. Pa- 
role altisonanti; nessim concetto utile e giudizioso, 
tranne della verità che i Re amano di essere inamovi- 
bili nel reggimento dei popoli. Tutto il resto, bolle di 
sapone, e inconcludenze a piene mani. 

La terra non si presta... 

Il sapientissimo ignora che restano tuttavia nel 
mondo estesissime contrade deserte ? Ignora che, a 
misura che diminuiscono in un angolo di terra i mezzi 
di vivere, cresce l'emigrazione per un altro angolo? 
Ignora che, sebbene la Russia sia spopolatissima in 
rapporto alla sua immensa estensione, ha sofferto le 
tante volte il colèra ? Certo egli non ci potrà sostenere 
che la popolazione della Sicilia e del Napoletano sia 
proporzionata alla sua superficie. Nelle provincie me- 
ridionali, ogni miglio quadrato contiene 293 abitanti, e 



nell'ex-reguo Lombardo- Veneto, 3G4. Se il salasso dei 
popoli, secondo le sue idee, era opportuno per la Lom- 
bardia, non lo era per l'ex-reame di Napoli, e molto 
meno per la Russia, la cui popolazione relativa non è 
più di 40 persone per ogni miglio quadrato; cosicché 
60 milioni di abitanti sono sparsi su di una superfìcie 
di un milione e mezzo di miglia quadrate. E questo non 
è tutto. 

L'impero ottomano, come notammo, fu sempre quasi 
in permanenza travagliato dal colèra; eppure la popo- 
lazione di questo vasto territorio, condannata all'igno- 
ranza e al fanatismo religioso, non comprende più di 
63 abitanti per ogni miglio quadrato in Europa, e di 
32 per ogni miglio quadrato in Asia. Ora, quale inte- 
resse può avere l'imperatore della Sublime Porta di 
decimare i popoli ? 

La terra non cresce... 

Ma ha fatto egli mai il calcolo che ogni miglio qua- 
drato di Europa appena racchiude 93 abitanti? Sa egli 
che la sola superficie russa e ottomana europea, in rap- 
porto al numero delle anime di Italia, dovrebbe conte- 
nere più di 400,000,000, invece di contenerne 67 mi- 
lioni? Sa egli finalmente che, se tutte le popolazioni della 
terra stessero nella proporzione d'Italia, in rapporto alle 
miglia quadrate, dovrebbero, le cinque parti del mondo, 
contenere più di 9 bilioni e mezzo di abitanti, invece 
di contenerne 775,000,000? 

La storiella della sifilide, annunziata fuori di pro- 
posito, rovescia lo assunto del chiarissimo anonimo. 

Se questo morbo fu innestato, come dicono anche 
taluni altri, non meno stoltamente, dalla Corte di Roma 
per trascinare l'uomo al matrimonio, i matrimoni non 
hanno fatto altro, come ognuno sa, che accrescere le 
popolazioni. 

Si vede bene che lo anonimo ignora in gran parte 
l'origine delle malattie epidemiche e contagiose. Se 
egli avesse saputo che la lue venerea fu trasportata 



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207 

nel secolo XIV in Ispagna dai compagni di Colombo , 
forse non avrebbe sospettato che essa fu infamemente 
introdotta dai Governi, i quali certo in quell'epoca sco- 
noscevano la esistenza della quarta parte del mondo. 

Accenna allo innesto del vaccino, pel quale tutti i 
Governi civili furono gelosissimi e solerti, e non po- 
tendo distrurre Futile risultato umanitario, e lo evi- 
dentissimo scopo di aumentare la popolazione, se ne 
esce con le velenose parole : Se pur non sorga da esso 
qualche altro malanno, profferite dal celebre filosofo 
Melchiorre Gioia, il quale certo non allude al concetto 
del pubblico veneficio, sibbene al timore che, infre- 
nata una malattia, la natura potesse reagire sull'arte, 
quasi fosse indispensabile mantenere nell'ordine cos- 
mico il principio della compensazione. Il concetto del 
Gioia non è nuovo tra le investigazioni di tanti sommi 
che lo precedettero ; ma corre una grande distanza tra 
questa ipotesi, e quella dello anonimo. 

Il veleno-peste? No. La peste non rispdla alcuno, spo- 
pola una città. Bene indicata Varma del colera-veleno, ecc. 

Non so se in questa parte l'illustre anonimo sia più 
mentecatto o più tristo. Mentre che poco prima ha 
sostenuto la necessità di spopolare i regni; poi sostiene 
che ai Governi, se avessero voluto raggiungere questo 
scopo, non sarebbe mancato cervello politico per con- 
seguirlo, e bastava loro frenare i matrimoni. Biso- 
gnava dunque, secondo la mente di questo grande 
scienziato, non più spopolare i regni, ma mozzare i 
capi dei soli nemici del Governo, dei malcontenti, dei 
perturbatori. Misera umanità ! ! ! 

Non dico l'uomo civile, ma il più ignorante del po- 
polo che indistintamente ha visto arrotare la falce del 
colèra e cadere vittima di questo terribile male, la 
gente innocua più misera, non può non ridere alle 
spalle dello egregio autore di quella lettera. Ma come 
potrebbe un Governo attuare questo iniquo e mo- 
struoso attentato? Certo per mezzo delle persone sti- 



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298 

pendiate : ora, ci è mente savia la quale possa credere 
possibile che, dopo mezzo secolo, non si siano scoperti 
questi mandatari ? E credibile supporre che la malva- 
gità umana giunga al punto, ed ovunque, di accettare 
un mandato di uccidere gli uomini, coi quali non si 
ha alcun risentimento ? Queste massime immorali ed 
inique non valgono ad altro, che a corrompere la co- 
scienza dei popoli e a degradare la dignità umana ! 

Ecco dunque quali erano tutte le sapientissime ra- 
gioni per le quali veniva provato il pubblico veneficio, 
secondo i principii dell'anonimo, del moderato, del ma- 
estro in affari politici!! 

Torniamo ora al signor Failla. 

Udiste?^ 

Non chiosiamo questo tratto, perchè non ci rappre- 
senta altro che uno sfogo generoso di una esaltata 
fantasia poetica di un giovanetto a 20 anni, caldo di 
amor di patria e grandemente invaso da una falsa idea. 

Finalmente il signor Failla, nel passo della lettera 
al Raeli, si studia di scusare il popolo per lo eccidio del 
Campisi, cugino al caro Matteo, ed ha la debolezza di 
lusingarsi che le sue futili ragioni possano convin- 
cere quest'ultimo della esistenza del colèra-veleno. Ma 
alla fin dei conti, quali sono queste grandi verità, per 
le quali egli mena tanto scalpore e sfida la sapienza 
degli Aristoteli e dei Platoni? 

Vico disse a Munna suo parente: Non prendete ta- 
bacco nelle scatole altrui. Prima di tutto è d'uopo vedere 
se ciò sia vero. Ma anche ammesso questo fatto, chi ci 
garantisce che Vico, d'altronde ignorantissimo, non 
credesse, come il Li Greci suo cognato, alla setta degli 
avvelenatori? In quei tempi procellosi, per un funzio- 
nario di polizia, o per un congiunto di costui, ci era 
sicurezza che bastasse ? Li Greci si confessò con un sa- 
cerdote, e questi poco dopo avvertiva un suo parente a 
fttggire per la campagna. Santi numi ! Li Greci chiedeva 
innanzi tempo l'assoluzione di uno spaventevole de- 



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m 

litto, e a questo depositario di un gran segreto così ge- 
loso, non consigliava altro contravveleno che di fug- 
gire il paese ! Delle due l'una: 0 il Li Greci aveva fede 
al confessore, o no. Nel primo caso, avrebbe dovuto 
confidargli il suo cuore, cioè il contravveleno ; nel se- 
condo non sarebbe andato sull'altare della penitenza. 
Noi crediamo che quando l'algebra degli uomini non è 
la menzogna; così si pensa, così si parla, così si scrive. 

Il tabacco offerto dal Cosmorama al capitano Reseli di 
nazione tedesca. 

Perchè il lettore si convinca in qual modo si alteri 
spesso il senso di una espressione ci giova premettere 
talune indispensabili conoscenze. 

Era innanzi tempo girata nel paese la voce che il 
veleno amministravasi per mezzo del tabacco da naso, 
per lo che nessuno allora osava presentare a chic- 
chessia la sua tabacchiera, fosse stato anche l'intimo 
suo amico. 

Resch era un vecchio ufficiale della marina austriaca 
tra i 60 e 70 anni, probo, onesto, di corporatura gi- 
gantesca. 

Anch'egli credeva all'esistenza di una setta avvele- 
natrice. 

In quei tempi non si conoscevano ancora i fenomeni 
della luce per mezzo del Cosmorama; quindi questa 
nuova invenzione attirava gli sguardi di tutte le per- 
sone civili. 

Fra gli altri, Resch una sera, verso le ultime esposi- 
zioni, volle vedere il nuovo trovato. 

Si pagava, come al solito, il biglietto di entrata, ed 
era concesso allo spettatore di starvi quanto gli pia- 
cesse; e siccome in questi spettacoli ci sono sempre 
quelle persone noiose, moleste, incontentabili che vor- 
rebbero compensarsi col maggior tempo la spesa del 
biglietto ; così quando lo Schwentzer era stanco di ve- 
dere fisso come chiodo uno di quei tali su di un cri- 
stallo, mentre gli altri avventori aspettavano con im- 



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300 

pazienza accanto a lui per fruire del loro diritto, 
allora con modi gentili ed indiretti procurava di di- 
strarlo, quindi diceva ad uno : " Signore, che le ne pare 
di questa scena? „ Quegli si alzava e il vicino occupava 
il suo posto. Ad un altro gli faceva offrire del tabacco. 

Ad un terzo gli spiegava la storia di quella veduta, 
e così via via. In fine il proprietario del cosmorama 
ed il suo garzone si studiavano, quanto più era possi- 
bile, di contentare tutti gli avventori. 

Ora, Resch apparteneva alla classe degl'inamovibili. 
Lo Schwentzer notava la incontentabilità di quell'uomo 
e incominciava a noiarsi, finalmente disse al suo gar- 
zone in lingua tedesca : u spacciati di questo vecchio 
militare; dagli del tabacco. „ Il Resch intese il mandato 
e, sospettando che volessero avvelenarlo, rifiutò il ta- 
bacco, e fuggì. 

Dopo gli avvenimenti sanguinosi del 1837, Resch 
riferiva queste precise parole nella cancelleria vesco- 
vile a talune persone che meritano tutta la fede possi- 
bile per la loro probità e per il loro carattere. Ognuno 
le interpretò come le aveva interpretate il Resch, - 
cioè che lo Schwentzer voleva avvelenarlo. Però vi fu 
un giovane che, istruito del modo con cui agiva lo 
Schwentzer, rise su quel sospetto, e disse ch'egli men- 
tre osservava il cosmorama, aveva visto le tante sere 
rimuovere dallo Schwentzer le persone dagli specchietti 
ora sotto un pretesto, ora sotto un altro, ed ora of- 
frendo loro del tabacco da naso. 

Quella osservazione non fu accettata, perchè si do- 
veva credere ad ogni costo allo avvelenamento, e per 
meglio accreditarlo bisognava aggiungere qualche altra 
parolina, qualche altra pennellata, in modo che il senso 
risultasse chiaro e preciso, cosicché la proposizione : 
u spàcciati di questo vecchio militare; dàgli del tabacco, „ 
fu mutata: " dàgli tabacco: che ne fa il re di questo 
vecchio militare? n 

Finche queste poetiche tinte, figlie della ferace im- 



301 

magiuazioue dei popoli del mezzogiorno, si spaccias- 
sero e si credessero allora, che l'apprensione faceva 
velo al giudizio, non ci farebbe meraviglia; ma ci san- 
guina il cuore vederle consacrate in una cronaca e tra- 
mandate alla posterità. Però ci conforta la speranza 
che dopo questi schiarimenti, non ci sia alcuno che vo- 
glia ancora sostenere quelle stoltezze, o meglio queste 
spiritose invenzioni volgari, che urtano con la verità e 
con la logica. 

Ci duole forte di avere giudicato forse con troppa 
severità lo scritto del Failla, nostro intimo' amico; 
ma quando uno scrittore si propone una stregua im- 
parziale ed uniforme per tutti, fosse anche suo pa- 
dre, è forza che soffochi qualunque sentimento, ove non 
voglia anch' egli essere giudicato di avere due pesi e 
due misure. E per tanto facciamo questa sincera pro- 
testa, perchè siamo convinti della buona fede dello 
scrittore. 

L'onorevole Calvi credè di narrare, nelle sue Memo- 
rie storiche critiche della rivoluzione siciliana del 1848, 
la storia degli avvenimenti di Siracusa del 1837; ma 
cadde in mille errori di fatto, in guisa che, a noi con- 
temporanei e Siracusani, pare a prima giunta ci voglia 
narrare una storiella avvenuta in un altro paese d'ol- 
tre monte e d'oltre mare. 

Mettendo da canto le date, i nomi, i fatti , ci sor- 
prende come quel distintissimo giureconsulto abbia po- 
tuto dettare il seguente periodo: 

" Era quindi comune desiderio che, come sanguinosa 

* pena, così, il reato gravissimo il mondo sapesse, ed 

* il siracusano popolo, di quanto operato aveva al 

* mondo, rendesse una buona e convincente ragione. 
" Una severa giudiciale investigazione fu quindi il voto 
u comune; laonde ne fu l'ufficio commesso ad un Fran- 
■ cesco Mistretta, regio giudice in quella città. Affi- 
" dava il magistrato a dei professori di chimica l'ana- 
u lisi delle sostanze rinvenute nelle case dei sospetti, 



302 

" scrupolosamente conservate (1), come già narrammo. 

* Aprironsi i forzieretti rinvergati in casa ad un Vac- 

* caro, che d'intendente della valle esercitato avea le 
" veci, e zeppi trovaronsi, con universale stupore, di 
u arsenico bianco. Si venne in seguito all'analisi di 

* quanto si conteneva in una guastada repertata in 

■ casa ad un Schwentzer, tedesco (2), ed il chimico Mi- 

* chele Muccio (3), che, intintavi la punta di un dito, 
" ebbe stoltamente a toccare la lingua, ne andò morto 
« sì di repente (4), quanto non percosso da fulminante 
" apoplessia. Di tutto questo in vista, chi da orrore era 
" preso, chi agghiadato da spavento, chi da rabbia ac- 
u ceso, e da frenesia di altre e più esemplari vendette. 

■ Un Mario Adorno, uomo di curia, cuor libero e puro, 
a e solo, o pressoché solo nella corrotta sua casta, im- 

■ pugnava la penna, e quel famoso bando dettava (5), 

■ che ben presto circolando per tutta l'isola accresceva 

* a più doppi l'universale abominazione pel nefando 
" Governo. „ 

Dopo di aver narrati gli avvenimenti di Messina e di 
Catania, soggiunge con un linguaggio misterioso e in- 
degno di quel grande intelletto : 

* I mostruosi sintomi del morbo, la credulità dello 

■ indotto volgo, l'opinione di non affatto insipienti, la 

* persuasione di qualche uomo distinto, per altezza di 

* mente (6) e di sapere, avevano ingenerato, quasi u- 

* niversalmente la credenza, che il colèra, in Sicilia, 
" non da telluriche emanazioni, non da ignote ed in- 
" consuete condizioni atmosferiche, sibbene per umana 
" malizia, e per sottile veleno, sparso in modo non del 

(1) Cioè nel tesoro di santa Lucia al Duomo. 

(2) Tedesco e non francese ? 

(3) Doveva diro Francesco Lo Curzio. 

(4) Moriva è vero di colèra, ma lo contrasse in altro giorno che 
non fu quello dello esperimento, nè fu subitaneo come dice l'autore. 

(5) Che riproduce per nota. 

(6) Per nota ne nomina due: Michele Foderò, uomo di fama euro- 
pea, ed il primo medico di Catania, il professore Di Giacomo. 



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i m 

* tutto arcano nelle colonne dell'aria respirabile, gli 

* umani corpi inquinasse, ed in proporzione della quan- 

* tita ispirata, o di lieve, o di più grave, o di letale af- 

* fezione travagliaseli. Fatti narravansi a mille, e del 

* tutto creati da egra fantasia, o da essa alquanto tra- 
■ volti per alimenti non veri, o veri affatto ; ma non 
8 logicamente suasivi i critici intelletti, o veri pure, e 

* di per sè capaci di produrre i più gravi sospetti negli 

* animi i più schivi a sospicarsi malizie e veleni. Ma di 
" ciò l'ardua sentenza ad altri tempi e ad altre menti. „ 

Ci par troppo giusto innanzi tutto prevenire coloro 
i quali ignorano la biografia dell'illustre scrittore : 
che egli, per le vicende del 1848, nelle quali ebbe 
tanta parte e come ministro, e come deputato, era stato 
compreso tra i 43, cioè fuori legge di amnistia dal Go- 
verno dei Borboni, e si era recato in Malta, dove scrisse 
quelle Memorie Storiche con l'animo esasperato, e col 
pensiero deciso d'istillare nella mente dei Siciliani un 
odio profondo contro la dinastia, e contro la gran 
parte dei moderati, che non seppero condurre a buon 
fine quella rivoluzione. 

Noi non crediamo convenevole di chiosare il primo 
tratto da noi qui riprodotto. Contiamo sulla buona 
fede del lettore. Certo l'onorevole Calvi ha dovuto es- 
sere ingannato da qualche suo corrispondente. Solo ci 
giova osservare che, prima di pubblicare quella er- 
ronea narrazione, dov'egli con tanta asseveranza riba- 
disce la credulità dell'indotto volgo, avrebbe dovuto, da 
intemerata ed onesta coscienza, attingere quei fatti che 
egli con la sua estesa mente dovea considerare di gra- 
vissimo momento. 

Nelle prime pagine delle sue Memorie, ricorda il 
detto di Siéyès : Volete essere liberty e non sapete esser 
giusti. Il Calvi sospirava la libertà, ma era ben lontano 
dalla giustizia. Pretendere d'inaugurare una nuova 
forma di Governo con la menzogna, è stoltezza, è follia. 
Pope diceva che Vingegno ed il giudizio sono sempre in 



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304 

lite tra loro come il marito e la moglie, benché fatti per 
tenersi compagnia ed aiutarsi l'un V altro. 

Dal secondo tratto complessivamente risulta chia- 
rissimo che egli non credeva affatto l'idea del colèra- 
veleno, anzi la riprovava come volgare, risibile, illo- 
gica. Se era dunque questa la sua convinzione, per- 
chè avvolgerla in una rete di mistiche parole? Perchè 
accennare l'opinione dei due uomini distintissimi, senza 
combattere il loro errore ? Perchè finalmente conchiu- 
dere, a mo' delle sibille, V ardua sentenza ad altri tempi, 
e ad altra mente? 

La sua coscienza lottava tra la verità e l'interesse d'a- 
limentare nel popolo l'odio contro i Borboni. Nella parte 
storica credeva di non dover assumere alcuna respon- 
sabilità, e francamente riversava l'amaro veleno, forse 
con la coscienza di ingannare ; quando poi fu costretto 
dall'andamento logico ad annunziare la sua opinione, 
smozzicò le parole in modo che, invece di disingannare 
il lettore, lo sbalestrò in un laberinto d'incertezze. 

Si comprende bene che quelle memorie, attese con 
tant' ansia e con tanta avidità, hanno dovuto lasciare 
nell'animo del lettore delle profonde traccie, per ciò che 
riguarda la storia del 1837. E qui l'autore raggiungeva 
completamente il suo scopo, perchè, fuori dei Sira- 
cusani, quasi nessuno conosce i veri fatti, nè si era 
pubblicata una cronaca che alzasse un lembo di quel 
turpe velo; sebbene i prudenti lettori avrebbero dovuto 
innanzi tempo sospettare del Calvi dalle sperticate 
lodi che egli impartiva al manifesto di Adorno. Nes- 
suno meglio del Calvi poteva annasarne la menzogna. 
Egli sapeva che in Palermo, sua patria adottiva, pub- 
blicava^ il Giornale della Statistica, per cura di probi 
ed intelligenti cittadini. Ebbene, quando leggeva nel 
manifesto : Abbiamo avuto però la compiacenza di os- 
servare che, per causa di essersi opportunamente disco- 
verto il tradimento, le vittime fra i nostri concittadini sono 
state in numero sparutissimo ; avrebbe potuto richia- 



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805 

mare dalla Sicilia il quinto volume della statistica del 
1840, dove sono numerati i morti di colèra di ogni 
comune, e allora si sarebbe convinto dell'errore. 

Complessivamente tutti i morti di Sicilia, in rap- 
porto alla popolazione, furono rappresentati da 3,5 
per cento. Nel solo distretto di Palermo, ne morirono 
8,4 per cento, e nel distretto di Siracusa il 2,9 per cento. 

Disgraziatamente pochissimi paesi di Sicilia soffri- 
rono la perdita al di là del 10 per cento, come sarebbero: 



Palermo 13,5 per cento. 

Carini 11,9 n 

Ficarazzi 12,2 „ 

Corlione 13,5 , 

Cerda 11,1 „ 

Sambuca 13,3 „ 

Rosolini 12,3 „ 

Favignana 11,3 , 

Citta 12,5 



Tutte le altre comuni, come ha visto il lettore nel 
capitolo precedente, appena raggiunsero il 3, o il 4 per 
cento. Siracusa, in una popolazione di 18,462 anime, 
soffri la perdita di 1869 individui, cioè: uomini 887, 
donne 982 ; vai quanto dire il 10 per cento, perdita e- 
norme, che rare volte successe in tutte le invasioni co- 
leriche d'Europa. 

Al 21 luglio, quando si pubblicò il manifesto, il co- 
lèra non avea ancora segnato tutte quelle vittime che 
segnò dopo ; e l'Adorno, fiducioso della famosa sco- 
perta dei veleni, calcolava sui decessi fino a quel giorno. 
Tanto potente e cieca era la di lui convinzione ! ! 

Lo abbiamo detto le tante volte, e lo ripeteremo 
sempre : quando nei giudizi non ci governa la giustizia, 
ma la passione, si cade spesso negli errori ; e Calvi fu 
uno di quegli uomini che, per secondare gl'impulsi del 
suo amor proprio, e per rendersi caro ad un partito 
politico, spesso incespicò in grandi esorbitanze. 

20 



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CAPITOLO Vili. 



La guerra della Crimea. 



Il colèra del 1837 in Sicilia lasciava nell'animo di 
tutti dolorose rimembranze. La idea di veneficio era 
scolpita quasi generalmente nella coscienza di ogni si- 
ciliano, e nello stesso continente si ripetevano i fatti di 
Siracusa, sulla clamorosa scoperta, come una verità 
storica , quantunque le persone assennate respinges- 
sero gli esaltati e grotteschi racconti. I diari esteri fa- 
cevano cenno degli avvenimenti di Siracusa e di Cata- 
nia, deridendo la illusione del popolo; ma quei fogli 
non penetravano allora in Sicilia, dove per altro il 
Governo, spiando financo i pensieri dei cittadini, sor- 
vegliava e qualche volta puniva quei tali che rianda- 
vano i lagrimevoli fatti del sognato veneficio. 

Questa repressione, invece di produrre del bene, in- 
sospettiva gl'illusi, e sempre meglio li spingeva alla 
credenza del colèra-veleno. I popoli non si disingan- 
nano dagli errori, nè con le baionette, nè coi cannoni, 
ma sibbene con la istruzione e con la libertà della 
stampa; ma questi efficaci strumenti della moderna 
civiltà non potevano appartenere al sistema politico 
dei Borboni ; i quali, tremanti ognora dell'obbietto po- 
litico che cuoprivasi sotto la esosa ombra del colèra- 
veleno, facevano guerra implacabile a chiunque dei 
pubblicisti del tempo avesse tentato di rimuovere 



307 

la funesta dottrina dalle teste bollenti del popolo meri- 
dionale d'Italia. Così quella incorreggibile Casa accu- 
mulava sopra di sè, in faccia alla coscienza dei contem- 
poranei e dei posteri, quest'altro enorme delitto, di 
avere cospirato nel pieno meriggio del secolo xix con- 
tro la intera umanità, seminando la diffidenza contro 
i capi dello Stato di qualunque forma si fossero, cor- 
rompendo la ragione e stoltizzando nella pretesa di 
additare, come voce del destino, i dettami del Canosa : 
Patiboli e boia. Ed in vero, ove mai il Gabinetto di Na- 
poli avesse voluto cansare lo scoglio degli scrittori in- 
dipendenti nello svolgimento del lato politico del 1837, 
non potevano al certo mancargli i suoi La Guéronnière 
per mettere al nudo lo errore sul preteso veneficio, e 
per ismascherare la malaugurata e insana procedura; 
ma quella monarchia, lo ripetiamo, non osava, per- 
chè appunto dallo errore, dalla superstizione e dal de- 
litto le venivano regolati i giorni della sua esistenza. 

Sotto questo aspetto il lettore potrà ben di leggieri 
comprendere la causa che condusse per lunghi anni a 
tenere occulte, ma sempre vive, sempre indomite le 
fatali illusioni sul colèra, le quali maggior grado di 
consistenza acquistavano nella mente del popolo, per- 
chè dopo quell'anno di repente spariva la epidemia 
non solo dell'Italia, ma della intera Europa. Il caso 
della felice sosta dell'orribile male, con cui natura suole 
di tratto in tratto flagellarci, veniva, con entusiastica 
sfacciataggine di taluni del elencato, attribuita a por- 
tentoso miracolo del santo, del patrono, del martire, 
dell'eroina di questa o di quell'altra città, di questa o 
di quell'altra borgata, secondo che reclamava la vena- 
lità d'inconsiderato interesse. Nè la garrula insipienza 
della universalità si peritava d'invocare, con audace, ol- 
traggiale ed irritabile improntitudine, la paternità di 
quella scoperta alla progenie non degenere del sommo 
Archimede. Miseri noi!! Quanto incommensurabile è 
mai lo abisso che ci separa dalla virtù antica, e dalla 



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308 

sapienza dei nostri avi ! ! ! Se a quel divino intelletto 
nella sua sublime iperbole bastava, tre secoli prima 
dell'era moderna, un solo punto per iscuotere cielo e 
terra; quante leve, quanti punti nel secolo xix do- 
vrebbe invocare, per iscuotere un solo strato della no- 
stra loquace ignoranza? Un travolgimento di idee guida 
all'idiotismo, o alla furente pazzia. Quando nel 1847 
si attingeva dai giornali che il colèra ritornava ad in- 
festare le contrade di Europa, gl'illusi incominciarono 
a sbottoneggiare che si era inventato un nuovo mezzo 
di avvelenare i popoli. 

La prima invasione del colèra in Europa durò, come 
ha visto il lettore, otto anni, cioè dal 1830 al 1837. La 
seconda nove anni, cioè dal 1847 al 1855. 

Qui ci giova prevenire il lettore che noi, sin dal 
primo giorno che ci occupammo a scrivere queste me- 
morie, credevamo ci fosse stato facile trovare un libro 
che raccontasse la storia del colèra dal 1817 a questa 
parte. Pure, per quante ricerche si fossero fatte da noi 
e dai nostri amici, non ci fu possibile rinvenire que- 
sto lavoro (1); cosicché siamo stati costretti andare spi- 
golando le notizie delle tre invasioni da varie storie, 
da qualche libro di medicina, e dal giornalismo ; ciò 
che in verità ha reso difficile e pesante il nostro as- 
sunto. Nè ci addolora la stentata fatica dello impreso 
argomento, bensì il pensiero di essere incorsi in qual- 
che errore sull'itinerario del colèra, precisamente in 
quello della seconda invasione. Ad ogni modo ci lusin- 
ghiamo che il lettore, penetratosi della nostra condi- 
zione, ne stia in avviso. 

(1) Sul punto di pubblicare queste memorie storiche, essendo a 
Pironze, trovammo finalmente nella biblioteca nazionale un libro 
pregcvotìssimo dell'avvocato segretario Andreucci d'Arezzo, il quale 
narrala storia del colèra sino al 1855 sotto l'aspetto scientifico. Noi 
abbiamo tratto da esso qualche conoscenza storica ed utile al nostio 
obbietto. Però bisogna confessare che molti fatti che concernono 
le provincie meridionali d'Italia furono o frantesi od obliati, e sotto 
questo punto di vista ci lusinghiamo che egli, nell'interesse umani- 
tario, non sdegnerà il nostro lavoro. 



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309 

Il colèra al 1844 appare a Kaboul e nelle rive del- 
l'Indo. 

Nel 1845 nel Khorassan e nell'Afghanistan. 

Nel 1846 a' 15 giugno di quest'anno scoppiò in Tehe- 
ran, capitale della Persia, sebbene taluni vogliono che 
quel regno fosse stato invaso sin dal 1842 (1). Al 12 
settembre a Bagdad. Da questa citta , quindi seguiva 
il corso dei fiumi Tigri ed Eufrate. Nello stesso mese 
sviluppavasi in Algeri, dove morivano 8000 persone. 

Inoltre al 1 847 appare ad Astrakan, a Kertelì, a 
Goris, ai due lati del Caucaso ; al 30 giugno e al 1 5 lu- 
glio a Tiflis. Ai 30 d'agosto scoppia in Taganrog, Me- 
rionopa; a 9 settembre a Trebisonda; a 10 settembre 
in Erzerum (Armenia). Al 24 settembre a Mosca; al 
20 ottobre a Diarbekir; al 24 a Costantinopoli; il 9 no- 
vembre a Pietroburgo. Nei cinque mesi dell'inverno 
quasi scompare, sino ad aprile 1848. Diciamo quasi, 
perchè il colèra nell'impero russo durò circa tre anni, 
sino al 1849, facendo qualche sosta. Tutti i paesi in- 
fetti furono 471, la mortalità complessiva fu rappre- 
sentata da 880,000. 

Al 29 aprile 1848 si manifesta in Silivri ed in Ro- 
dosto; al 17 maggio in Tcesmé; al 18 luglio in 
Aleppo; al 20 luglio in Salonicco; il 17 nel Cairo ad un 
chilometro dal Nilo. Il 22 a Smirne; il 25 in Alessan- 
dria, cioè a dire otto giorni dopo del Cairo. Al 28 lu- 
glio scoppia a Berlino; l'8 agosto a Stettino. Al 10 ago- 
sto in Damasco (luogo tanto frequentato dalle caro- 
vane). Il 1° settembre a San Giovanni d'Acri. Nei 
principio di settembre a Londra, e il 26 ottobre a 
Dunkerque. Nello stesso mese, a Bruxelles dove è da 
notarsi che fra 1244 attaccati ne morirono 1018. In 
dicembre in Norvegia 

Al 9 marzo 1849 a Parigi che continua per tutta la 
estate, togliendo la vita a 19,184 individui (2). 

(1) MlLLET, Op. Ctt. 

(2) Giornale ufficiale di Sicilia, 2 settembre, n" 192. 



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310 

Il signor Carlo Dupin lesse ali 1 Accademia scientifica 
di Parigi una nota comparativa dei guasti del colèra 
del 1832, e quelli del 1849. Nella prima epoca peri- 
rono 3665 individui per ogni milione di abitanti; nel- 
l'altro comparativamente ne perirono 4502. 

Però quest'ultima invasione, come fu mite a Parigi, 
così si mostrò virulenta in tutto il resto della Francia. 
Il dipartimento della Senna non ha avuto che 3^ del 
numero dei morti nel periodo del 1 832, mentre gli altri 
dipartimenti sorpassarono il 23 per cento di quella 
mortalità (1). 

ÀI 17 luglio 1849 scoppiava a Desenzano nel terri- 
torio di Brescia, per mezzo di un milite proveniente da 
Verona. Questo caso avvenuto nell'albergo Zeni, sgo- 
mentava l'infelice Italia allora tribolata dalle commo- 
zioni politiche, e dalla sventurata fine della rivoluzione 
di Sicilia. Il morbo fatale, accompagnando, come sem- 
pre, le soldatesche austriache occupate all'assedio di 
Venezia, invase alcuni paesi della penisola, come sa- 
rebbero Lonato, Garfagnano, Portese, Brescia, Goito, 
Bergamo, Milano. La eroica Venezia si dibatteva con- 
tro tre mali. La guerra, la fame, il colèra. 

Nell'aprile 1850 compariva nella Prussia e nelle 
coste dell'Africa, al 29 luglio in Marsiglia, in agosto 
in Malta forse, come dicono i Maltesi, importato da 
Alessandria. Nello stesso tempo si sviluppò in Polonia, 
dove poco dopo si spense. 

Però al 1852 tornò di nuovo, e, secondo lo Ischek- 
grlien, senza esservi importato, come nel 1832 e nel 
1849. 

Manifestavasi in un villaggio presso Varsavia il 
24 maggio dello stesso anno, dal quale ben presto si 
sparse per tutto il regno, sia trasmettendosi per mezzo 
degl'individui giunti da luoghi infetti, sia senza comu- 
nicazioni. Notavasi che spesso colpiva con furore al- 
cune località credute in condizioni igieniche favore- 

(1) Journal med. chir. prat., pagina 126. 



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311 

voli; e risparmiava luoghi che erano in condizioni 
contrarie. Si notò ancora che in taluni punti dopo che 
erano stati abbandonati, riappariva il male, benché 
con minore intensità ; mentre altre contrade furono 
affatto salve dal morbo. La cifra degli attaccati fu 
rappresentata da 46,000, dei quali ne morirono 21,000. 
La mortalità fu varia. Nella città ne morì 1 per ogni 
38 abitanti, nelle campagne 1 per ogni 43. In un borgo 
presso Varsavia morirono il quarto degli abitanti. Le 
donne soffrirono più che non gli uomini. Ciò valga ad 
afforzare quello che dicemmo sulla statistica dei morti 
del 1337 in Sicilia. 

Il colèra imperversò nell' Oriente e specialmente 
nel volgo ; la popolazione civile soffrì molto meno. I 
sintomi furono simili alle epidemie precedenti. Nel 
principio gli ammalati morivano in poche ore. Le re- 
cidive furono più frequenti e spesso mortali. I mezzi 
curativi niente più efficaci di quelli usati nelle altre 
invasioni (1). 

Nel 18 j3 ricomparve in Francia. In questa congiun- 
tura fu provato in modo positivo ciò che era stato con- 
troverso dagl'Inglesi, cioè: che tre quarti dei casi di 
colèra erano annunziati dai prodromi, ed in particolare 
dalla diarrea, la quale ha per lo più una lunga durata, 
e permette al medico di riparare a tempo ; mentre gli 
attacchi repentini erano rari. In questa epidemia poi, 
i casi gravi seguiti da morte erano stati preceduti non 
da un'ora o da un giorno di diarrea, ma da otto e dieci 
giorni, e per incuria trascurati. 

Il lettore ricorderà quello che noi abbiamo fatto os- 
servare le tante volte nella Storia della peste e del co- 
lèra, cioè che i grandi agglomeramenti di popolo e di 
eserciti sviluppano spesso il funesto germe che pro- 
duce le epidemie, le quali si dilatano col passaggio 
delle truppe da un punto all'altro. Ora, perchè egli si 
convinca di questa verità, e si persuada che l'artificio 

(1) Journal med. chim. pral., pag. 529. 



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312 

umano di avvelenare i popoli è un sogno d'infermo, ci 
è d'uopo gettare un rapido sguardo sui quattro campi 
belligeranti della Crimea, dove il colèra inalberò il suo 
nero stendardo. 

Al 1854 veniva in campo l'eterna quistione d'O- 
riente, che presto o tardi dovrà sciogliersi col rifor- 
mare la carta politica di quella regione. L'esistenza 
dell'impero turco in mezzo la civile Europa è incom- 
patibile, e per quanto interesse possa avere l'Inghil- 
terra a sostenerlo, ei cadrà, e forse in questo secolo. 
In apparenza le divergenze tra l'Oriente e l'Occidente 
sorgevano pei Luoghi Santi. Disputavasi il possesso dei 
Santuari della Palestina; ma in sostanza, il Russo vo- 
leva attuare il testamento di Pietro il Grande ; e l'In- 
ghilterra non era disposta a perdere nè l'influenza, ne 
le risorse economiche che dall'impero turco ritraeva. 
Invocavansi trattati, diritti, privilegi tra i Latini e i 
Greci. Si spedivano ambasciatori e note, e dopo una 
lunga serie di conferenze, di protocolli, di ragioni e di 
minacce, si pubblica l'alleanza delle quattro potenze 
occidentali contro la Russia. Forse senza l'occupazione 
dei Principati Danubiani per opera dell'esercito russo, 
e senza l'inqualificabile disastro di Sinope che indignò il 
mondo civile, mercè la mediazione dell'Austria e della 
Prussia, si sarebbero appianate le divergenze; ma dopo 
quei clamorosi fatti, non era più possibile. Laonde 
s'intraprende una guerra sterminatrice, sotto la bu- 
giarda divisa della civiltà e della indipendenza dei po- 
poli, come se l'islamismo rappresentasse qualche cosa 
di sacro in Europa, o come se si fosse trattato di ri- 
mandare il Turco nel deserto, e il Russo nelle sue 
steppe. 

È vero che l'irruzione russa sarebbe stata un peri- 
colo, un irreparabile danno per l'Europa; ma lo scopo 
dell'Inghilterra era quello di mantenere lo statu quo, e 
i risultati evidentemente lo dimostrarono. 

Questa guerra malaugurata e senza interesse uma- 



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313 

nitario, della quale parleremo in un altro lavoro este- 
samente, tolse dalla terra circa un milione di produt- 
tori, e costò alle potenze occidentali tre miliardi di 
lire. 

Il Piemonte pagò troppo caro il piacere di far parte 
del Congresso di Parigi, nel quale il conte di Cavour 
ebbe la destrezza di spingere i potentati a votare il 
non intervento. 

Sotto questo punto di vista si fece un passo verso la 
indipendenza e l'unità d'Italia. 

Noi vogliamo essere giusti con tutti. Siamo stati co- 
stretti a dare questo fugace cenno sull'origine della 
guerra d'Oriente, perchè essa contribuì grandemente, 
come tutte le altre guerre, nelle parziali invasioni epi- 
demiche, ad estendere il colèra. Oltre le innocenti vit- 
time che furono sagrificate all'interesse, all'ambizione, 
alla vanità degli alleati nel conflitto orientale, una parte 
fu involata da questo terribile morbo. 

Nei primi di aprile, incomincia il movimento dell'e- 
sercito occidentale. Malta, il Pireo, e precisamente la 
penisola di Gallipoli, furono scelti come luoghi princi- 
pali di sbarco e di deposito d'armi e d'ambulanza. 

La quinta divisione francese muoveva d'Avignone, 
da Arles, da Marsiglia, ed imbarcavasi sotto l'influenza 
del colèra; essa, infestando i primi tre punti dello 
sbarco, ai 9 luglio innestava il morbo negli ospedali di 
Varna, dove faceva terribile strage, malgrado le severe 
precauzioni e l'isolamento dei corpi attaccati. 

Al 29 luglio la piccola colonna del generale Yusuf 
si trovava a vista della cavalleria russa. Questo gene- 
rale previene di ciò il generale Espinasse, e lo invita a 
marciare con la sua divisione. Yusuf era risoluto, la 
notte del 30, di piombare sul grosso dei Cosacchi riu- 
niti nei dintorni di Babadagh. * Nel momento (1) in 
■ cui, alle sei della sera, fu dato l'ordine della par- 
u tenza, 500 uomini restarono distesi sul suolo, e non 

(1) Spedm<me di Crimea, del barone BazancvI'bt. 



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314 

" potevano rialzarsi. Il colèra si era scagliato come una 

■ folgore sulla colonna di spedizione. Alle 8 si conta- 

■ vano già 1 50 morti, 350 agonizzanti. 

■ Era un terribile spettacolo, proprio da spezzare 

* i cuori più forti. Non si trattava più di combattere, 
u di cercare il nemico, che incessantemente dilegua- 
a vasi innanzi ad essi, ma di sfuggire il flagello. „ 

La divisione dell'altro generale Espinasse, la quale 
si muoveva per lo stesso luogo, era stata anch'essa at- 
taccata dal colèra: " morti e moribondi erano accu- 
u mulati sotto le tende ; il nemico non era affatto com- 
« parso, ed i cadaveri coprivano il suolo in tutte le 
u parti; le fosse si scavavano, le terre rimosse spande- 
u vano oltremodo esalazioni pestilenziali ; sovente le 
" braccia che scavavano il suolo si arrestavano prima 

■ di aver finita la loro opera, e colui che teneva la 
u zappa si stendeva silenziosamente per non più ri- 
u volgersi sull'orlo della fossa mezzo aperta. Quelli che 
" vivevano ancora venivano adagiati sopra i cavalli, 
u e portati a braccia dai soldati ; i traini d'artiglieria 

* erano ingombrati d'infermi. „ 

Le due colonne abbandonarono il campo e si dires- 
sero verso Varna. Il flagello continua a percuotere la 
armata, ed il 2 agosto u il numero degl'infermi è di- 

* venuto così considerevole, che i muli, le lettighe ed 
" i carri non possono bastare; s'impiegano a quel 
u triste uso i cavalli a mano, e i muli dei generali e 
M degli ufficiali dei treni. „ 

L'abnegazione dei generali, degli ufficiali, degli 
stessi soldati era ammirevolissima. I colerici sono clas- 
sificati per corpo, collocati sotto le loro piccole tende, 
assistiti con la più grande devozione. Gli ospedali sono 
stabiliti sulle sommità di colline, onde fruire del van- 
taggio dell'aria più libera: ■ arrivano aiuti di medici, 

* e d'infermieri, suore della carità chiamate da Costan- 
u tinopoli, trovano la morte con quell'ammirabile co- 

■ raggio che partecipa della donna e degli angioli ; 



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315 

• esse vegliano infaticabili ed intrepide al capezzale 

* degli ammalati. „ 

Quantunque, come dice lo stesso scrittore, la forza 
e le preveggenze dell'uomo siano impotenti contro 
quell'esecrabile flagello, pure, in faccia a tanto zelo e 
a tanto coraggio, ei rinculava, ed i casi divenivano 
meno fulminanti e più rari. 

Quando il colèra dopo 15 giorni sensibilmente dimi- 
nuiva in Varna nell'esercito francese , invadeva l'eser- 
cito inglese, e raddoppiava d'intensità nella flotta. Ta- 
luni vascelli perdevano il decimo del loro equipaggio. 
Anche la flotta del Baltico era stata assalita dal fiero 
morbo. 

Nè durante la guerra, cessò mai in Oriente il colèra 
con più o meno intensità, anche presso l'esercito russo. 
Basterà sapere che i due comandanti in capo di Fran- 
cia e d'Inghilterra morirono il primo in settembre 1S54 
e l'altro in giugno 1855, entrambi attaccati dalla stessa 
malattia. 

Durando il poderoso ammasso delle truppe, era dif- 
ficile che il colèra si estinguesse ; il lettore troverà ri- 
petuto altrove il fatale avvenimento della notte del 
30 luglio. 

Noi ignoriamo il vero numero dei morti di colèra 
in tutta la guerra d'Oriente, sappiamo però che fra 
essi caddero vittima dello implacabile morbo i primi 
medici del corpo sanitario, moltissimi maggiori, colon- 
nelli, generali, marescialli, e fra i quali Saint- Arnaud, 
lord Raglan, il duca di Elchiengen, Carbuccia, Estrourt, 
La Marmora, fratello dell'ex-ministro, ecc., ecc. 

Ora, bisogna sapere che, accettata la sfida russa 
dalle potenze alleate e ingaggiata la terribile lotta, si 
incominciò a misurare la immensa difficoltà, la quale 
lotta già a poco a poco perdeva il simulato scopo di 
civilizzatrice ed acquistava il carattere di preponde- 
ranza e di gelosia, come quella di Roma e Cartagine 
verso l'antica Sicilia. 



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316 

L'Inghilterra e la Francia non risparmiavano mezzi 
per riuscire vittoriosi, perchè comprendevano che una 
disfatta sarebbe stata fatale al loro onore, al loro in- 
teresse, alla loro ambizione ; quindi aprivano in mol- 
tissimi punti di Occidente arruolamenti di volontari a 
furia di ghinee e di napoleoni. Ogni soldato costava 
tant'oro. Sir Williams Tempie, ambasciatore inglese, 
non rifuggiva di reclutare egli stesso la gioventù sviz- 
zera, pagando l'ingaggio a prezzo favoloso. Non ci fu 
mai un giornale di opposizione che incolpasse le po- 
tenze occidentali di poca generosità, o di poco affetto 
usato ai soldati durante la guerra ; anzi è noto a tutti 
che essi erano trattati con grandissimi riguardi, e si 
spendevano tesori per tutelarli dai rigori dell'inverno, 
e per mantenere nei campi la più scrupolosa e ben in- 
tesa comodità, affatto sconosciuta negli annali della 
guerra. 

A coloro che vogliono svellere dall'animo degl'illusi la 
stupida credenza del colèra-veleno, basta chiamare 
l'attenzione su questi fatti, i quali sono da per se stessi 
troppo eloquenti per abbattere il vecchio errore, al- 
meno innanzi a quegli uomini che hanno un briciolo di 
intelligenza e di buona fede. E veramente, come può 
supporsi che mentre i Governi alleati sono tanto ge- 
losi, tanto interessati alla conservazione e alla vita del 
soldato , poi gli somministrino il veleno per decimare 
l'esercito nel miglior uopo 1 Come può mai supporsi 
che Napoleone III facesse avvelenare i primi generali 
del suo esercito, le prime spade temprate in Africa, e 
fra essi l'intimo suo confidente, il sostenitore del colpo 
di Stato del 2 dicembre, l'ex-ministro della guerra, che 
aveva lasciato il Ministero per assumere il comando 
supremo dell'esercito in Oriente, il maresciallo di Saint- 
Arnaud? Come può supporsi che l'Inghilterra spe- 
gnesse di veleno le preziose vite dei soldati, dei marinai, 
e del suo generale in capo lord Raglan, nel punto di 
abbattere il suo fiero nemico, e di mostrare al mondo 



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317 

la sua potenza? Ci è stoltezza che superi questa stol- 
tezza? E ci è ragione, mendicata per quanto sia, che 
valga a provare l'assunto del colèra-veleno ? 

Noi sentiamo proprio una ripugnanza a difendere la 
nostra tesi, quasi come colui che imprendesse a dimo- 
strare lo splendore del sole ; ma non bisogna credere 
che queste potenti ragioni siano un battesimo di re- 
denzione per quei che hanno l'istinto, o il tornaconto 
d'ingannare la gente dabbene ed ignorante; temiamo 
anzi che la nostra voce sia per essi la voce del deserto, 
ove non venga appoggiata dal sincero ed onesto con- 
corso dei probi e virtuosi cittadini. 

Oramai non bisogna illuderci. Finché l'idea sovver- 
siva ed immorale di colèra-veleno predomini nel po- 
polo, non ci è cittadino intemerato e benevolo che possa 
contare nelle emergenze epidemiche di essere preser- 
vato dalla scellerata accusa di pubblico avvelenatore. 

Quest'arma potente, nelle mani di un malvagio, è ca- 
pace di atterrare qualunque illustre opinione. Nè vale 
essere amico o avverso al Governo vigente o ai Go- 
verni che furono. Qualunque corazza è sempre vulne- 
rabile, dagli attentati di una funesta illusione. 

Molti credono che, invece di combattere esclusiva- 
mente lo errore del colèra-veleno, debbasi in generale 
istruire il popolo; e quando si ottiene questo scopo, 
essi dicono, quasi senza volere e senza alcuno sforzo, si 
è raggiunto T altro. Belle parole che assomigliano, 
come suol dirsi, ai castelli in aria. Noi crediamo indi- 
spensabile, santissima la istruzione del popolo in gene- 
rale ; ma non per questo debbe supporsi che per in- 
canto possa rigenerarsi la morale di una nazione. Se 
per estirpare un errore popolare, ci vogliono dei secoli, 
per toccare l'apice della civilizzazione, secondo il pen- 
siero degli utopisti, bisognerebbe varcare la eternità. 
E qual è il popolo, domandiamo al lettore, che a buon 
diritto vanti di avere raggiunto il punto culminante 
della sua civiltà ? E ammesso che si potesse giungere, 



318 

dopo un lasso di secoli, a questa sublime meta, è pru- 
denza, è carità cristiana trascurare, fra questo inter- 
vallo, un errore tanto fatale all'umanità? 

Noi crediamo che i pregiudizi debbono combattersi 
ad uno ad uno, e non complessivamente; anzi taluni 
qualche volta è forza si rispettino per un dato tempo, 
quando essi non compromettono la salute e la morale 
pubblica. Queste idee noi le abbiamo sempre ripetute, 
dal 1860 a questa parte. Qualcuno, forse per eccessivo 
puritanismo, non accetterà la nostra opinione, e sofisti- 
cando crede che ciò sia un male; ma noi potremmo in 
ciò addurre le nostre ragioni, che per brevità tralasciamo 
di dire, interessandoci più di tornare al nostro assunto, 
che vagare in discettazioni filosofiche. 

Pel movimento di tanti eserciti, il colèra si estendeva 
in molti punti di Europa. Nella Turchia europea, nella 
Svizzera, nella Spagna, nell'Inghilterra, nella cui capi- 
tale si facevano sentire alcuni casi. In Parigi se ne 
contavano cento al giorno. Però, negli altri diparti- 
menti della Francia, si deplorava un'immensa strage, 
precisamente in taluni piccoli paesi, dove la popola- 
zione fu decimata. La comune d'Istres che era di 3000 
anime, fu ridotta a 400. La piccola Joigny non fu meno 
funestata. In un altro dipartimento nell'alta Saona il 
colèra arrecò un'orrenda morìa. ■ A France-Conte, dice 
« una lettera inserita nell' Univers, una quantità di 
u gente in lutto, orfani che vanno mendicando, conva- 
" lescenti che si trascinano nelle pubbliche vie, la tri- 
" stezza e lo spavento dipinto su i volti, danno qui uno 
* spettacolo che stringe il cuore. Il clero e le religiose 
u hanno ditto prova di ammirevole coraggio. Da 1 2 a 
u 15 sacerdoti, e più di 25 suore e 8 medici sono stati 
" vittima del loro zelo. Otto figlie della carità di Be- 
■ sancon sono perite a Gray, 14 a Willers-Sexel, ove « 
u sono morti anche due curati. Il prefetto, il cardinale 
" Muttiux e l'arcivescovo Sena prodigarono le più 
" grandi cure agl'infermi. „ 



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sia 

Il continente d'Italia era quasi intieramente attac- 
cato; ove più, ove meno dovunque si contavano vit- 
time che rapiva in ogni paese il morbo crudele. In Napoli 
si era manifestato sin dal mese di maggio ; ma, perle so- 
lite affermazioni e negazioni, non si volle dichiarare fino 
al 21 luglio, giorno in cui ne morirono 381; allora Ir.. 
Commissione sanitaria, che aveva creduto convenevole 
di cullare il paese tra la speranza ed il timore, pub- 
blicò il primo bollettino dei casi e dei morti. Questa 
inqualificabile condotta del Governo fu riprovata da 
tutti i giornali del continente, e fra essi dalla stessa 
Civiltà Cattolica (1). Però questo periodico pieno di 
santa letizia loda ed approva la tenerissima divozione 
dei Napolitani, che da mane a notte si affollavano nelle 
chiese per orare e per confessarsi, come nei tempi delle 
missioni e dei giubilei. 

Queste insinuazioni, che urtano con la esperienza e 
coi lumi del secolo, non rispondono affatto, al pari di 
alcune altre teorie, al titolo del giornale. 

Secondo noi, nelle invasioni epidemiche, vai meglio 
innalzare a Dio la preghiera in un oscuro angolo di 
recondita soffitta, che compromettere la salute pub- 
blica con lo affollamento nelle chiese. Il giornale stesso, 
senza volere, si da la scure ai piedi pubblicando il se- 
guente specchietto : 

Domenica 13 agosto Casi 276 

Lunedì 14 id 319 

Martedì 15 id „ 202 

Domenica 20 id „ 165 

Lunedì 21 id „ 216 

Il giornalista attribuisce l'aumento dsl colèra nei dì 
festivi alla intemperanza della plebe e all'abuso dei 
frutti e dei cattivi vini. Se ciò fosse vero, come osser- 
vava in Parigi il Valleix da noi ricordalo per nota, 

(1) Anno v, serie seconda, n° orni. 



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820 

l'aumento avrebbe dovuto avvenire anche il martedì, 
perchè si sa che l'operaio, nei grandi paesi, consacra 
la domenica e il lunedì agli ozi e ai divertimenti; per 
la qual cosa crediamo, senza tema d'ingannarci, che in 
parte l'aumento dei casi fosse derivato dalle riunioni 
domenicali. 

Oggi, dopo tanti risultati, ci pare una stoltezza met- 
tere in dubbie che tutte le grandi riunioni nelle case, 
nelle chiese, nei teatri, nelle piazze, nei campi, in tempi 
di colèra, non siano letali. 

Ci fa meraviglia poi come lo stesso giornalista, nu- 
merando tutte le cause che fecero incrudelire il male 
per cui ne morirono circa 13 o 14 mila, non ricordi la 
preoccupazione del popolo pei veleni. I calori sciroc- 
cali, le intemperanze, la inconsideratezza dei medici, lo 
abuso della neve, la moUiplicità delle medicature contri- 
buiscono ad alimentare la malattia; ma certo non pro- 
ducono quei funesti effetti che produce la convinzione 
di veneficio. 

Solo è giudiziosa la osservazione che egli fa a propo- 
sito dei segretisti; perlochè crediamo di riprodurla 
per intero nello interesse della pubblica utilità : 

* In un morbo pauroso, d'ignota causa, di natura 
" non ben definita, di cura fra i medici controversa, 
" ogni speranza di guarigione per ispecifico alletta an- 

* che i più prudenti. Dunque segretisti e molti usci- 

* rono e proposero specifici prontissimi, infallibili a 7, 

■ 6, 4 e 3 carlini la bottiglia. Si vendevano a centinaia 
u di migliaia. Si adoperavano, e si gridava: miracolo! 
" Ma troppo presto. 

" Erano, quei segreti, laudano, spirito canforato, 

* rhum, cognac e simili bevande, parte narcotiche, 
u tutte infiammanti. Davansi a buone dosi nel primo 
a stadio, e sopprimevano vomiti, diarrea, crampi ; nel 
" secondo stadio l'algido, ed ecco l'infermo febbricitava 

■ in sudore. Miracolo ! ! Il miracolo era : che l'infermo 

* era trapassato rapidamente dal primo o secondo sta- 



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321 

■ dio al terzo mortalissimo del tifo o della gastro- 
u enterite e bisognava morire (1). » 

Il signor Mayer narra un fatto di un parroco che 
negò gli estremi conforti della religione ad un popo- 
lano, che seppe non aver voluto vedere medici. Pietosa 
severità, soggiunge il Mayer, in forza della fucile l'in- 
fermo avuto ricorso ad un medico fu restituito sano alla 
famiglia, oltre che servì di salutare esempio ai vicini. 

u Ognuno, dice TAndreucci, conosce quanto siano 
grardi e radicali nel popolo i pregiudizi che nelle grandi 
calamità si fanno maggiori, e che precisamente colpi- 
scono i medici designati, come sostenitori del male per 
un turpe sentimento di guadagno, tanto che preferi- 
scesi il proprio metodo curativo tradizionale o quello 
che vennero spacciando impostori e cerretani, alla cura 
del medico di cui si ricusa ostinatamente il soccorso 
anco per le malvagie insinuazioni di coloro che ad arte 
spargono vociferazioni e sospetti di veneficio. „ 

In questa invasione Napoli deplorò la perdita di 
moltissime notabilità tra marescialli, generali di bri- 
gata, principi, duchi, marchesi, cavalieri e dame. Oggi 
qualunque opinione si abbia del cardinale Riario Sforza, 
noi siamo nel dovere di ammirare il suo zelo, la sua ab- 
negazione, la sua immensa generosità mostrata verso 
i poveri in quella sventura. Egli si regolò così bene, e 
come cittadino e come ministro di Dio, che il Re, vo- 
lendo far la bertuccia ai Governi inciviliti, rimeritò le 
sue fatiche col Gran Cordone di San Gennaro, decora- 
zione che solo si accordava ai principi reali. 

Nelle epidemie i Governi civili devono mostrarsi ri- 
conoscentissimi verso quei cittadini che compromet- 
tono la loro vita per soccorrere l'umanità, non solo 

(1) Anche noi abbiamo inteso l'anno scorgo portare a cielo nella sa- 
piente Catania il trovato di nn saltimbanco che curava con l'aceto e 
con Taglio i colerici. Quel rimedio vonne pubblicato nei giornali e se 
non c'inganniamo, con le raccomandazioni del municipio catanese. 
Poco dopo l'inventore fu obbligato ruggirsene di notte da quel paese. 

Questo trovato parto dalla falsa idea di veneficio o fn adottato 

21 



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pel sentimento di gratitudine, ma come sprone a bene 
oprare. Gli attaccati del male furono 11,821, dei quali 
ne morirono 7087. 

Al 22 luglio scoppiava il colèra in Genova, ispirando 
nel popolo un indicibile terrore. Fra quindici giorni il 
paese spopolavasi; nientemeno, dal 16 al 30 luglio, i 
viaggiatori partiti coi convogli della ferrovia somma- 
rono a 25,703. Sui posti di 3* classe fuggirono 18,021 
persone, e questo prova che anche gl'infimi trovarono 
il modo di emigrare in tale frangente. 

Le autorità municipali e il patriziato genovese fu- 
rono ammirati per moltissimi fatti di coraggio e di 
generosità. Anche il Governo mostrò zelo ed abnega- 
zione. Il giorno 4 settembre il Re accompagnato dal 
ministro Cavour e Dabormida si rendeva a Genova, e 
con cura paterna visitava gli ammalati. 

L'arcivescovo di quella diocesi, monsignor Andrea 
Charvaz, indirizzava al popolo una lettera pastorale 
commoventissima, e fra le paterne esortazioni soggiun- 
geva d'inculcare l'armonia degli animi, e l'importanza 
di blandire gli odii e le diffidenze che pur troppo, da 
qualche spirito accecato o perverso, vengono nei mali 
pubblici alimentandosi ed esacerbandosi; con vigore 
poi si faceva a deplorare e a ribattere le voci calun- 
niose, quanto assurde, e le accuse omicide che presso 
il volgo si accreditarono. 

Pochi giorni dopo invasa Torino e lo intero Pie- 
monte, il vescovo di Asti, in una pastorale relativa al 
pericolo in cui trovavasi il Piemonte di essere invaso 
dal colèra, fra le altre cose lodevoli diceva: ■ Non 

* crediate che il colèra fosse un morbo sconosciuto ai 

* tempi dello Ecclesiastico, e tale che i medici e le me- 
" dicine non valgono adesso a curarlo e a vincerlo. No, 

dopo la creduta scoperta del 1837; cioè siccome si ritiene che il colera 
nrtifiziale propagasi per mezzo dell'acido arsenioso, il quale gittate 
sui carboni accesi si espando nell'aria e manda un odore caratteri- 
stico simile a quello dell'aglio; così sulla legge Similia similibus cu- 
rantur si somministra il succo dell'aglio. 



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323 

■ dilettissimi, non è un morbo nuovo il colèra, e tanto 
" meno poi un morbo prodotto da causa a cui strana- 

■ mente lo si attribuisce dalla ignoranza, dalla supersti- 
" eione o malizia di certuni. „ 

Queste pastorali ci conducono a due osservazioni : 
1° che anche, sebbene in proporzioni sparutissime in rap- 
porto alla Sicilia, cola serpeggiava l'idea di veneficio ; 
2° che il clero, che oggi, in generale, nelle provincie 
meridionali si mostra silenzioso o inchinevole al so- 
spetto, allora nel Piemonte si studiava di smentire le 
false preoccupazioni. 

Già la spinta di queste utili insinuazioni devesi al 
Governo sabaudo, e quantunque quell'episcopato fosse 
stato sin d'allora avverso alle istituzioni liberali, pure 
i vescovi non osavano mettersi dal lato del torto, e 
soffiare apertamente nel fuoco della reazione. 11 mini- 
stro di grazia e giustizia d'allora indirizzava ai ve- 
scovi, in una sua circolare, queste parole : u Siccome 
u pur troppo la opinione della contagiosità del morbo 

■ asiatico potrebbe far mancare agli ammalati quegli 
u altri soccorsi materiali di cui non meno abbiso- 
u gnano, cosi sarà sommamente utile che i sacerdoti 
" si adoperino a combattere tale erronea opinione. „ 
Noi crediamo che il ministro in altri termini dicesse ai 
vescovi : * Smentite le false idee. „ Perciocché non ci 
par vero che il Governo volesse di buona fede decidere 
la quistione di contagio su due piedi, e per mezzo dello 
appoggio dei vescovi. Del resto non sarebbe stato il 
solo Piemonte che avesse calcato queste orme. Quasi 
tutti i Governi parteggiarono più per gli anticonta- 
gionisti che pei contagionisti , appunto perchè questo 
ultimo sistema, con le sue quarantene, è in opposi- 
zione allo sviluppo economico e commerciale dei po- 
poli; quantunque prima delle balle di cotone, delle 
botti di petrolio, del carico di carbon-fossile, ci sia la 
umanità, la quale alla fine dei conti è superiore agl'in- 
teressi finanziari. 



824 

Come vedrà il lettore qui appresso, Genova subiva 
una strage del 4 per cento per la inconsideratezza delle 
persone già fuggite, le quali opinarono di ritornare in 
città pria che fosse interamente cessato il male; per 
la qual cosa avvenne che esso si protraesse a lungo, e 
in qualche dì, quando pareva quasi finito, segnasse delle 
recrudescenze. 

Oramai resta provato che il ritorno della popola- 
zione ne 1 luoghi ove ha infierito il colèra, come qua- 
lunque altra pestilenza, mette in gravissimo pericolo 
prima coloro che rientrano, poi quelli che rimangono. 
Sia il repentino cambiamento dell'aria, sia la disposi- 
zione dell'animo degli emigrati, o la infezione delle a- 
bitazioni che furono ch'use per un lasso di tempo ; il 
fatto si è che i sovraggiunti sono facilmente colpiti dal 
morbo, il quale, trovando nuovo alimento, riprende 
, forza e rincrudelisce. Questi stessi risultati si deplora- 
rono nel medesimo tempo nella città d' Arles in Francia, 
dove, essendo quasi cessato il colèra, al rientrare di 
quei che erano fuggiti, molti ne furono colti, e rimasero 
vittima. * 

Per queste ragioni il sindaco di Genova con un ma- 
nifesto, il 9 agosto, pregava caldamente coloro che si 
trovavano fuori di città, a non essere premurosi di far 
ritorno alle loro case. Noi non solo ammettiamo questo 
sistema; ma vorremmo che remigrazione avvenisse 
pria del completo sviluppo del colèra in città, affine di 
non contagiare i paesi vicini e le campagne, come av- 
venne al 1867 in Catania. 

Invasa Roma, il Governo del Pontefice stabilì ospe- 
dali, istituì una deputazione per vegliare alla nettezza 
delle vie e provvedere alla pubblica igiene, alle case di 
sussidio ; e volendo il papa imitare nello zelo e nella 
abnegazione Vittorio Emanuele, la mattina del 22 a- 
gosto visitò, pieno di amore e di affabilità, gli ospedali 
degl'infermi e le sale di convalescenza. 

Livorno fu attaccata il giorno 1 1 luglio per l'approdo 



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325 

di due navigli napoletani provenienti da Marsiglia. 
Anche colà si tenne lo [stesso sistema d'emigrazione 
come in Genova; anzi si crede che fra 10 a 15 giorni 
partissero non meno di 50,000 persone. La città era 
deserta. Chiusi i traffici, fermo il commercio, vuoti i 
pubblici alberghi. La povera gente soffriva più la fame 
che il colèra. Però il Governo provvide che nessuno dei 
funzionari lasciasse il paese, istituì ospedali, curò alla 
nettezza e alla disinfettazione delle case col cloruro di 
calce. Queste assennate disposizioni frenavano la viru- 
lenza del morbo, per lo che i decessi di tutto il gran- 
ducato appena toccarono la cifra di circa 20,000. 

Quasi contemporaneamente il colèra invadeva il Can- 
tone Ticino, la Svizzera, la Germania, l'Holstein, la 
Spagna, e nello stesso tempo l'isola di San Maurizio e 
Porto Luigi, dove morirono 10,000 persone. 

A Nuova -York si mostrò sul finire del mese di luglio 
con molta virulenza, a segno che gl'islandesi, lavoranti 
al ponte sospeso sulla Cascata del Niagara, morirono 
quasi tutti di colèra fulminante ; il resto degli operai 
atterriti dal disastro fuggirono lasciando il lavoro. 

Nell'Africa il colèra fu più sensibile, precisamente ad 
Algeri, Philippeville ed Orano. 

Ignoriamo i particolari di quelle spaventevoli stragi; 
ma certo, senza tema d'ingannarci, hanno dovuto con- 
corrervi delle circostanze tali, da alimentare la ma- 
lattia e renderla crudele. Ogni volta che in un paese 
avvennero siffatti disastri, noi preventivamente abbia- 
mo giudicato che gravissime cause li promossero, e, 
ove ci fu concesso conoscerli, non c'ingannammo. 

Ora sentiamo stringerci il cuore da una mano di 
ferro, dovendoci occupare del crudelissimo colèra di 
Messina. 

Si disse, ma non risulta da alcun documento pub- 
blico, che era stato chiesto a Ferdinando II dalle po- 
tenze alleate, come punto d'ancoraggio dei trasporti a 
vapore che transitavano da Oriente in Occidente e vi- 



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326 

ceversa, il porto di Messina. Quei legni trasportavano 
uomini, viveri, munizioni da guerra. Le truppe, per ri- 
focillarsi del lungo viaggio, scendevano per qualche 
giorno a terra. Il Governo di allora non dovea, non po- 
teva ignorare la malattia, che desolava i punti marit- 
timi della Francia e le armate della Crimea, non che i 
pericoli in cui audava incontro la Sicilia, permettendo 
a quelle provenienze la libera pratica. Ma il Governo 
di Napoli era troppo impicciolito dal discredito e dal 
pazzo navigare fuori tempo e contro ragione, per po- 
tersi opporre al potente volere degli alleati ; tanto più 
che taluni diari aveano fatto balenare il sospetto che 
la Russia esercitava una grande influenza su di esso ; 
quindi con un telegramma del 28 gennaio dichiarava : 
u Le provenienze del mar Nero sono ammesse in li- 
" bera pratica, restando la contumacia pei porti danu- 
■ biani. „ All'8 giugno ordinava u che le provenienze 
u della Francia, dell'Algeria, della Corsica, fossero sog- 
u gette a dieci giorni d'osservazione, e così per gli 
u Stati Sardi. „ Quasiché il solo Occidente potesse in- 
fettare Messina ; l'Oriente, che d'altronde era infetto 
dal male, non mai. 

Al 25 luglio, quando già il colèra si era pienamente 
sviluppato in Messina, si sospendeva la pratica per le 
provenienze di Malta, e si stabiliva una contumacia di 
15 giorni per quelle di Napoli. 

Questo inconcludente operato costituisce la vera im- 
putazione che potevasi fare al Governo di allora, ne la 
premura delle potenze alleate, in faccia ai propri sud- 
diti, può scemare la colpa. Generalmente si attribuisce 
a siffatta inconsideratezza l'invasione del colèra di Mes- 
sina, il cui lagrimevole risultato è quasi unico nella 
storia di questo morbo, non solo per quello stesso anno, 
ma per gli anni precedenti, e per quelli che seguirono ; 
e ci giova inserire la seguente statistica pubblicata al 
1S55 dalla Gaaaetta Medica di Genova per notarne il 
rapporto : 



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327 

Statistica del colèra in Italia nel 1851 (1). 



Milano casi 1 su 185 abitanti. 

Corpi santi „ \ „ 212 

327 altri comuni . . „ 1 „ 263 
Tutta la provincia 

di Milano .... „ 1 „ 287 „ 

Pavia „ 1 „ 261 , 

Sondrio . » » 

Bergamo „ 1 „ 33,000 

Brescia „ 1 „ 181,000 

Lodi e Crema ... , 1 „ 2,204 

Cremona „ 1 „ 4,076 

Mantova „ „ „ 

Genova „ 1 „ 25 

Torino e territorio. „ 1 „ 58 

Tutto il Piemonte . , 1 „ 104 
Ducato di Parma e 

Piacenza .... , 1 „ 956 
Granducato di To- 
scana „ 1 „ 276 , 

Roma „ 1 „ 107 

Napoli „ 1 „ 33 

Catania „ 1 „ 15 * 

Messina „ 1 „ 6 „ 

Palermo „ 1 , 33 

Da questo quadro il lettore si persuaderà bene che 



è indispensabile intrattenerci un poco sulla terribile 
strage avvenuta in Messina, attesa l'enorme cifra dei 
morti, comparativamente a tutti gli altri paesi d'I- 
talia ; per altro quel desolante avvenimento menò tanto 
scalpore nelle provincie meridionali, ed ispirò tanto 
spavento nelle anime di tutti, che ad ogni invasione co- 
lerica si teme d'imbatterci nell'identico sfortunio, e ciò 
perchè si ignorano le circostanze che fecero incrude- 
lire il fiero morbo. Aggiungete a questo che, d'allora 

(1) Gazzetta modica pubblicata in settembre 1855. 



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1 



328 

a questa parte, non si è pubblicata alcuna storia di 
quella grande sventura, e quindi di racconto in rac- 
conto, i fatti si sono adulterati ed ingigantiti in modo, 
che quasi non si ha alcuna idea netta, precisa del co- 
lèra del 1854 in Messina. 

Innanzi tutto bisogna che si conoscano due cose: 

1 ' Siccome nel 1 837 Messina fu esente dal colèra, cosi 
da tutti si riteneva come una certezza matematica che 
qualunque invasione colerica in Europa non dovesse, 
non potesse toccarla, senza che alcuno ricordasse che 
quella infelice città, nelle due invasioni della peste del 
1575 e 1743, fu l'unico paese di Sicilia, e forse d'Eu- 
ropa, che soffrì tanto infortunio. 

Nella vita umana ci giungono amarissimi i disinganni, 
quando si ha la debolezza di ritenere per costante ed 
immutabile un fenomeno, che dipende dalla variabilità 
del caso e dal capriccio della natura. Ora, i Messinesi 
poggiavano la loro fantastica convinzione nella idea 
che tutte le macchine di Bernard erano impotenti ad 
attuare la propinazione dei veleni. Insieme si credeva 
altrove che l'atmosfera di Messina, per un fenomeno 
naturale, non si prestasse al colèra- veleno; e questa 
idea era spinta tant'oltre che sviluppatosi, in quel 
tempo, il colèra in Palermo, da colà fuggivano le per- 
sone e si recavano in Messina, dove ancora non si voleva 
credere alla invasione del morbo. Così potente era la 
persuasione ; perlochè non ci fu un messinese che uscisse 
per le campagne. Nè il Governo curava, anche indi- 
rettamente, di disingannare il popolo. 

2° Quasi tutti i municipi di Sicilia, dopo l'invasione 
del colèra del 1836 e 1837, pensarono alla utile ed 
assennata istituzione dei camposanti. Messina, sempre 
sicura di dover essere immune da qualunque epidemia, 
al 1854 non contava ancora un camposanto. U Go- 
verno dei Borboni, che inculcò a tutti i comuni sino 
dal 1837 la costruzione dei cimiteri, non aveva tanta 
forza, da imporre al municipio di Messina l'adempi- 



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mento di quella disposizione generale. Chiunque dei 
cittadini avesse proposto tale opera umanitaria e civile 
sarebbe andato incontro alla pubblica disapprovazione, 
non solo pel pregiudizio religioso di vedere gittato in 
un campo cinto di muri (così sono generalmente tutti 
i camposanti di Sicilia) le care reliquie dei congiunti ; 
ma perchè l'idea di un camposanto avrebbe risvegliato 
il timore di una epidemia, o meglio di un avvelena- 
mento governativo. Comunemente in Sicilia si speri- 
mentavano, prima di superarsi, le stesse difficoltà. Non 
si comprendevano affatto i funesti effetti della tumu- 
lazione nelle chiese, malgrado che nelle stagioni estive 
si notassero dei morti di tifo, accanto a quelle località ( 1 ). 
Questo sistema molto nocivo alla salute pubblica, spe- 
cialmente nelle epidemie, era invalso sin dai primi 
tempi del cristianesimo, ad imitazione degli antichi 
Romani, i quali sotterravano i morti nelle loro case ; 
perlochè, fu dalle Dodici Tavole, proibito di potersi 
seppellire ed ardere i cadaveri dentro Roma. Questa 
interdizione fu rinnovata e sotto la repubblica, e sotto 
l'impero. I ricchi si costruivano lungo gli stradali, nei 
giardini, nelle campagne, le loro magnifiche tombe. Il 
culto ai sepolcri fu sempre dalle vetuste antichità re- 
ligiosamente rispettato. Pel paganesimo, era il solo 
tributo che si rendeva agli estinti, l'unica gloriosa mer- 
cede di che inghirlandavasi la memoria di un eroe, il 
solenne premio che la mano dell'uomo poteva offrire 
all'uomo. Non vi è d'uopo di frugare le antiche storie 
delle straniere nazioni, e di visitare le superbe moli di 
Egitto e le sterminate copie di tumuli sparsi nella Si- 
beria, nella Grecia, nell'Asia Minore, nella Germania, 
nella Scandinavia, nell'Africa, per concepire i vetusti 
generi della simbolica mortuaria. L'Italia nostra, e pre- 
cisamente Siracusa, negli scavi, nei sassi, nella stessa 
polvere che cuopre le onorate reliquie degli avi nostri, 

(1) Tale conoscenza ci vien data dall'egregio dottore in medicin 
Cai-melo Campisi, nostro distintissimo amico. 



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330 

ci ricorda l'antica usanza della ellenica sapienza. Però 
questo sistema, nei suoi effetti, raggiungeva il passato 
e l'avvenire; stabiliva la ricompensa al vero merito; 
ma non partiva dal grande concetto di preservare la 
salute pubblica; diffatti, mentre si ritrovano le tombe 
dei Re di Giuda, dei grandi eroi dei secoli, dei sommi 
capitani, degl'imperatori, dei consoli, sparse qua e là 
per l'universo, non si rinviene un luogo fisso, o meglio 
un cimitero destinato a raccogliere indistintamente i 
cadaveri del popolo ; anzi si sa che essi, o erano gittati 
sulla nuda terra, o servivano di alimento alle fiamme. 

Nè vale il ricordarci delle vaste catacombe tuttavia 
esistenti in Roma e nella nostra Agradina, per provare 
il contrario di quanto asseriamo; dappoiché le loro 
nicchie e le loro forme a sezioni ben ci possono rive- 
lare la distinzione a famiglie, a caste ; ma non mai lo 
accoglimento generale di tutti i cadaveri dipendenti 
dallo sterminato numero degli abitanti di quelle grandi 
città. 

Nell'era cristiana s'intese il principio della egua- 
glianza, almeno fra i morti, e furono scelte le sepol- 
ture delle chiese per raccogliere i cadaveri. Finalmente, 
nell'interesse della salute pubblica, si preferirono i 
camposanti. 

Dopo queste fugaci osservazioni, il lettore ricordan- 
dosi, nel capitolo sulla peste, della enorme cifra dei 
morti avvenuta nelle epidemie, non deve fare le mera- 
viglie. La putrefazione dei cadaveri e la esalazione dei 
gas derivata dall'incendio di essi, non doveva che ap- 
pestare l'aere, e quindi rendere immensa la strage. 

E un fatto certo che, dopo il sistema dei cimiteri, 
adottato universalmente, non avvengono più nelle epi- 
demie quei disastri terribili e spaventevoli che avveni- 
vano presso gli antichi. 

Queste due semplici osservazioni dovrebbero essere 
bastevoli per predisporre l'animo del lettore, contro la 
onnipotente opinione invalsa da 1 3 anni a questa parte ; 



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4 



331 

cioè che l'eccidio di Messina nel 1854 consumavasi per 
le sostanze venefiche propinate a piene mani dal Go- 
verno d'allora; ma ove ciò non si conseguisse per la 
eccessiva preoccupazione, malgrado tutto quello che 
noi abbiamo detto in questo libro, crediamo però debba 
convincersi che la terribile strage fu, se non altro, ali- 
mentata da questi due fatti, uno morale, e l'altro ma- 
teriale. 

Dopo di avere ciò premesso, veniamo alla narra- 
zione della storia che testimoni oculari e uomini di 
fede intemerata hanno avuto la degnazione di riferirci. 

Verso la meta di luglio incominciarono a manifestarsi 
i primi sintomi del male. La stagione estiva del 1854 
fu estremamente calorosa ed umida. Quindi le dissen- 
terie si attribuivano in sulle prime all'urente caldo. 
Sovente le diarree erano accompagnate dal vomito, e 
verso i primi di agosto dai crampi e dalla cianosi. 
Spesso si faceva sentire qualche caso di colèra fulmi- 
nante. Infine il crudele morbo si era manifestato in 
tutta la sua intensità; ma non c'era un solo individuo 
che dicesse pubblicamente : è colèra. L'intendente (1) 
Castrone comprendeva bene che il terribile morbo aveva 
già invaso il paese, non solo pel carattere patologico 
che presentava, ma per la cifra dei morti. Però falsa- 
mente lusingavasi che potesse passare quasi inos- 
servato. 

- 

Al 21 agosto si estende in tutti i quartieri della 
città, e nello stesso giorno furono colpiti come di un 
fulmine al Piano del Purgatorio dieci individui appar- 
tenenti alla classe civile, i quali se ne morirono in 
meno di due ore. Questo fatto strepitoso adombra la 
pubblica opinione e l'alimento tradizionale del 1837, 
vestito di minuziose, ma bugiarde forme, si presenta 
per poco sulla scena ed incomincia ad agitare le pas- 
sioni tra i vaneggiamenti ed i timori; ma quasi fosse 

(1) Sotto il passato regime napolitano i prefetti si chiamavano in- 
tendenti al pari degli Stati sardi. 



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332 

una illusione del popolo, la grande maggioranza smette 
questo sospetto e torna con più tenacità a negare la 
esistenza del colèra. Messina non doveva, non poteva 
essere colpita dal morbo. Questa era la invariabile fis- 
sazione dei Messinesi. L'intendente per timidezza, ma 
con immoralità, usufruttuando dell'inganno popolare, 
riunisce il collegio medico, e, dopo le solite lotte, si 
decide che la morìa originasse dalle apoplessie e dalle 
dissenterie ordinarie nella stagione estiva. Il popolo 
accoglie con letizia quest'oracolo, e fonda le sue spe- 
ranze nella protettrice madonna della Lettera. 

La morte intanto arrota chetamente la sua falce. I 
cadaveri riposano 24 ore nelle proprie case, quindi si 
seppelliscono, come per l'ordinario, nelle chiese. Sotto 
il Governo della mezzaluna non si sarebbe agito con 
simile spensieratezza. La parte meno danneggiata della 
citta era il quartiere San Leone, luogo ameno, venti- 
lato e salubre. Nel borgo così detto Portalegni, domi- 
nato dalla umidità e dalla malsania, il colèra mostra- 
vasi con più virulenza. Forse, senza lo istantaneo 
mutamento atmosferico, lo stato civile avrebbe segnato 
le numerose vittime spente dall'asiatica lue; ma in 
generale il paese non si sarebbe accorto di essere stato 
invaso dal fiero morbo. 

I medici per timore di contrariare la illusione del 
popolo e di non irritarlo, si studiavano di cullare la 
misera gente col loro tecnico e mistico linguaggio. La 
polizia, per le identiche ragioni, d'accordo col muni- 
cipio, falsava la cifra degli estinti. La cosa pareva 
camminasse senza tante scosse. Quando la notte del 28 
al 29 agosto una lunga e copiosa pioggia, alterando 
bruscamente l'atmosfera, fa divampare il morbo in 
modo che non è stato sin d'allora possibile precisare il 
numero dei morti del fatale giorno 29 agosto. Uomini 
moderatissimi ed assennati ci assicurano, senza tema 
di errare, che sorpassassero la cifra di 2000. 

Questa tremenda catastrofe, tanto più terribile quanto 



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333 

meno aspettata, sopraffece e prostrò cosiffattamente 
lo spirito pubblico da non trovarsi altra risorsa che 
nel fuggire tardivamente e scompigliatamente alla 
ventura per le campagne. Uomini, donne, vecchi, bam- 
bini, ricchi, poveri, vedove, donzelle scappavano, come 
se fossero ioseguiti dalle fiamme. Non badavano alla 
scompostezza del vestire; non si preoccupavano del 
locale ove potessero ricoverarsi ; non dei mezzi di vi- 
vere. Ciascuno portava sugli omeri o un bambino, o 
un fardello, e camminava muto, pallido, con gli occhi 
bassi, chiamando di tanto in tanto qualcuno della fa- 
miglia che lo seguiva ; molti restavano vittima sugli 
stradali. In un grande tremuoto non si sarebbe agito 
altrimenti. Lo spirito della propria conservazione aveva 
reso, come sempre, insensibili i cuori. I figli abbando- 
narono i genitori ancora boccheggianti ; i mariti le 
mogli ; i fratelli le sorelle ; e viceversa. Molto meno si 
pensava agli interessi materiali, alle masserizie, alla 
propria posizione. 

Rileggendo la terribile peste di Firenze descritta da 
Boccaccio, e quella di Marsiglia del 1720 narrata dal 
Frari, troviamo nei miseri Messinesi l'identica desola- 
zione, lo stesso disamore. 

• È a notarsi, secondo il giornale ufficiale di Sici- 
44 lia(l), che nel momento in cui la popolazione di 
44 Messina fuggiva atterrita nella speranza di poter 
44 campare dal feroce morbo che colà infuriava, i buoni 
44 Milazzesi offrivano ospizievole ricovero a quanti si 
■ recavano in quel generoso comune della messinese 
* provincia, ed alcuni dei fuggenti, che pur erano tra- 
44 vagliati di colèra, ebbero a riacquistare, per le af- 
44 fettuose ed amorevoli cure loro prodigate, il perduto 
44 bene della salute. Noi lodiamo tanta generosità, per- 
44 chè superiore ad ogni lode ; ci contentiamo solo di 
44 farla conoscere a tutti, perchè serva di esempio ed 
44 accenda fiamme di filantropica emulazione. „ 
(1) Giornale ufficiale di Sicilia, 81 agosto 1854, *■ 190. 



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m 

Questa stessa carità cristiana fu usata dai Lionesi 
ai profughi di Marsiglia nell'accennata peste. 

In queste tremende sventure in cui può cadere un 
paese, secondo noi, è una spietata crudeltà respingere 
i fuggenti e condannarli alla disperazione e alla morte. 
Comprendiamo bene che il timore del contagio può in- 
durre i municipi al perfetto isolamento; ma in questo 
caso, è sempre giusto che, ad una certa distanza dallo 
abitato, si costruiscano dei lazzaretti, degli ospedali, 
per accogliere la emigrazione di un paese infetto, e 
ciò nell'interesse di tutelare la pubblica salute delle 
campagne del proprio territorio, dove gl'infelici, re- 
spinti da ogni dove, sarebbero costretti di ricoverarsi ; 
ed ove i municipi non avessero dei mezzi per l'impianto 
e mantenimento di questi santi ospizi, lo Stato do- 
vrebbe immantinente soccorrere all'attuazione di que- 
sta grande opera umanitaria. Ci sanguina il cuore, ri- 
cordando la dura condizione, in cui l'anno scorso si son 
trovati taluni che, con l'ansia di salvarsi la vita, fuggi- 
vano dai luoghi infetti ! 

Messina pareva la Gerusalemme distrutta. Per le 
strade non si sentiva che un ululato. La gente misera 
invocava lagrimando aiuto, ma la sua voce era la voce 
nel deserto. Non esisteva neppure l'ombra del potere; 
non rappresentanza governativa o comunale; non do- 
vere di cittadino, di magistrato, di sacerdote. Le strade 
deserte, chiuse le botteghe. Nei cortili, invece di vedere 
dei guardaporta, si trovavano dei cadaveri stesi sul 
suolo. I chirurgi, i medici, i farmacisti, 0 morti, fra i 
quali i celebri Pugliatti e Prestandrea (1), 0 anch'essi 
fuggiti per le campagne; e ancora che si fosse offerto 
agl'infermi un farmaco qualunque, non ci sarebbe stata 
forza umana a persuaderli d'ingoiarlo. Il popolo cre- 
deva essere stato la notte del 28 colpito dal veleno. 

(1) Fra tanti benemeriti cittadini, furono ancora colpiti dal fieris- 
simo morbo l'esimio professore di lettere Sante Giovanni Saccano e 
l'illustre giureconsulto Francesco Do Luca. 



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885 

Un ministro dell'altare presentava l'ostia santissi- 
ma ad un infermo; ma l'infelice ritraendosi sull'orlo 
opposto del letticciuolo con gli occhi travolti, serrando 
i denti, allontanava con la gelida palma il pane celeste, 
come se fosse uno spettro. Il sacerdote non sapeva 
darsi ragione dell'inaspettato rifiuto, e lo pregava con 
calde parole, in nome di Dio, della religione, della pro- 
pria famiglia, e tanto più si mostrava pieno di zelo e 
di carità, in quanto che cominciava a dubitare che la 
coscienza del morente fosse stata invasa da un demone. 
Finalmente dopo una mezz'ora di lotta, il misero re- 
stando sempre nella stessa posizione, con una fioca 
voce che pareva uscisse dal sepolcro risponde : u No, no; 
l'ostia è avvelenata. „ Indarno il confessore si studiò 
di convertire l'illusa creatura ; non valsero nè le la- 
grime, nè le minacce dell'eterna dannazione ; il misero 
finiva senza la soave rassegnazione dei credenti. Uo- 
mini di profonde convinzioni filosofiche, che vissero per 
tanti anni nella negazione di Dio, si arresero sovente 
nel letto di morte alle parole de' ministri della Chiesa; 
ed intanto un modesto ed ingenuo operaio, nelle ore e- 
streme, temeva un'insidia là dove in altri tempi a- 
vrebbe trovato la pace ed il conforto. Ciò prova che la 
idea di veneficio era così incarnata nella coscienza del 
popolo da rendere inefficace l'influenza religiosa anco 
in quei supremi momenti, in cui l'uomo, lottando tra la 
vita e la morte, non ha altro rifugio, altra speranza 
che nell'eterno giudizio. 

Il municipio che, sin dal primo caso della invasione, 
avrebbe potuto rendere al paese un grande servizio, 
non essendo Ubero di disporre di un centesimo sotto 
la passata legge, senza l'autorizzazione della luogo- 
tenenza di Palermo, si mostrò inerte, e nel fitto 
della tempesta si avvilì. Le autorità politiche, sia per- 
chè fossero state minacciate dal Governo, sia per tema 
di meritare una severa punizione per l'abbandono di 
taluni del proprio ufficio, sia anche per la seducente 



836 

idea di una generosa ricompensa, ritornano in città, si 
rifanno dal primo spavento, spalleggiano l'intendente, 
il quale mostravasi operoso, malgrado la dolorosa per- 
dita della moglie, e con un'abnegazione degna di lode, 
da un canto annunziano al Governo di Napoli e di Pa- 
lermo il triste infortunio, implorando medici e medici- 
nali, e dall'altro ordinano si togliessero i cadaveri dalle 
strade e dai cortili, dalle case, e si trasportassero lungo 
la spiaggia del Mare-Grosso, dove erano stati spediti 
degli operai con l'incarico di scavar fosse. Questa di- 
sposizione, quantunque opportuna ed igienica, fu fru- 
strata dal difetto degli operai e delle marre, in propor- 
zione dell'eccessivo numero dei cadaveri che si tras- 
portavano ; cosicché gli uomini del potere furono co- 
stretti ricorrere alla crudele ed imperiosa necessità di 
ordinare disperatamente che, alla malefica potenza della 
morte, si opponesse la virtù distruggitrice dell'igneo e- 
lemento. 

Quest'ordine governativo fu accolto con un fremito 
d'indignazione, e considerato come un atto selvaggio 
ed inumano ; perlochè taluni si contentarono seppel- 
lire i corpi dei cari congiunti negli angoli dei cortili (1) 
anziché consegnarli ai becchini, i quali procedevano 
con grosse campane, gridando : Chi ha morti ? Per far 
presto, i cadaveri erano gittati giù dai balconi, e poscia 
presi cogli uncini e messi a catasta sui carri trascinati 
da bovi. 

Ora bisogna sapere che la riva del Mare-Grosso 
giace al suolo della città, e fatalmente in quei giorni 
in cui si bruciavano i mucchi di cadaveri, il bel cielo di 
Messina, per la densa caligine, pareva coperto di un 

(1) Ci fu assicurato da un uomo degno di fedo che un tale, a cui 
era morta la consorte, non volendo consegnare la cara reliquia a 
quella sorta di monatti cho la cercavano, per trasportarla in quel 
modo orrendo e quindi bruciarla, e non avendo un cortile, un giar- 
dino ove poterla sotterrare, ponsò di sepellirla in un giarro o anfora 
di terra cotta: quel dolce pegno esiste tuttavia nella casa del pie- 
toso consorte. 



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337 

plumbeo manto, ed una lenta e continua brezza di sci- 
rocco spandeva sul paese il mefitico puzzo, che, con- 
giunto a quello che usciva dalle chiese in cui si erano 
seppelliti i cadaveri sino dal giorno 28, e dove nascosta- 
mente taluni congiunti, per non permettere che i corpi 
dei loro estinti fossero bruciati, continuavano a seppel- 
lirli, attoscò l'aere in siffatto modo, che la voracità del 
male rese più terribile e più tremenda la morìa, la 
quale forse per la sua estrema forza, non durò più di 
dodici o tredici giorni. 

In questo tempo giungevano da Napoli e da Pa- 
lermo i vapori coi medici, farmacisti, medicinali e vi- 
veri. Il solo piroscafo lo Stromboli, partito il primo set- 
tembre da Palermo, recava in Messina cinque ispettori 
di polizia, due padri cappuccini, dieci medici, cinque 
farmacisti, tre pratici, quarantaquattro infermieri, 
venti guardie di polizia. Il luogotenente recavasi a 
bordo, per salutare i generosi. In questo disastro tanto 
il Ministero della capitale quanto la luogotenenza, rap- 
presentata da Satriano, si comportarono con zelo e fi- 
lantropia. In Messina si aprirono, a richiesta delle 
autorità costituite, delle sottoscrizioni, ed il Governo 
si mostrò generoso verso gii orfani ed i miseri. Biso- 
gna essere imparziali e giusti anche coi nostri nemici. 

L'8 settembre fu al duomo cantato il Te Deum, in rin- 
graziamento della cessazione del colèra. E il colèra non 
era ancora cessato. Il Giornale Ufficiale di Palermo degli 
1 1 settembre, n*M97, annunzia, per telegramma rice- 
vuto da Messina, che la mortalità il giorno 8 era de- 
cresciuta fino a 56. Il dimane, lungi dal decrescere, i 
morti furono 85, secondo lo stesso giornale, forse come 
conseguenza di quest'altro errore. 

Noi non possiamo non deplorare la cecità di taluni 
pubblici funzionari, i quali, dopo tanti anni di espe- 
rienza, permettono le pubbliche riunioni nei tempi di 
colèra. 

In Messina, di quella luttuosa scena, non restò che 
22 



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una lugubre e spaventevole memoria. Non una esatta 
relazione medica che additasse i differenti sistemi ado- 
prati dai professori, nò una pagina storica che accen- 
nasse la causa e lo svolgimento della invasione. Il Go- 
verno dei Borboni fu sempre straniero ai lavori di sta- 
tistica ed a qualunque studio popolare scientifico. La 
sua religione era l'ignoranza, senza la quale non si sa- 
rebbe sfasciato un regno di 8,000,000 in pochi giorni. 

Basta riflettere che, dopo parecchi anni, moltissime 
persone morte di colèra figuravano scritte nel registro 
dei vivi. È vero che, nei terribili giorni del 29 al 2 o 3 
di settembre, non ci era nè ci poteva essere un ordine 
preciso nello stato civile, sì per mancanza degli ufficiali, 
come per l'impossibilità di rivelare i morti, taluni dei 
quali non erano più riconoscibili ; ma un Governo ve- 
ramente civile avrebbe trovato il mezzo di completare 
con esattezza una statistica, per lo meno dei soli de- 
cessi. Pure, poco dopo si scelsero delle Commissioni 
per quartieri, numerando per ogni casa i morti di co- 
lèra, secondo la dichiarazione orale dei congiunti o dei 
vicini superstiti. Sulla fragile base di questo sistema 
antidiluviano, si ebbe una cifra di 22,000 decessi, e 
forse sopra tale criterio poggia la statistica della Gaz- 
zetta Medica di Genova; sebbene anche su questo dato 
ci è sempre una differenza positiva. 

La numerazione delle anime di Messina, al 1854, 
non giungeva appena che a 90,000, cosicché il rap- 
porto starebbe a un dipresso come 1 per ogni 4, non 
mai come 1 per ogni 6 persone. 

Moltissimi credono che i morti, dopo le rettifiche 
dello stato civile, giungessero con certezza almeno a 
23, 000, ciò che darebbe 2 persone per ogni 7, o meglio 
il 29 per cento circa, cifra sicuramente enorme, che 
trovava solamente riscontro nelle pesti, non mai nel 
colèra. 

Le guarnigioni della città e della cittadella furono 
anch'esse terribilmente attaccate. Ci si assicura che i 



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morti superassero i 400 sopra nn contingente di 2000. 
cioè si ebbe sotto questo rapporto una perdita del 20 
per cento. La differenza dal 20 al 29 tra i morti della 
guarnigione e quelli della città, deve naturalmente at- 
tribuirsi ai pronti rimedi, alla nettezza, al metodo di 
cura. Se si avesse un'esatta statistica de 1 rispettivi at- 
taccati e decessi, non saremmo obbligati di valerci delle 
congetture. 

Dopo pochi mesi, noi fummo a Messina. Quel deso- 
lato paese ci fece un'angosciosa impressione. Agli occhi 
nostri, la ridente città si presentava con un aspetto 
così squallido, come quello di un camposanto. Non ci 
era quasi individuo, che non fosse vestito a bruno. Ogni 
creatura raccontava, piangendo, la sua lugubre storia. 
Però quei fatti, d'altronde tristissimi, furono altrove 
grandemente esagerati. Si disse che la morìa ascen- 
desse da 37 a 40,000, e si aggiunse che due o tre mila 
persone, uscite dal duomo la sera del vespro della Ma- 
donna della Lettera, fossero restate immantinente vit- 
time del male. Questa menzogna, che ha la sua base 
nella supposizione di essere stata avvelenata la chiesa, 
si smentisce da per se stessa. La sera del vespro cade 
il 14 agosto, e in questo giorno, come nei giorni ap- 
presso, il colèra non si era manifestato in tutta la sua 
violenza; il lettore potrà di ciò convincersi dalla no- 
stra relazione storica. Forse quell'adunanza contribuì, 
come sempre, ad affrettarne lo sviluppo ; ma certo non 
partorì quegli effetti funesti e subitanei, che taluni vo- 
gliono tuttavia sostenere, per provare il fatto di un 
collettivo avvelenamento in un grande spazio. 

Il primo caso di colèra in Palermo era avvenuto il 
7 luglio, e s'ignora se sia stato colà importato dalle 
provenienze di Messina o di Napoli. Il pubblico, alla 
nuova dell'invasione, fu spaventato e moltissimi fug- 
girono per le campagne e per l'interno della Sicilia. Il 
Governo del principe Satriano adoprò tutti i mezzi per 
frenare il male. S'impiantarono ospedali, si costituì- 



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rono Commissioni di soccorso, si curò con grande ocu- 
latezza a disinfettare le località, dove erano morti i co- 
lerosi. Le voci di veneficio erano represse con grande 
severità; d'altronde i liberali non osarono prudente- 
mente di servirsi di quello sconcio mezzo, per istillare 
l'odio contro il Governo. L'esperienza del 1837 era riu- 
scita troppo amara. 

Il colèra cessò intieramente il 6 ottobre. La morta- 
lità fu di 5334, cioè del 2 8[10 per cento, sopra una po- 
polazione di 185,814. La cifra maggiore si ebbe nella 
seconda settimana. 

Le provincie di Trapani, di Caltanissetta, di Girgenti 
furono anch'esse invase, e tranne alcuni piccoli paesi, 
non si deplorò una grande strage. Del resto il di- 
fetto della statistica di quell'epoca non ci offre il destro 
di riprodurre alcuna cifra, che potesse riguardare le 
accennate località. 

La provincia di Catania fu invasa nel tempo che 
decresceva il colèra in Messina, la cui spaventevole 
strage aveva fatto scappare, prima dell'invasione, una 
immensità di cittadini pei paesi e per le campagne 
dell'Etna. Questo grande sfollamento, e le misure sa- 
nitarie adoprate dal Governo impedirono quelle tristi 
conseguenze che temevansi, attesa l'influenza del caldo 
urente, e nello stesso tempo umido che in quei tempi 
predominava. I medici e gl'infermieri partiti da Pa- 
lermo, che con somma abnegazione si erano resi tanto 
benemeriti in Messina, passarono in Catania, e non 
vennero meno al loro còmpito. Ciò malgrado si con- 
tarono 2474 morti. Questo risultato lo abbiamo de- 
sunto dagli atti dello stato civile; ed è quasi uniforme 
alla statistica precedente della Gazzetta Medica di 
Genova. 

In Catania, di tutte le invasioni del colèra, non si è 
pubblicato ancora alcun lavoro statistico. Ci sorprende 
come questo paese, che nello sviluppo delle scienze 
non è secondo ad alcuno, sia così spensierato, e, se vo- 



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lete, così indolente in questo genere di lavori, che ora- 
mai costituiscono la stella polare di tutte le ammini- 
strazioni municipali e nazionali. 

Il pregiudizio del colèra-veleno fu, in Catania più 
che altrove, sviluppato, quantunque in quei tempi i 
pubblici istigatori temessero di compromettersi, e non 
avessero le garanzie dell'attuale Statuto, sotto la cui 
ombra essi si ricoverano, mentre insidiosamente lavo- 
rano per iscalzarlo. Pur non dimanco il Governo d'al- 
lora fu obbligato di spedire colà, sin dal primo mani- 
festarsi del morbo asiatico, una colonna mobile ■ affine 

* di prevenire qualsiasi sconsigliato proposito di quei 

* pochi che, ciechi dello intelletto, credono ancora alla 

* propinazione misteriosa di veleni produttori del fa- 

* tale morbo. Le regie milizie, che sotto il comando 
" del colonnello De Benedictis in quella provincia si 

* ebbero per missione d'infrenare gli errori, incuorando 

* i timidi, serenando le tranquille popolazioni atter- 

* rite dalla presenza dell'indico morbo, e più ancora 
" dalla tema che l'ordine avesse potuto essere tur- 

* bato con grave detrimento della stessa salute pub- 
■ blica (1). . 

Cotali espedienti, da loro stessi sempre pieni di gravi 
disturbi ai comuni e agli abitanti, erano precisamente 
necessari in vista di eliminare il danno maggiore delle 
invalse idee di venefìcio, al cui predominio soggiace- 
vano in ispecial modo le provincie di Catania e quella 
di Noto. 

Nel mese di ottobre, la intera Sicilia era stata già 
invasa dal morbo, tranne la provincia di Noto. Sira- 
cusa temeva l'invasione dal lato del nord, vai quanto 
dire da Catania, quando inaspettatamente sviluppasi il 
colèra dalla parte occidentale, cioè in Ragusa, forse 
per le provenienze di Vizzini e di Terranova, da un 
pezzo infette, la prima appartenente alla provincia di 
Catania, la seconda a quella di Caltanissetta. 

(1) Giornale ufficiale di Sicilia, 16 ottobre, n° 222. 



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In novembre si attaccano Comiso, Vittoria, Modica, 
Scicli, dove il male serpeggia, ora mite ed ora minac- 
cioso, per tutta la stagione invernale, e nella prima- 
vera si sviluppa in Spaccaforno, durando e imperver- 
sando nello stesso tempo in Modica. 

Con l'inverno del 1854 e 1855 il colèra era quasi 
intieramente cessato nel resto della Sicilia, in Italia, in 
Europa e nell'America: diciamo quasi perchè in qual- 
che contrada, come nelle coste dell'Adriatico, di tanto 
in tanto riappariva qualche caso. Nel mese di febbraio 
1855, si sviluppò negli Stati Uniti, e propriamente 
nella Nuova Orleans, donde estendendosi in tutto il 
continente, vi durò fino ad agosto, nel quale mese fece 
un'immensa strage sulla frontiera del Texas. Fu sen- 
sibilissimo ancora nell'America meridionale, o meglio 
a Buenos-Ayres, nel Brasile e Montevideo. 

Nella primavera divampando nell'Adriatico, e nelle 
Romagne, dilatavasi in Trieste, nel Veneto, nella Lom- 
bardia, nella Toscana, e propriamente a Firenze, ove 
infieriva nella classe povera. Contemporaneamente svi- 
luppavasi in Genova ed a Parigi. In giugno incrude- 
liva di nuovo nei campi della Crimea e nella flotta delle 
potenze alleate nel Baltico. Nello stesso mese svilup- 
pavasi in Algeri ed Orano sotto forme epidemiche. 

In luglio imperversa nel Lombardo-Veneto, nella 
Repubblica Elvetica, in Spagna, dove fa un'immensa 
strage per la poca cura del Governo, e per la insana 
abitudine in queste emergenze di riunirsi nelle chiese 
e pregare il Dio delle misericordie. Infine, in questo 
anno il colèra invase quasi tutti i punti di Europa. Nel 
focolare da ove si era propagato, cioè nella Crimea, 
scompariva il 1 6 luglio, e incalzava nel Cairo, in Ales- 
sandria, a Smirne, Costantinopoli, Pietroburgo, Salo- 
nicco, Trieste, Torino, Genova, Brescia, Modena, Fer- 
rara, Parma, Piacenza, Sinigaglia, dove moriva il 
principe Mastai, fratello del papa. In quest'ultima città 
i morti non erano più di 50 o 60 al giorno. Il 17 luglio 



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il popolo, forse spinto dai preti, pensa rivolgersi al 
protettore del paese San Luca; improvvisa una grande 
processione di cinque o sei mila persone, le quali, dopo 
di avere girato il paese, tornano in chiesa, dove tutti 
gli altari erano parati a festa e carichi di lumi. Dal 
dimane in poi, i decessi cominciarono a toccare la cifra 
di 200 al giorno. 

Anche in Ferrara il 29 si faceva una processione a 
piedi scalzi. Una buona parte di quei che v'intervennero 
furono la stessa notte attaccati di colèra, sia per effetto 
della infreddatura, sia per la riunione avvenuta nella 
chiesa. 

Il Napolitano, attaccato di colèra in tutte le sue Pro- 
vincie, soffrì perdite gravi. Si ignora il numero dei de- 
cessi in quella parte del reame. 

La Sicilia fu invasa in vari punti, con più o meno 
intensità, ritornando il male in quei luoghi dove era 
stato Tanno precedente, tranne Messina, e attaccando 
nuovi paesi. 

In Palermo il colèra durò 1 20 giorni, e tolse la vita 
a 1840 individui, cioè, fra una popolazione allora di 
182,220, si ebbe la perdita dell'I per cento. 

In Catania ne morirono 916. 

In Siracusa 107. 

La perdita più sensibile si sperimentò a Palazzolo, 
paese allora di 9810 anime, nella provincia di Noto. 
Fu invaso il 1 6 luglio, e in meno di 50 giorni ne mori- 
rono 1190 persone, cioè circa il 12 per cento. 

Il popolo ritenne di essere stato avvelenato, e non 
adottò altro rimedio che la fuga ; e, poiché questa av- 
venne dopo il completo sviluppo del colèra, così la 
gente moriva negli stradali e nelle campagne. 

Fra tutte le provincie d'Italia, quelle che conta- 
rono un numero maggiore di vittime, furono la Lom- 
bardia e Sassari. La prima fu invasa quasi pel capriccio 
del generale Giulay, il quale ordinò il cambio della 
guarnigione lombarda con quella di Venezia, dove fer- 



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veva il colèra. L'Austria non volle mai, in quelle Pro- 
vincie, dichiarare contagioso il colèra, e molto meno 
permettere i cordoni sanitari ; perchè, siccome, nel pa- 
ragrafo 47 della sovrana patente del 18 aprile 1816 
sulla esazione delle imposte, si stabilisce che in caso di 
peste rimane sospesa la esazione dei dazi diretti; così, 
non volendo assimilare il colèra alla peste, e quindi so- 
spendere la riscossione delle imposte, si sforzava di 
dichiararlo epidemico, malgrado il giudizio della Fran- 
cia e delle colte nazioni. 

Nelle provincie di Milano, Bergamo, Brescia, Man- 
tova, Cremona, Como, Lodi, Pavia, Sondrio, i morti 
complessivamente furono 15,366 fra 33,114 attaccati. 
Il Governo e taluni comuni preoccupati sempre dal 
concetto vero o finto della epidemia, non si curarono 
nè dei mezzi igienici reclamati dall'arte, nè della disin- 
fettazione; e fu perciò che il numero dei morti in qual- 
che paese divenne maggiormente sensibile. In Sassari, 
appena scoppiato il morbo per le provenienze del con- 
tinente, le autorità comunali e i medici abbandona- 
rono l'infelice paese, cosicché i morti crebbero di giorno 
in giorno a dismisura, e giunsero a sorpassare il nu- 
mero di 200 per ogni 24 ore. I cadaveri restavano due 
o tre giorni nelle case, nelle vie, negli stradali di cam- 
pagna. Sassari era diventato un cimitero. Il Governo 
fu obbligato di spedire colà dei sanitari, i quali furono 
benedetti, pel loro zelo e per la loro abnegazione, da 
tutto il popolo che, cessato il colèra, volle con grida di 
gioia accompagnarli fino ai vapori. 

In ogni invasione colerica, come nelle pesti, il so- - 
spetto di veneficio nella plebe si riproduce sempre, 
anche, come dicemmo, nei paesi più civili ; se non che 
questa preoccupazione nelle provincie meridionali di 
Italia è più fiera che altrove, e più atta a divam- 
pare in mostruosi tumulti. Un solo fatto spaventevole, 
accaduto nella civilissima Firenze, fece bucinare per 
qualche giorno quel sospetto di veneficio. Nelle car- 



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345 

ceri delle Murate furono attaccati 67 prigionieri, e fra 
gli altri un imputato politico. Qualche caso era avve- 
nuto nei giorni precedenti, il capo-custode non era stato 
sollecito di fare uscire il cadavere ; quindi infettato 
lo stabilimento, si ebbe istantaneamente quell'infelice 
risultato. 

Taluni censurano la troppa fretta delle autorità co- 
munali di far trasportare nei camposanti i morti di 
colèra, perchè ignorano le tristi conseguenze delle esa- 
lazioni mefitiche di quei corpi, sin dal primo istante 
della loro corruzione, che avviene immediata alla ces- 
sazione della vita. 

Sovente le grandi stragi successero per la noncu- 
ranza dei sindaci, i quali non furono solleciti di fare 
estrarre dalle case, anche con la forza, i cadaveri dei 
colerici. I popoli delle provincie meridionali si dolgono 
di questo assennato provvedimento, perchè, disprez- 
zando al solito qualunque idea di contagio, credono 
che taluni apparentemente morti possano ritornare 
alla vita. E perchè la tumulazione si esegue con la 
calce vergine, qual energico disseccante, e questa ap- 
pena messa in contatto col cadavere produce degli sti- 
ramenti dei muscoli; così la plebe ritiene che l'uso della 
calce sia adoprato per affrettare la morte degli attac- 
cati, e per dissipare anche l'ombra del veneficio. 

Un errore trascina seco una serie di errori. Senza 
l'aberrazione del colèra-veleno, il popolo benedirebbe 
l'uscita immediata dei cadaveri dalle case, ed il giudi- 
zioso sistema della tumulazione. In Siracusa, e forse 
anche nelle altre comuni di Sicilia, si giunse al punto 
di cecità nell'ultima invasione, che la plebe notava 
quando si accendevano le fornaci di calce, e quando il 
comune ordinava se ne portasse una quantità al cam- 
posanto ; allora era certo che il colèra doveva infero- 
cire, perchè per caso così era avvenuto la prima volta. 

Se queste pagine avranno la fortuna di essere tra- 
mandate alla posterità, i venturi le leggeranno con 



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quella irrisione, con cui noi ora leggiamo le storielle 
antiche delle fate, degli spiriti incantati, degli esor- 
cismi, delle streghe ; con una differenza che queste al- 
meno offrono di che sollazzarsi lo spirito, ma quelle 
infonderanno nel cuore dei lettori un sentimento di de- 
solazione. E tutto questo in Sicilia, nel paese ove per 
eccellenza, è precoce l'ingegno e la vivacità,. Eppure vi 
.hanno dominio tali assurdi, che noi stessi vergo- 
gniamo di accennare. Si crederebbe? Moltissimi coloni 
ritengono come un assioma che l'ultima epizoozia non 
venisse dalla natura , ma fosse propinata dalla mano 
dell'uomo; e si sono contentati far morire di fame i 
loro armenti dentro le stalle, anzi che farli pascolare 
sui prati, per non esporli, secondo la loro fantastica 
idea, alle insidie umane. Anche nella Transilvania, nello 
stesso anno di cui parliamo avveniva il seguente fatto. 
■ Ci viene riferito da Hermanstadt un esempio do- 

* loroso di superstizione. Nel comune di Tintuag, in 

* Transilvania, sui confini del Banato, avvenne che 

* in questi ultimi giorni morirono molte bestie bovine 

* e molte pecore; di questo i superstiziosi abitanti in- 

* colparono le streghe, e perciò si recarono da uno 

* scongiuratore di streghe, nel comune vicino di Kos- 

* sesd, per chiedergli aiuto. 

* Lo scongiuratore non si sgomentò : che, anzi, re- 
" catosi a Tintuag, indicò otto persone essere quelle 

* streghe che uccisero il bestiame, e soggiunse che o- 
a gnuna delle persone indicate deve avere di dietro una 
u coda da doversi recidere, per togliere ad esse la loro 
" potenza stregoniana. Le persone additate furono in- 
a vitate all'osteria, e dopo che la società ebbe preso 
u con loro una quantità, di acquavite, tre dei sospetti 

■ furono presi a forza e spogliati, per operare su di 

■ essi la suaccennata operazione. La circostanza che 

* non si rinvenne l'oggetto da tagliare non persuase i 
" superstiziosi abitanti, che anzi dichiararono che la 
u coda mancava, solo perchè gli stregoni l'avevano ri- 



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347 

" tirata. Allora si fece scaldare del ferro che, rovente, 
•'fu applicato sui pazienti in un sito che noi non vo- 
- gliamo precisare maggiormente, con la speranza che 

* la coda ritirata comparirebbe sotto lo spasimo, e che 

* allora l'avrebbero potuta tagliare. — Che l'orribile 

* operazione non ebbe alcun risultato, è inutile il dirlo ; 
" noi aggiungiamo solo che l'imperiai regia gendar- 

* meria in Kossesd, dopo che venne in cognizione del 

* fatto, arrestò, e consegnò alle autorità tutti i colpe- 
41 voli implicati in quel delitto (1). „ 

Una persona intelligente ed istrutta, che oggi non è 
più, sosteneva, non è guari, innanzi a noi, che la crit- 
togama era opera della malevolenza dell'uomo. Cam- 
minando in questo modo, da qui a poco si sosterrà che 
i cattivi raccolti, la siccità, i terremoti, i fulmini, la 
grandine, sono anch'essi artificiali. Quando poi un buon 
diavolo prova, colla statistica alle mani, dal numero 
degli analfabeti e dalle scuole elementari, che l'ex- 
regno delle Due Sicilie, comparativamente al resto d'I- 
talia, è molto al disotto nell'istruzione, ossia nella 
vera civiltà, allora l'amor proprio dei nostri concitta- 
dini è ferito, e bisogna che egli brandisca lancia e scudo 
per difendersi. 

Uno dei più notevoli difetti dei popoli delle provincie 
meridionali d'Italia, in mezzo a tanti pregi, è quello di 
una smodata pretensione, e di una tenacità senza pari, 
nel sostenere taluni errori, che urtano con la logica. Per 
certe cose i posteri non solo dovranno ridere di loro, 
ma forse anco giudicarli immeritevoli di appartenere 
al secolo delle grandi scoperte. La colpa non ricade, 
come dicemmo altre volte, sul popolo , ma sui sogna- 
tori, che si studiano di travolgere le sue idee sotto il 
mendace aspetto di patriottismo e di bene ; secondo 
noi, lo ripeteremo sempre, questa non è carità di patria. 

Quelli che piaggiano i popoli, li lusingano, li ingan- 
nano, sono false deità. Il vero patriotta è colui che de- 
ci) Italia e Popolo, 28 settembre 1855, n° 269. 



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nuda la piaga, che taglia la cancrena, che chiama le 
cose col vero loro nome. Ah ! quante idee a questo pro- 
posito ci sorvolano nella mente ! Noi le soffochiamo per 
tema che siano, come suol dirsi, di appiccicante a ben 
altre quistioni; e crediamo, fino a questo punto, di non 
avere per nulla fuorviato dal nostro argomento. 

Nell'inverno del 1855 spariva interamente d'Europa 
il colèra, e i potenti nemici che aveano fatto versare 
tanto sangue alla umanità, e che aveano con i loro e- 
serciti contribuito alla diffusione del colèra, mettevano 
la quistione sul tappeto della diplomazia. 



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« 



a4* 

* 



CAPITOLO IX. 



La guerra d'Italia. 



I gravi dolori, le scoraggianti influenze sparsi a in- 
tervalli per dieci anni nel morale dei popoli della no- 
stra penisola, e più d'ogni altro in quelli della parte 
meridionale, cagionati dalle notizie, dalle minacce, dalle 
stragi, e in fine dai timori della riapparizione dell'esi- 
ziale morbo, avevano conturbato da pgr tutto gl'inte- 
ressi, rattenuto le speculazioni, allentato il commercio. 

Gli uomini dei propositi politici e delle buone aspi- 
razioni, astraendosi dalle vertenze diffìcili dell'interno, 
tennero vigile lo sguardo allo sviluppo degli avveni- 
menti nella guerra gigante contro la Russia. E benché 
al loro spirito fosse riuscito penoso il disinganno, nello 
aver veduto impedita la naturale simultaneità dei mo- 
vimenti e dei colpi verso Varsavia, che avrebbero da 
loro stessi spiegato netto il programma a farla una 
volta finita con le pretensioni degli sciti in Europa; 
pure nell'interesse proprio dell'Italia, apparve loro un 
raggio di speranza proiettato dall'impacciata protei- 
forme politica austriaca, la quale senza rendersi rag- 
guardevole alle parti belligeranti, dovea in fin dei conti, 
nel loro avvicinarsi, subire l'isolamento e il discredito, 
per quindi essere chiamata alla barra del giudizio eu- 
ropeo. Ciò è di vero. 

In controsenso ai grandi sacrifizi, le diffidenze tra i 
Gabinetti delle Tuileries e di San Giacomo lasciarono 
integro e illeso l'impero della Russia, capace sempre, 



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350 

. in ogni evenienza, a riprendere i suoi tentativi contro 
l'Europa. Se non che l'irritazione acerbissima di una 
mancata gratitudine a quell'impero diè agio all'Inghil- 
terra e alla Francia, quasi a sdebitarsi del rimorso di 
aver frustraneamente profuso tesori di vite e di ric- 
chezza in Oriente, di compiere d'accordo colla Russia, 
in Parigi, un atto solenne, che in fine separava al tutto 
la sorte dei popoli dalla barbarie dei bassi tempi, da- 
gl'iniqui protocolli di Vienna (1). 

Il principio del non intervento offrì il solo lato no- 
tevole dei risultati della titanica guerra; e come 
tale non poteva mancare di essere prezioso ai popoli 
della sbranata Italia. Pietroburgo, sotto l'impulso di 
condensare le sue vendette contro l'ingrata Vienna, si- 
mulava di non preoccuparsi delle tarde e lontane con- 
seguenze dello stesso principio a lei nocive, purché la 
sua rivale ne sperimentasse di repente i danni. D'al- 
tronde ai Polacchi mancava il loro Piemonte ; e al po- 
stutto se il loro patriottismo era indomabile, pure a 
quei generosi d'ogni colore non si offriva, come agl'I- 
taliani, l'accolta ufficiale, sotto le cui ali, sacrificando 
sistemi e radicali convinzioni, avrebbero potuto impri- 
merle la forza dell'unanime sentimento della nazione, 
e farlo valere con veste ministeriale nelle regioni della 
stessa diplomazia. 

Dal non intervento non potevano uscire Legnano, o 
le barricate di Palermo, le cinque giornate di Milano, 
o le battaglie di Roma. La sfera produttiva di esso 
stava appunto negli uffici governativi ; quindi qualun- 
que sommità, di eccellenze popolari non era accessibile 
a far valere il violato diritto della nazione. Mazzini (2), 
Garibaldi, Manin, Guerrazzi, erano merce fuori con- 
tratto. In quelle condizioni, il grido di loro soli non ba- 

(1) Spettava alla Francia imperiale rinnovare il mostruoso spet- 
tacolo, nella occasione del protratto e ripetuto intervento in Roma. 

(2) Mazzini ogli stesso confessa di avere lasciato fere alla politica 
sarda; e se come individuo si astenne, come partito l'appoggiava. 



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351 

stava; insieme a loro l'elevazione intellettiva e patriot- 
tica del conte Cavour divenne potenza di prini'ordine 
in Italia, e il credito e la speranza rinascevano da un 
capo all'altro della Penisola. 

Ben a proposito la fatale epidemia era cessata; nes- 
suna preoccupazione poteva distogliere la mente del 
popolo dalla preziosa opportunità dei momenti solenni, 
ai quali apparecchiavasi l'Italia. Non una delle belle i- 
stituzioni che in Piemonte s'inauguravano al bene della 
moltitudine ; non un decreto del Parlamento sardo che 
avesse infrenato le pretensioni romane, che avesse con- 
tenuto la tracotanza austriaca; non una ferrovia, non 
una legge d'incoraggiamento all'istruzione, all'indu- 
stria, alle imprese, al commercio, all'estensione del cre- 
dito, al plauso degli uomini di Stato, e dei pubblicisti di 
Inghilterra e di Francia; non la contribuzione lombarda 
al monumento, all'armata d'Italia reduce dalla Crimea, 
alla fusione dei cento cannoni ; non il fiero disdegno di 
Vittorio Emanuele ad intervenire, o a spedire rappre- 
sentanti in Milano a far omaggio al nemico e straniero 
monarca, nell'atto stesso che, immemore e vile, lo stuolo 
degli altri principi italiani gli si prosternavano in co- 
dardìa e vassallaggio ; non un discorso della Corona; non 
in fine la voce ardita e monitoria della tribuna furono 
ignoti al minimo del popolo nelle nostre contrade. I pa- 
triotti, come per incanto, rendevano il nome del Re e 
del ministro sabaudo i più popolari del tempo, come 
quelli dai quali, tosto o tardi, doveasi attendere la ven- 
detta della strage del 1 5 maggio in Napoli, il fuoco ed 
il saccheggio di Messina, di Catania, e per tutto il san- 
gue di Novara e di Brescia. 

I tempi erano mutati. Ciò che avea squallidamente 
attutito il colèra, rinasceva sotto il fervore del senti- 
mento nazionale. I contraccolpi di Villafranca lo col- 
sero improvviso non fu paralisi, ma momentaneo 

raccoglimento a fidare nelle proprie forze ; quantunque 
i radicali d'Italia avessero innanzi tempo preveduto il 



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352 

voltafaccia napoleonico , e solennemente protestato 
contro l'intervento della Francia. 

Quest'isola dei vulcani e dei concitati affetti si atteg- 
giava a supplire alle fallite promesse u Dall'Alpi all'A- 
driatico. „ La Toscana, l'Emilia e i ducati suscitati e 
spinti dalle notabilità aristocratiche della terra dove 
il sì suona, volevano in sulle prime costituire l'antico 
regno d'Etruria; i liberali s'opposero con tenacità a 
quelle aspirazioni autonomiche, e vinsero. D'allora 
la scuola del senno politico trionfò, e la Sicilia fu la 
palestra della virtù nazionale e dell'onore. 

Al conte Cavour, forte del concorso dei patriotti, se 
bastato gli era lo strumento officiale a difendere con 
successo le istituzioni degli Stati sardi dalle soperchie- 
rie straniere, mancava però la potenza di creare 
una nazione. La diplomazia co' suoi istinti lo incep- 
pava, anzi gli era nemica, ond'egli tentennava incerto 
del presente e mal sicuro dell'avvenire. Il suo primo 
concetto era stato quello d'ingrandire il Piemonte, e 
di formare un'Italia federativa (1). L'Austria, formi- 
dabile, intendevasi strettamente colle infide Corti di 
Napoli e di Roma, gli apparecchi delle quali prepara- 
vano le ruine della Casa Sabauda, e delle speranze de- 
gl'Italiani. Pur non dimeno bisognava cedere alle sen- 
tinelle del popolo, ai patrioti, il luogo dell'impresa, il 
libero movimento. Costoro, siccome pochi anni prima 
aveano deferito al carattere ufficiale di Cavour il man- 
dato del risorgimento italico, a fine di farsi valere in 
diplomazia, così nell'inversione di dover raccomandare 
la nazione a tutt' altra fonte più limpida, più sincera, al 
decreto del popolo, fu da loro patteggiata V unità nella 
conquista del nuovo diritto, e sotto le ali di essa pro- 
teggere insieme la Croce di Savoia e le sorti d'Italia. 
— Sapiente ricambio, ma non sincero. 

Il conte di Cavour temeva lo spettro della repub- 

(1) La storia con documenti rivelerà i veri fatti, che tutlavia si 
ignorano. 



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353 

blica, teine va che il Piemonte perdesse quello che aveva 
conquistato, temeva si potessero elevare delle suscet- 
tibilità diplomatiche, quindi amava camminare a passi 
di piombo, e senza l'elemento rivoluzionario. 

Ostava dunque lo scendere in campo chiuso contro la 
violenza. Sicilia non isgoinentossi, ed osò. Momenti su- 
blimi, benché sentiti sotto il predominio della domestica 
tirannide dei Borboni! — Fu a costoro questa volta che 
venne meno la fatale barca, di cui accenna il Borghi, 
per ammorbare l'isola, e disperdere nelle traversie del 
crudele morbo l'unanime accordo degl'italiani di Si- 
cilia. Ma la Provvidenza, quel dito che segna le grandi 
opere dell'umanità, .serbava lo splendore della popolare 
vittoria in un periodo di tempo, quando quell'epidemia 
non era da quattro anni che un funesto ricordo. Ed in 
vero, ove mai dcssa fosse continuata ad incrudelire du- 
rante le fasi guerresche del 1 859, avremmo potuto con 
maggiori sacrifizi provare le geste portentose del valore 
italiano iu Varese, Palestre, San Martino; ma alla 
storia contemporanea sarebbe di certo mancato l'epi- 
sodio del grande dramma, aperto nello .sbarco in Mar- 
sala, glorificato a Calafatimi, a Milazzo, al Volturno, 
per virtù di popoli, che spiauò le vie, o meglio, forzò la 
mano del grand'uomo di Stato, che oggi non è più, 
alle illustri imprese governative di Castel fìdardo, di Mes- 
sina, di Gaeta. Diciamo forzò la mano, perchè il conte 
di Cavour, fino ad un certo punto, non solo diffidava 
dell'impresa del generale Garibaldi, ma indirettamente 
la contrastava.il partito liberale d'Italia conosceva, sin 
dal 5 aprile, il movimento di Palermo; ma mille indugi, 
mille difficolta gli si frapponevano davanti. Dopo la 
gloriosa entrata dei Mille in Palermo, il Governo del 
Piemonte incominciò da un canto a preoccuparsene 
seriamente, e dall'altro a stabilire un limite alla rivo- 
luzione sempre trionfante. 

Questa verità non è disconfessata dagli uomini stessi, 
che oggi siedono in distintissimi posti. 
23 



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354 

Fa una fortuna dunque che non fosse l'Italia, in 
quel periodo di tempo, travagliata dal terribile morbo. 
E tale affliggente considerazione ci chiama a riflettere 
quanta sia l'importanza della fatale preoccupazione 
del colèra-veleno precisamente nelle popolazioni della 
Sicilia e delle provincie napolitane, da renderle, non 
solo aliene dal concorrere alla salvezza o alla difesa 
del diritto nazionale , ma forse da costituirle stru- 
mento, nelle formidabili frenesie della passione, a cagio- 
narne il rovescio. In ciò sta appunto la necessità del 
Governo di prendere le più serie iniziative, perchè con 
tutti i mezzi si adoperi a contribuire, con perseveranza 
e con efficacia, a cancellare dalla mente della molti- 
tudine la malnata credenza. Una delle mille importanti 
occupazioni ministeriali è quella di vegliare sulla ino- 
culazione del vaiuolo, di promuovere tutte le prove e 
tutti gli esperimenti ad evitare la crittogama, a pre- 
servare gli armenti dal tifo bovino, a distruggere le 
cavallette, quand'esse invadano i nostri campi. A tale 
scopo non si manca laudabilmente nè di opportuni 
regolamenti, nè di cure, nè di denaro. Ciò nullostante, 
per la funesta influenza dell'errore del colèra-veleno 
nelle provincie meridionali, si subiscono danni peggiori 
che per le altre accennate malattie si sperimentano 
nequizie, atrocità di ogni maniera, eccidii i più ri- 
buttanti ; eppure nessun temperamento speciale e co- 
stante è giammai sorto nè dai Borboni, nè dal regno 
d'Italia!... 

Abbiamo toccato di volo ciò che nel primo lustro, 
da quando tacque il colèra nella Penisola, predominava 
nella mente del popolo di glorioso e di appassionato 
al nuovo ordine di cose. Non è del nostro lavoro l'oc- 
cuparci a far cenno con quale magistero, con quale 
sapienza, abbiano i nostri uomini di Stato saputo gio- 
varsi della magica ed universale simpatia. Sacrifizi di 
ogni genere precedevano nel secondo lustro, e segui- 
vano i quotidiani disinganni. Ingiurie dello straniero, 



355 

eccessi e violenze, organizzate ruberie balenarono in 
mezzo al discredito politico e finanziario ; e per sopras- 
sello la notizia della riapparizione della terribile epi- 
demia in lontane regioni. 

Nella primavera del 1863, il colèra si sviluppò nelle 
Indie, e lentamente si spinse nelle stanze d'Ismaele, 
dove, accanto alla tomba del profeta, mescolandosi alle 
feste, ai sacrifizi, agli olocausti, e acquistando perciò 
forza e vigore, fu ai primi di giugno, col ritorno dei 
pellegrini, importato in Alessandria, e propriamente 
nel quartiere degli Arabi. Alla metà dello stesso mese, 
si estende per l'intera città, ed ivi incrudelisce in modo 
spaventevole. Più di 20,000 persone fuggono precipi- 
tosamente, e il nolo dei navigli ascende a prezzi esa- 
gerati. Un legno a vapore da Alessandria a Costanti- 
nopoli pagavasi per ben 50,000 lire. 

Lo sviluppo del male in quel paese aveva allarmato 
l'Europa ; ma più di tutti Messina, la quale ricordava, 
con amaro dolore, la strage del 1854. 

Il 29 giugno, in conseguenza di una circolare della 
direzione generale di sanità marittima del 20 dello 
stesso mese, nella quale si ordinava la contumacia, e 
non lo sfratto, alle provenienze del vice-reame d'Egitto, 
i Messinesi all'arrivo del vapore il Nilo delle messag- 
gerie imperiali da Alessandria, corrono all'ufficio sa- 
nitario, vi appiccano il fuoco, come nel 1837, ed obbli- 
gano il vapore a proseguire immantinente il suo viaggio 
per Marsiglia. Il Governo di Firenze, dopo questo cla- 
moroso fatto, a fine di calmare l'agitazione pubblica, 
alla dimane stessa scrive al prefetto di Messina il se- 
guente telegramma : 

■ Ministro interni autorizza prefetto Messina pren- 
u dere disposizioni tutte dirette calmare popolazione 
" — Crede necessario mantenere sfratto provenienze 
* Egitto, finché lazzaretto trovasi attuali condizioni. „ 

Intanto il colèra attacca successivamente tutti i 
punti marittimi di Europa, Sira, Malta, Costantino- 



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356 

poli, Galatz, l'isola di Cipro, Salonicco, Birmingham, 
Marsiglia, Gibilterra, Tolone, Southampton, e quantun- 
que Birmingham sia dentro terra, pure questa città, 
che conta 1 50,000 anime, essendo in comunicazione 
con tutte le piazze e i porti mercantili di Europa, per 
mezzo dei eanali navigabili, può riguardarsi come punto 
marittimo. 

Queste osservazioni non sono certo inutili. Secondo 
noi, la quistione di contagio deve studiarsi sotto questo 
punto di \ ista, e non già dal contatto mediato o im- 
mediato degl'individui che avvicinano i colerosi. 

Mentre che il colèra invadeva i cennati punti av- 
viene ni luglio, in Pistoia, la morte di una donna, 
certa Filomena Conforti, la quale era arrivata col con- 
voglio della strada ferrata la stessa mattina da An- 
cona, dove aveva subito sei giorni di contumacia, per 
la sua provenienza da Alessandria d'Egitto. I medici 
dichiarano di essere morta di colèra-asiatico. Dopo po- 
chi giorni si sviluppa il male completamente in An- 
cona, Si spediscono da Firenze commissari, medici, 
soccorsi. Il Governo distribuisce 15,000 lire ai biso- 
gnosi attaccati di colèra; il Re ne dà 20,000 della sua 
cassetti! privata. Malgrado questi aiuti, la strage in 
Ancona fu sensibile e non molto differente da quella 
dell'Egitto e della Turchia. 

In Alessandria fra 200,000 abitanti ne morirono 
12,000. Nel Cairo fra 400,000 ne morirono 30,000. 
Nel re>to dell'Egitto 40,000. Complessivamente consi- 
• deraudo la intera popolazione della Y r ice-Reggenza, rap- 
presentata da tre milioni e mezzo, la perdita fu del 2 
e un terzo per cento. La maggiore strage avvenne in 
Costantinopoli dove per molti giorni nel giro di 24 ore 
ne morirono da 800 a 1000 persone. 

Frattanto dai paesi marittimi il colèra si estendeva 
in qualche punto dell'interno. Fortunatamente la sta- 
gione calda era passata. Sono attaccati Madrid, Lon- 
dra, Modena. Ai 27 settembre il colèra si sviluppa a 



357 

San Giovanni a Tcduccio che dista poche miglia da 
Napoli. Dalle indagini fatte da una Commissione me- 
dica risultò che nei primi giorni di agosto il brigantino 
San Nicolò, con 1 3 persone di equipaggio, caricava in 
Costantinopoli 400 quintali di crusca e di là partiva 
il dì 11 agosto dello stesso mese. Scontava la contu- 
macia di sette giorni a Nisida, ed approdava il 1 5 set- 
tembre al Granatello. Scaricava la merce il 24 e il 25. 
Dopo due giorni fu attaccato di colèra im certo Fede- 
rico De Cecco fanciullo di sei anni, che abitava accanto 
il magazzino dove era depositata la crusca. L'indo- 
mani fu colpito un altro di lui fratello, e in questo 
modo si estende a San Giovanni a Teduccio la malattia, 
la quale attaccando 615 individui ne spegneva, sino al 
6 dicembre, 290. Il 14 ottobre invade Napoli, e quasi 
nello stesso tempo, si manifesta a Melfi, Bari, Barletta, 
Molfetta, Macerata, Brindisi, Lucerà, Torre del Greco, 
Resina, Portici ; ma in modo assai mite. E un fatto chia- 
rito in tutte le invasioni, che rarissime volte il colèra 
incrudelisce e si propaga nelle stagioni invernali. 
L'11 novembre il Ile, coi ministri dell'interno e della 
giustizia, si reso in Napoli, visitò con grande coraggio 
ed abnegazione gli ospedali dei colerosi, ed assegnò 
60,000 lire alle famiglie povere attaccate di colèra. 
Anche i due ministri largirono 30,000 lire. 

Gli attaccati di colèra nella citta di Napoli furono 
3529 e i morti 2102. 

Sovraggiunto l'inverno, il colèra spariva, non la- 
sciando in Europa in generale luttuose rimembranze, 
sibbene dei timori per il nuovo anno. Quasi tutti i punti 
marittimi erano stati invasi, tranne la Sicilia e la Sar- 
degna; ma l'interno del continente europeo si era for- 
tunatamente salvato, forse perchè la importazione 
africana erasi verificata sul finire della stagione estiva. 

Il colèra, nello spazio di sette mesi, da giugno a di- 
cembre, tolse di vita in Italia 12,901 persone. Si notò 
che la maggiore perdita si ebbe nelle popolazioni ur- 



bane calcolata per 9481, mentre nelle campestri ap- 
pena raggiunse 3420. Il massimo aumento di morta- 
lità, 11, 96 per cento, riscontrossi nei coniugati delle 
comuni urbane. La massima diminuzione 4, 40 per 
cento nei vedovi dei comuni rurali. Nelle comuni ur- 
bane, la mortalità colpì il sesso femminile in ragione 
più forte del sesso maschile, cioè : 

5, 73 per cento i celibi. 

8, , „ le celibi. 

9, 93 R i coniugati. 
14, 68 n le coniugate. 

2, 52 „ i vedovi. 

6, 40 „ . i maschi. 
8, 29 „ le femmine. 

Ci giova passando osservare che, malgrado la inva- 
sione del colera, l'aumento della popolazione d'Italia 
in quell'anno fu prodigioso, anche in rapporto degli 
anni precedenti. Le nascite sopravanzarono le morti 
nella ragione assoluta di 192,490 (1). 

Nell'aprile del nuovo anno, cioè nel 1866, il colèra 
si sviluppa in Halifax, e in tutta la contea di York. 
Verso la metà di giugno scoppia a Stettino nella Prus- 
sia, perlochè quelle provenienze marittime furono as- 
soggettate alle quarantene. Dopo un mese apparisce a 
Liverpool, quando era quasi cessato in Halifax ; e suc- 
cessivamente a Rotterdam e ad Amsterdam in Olanda, 
a Marsiglia, a Nizza, in Corsica, Cronstadt, Stocolma, 
Irlanda, Portogallo, quindi Pest, Bukarest, Grecia, 
Trieste. Questa volta il colèra descriveva una linea più 
estesa. 

Le popolazioni d'Italia si preoccupavano più delle 
minacce di una guerra e delle conseguenze che deri- 
verebbero da im sinistro evento, anziché del colèra 
che da lontano minacciava d'invaderle. L'esercito a 
poco a poco si raggranellava nelle provincie del centro. 
Finalmente dichiarasi l'alleanza della Prussia con l'Ita- 
li) Giornale ufficiale, 30 luglio 1867, n° 207. 



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359 

lia, contro l'Austria. Si chiamano tutte le categorie, e 
si affida l'ordine interno alle guardie mobili. S'ingag- 
gia la terribile lotta, e si hanno le due giornate del 21 
giugno e del 2 1 luglio. 

Noi non ci permettiamo dare alcun giudizio di que- 
sta guerra, neanco con un solo epiteto, perchè non 
vogliamo uscire dalla nostra cerchia; per altro i prece- 
denti della campagna, i fatti che si consumarono, i 
risultati che ne avvennero sono così complicati e lun- 
ghi, da richiedere molto spazio per chi volesse davvero 
svolgerli e chiarirli. Solo non possiamo frenarci di pa- 
lesare una verità riconosciuta dagli Italiani, dagli stra- 
nieri, dagli stessi nostri nemici, cioè che, come i due 
capi del comando terrestre e navale non risposero per 
nulla al dovere che imponeva loro la dignità, l'onore, 
la gloria militare della nazione, così l'intero esercito 
regolare, e i volontari diretti e ispirati dall'uomo dei 
due mondi, fecero dei prodigii di valore da ofiuscare la 
fama non che dei moderni, ma degli antichi campioni 
delle patrie lotte. La storia ricorderà con orgoglio i 
nomi di tutti i prodi che si segnalarono in Santa Croce, 
in Custoza, in Villafranca, in Monte Snello, in Con- 
dino, in Ampola, in Bezzecca a Lissa. Il Governo rimu- 
nerò l'eroismo dei più distinti con la medaglia d'oro (1), 

(1) Ferrari cavaliere Antonio , colonnello comandante il 64° fan- 
teria ; Forgetta Gaetano, da Siracusa, soldato nel 51° fanteria; La- 
vazzeri cavaliere Roberto, maggiore, comandante il 27° bersaglieri; 
S. A. R. il Principe Umberto, luogotenente generale, comandante 
la 16* divisione; Strada cavaliere Enrico, colonnello, comandante i 
eavalleggiori di Alessandria; Marchesi de' Taddei Malacchia, capi- 
tano dei eavalleggiori di Alessandria ; Villarey cavaliere Donato, 
maggior generale ; Statella cavalioro Vincenzo, tenente colonnello 
del 2° granatieri; Canzio Stefano, maggiore, aiutante di campo di 
Garibaldi ; Garibaldi Menotti, tenente colonnello, comandante il 9° 
reggimento; Chiassi cavaliere Giovanni, tenente colonnello, coman- 
dante il 5° reggimento; Bottino Angelo , capitano, aiutanto mag- 
giore in prima del 1° reggimento; Bruzzesi cavaliere Giacinto, te- 
nente colonello del 3° reggimento; Lombardi cavaliere Agostino, 
maggiore nel 6° reggimento ; Dogliotti cavaliere Orazio, maggiore 
nel 5° reggimento artiglieria ; Oliveri cavaliere Vincenzo , capitano 



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360 

fra i quali vi comprese i generosi che lasciarono sul 
campo di battaglia la loro vita, cioè: 

Il cavaliere Donato Villarey, cavaliere Giovanni 
Chiassi, cavaliere Agostino Lombardi, capitano Angelo 
Bettino, cavaliere Vincenzo Statella. Nominando que- 
st'ultimo diletto nome, un palpito di santo affetto ci 
ridesta alla memoria la sua sincera amicizia, e ci 
strappa dagli occhi amatissime lagrime. 

Giovanetto a 20 anni, ricco di casa sua e tenera- 
mente amato dai suoi parenti, nel 1848 slauciavasi sui 
campi della indipendenzn italiana., e imperturbabil- 
mente seguiva il suo cammino, senza lasciarsi sedurre, 
r\h dalle carezze paterne, ne dalle lusinghe dei Borboni. 
Dopo di essersi battuto da eroe nei campi lombardi ed 
in Venezia contro l'Austriaco, faceva prodiga di valore 
alla porta, San Pancrazio in Roma contro i Francesi, 
come aiutante di campo del generale Garibaldi. Grave- 
mente ferito in una gamba, recavasi a Torino trasci- 
nandosi a stento, senza mezzi, senza conoscenze, e 
smozzicando qualche tozzo di pan nero che ritraeva, 
da accattone, di capanna in capanna dalle lande lom- 
barde e piemontesi. L'anima sua era più lacerata dalla 
caduta di Roma, che dalle proprie privazioni. Poco 
dopo l'esule sposava un angiolo d'amore, la contessina 
Ottavia Castagneti, cognata ad un di lui fratello, e al 
1 850 il padre, il maresciallo Statella con la sua potente 
influenza otteneva dal Governo di Napoli che il figlio 
potesse ritornare in Sicilia. Il prode abbandonava, è 
vero, la libera terra per il paterno rispetto ; ma chiu- 
deva, forte nell'anima il segreto che questa estrema 
contrada dovesse, o presto o tardi, emanciparsi dalla 
servitù dei Borboni. Egli partì dal Piemonte col fermo 
proponimento di rinverdire le sperauze dei Siciliani, e 
di predisporre un accordo positivo e leale : nò vennero 

nel 5" reggimento artiglieria. Ignoriamo i nomi di quei prodi che 
furono decorati con le medaglie d'oro perla sventurata battaglia di 
Lissa. 



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361 

mai meno il suo zelo, la sua fede, la sua prodigalità. 
Morto il padre, rendevasi, al 1 854, a Torino sotto il 
pretesto di affari domestici, e ritornò al 1857 con la 
missione di costituire dei comitati nell'isola nostra. 
Noi lavorammo con lui, e fummo noi che appianammo 
le divergenze degli amici liberali di Messina. Al 1859 
scrisse a Garibaldi, da cui ricevè l'invito di muoversi 
per Lombardia ; ma la pace inaspettata di Villafranca 
lo distolse. Appena arrivato l'eroe di Varese in Sici- 
lia (1), il prode Statella lo raggiunge in Palermo con 
la missione di rappresentare il comitato di Siracusa, 
e lo segue fino al Volturno immortalandosi ovunque, 
particolarmente a Milazzo. Sciolti i volontari, entra col 
grado di tenente colonnello nell'esercito regolare, dove 
fu sempre ammirato dai suoi generali e dallo stesso 
Re che lo chiamava : " il distinto ufficiale. „ In Italia 
era amato da quanti lo conoscevano, perchè Iddio 
gli aveva largito cuore perfetto, mente elevatissima. 
Non disperò mai delle sorti della patria; non sentì 
mai odio pei tristi ; attingeva conforto (lai buoni ; 
rinfrancava gli amici, e sempre col sorriso di una dol- 
cezza ineffabile come il sorriso del credente. Nobile, 
generoso, integro, onesto, istruito, leale, amico del 
popolo, protettore degli afflitti; in somma non cera 
cittadina virtù che non si annidasse in quel cuore an- 
gelico. Una fra tutte era la passione predominante nel- 
l'anima sua : l'amore eccessivo all'Italia ; e questo 
santo amore, che scaldava sempre il petto del fiero 
soldato, lo spinse troppo oltre, grondante ancora di 
sangue, a pugnare contro lo straniero. Invano i suoi 
compagni lo pregavano di ritrarsi ; egli sperava an- 
cora, e animandoli con la voce gridava, quasi sfinito di 
forze: u Avanti, fratelli, avanti. Ah ci fosse stato 
concesso almeno di raccogliere l'ultimo sospiro del 
prode ! Ci fosse stato concesso di leggere nel suo 

(1) A suo tempo diremo i suoi lavori, lo sue cure, i suoi dispendi, 
sofferti por promuovere la rivoluzione nella provincia 



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362 

sguardo i pensieri, che in quel supremo istante agita- 
vano l'anima sua ! Chi sa se egli ricordavasi dell'amata 
sua consorte, dei teneri suoi figli, dei cari suoi con- 
giunti, del suo intimo amico che piange e scrive ! Però, 
certo l'estremo suo anelito fu consacrato alla patria ; 
e forse l'anima sua volava a Dio, profferendo gli stessi 
versi del Leopardi : 

Alma terra natia 

La vita cho mi desti, ecco ti rendo. 

L'ignota fossa che racchiude la sua salma non potrà 
ricordare, con una lapide, ai venturi lo eroe di Milazzo ; 
ma questo amaro pianto ricorderà almeno ai congiunti 
e ai concittadini dello estinto che egli aveva sulla terra 
un amico, che conosceva ed apprezzava le sue virtù. 

Accogli, anima benedetta, questa pietosa rimem- 
branza, questo mesto tributo di lagrime ; esse, lo spero, 
ti renderanno meno funesta la notte della urna ; la 
notte che spaventa coloro che vivono nel rimorso e 
nella negazione di Dio ! 

Finita la guerra il partito reazionario di Palermo, 
che aveva sperato nello sfacelo delle sorti d'Italia, o, 
meglio, nel trionfo dell'Austria, spinse il 15 settembre 
le masse a turbare l'ordine pubblico. Esse non trova- 
rono quasi alcuna resistenza. La guardia nazionale fu 
colta all'improvviso; e d'altronde una parte di essa in- 
dignata dell'indifferenza governativa sullo stato infe- 
lice della città, mostravasi anch'essa muta ed impassi- 
bile. Le autorità o ignoravano il moto che dovea scop- 
piare, o non erano capaci di reprimerlo. Moltissimi 
onesti liberali, che durante la guerra si erano sforzati di 
mantenere l'ordine, indispettiti della cessione della Vene- 
zia alla Francia, e dell'abbandono del Tirolo all'Austria, 
lasciarono il paese al suo fatale destino ; e Palermo 
navigò per cinque o sei giorni in mare tempestoso!... 

Fino al 1 5 agosto non si era sviluppato in Italia al- 
cun caso di colèra; dopo quel giorno scoppiò quasi im- 
provvisamente a Napoli, e propriamente nello stabili- 



• 363 

mento delle fanciulle di Padre Lodovico. Questa inaspet- 
tata sventura in seguito agli amari disinganni guer- 
reschi, pei quali il credito d'Italia aveva sofferto una 
potente ed irrimediabile scossa, spaventò i Napoletani, 
e immantinente si videro chiusi tutti i negozi, come per 
una dimostrazione politica, a segno che il Governo fu 
obbligato a far percorrere le strade dalle pattuglie 
della guardia nazionale, e a consegnare le truppe alle 
caserme. Si dubitò in fine di una gherminella reazio- 
naria. Nello stesso tempo si era sviluppato il colèra in 
Genova. 

Ora, quando il ministro Ricasoli apprese la reazione 
di Palermo, nell'ansia di sopprimere subito quegl'in- 
consulti moti, improvvidamente ordina che le truppe 
di Genova e un battaglione di Napoli, dove c'era il co- 
lèra, piombassero come folgore sopra quella città. La- 
onde, per sottrarre questo paese dagli orrori dell'anar- 
chia, l'eccellentissimo innesta alla Sicilia, certamente 
senza volere, il morbo micidiale. 

L'infelice Palermo, dopo di avere sofferto una setti- 
mana di disordine, di eccessi e d'incendi, è condannata 
a subire, per imprevidenza del Governo, e per la stu- 
pida vendetta d'una casta, i dolorosi risultati della vio- 
lenta repressione di una Corte stataria, e quel che è più 
le luttuose conseguenze di una malattia, la quale do- 
vunque arreca desolazione e povertà. 

Quando in un paese nello stesso tempo si accumu- 
lano due o tre grandi sventure, l'animo degli onesti 
cittadini si prostra, si avvilisce; ed è allora che non si 
ha più fede in alcun argomento politico, e viene ad 
imprecarsi il passato, il presente a detrimento dell'av- 
venire. 

Una grave responsabilità deve pesare sui promotori 
degli sconvolgimenti di Palermo, e sul Ministero Rica- 
soli (1). Forse, senza le improntitudini degli uni e dell'al- 
ci) Il ministro Kicasoli rovesciò poco dopo la responsabilità di 
questo fatto sul ministro della guerra. 



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864 

tro, il colèra non sarebbe venuto in Sicilia, e migliaia 
di desolati padri di famiglia, di orfani figli, di afflitte 
vedove non verserebbero oggi in amarissime sofferenze 
di miseria e di squallore. 

La mattina del 18 settembre entrava nel porto di 
Palermo il Tancredi trasportando da Napoli i quinti 
battaglioni del 51° e del 19" reggimento fanteria. Lo 
stesso giorno si ammalarono di colèra un capitano e tre 
soldati del 51°, i quali furono trasportati e curati nel 
lazzaretto civile. Il giorno dopo si ammalarono altri 
soldati degli stessi reggimenti 19" e 51", ed alcuni ap- 
partenenti alla nuova truppa sopravvenuta. Il 23, nello 
stesso luogo, si verificò un altro caso, e cosi via via, 
finché giunse a svilupparsi completamente nell'intera 
citta, e nelle vicine campagne. La durata del colèra fu 
di circa tre mesi, e il 3 ottobre segnò la maggiore mor- 
talità con la cifra di 127. I morti di colèra complessi- 
vamente furono 3977, dei quali 3572 nella popolazione 
del comune di Palermo, e 405 fra i militari che vi e- 
rano di guarnigione (1). Ài 7 di ottobre si annunziava 

(1) Nell'anno scorso pubblicavasi la relaziono sul celerà del 1866 
in Palermo del signor Corrado Tommasi, direttore, allora, del ser- 
vizio sanitario municipale. Quel lavoro, oltre le conoscenze sto- 
riche, racchiude molto acume d'ingegno e molto giudizio. Egli si 
propone di provare : 

V Che il colèra fu importato in Palermo dalle truppe provenienti 
da Napoli ; 

2° Che la propagazione epidemica del colèra in alcune parti del 
territorio del comune di Palermo gli sembra essere stata favorita: 
1° dalla permeabilità della natura argillosa e dalla umidità del ter- 
reno sottostante alle abitazioni ; 2" dalla facilità offerta alla intro- 
duziono dello materie organiche, le quali contengono il germe se- 
minio colerico nelle acque potabili ; 3° dal ristagno delle materie 
escrementizie, che si verifica in alcune parti della città, entro i con- 
dotti neri stratali, i quali sono in libera comunicazione con gli am- 
bienti delle case circostanti. 

Per meglio dimostrare questo assunto, l'autore pubblica un qua- 
dro meteorologico, affino di far notaro, comparativamente alla mor- 
talità sino dal primo giorno dello sviluppo del male, le variazioni 
della temperatura, della pressione atmosferica, della direzione del 
vento, della quantità della pioggia, dell'attività della evaporazione ; 



365 

in Adernò, provincia di Catania, nella persona di un 
disertore della truppa sbarcata in Palermo ; quindi in 
Valverde, nella stessa provincia, fu colpito un tale re- 

e, per meglio persuadere il lettore, inserisce due magnifiche tavolo 
topografiche dell'antica e moderna Palermo. 

Noi non ci permettiamo giudicare quel lavoro; solo crediamo 
utile riprodurre talune notizie che riguardano la falsa credenza del 
venefizio sotto il doppio aspetto: 1° per convincere il lettore della 
esistenza sin oggi in Sicilia di questa idea ; 2* per fargli notare la 
uniformità storica delle nostre osservazioni. 

L'egregio Tommasi, dopo di avere accennato in una nota taluni 
avvenimenti del colèra del 1837 in Sicilia, parlando della repres- 
sione, così conchiude: 

« Del Carretto, accorso con mezzi potenti di repressione, spenso 
• facilmente questo fuoco di paglia; e, dove sarebbe stato mestieri 
c di miti consigli e di pietosi provvedimenti, credè miglior partito 
« invece spingersi ad atroci ed efferato vendette. Queste furono così 
« sanguinose e talmente sproporzionate alla entità del fatto, da la* 
< sciare persuase le genti, esaltate dall'odio e dalla paura, che il 
« Governo punisse il popolo dell'avere scoperto il suo segreto. Da 
« qnel tempo in poi divenne proverbiale in tutta Sicilia che ti co- 
€ Ura si cura colla polvere da schioppo. Nella invasione colerica del 
« 1854 una parte dei liberali ebbe il torto gravissimo di prevalersi 
« di questa convinzione così estesa e profonda per accrescere odio 
« al Governo, propalando con ogni mezzo l'insano errore. Molti poi 
t se ne ebbero a pentire amaramente, quando alle prime minaccie 
« di nuova invasione nel 1865 si adoperavano a persuadere il po- 
€ polo del contrario, e spesso si sentirono rispondere : se era un ve- 
« leno quando c'era Ferdinando, non avrà cessato di esserlo, perete 
« c'è Vittorio Emanuele. La immunità completa di cui l'isola godè 
« nel 1865, mentre fu dalle persone oneste ed intelligenti attribuita 
« alle rigorose quarantene, dal popolo, abituato da secoli a consi- 
« derare il Governo come un ente astratto e malefico, fu creduta lo 
« effetto dell'attitudine minacciosa presa da lui, soprattutto in Mes- 
« sina. Con tali disposizioni delle masse, continuamente fomentate 
« dalle malvagie insinuazioni dei nostri nemici politici, i quali segui- 
« rono in questo la tattica precedentemente usata dai loro avversari ; 
« non è meraviglia se la invasione colerica del 1866. t he avvenne 
« subito dopo la repressione della rivolta del settembre, fosse con- 
« siderata come un'applicazione dell'antico vae vkiis. Se non che 
« questa volta gli odii locali erano così eccitati, le offese fatte dn- 
« rante la rivolta al municipio ed al sindaco Budini così gravi, che 
« la vendetta si credè più municipale che governativa, lauto più ve- 
€ dendo il servizio di assistenza pubblica, sempre sospetto in simili 
« casi, esercitato esclusivamente dal municipio. Sembra che questa 
« idea non correre soltanto nella plebe, poiché il commissario regio 



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366 

duce d'Adernò, cognato dell'individuo morto in questo 
paese, dove il popolo, sospettando d'essere stato avve- 
lenato, fu sul punto di commettere degli eccessi ; se 
non che, sciolto per disposizione del Governo il Consi- 
glio comunale e spedite cola delle truppe, l'ordine 
tosto ristabili vasi. 

Ci duole il dirlo, ma giova confessarlo nella spe- 
ranza che questa osservazione produca del bene. — 
In Sicilia la provincia più preoccupata del veneficio è 
Catania, come le Calabrie nell'ex-regno di Napoli. 
Questo giudizio sorge dagl'iniqui fatti che si consuma- 
rono nell'ultima invasione del 1867. Una gran parte 
dell'esercito era stata colta dal male ; quindi il pas- 
saggio delle truppe da un punto ad un altro con- 

« Cadorna ricevi; parecchio lettore anonime scritto abbastanza bene 
« e con accento di profonda convinzione, nelle quali gli si diceva 
« che, essendo conosciuto come un uomo di buon cuore, si sperava 
c ponesse un argiue alle indegnità commesse dal municipio. In al- 
« cune di queste lettere si conveniva della esistenza dol colèra in 
« Palermo, ma la si diceva cosa di poco momento; o si affermava 
« che, profittando dell'occasione, il municipio faceva girare di notte 
« una carrozza la quale spargeva polveri venefiche. In una che io 
« conservo, si assicura che il colèra finirebbe entro quattro giorni, 
< qualora si facesse perlustrare la città duraute la notte da forti 
« pattuglie. Più tardi, in grazia dell'influenza personale e dell'ope- 
« rosità dei medici degli uffizi municipali, quest'aberrazione parve 
c farsi meno generale, ma fu ben lungi dallo estinguersi. Perdurò, 
« e perdura tuttavia, poiché, in occasione dell'incendio avvonuto 
« nel palazzo del municipio il 26 dicembre 1866, si diceva nel po- 
« polo che io, partendo per Napoli, dove allora mi trovava, aveva 
c lasciato l'ordine di distruggere in quella bella maniera tutti i do- 
« cumenti i quali avrebbero potuto comprovare il mio misfatto. » 

Colui che scrivo questo coso è un continentale, membro straor- 
dinario della Giunta di allora, direttore del servizio sanitario. Di- 
ciamo ciò perchè taluni, che vogliono illudersi sullo stato delle 
Provincie meridionali , non ci ripetano : — ma oramai la luce su 
queste stoltezze si è fatta, oramai quelle contrade non si preoccu- 
pano più di questo errore, oramai uu lavoro appositamente scritto 
sarebbe inopportuno. — Continuate, noi rispondiamo loro, a leg- 
gero i delitti di sangue che si perpetrarono l'anno appresso in Si- 
cilia e nello Calabrie, appunto per quoste stoltezze, emettetevi, per 
vergogna, le mani sulla faccia. 



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367 

tribuì a farlo dilatare nella penisola. Infatti, come da 
esse era stato importato in Sicilia, così per lo stesso 
veicolo si comunicava nel Veneto. Le guerre nei tempi 
di colera divengono ad ogni modo pericolosissime. 

Al 1° novembre avvennero in Catania i primi due 
casi in due soldati del 70* reggimento reduci dal con- 
tinente. Nel termine di 44 ore Catania si trovò de- 
serta. La gente fuggiva per le campagne, e pei paesi 
non infetti, a guisa di carovane, e questa fuga in una 
stagione in cui non poteva gran fatto temersi il colèra, 
fu produttiva, come sempre, di dissesti finanziari e di 
privazioni domestiche, perlochè nell'invasione del- 
l'anno appresso la grande maggioranza del paese esitò 
ad emigrare. I decessi di colèra non furono che 7 1 . 

Si estende intanto il colèra nelle provincie di Girgenti 
e di Trapani. 

Sul finire di novembre il colèra si sviluppò in Salo- 
nicco e nell'isola di Cipro, che nell'anno precedente e- 
rano state le prime ad essere attaccate per le prove- 
nienze di Alessandria d'Egitto. 

Intanto, come aveva desolata l'Italia, si era anche 
sviluppato forse con più ferocia in Germania, e preci- 
samente nell'esercito prussiano. Certo non era nè Bi- 
smark, nè il Re, che avvelenavano quei prodi soldati, 
per mezzo dei quali la Prussia era giunta al suo punto 
culminante di grandezza e di gloria. Nè l'esercito au- 
striaco restò immune dal morbo letale. 

Ora ci dicano un po' i sostenitori del colèra- veleno : 
quale interesse potevano avere i due rivali Governi, in 
nome di cui 'si combatteva con tanto accanimento, di 
avvelenare i loro eserciti? Possibile che questo grande 
arcano fosse stato solo rivelato ai popoli delle provincie 
d'Italia ? Il soldato, l'ufficiale, il generale, non hanno 
essi, come noi, cuore e mente da sospettare, e di sco- 
prire questo enorme delitto? E quale monarca, o quale 
presidente di repubblica potrebbe essere sicuro della 
propria forza, se penetrasse in essa questo strano con- 



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368 

cetto ì Ne dicasi, non potendo abbattere l'onnipotenza 
di tutte queste ragióni: è una setta, perchè non è pos- 
sibile che, tanto i Governi dispotici quanto i liberali di 
Europa, non avessero in mezzo secolo scoperti e pu- 
niti gli uomini della congiura, la quale non ha neppure 
un'apparenza di bene. 

Sino dai primi tempi sono esistiti sempre in tutto il 
mondo, incominciando dagli Egizii, delle sette politiche, 
religiose, umanitarie; o bene, o male, hanno avuto un 
punto di partenza, ed hanno aspirato ad uno scopo 
vero o fantastico. In Sicilia ci fu la setta de* Beati 
Paoli, la quale, indegnata dalle prepotenze dei facol- 
tosi di quell'epoca, e dall'inerzia del Governo, si pro- 
pose di purgare la società dalle cattive piante. Certo 
questo tribunale segreto e sanguinario non è la miglior 
cosa del mondo, precisamente sotto l'impero della ci- 
viltà; ma pure nessuno può dire: esso non aveva una 
ragione di essere, o mancava di scopo. Ma qual è, 
quale può essere il fine della setta degli avvelenatori? 
— Per indignare i popoli, si risponde da taluni, con- 
tro i Governi. — Ma, dove sono i nemici interni nella 
Svizzera, nell'America, che attentano all'esistenza 
dei rispettivi Governi? E credete voi che possa inau- 
gurarsi, e durare per mezzo secolo una setta univer- 
sale sotto i crudeli e feroci auspizi della distruzione del 
genere umano? Ci fu, è vero, una setta d'incendiatori 
in Russia, ma si localizzò e visse poco tempo; il Go- 
verno distrusse, quasi prima di nascere, quei fanatici 
congiurati. 

Non vogliamo negare che ci potessero essere delle 
anime perdute le quali, nell'idea balorda ed immorale 
di far accreditare il colèra- veleno, spargessero col fatto 
dei veleni in qualche cisterna, in qualche vivanda; ma 
questo non sarebbe che un delitto comune, un atten- 
tato particolare; ne da questo può dedursi che il co- 
lèra sia un veleno; ne uno, due, tre individui possono 
costituire una setta, ed una setta universale; anzi, se 



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per un momento .sparisse dalla terra il falso concetto di 
colèra-veleno, questi stessi venefizi si renderebbero, se 
non impossibili, almeno difficili. 

Anche sotto questo punto di vista ogni sagace citta- 
dino dovrebbe lavorare a tutt'uomo per il trionfo della 
nostra idea umanitaria. Oramai non trattasi di una ga- 
ranzia politica, di un puntiglio municipale, di una pre- 
valenza di casta; ma della vita dei popoli, e special- 
mente della povera gente, la quale muore, come gli 
animali che non hanno padroni, senza aiuti, senza ri- 
medi, e con la disperazione nell'anima. Dall'altro canto 
l'idea di lasciare questa terra fra i dolori e gli spasimi 
mortali, per il capriccio e per la malvagità di un uomo, 
è cosi terribile, cosi spaventevole, che se fosse vera non 
ci sarebbe forza umana, da poter resistere all'impeto 
e alla ferocia del popolo. Ma siccome questo non si 
muove, se non vede innanzi quelle notabilità a cui egli 
ha stima ed opinione, e costoro sono convinti del grande 
assurdo , così non possono avere speranza di trionfo le 
insurrezioni politiche col pretesto del colèra-veleno. 
Quindi il popolo rivolge la sua ira e il suo dispetto 
contro i governanti, bestemmia la ragione, e finisce la- 
sciando ai propri figli, alla propria famiglia la eredità 
di un odio inviperito ed eccitatore di vendetta, appena 
un lieve fenomeno di natura appaia a turbare gl'inte- 
ressi o la vita degli nomini. 

Fra il colèra ed il veleno noi, senza esitare, sceglie- 
remmo il secondo, anziché l'altro; primo, perchè ci sa- 
rebbe indubitatamente il mezzo di disfarci degl'iniqui 
oppressori, con l'aiuto di tutti i cittadini ; secondo, per- 
chè sarebbe più facile guardarci dall'azione venefica, 
che dal colèra; terzo, perchè il veleno in qualunque 
modo si amministrasse, essendo il risultato di una com- 
posizione chimica, sarebbe possibile all'arte stessa di 
renderlo innocuo. 

Il sapientissimo Puccinotti diceva : u Lodevoli sono 
u veramente i tentativi operati fin qui per iseoprire 
24 



i»7o 

u qualche elemento semplice, primitivo, generatore di 
" quei gravi disordini che costituiscono il morbo-colèra; 
u e se si potesse fabbricare un virus coleroso artifi- 
u ciale, scandagliarne gli effetti sopra animali vivi, e 
u sottoporli a reagenti tali che lo neutralizzassero al- 
u ristante, la cosa sarebbe quasi vinta. Dico quasi, per- 
u chè tra veleno e contagio la distanza è per me im- 
u mensa, e se la chimica giungesse a fabbricare un con- 
u tagio, poco o nulla le mancherebbe per fabbricare una 
« vita. „ 

Alla meta di dicembre il colèra quasi di nuovo spa- 
riva d'Europa e scoppiava nell'America centrale e al- 
l'isola di San Tommaso, dove contemporaneamente svi- 
luppavasi la febbre gialla. I Governi toglievano la con- 
tumacia da tutti i punti d'Europa. In Sicilia si udiva 
qualche caso nella provincia di Caltanisetta, di Trapani 
e di Catania. Però sul finire dello stesso mese, si nota- 
rono taluni decessi di colèra in Girgenti, e propria- 
mente nel porto Empedocle, per le cui provenienze il 
Governo ordinava la contumacia. 

Da una statistica che riassume il risultato delle Pro- 
vincie italiane invase dal colèra in tutto il 1865 e 1860 
troviamo che, non compresi i casi del primo periodo, 
furono 21,520, dei quali ne morirono 10,875; quelli 
del secondo 23,214, con 13,470 morti. Cosicché nelle 
due invasioni 1865 e 1866, l'Italia, indipendentemente 
dalle provincie venete, soffri la perdita di 24,445 indi- 
vidui. La cifra che ci offre la statistica della sola citta 
di Napoli per quest'anno 1866 è rappresentata per gli 
attaccati da 4502, e pei morti da 3372; quindi la sola 
Napoli nei due anni soffrì la perdita di 5474, vai quanto 
dire che, mentre l'intera Italia perdeva circa un indi- 
viduo per ogni mille, Napoli ne perdeva 10. 

Quantunque si nutrisse la speranza che la crudele 
malattia nel nuovo anno non ritornasse a desolare le 
italiane contrade, pure i casi che di tanto in tanto av- 
venivano nella provincia di Girgenti, e nella costa del- 



371 

r Adriatico, cioè in Taranto, Brindisi, Bari, Manfre- 
donia, ispiravano tali timori, da arrestare innanzi tempo 
l'industria ed il commercio delle provincie meridionali. 

Il presentimento dei popoli difficilmente fallisce. Ne- 
gli ultimi giorni del mese di maggio divampò il colèra 
nella provincia di Girgenti, di Caltanisetta, e precisa- 
mente nei comuni di Sciacca, Licata, Sieuliana, Catto- 
lica, Palma, Naro, Fa vara, Raffadali. E da notarsi che in 
quell'anno Testate incominciava per la Sicilia un mese 
prima in conseguenza dell'aridità continua dell'atmo- 
sfera. Al 15 maggio le scarse e stentate biade erano 
mature, quasi si fosse nel solito mese di giugno. La 
precocità dei frutti della terra camminava di pari passo 
collo sviluppo del colèra, il quale trova ordinariamente 
nel calore estivo il suo alimento. 

Nei primi di giugno, quella terribile malattia si fa- 
ceva se u ti re in molte contrade d'Europa. Talune provin- 
cie napoletane erano da un pezzo infette. A Napoli e a 
Roma, si sospettavano dei casi. A Firenze se ne bucina- 
vano due, ed altri a Torino. La Lombardia era invasa. 
Ginevra e la Germania erano travagliate dal morbo. 

Siili' incominciare di giugno, il male che desolava 
ancora le provincie di Girgenti e di Caltanisetta, si 
estende in quelle di Palermo, di Trapani e di Catania. 

Una volta attaccate le due prime provincie, da ove 
partono ogni di centinaia di carretti di zolfo pei punti 
dell'isola, era facile che il colèra dovesse propagarsi ce- 
leremente. Diffatti il primo caso seguito da morte, 
avvenuto in Catania il 2 giugno, si verificò nella per- 
sona di un vetturale reduce da Caltanissetta. Cata- 
nia amministrativamente trovavasi in una falsa po- 
sizione. Nei primi dello stesso mese era stato sciolto 
dal Governo il municipio. L'amministrazione comunale 
era governata da un delegato continentale, che non co- 
nosceva gl'individui, sui quali poteva fare assegna- 
mento, e i pregiudizi del paese ; quindi furono trascurate 
le misure preventive sanitarie e le opportune precau- 



un 

zioni igieniche. Il prefetto ed il delegato si studiavano, 
al solito, di smentire i casi di colèra che di giorno 
in giorno si ripetevano. In questo antico ritrovato 
consisteva la loro opera, e con ciò assonnavano il 
paese e tradivano i vicini. Il funzionante da sindaco 
in Siracusa, signor Pasquale Bonanno, il 23 telegra- 
fava in Catania al prefetto ed al delegato del munici- 
pio, chiedendo loro nuove della salute pubblica di quel 
paese, dopo le voci sparse che cola erasi sviluppato il 
colèra. Quelle autorità rispondevano lo stesso giorno 
con la più solenne e rassicurante smentita; per la qual 
cosa il signor Bonanno il 24 pubblicava in istampa 
un avviso al pubblico concepito in queste parole: 

u A calmare le agitazioni del paese, per le voci sparse 
u sulla invasione del colèra in Citania, questo muni- 

■ cipio si dà premura partecipare al pubblico che le 
u autorità municipali e governative di quella città con 
" telegramma di ieri sera smentiscono quelle tristi no- 

■ tizie, ed assicurano colà godersi buona salute. n 
Due giorni dopo queste assicurazioni, due operai re- 
duci da Catania erano colpiti in Siracusa da colèra. 
Ciò prova evidentemente che il prefetto ed il delegato 
municipale mentivano, asserendo che in Catania gode- 
vasi buona salute; ciò prova il falso e costante sistema 
invalso in tutte le autorità costituite di occultare lo 
sviluppo locale del colèra; ciò prova in fine che, per 
questa ingiustificabile condotta, spesso si ha la sven- 
tura di vedere estendersi il male per difetto di pre- 
cauzioni sanitarie. 

Parlando del colèra di Siracusa, ci giova annunziare 
un fatto che può tornare utile all'umanità. Appena si 
seppero i due casi avvenuti nella via Maniaci, il muni- 
cipio fu sollecito a far trasportare i due ammalati nel- 
l'ospedale colerico, dove morivano, ed indi mandare le 
loro famiglie nel lazzaretto dei Cappuccini fuori della 
città, ordinando nello stesso tempo che le loro case si 
disinfettassero e si imbiancassero con acqua di calce. 



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373 

Eseguite queste operazioni, nella idea <Ji conservare 
le masserizie di quella povera gente, le porte di quei 
due bassi venivano chiuse e consegnavansi le chiavi a- 
gl'interessati, i quali usciti il 25 luglio dal lazzaretto 
ritornavano ai loro focolari. Ebbene : lo stesso giorno 
veniva attaccata una guardia doganale che dimorava 
accanto ad una di quelle due case ; quindi i congiunti 
dello stesso individuo morto il 27 giugno, poco dopo 
un'altra donna vicino la stessa abitazione, e cos\ via 
via l'intero quartiere. Il funzionante da sindaco non 
poteva darsi ragione della pertinacia del male nella 
stessa località, e, dubitando che la disinfezione non 
fosse stata bene eseguita, volle si esaminasse quella 
casa d'onde si era esteso il male. Si trovò che l'ope- 
raio reduce da Catania avea depositato gli escrementi 
colerici nel terriccio di un angolo della casa, copren- 
doli con poca polvere per tema che i medici accorgen- 
dosi della natura di essi potessero ordinare ch'egli 
fosse condotto al lazzaretto. La superstite consorte 
confessò, fra le lagrime, che anch'essa si era prestata 
al volere del marito, occultando le deiezioni. Questo 
fatto, che noi garantiamo, sparge moltissima luce, ed 
è uniforme alle osservazioni dei più distinti medici. 

Il signor Carus ha fatto notare all'Accademia di Parigi 
questo risultato in modo splendidissimo. A Zwickau, 
nel regno di Sassonia, che conta una popolazione di 
22,432 abitanti, il colèra infieriva nel 1866. In questa 
citta avvi una gran casa di correzione, la quale allora 
conteneva 1286 detenuti. Nelle adiacenze immediate 
alla casa furono attaccate 250 persone delle quali ne 
morirono 11 9. Or bene, nello stabilimento, quantunque 
vi si raccogliessero ubriaconi e vagabondi, gente più 
disposta ad essere colpita dalla malattia, fra i 1286 
non vi fu attaccato neppure uno. Questa incolumità il * 
Carus l'attribuiva al regime igienico e dietetico adot- 
tato in questa casa, il quale consisteva nella disinfe- 
zione completa e giornaliera di tutti i luoghi comodi, 



:ì74 

con solfato d^ ferro, con cloro, con acido solforico, con 
acido piro-legnoso; lo stesso faeevasi della biancheria 
lordata dagli escrementi; e si poneva attenzione conti- 
nua, perche i detenuti fossero vestiti, alloggiati e po- 
tessero dormire in modo, da non essere esposti alle 
infreddature. Questo regime semplice salvò dal colèra 
i prigionieri di Zwickau. 

Il signor Dumas, presidente dell' Accademia scientifica 
di Parigi, conferma questo fatto con altri esperimenti, 
e prova chiaramente che nel 1865 nessun decesso cole- 
roso si manifestò fra le donne impiegate alla lavatura 
delle biancherie degli ospedali di Parigi, perchè queste 
venivano disinfettate immediatamente all'uscire dalla 
sala colerica; ciò prova, egli soggiunge, che le deiezioni 
dei colerosi, riconosciute ogginiai come veicolo alla 
propagazione del colèra, per mezzo della disiufezione 
perdono la loro potenza. 

11 signor Thierche finalmente, sempre in conferma 
di questa opinione, pubblicò una serie di esperienze, le 
quali dimostrano come le deiezioni coleriche fresche 
non hanno alcuna azione, ma diventano deleterie dopo 
alcuni giorni. 

Confrontando queste osservazioni col fatto di Sira- 
cusa, noi possiamo con molta probabilità conchiudere 
che il colèra in questo paese fu importato da Catania, 
e si sviluppò do jo 2S giorni, per mezzo degli escrementi 
del primo attaccato. Se questa idea fosse incontrasta- 
bilmente vera, se passasse nella coscienza di tutti, il 
colèra non sarebbe più temibile. A tutto questo noi 
possiamo aggiungere un altro fatto che passò sotto i 
nostri sguardi, nell'ultima invasione del 1SG7, a pro- 
posito delle disinfezioni. 

Nella nostra villa, correndo la vendemmia, fra un 
centinaio di persone ivi riunite, fu attaccata di co- 
lèra una giovinetta a 15 anni con vomiti violenti, se- 
parazioni, ;rampi, cianosi, ecc., giunse al punto che il 
medico disperò della di lei guarigione. Un bagno cal- 



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dissimo negli estremi momenti, e le immense frizioni 
ili spirito canforato provocarono la reazione, e la gio- 
vunetta fu salva. Era naturale che, in mezzo a tanta 
gente, si ammalasse qualche individuo ; eppure mercè 
lii continue disinfczioni, sin dal primo istante dello 
attacco della giovane, con zolfo, cloro, calce, e bru- 
ciando per tre giorni e tre notti cataste di legna at- 
torno l'abitato, non si sviluppò alcun altro caso. 

Quantunque Siracusa fosse stata travagliata per 
quattro mesi dal colèra, pure la mortalità fu sparuta 
in rapporto alla popolazione, grazie all'abnegazione e 
allo zelo del sindaco, di taluni assessori, dei medici, e 
di parecchi egregi cittadini. 

Oramai pare non resti alcun dubbio sulla utilità 
delle disinfczioni precisamente nei cessi. In alcuni 
pa«*si tedeschi fu provato che la propagazione del colèra 
avveravasi fra coloro i quali, abitando le stesse case, 
aveano comuni i rami del condotto immondo, restando 
illesi coloro che mancavano di questa comunanza, non 
ostante la contiguità dell'abitazione. 

Ritornando d'onde eravamo partiti, il colèra in Ca- 
tania progrediva di giorno in giorno. La voce dello 
sviluppo del male in quella citta era percorsa, gettando 
lo spavento nei paesi lungo la riviera di Messina. Il 
volgo credeva che per mezzo delle locomotive si spar- 
gesse il veleno; la gente civile che temeva il contagio 
dolevasi che, senza alcuna precauzione, lo esercizio 
ferroviario continuasse, compromettendo la salute pub- 
blica e mantenendo sempre viva l'agitazione popolare. 
La notte dell'S al 9 luglio un'immensa popola/ione 
armata di schioppi, di falci, di spiedi, uscita dai Giar- 
dini, aspettava il treno nel h'ume Alcautera, e l'obbli- 
gava a retrocedere; poco mancò che non si deplorassero 
tragiche scene. Dopo questo fatto clamoroso, i rappre- 
sentanti della società ferroviaria limitarono la corsa 
fino a Piedimonte. 

In Catania in sulle prime lo allarme non era e<age~ 



rato. I cittadini elio l'anno precedente erano fuggiti sin 
dal primo caso, oggi esitavano, si per non sobbarcarsi 
alle stesse privazioni, come perchè contavano sulla 
fede del prefetto e del delegato, che sino ai primi di 
luglio si sforzavano ancora di smentire la esistenza del 
colèra. Quando il male divampò e i prigionieri per so- 
spetto di veneficio tentarono di evadere dal carcere, 
disarmando i gendarmi e impegnando un conflitto con 
la forza sopraggiunta, allora i Catanesi scapparono in 
massa per le campagne e pei vicini paesi ; e siccome 
partirono sotto l'influenza del colèra, cosi importarono 
ovunque si resero la malattia, la quale fece ad un di- 
presso tanta strage nelle campagne, quanta nella città. 

E oramai mezzo secolo che il colèra invade l'Europa; 
eppure non si ha ancora precisamente nelle nostre con- 
trade una idea chiara, netta e distinta de' modi di cau- 
sarlo, quanto più è possibile, malgrado le tante espe- 
rienze, malgrado le tante sventure sofferte per la inac- 
cortezza e per il poco senno delle popolazioni e delle 
autorità costituite. Nei pericoli di una invasione, o si 
deve uscire innanzi tempo dal paese minacciato, o non 
mai; come del pari, usciti una volta dalla città, non è 
prudenza si rientri, se non dopo la sparizione totale del 
colèra. Attesa dunque la lusinga de' Catanesi che il 
male non invadesse il loro paese, o, alla meu trista, si 
contenesse nei limiti dell'anno precedente, l'improvviso 
spettacolo di circa due centinaia di decessi al giorno 
spaventò la popolazione, e la trasse al solito nel giu- 
dizio di un avvelenamento ; quindi disprezzo assoluto 
nella povera gente per le disinfezioni, per la medicina 
bene indicata, pei sistemi igienici. Per mancanza di 
ordinamento amministrativo comunale, i cadaveri re- 
stavano per due giorni nelle rispettive case; e a misura 
che il male incrudeliva, cresceva la pubblica esaspera- 
zione e le idee di veneficio più si estendevano. Già prima 
che il colèra giungesse al suo pieno sviluppo, una 
cupa diffidenza congiunta ad un timore indefinibile era 



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penetrata nella coscienza del popolo, e questa perples- 
sità sentivasi in quasi tutti i paesi di Sicilia piìi o meno 
vicini a Catania. In verità le condizioni dell'isola erano 
materialmente e moralmente mutate, anche in rapporto 
all'ultima invasione, la quale d'altronde non aveva col- 
pito, come già si è detto, che le sole tre provincie di 
Palermo, Girgenti e Catania nella stagione avanzata, e 
in un punto, quando gli animi si trovavano ancora gran- 
demente preoccupati dagli avvenimenti della guerra 
d'Italia, dai moti di Palermo, dallo scioglimento delle 
corporazioni religiose e dal domicilio coatto di moltis- 
simi frati. Ora però non ci erano uè vicine rimem- 
branze, ne lusinghe venture, ed il presente era cosparso 
di sterpi e di spine. Al cattivo ricolto ed alle carestie 
dell'anno precedente ne sovrastava un'altra peggiore, 
e per soprassello la epizoozia (1), la quale distruggeva 
quasi interamente tutti gli armenti di Sicilia. Tre ter- 
ribili sventure, una più desolante dell'altra: malannata, 
colèra, epizoozia. Che la prima, originata spesso o 
dalla inclemenza delle stagioni o dalle calamità di una 
guerra, preceda la epidemia, è cosa ordinaria; anzi 
taluni credono che questa sia conseguenza dell'altra, 
e sta bene; perchè le privazioni, i disagi, la farne, con- 
turbando l'organismo sociale collettivo, certo non de- 

(1) Non si può conoscere la perdita degli animali bovini derivata 
dalla peste ungarica, perchè disgraziatamente ci mancano gli elo- 
menti. Oramai sarebbe utile, anche nell'interesse storico, che ogni 
comune avesse lo stato di questi animali, inculcando ai proprietari 
l'obbligo di dichiarare le rispettive perdite nei tempi dell'epizoozia; 
in modo che, inviando i municipi annualmente al Governo siffatto 
rispettivo lavoro, che dovrebbe far parte della statistica, si avreb- 
bero in un colpo d'occhio le variazioni in rapporto agli anni ed alle 
Provincie. 

Oggi le culto nazioni si preoccupano tanto del censimento degli 
animali bovini, quanto di quello degli uomini, appunto perchè co- 
noscono che questi studi le conducono alle conoscenze esatte dello 
stato dell'agricoltura e dell'industria. Se si avesse questo sistema 
potrebbe ora facilmente dirsi :« gli animali bovini morti in Sicilia di 
peste ungarica nel 18G7 furono .r. » Ci resta la speranza che l'Italia 
«onta il nobile impulso delle civili nazioni. 



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378 

vono produrre 1 «le* beni ; ma è doloroso vedere cammi- 
nare di conserva questi due mali, come anche è stori- 
camente non ordinaria la coesistenza di una epidemia 
e di una epizoozia, perchè le cause miasmatiche che 
sviluppano la epidemia nel quadrupede sono diverse di 
quelle che sviluppano l'epidemia nell'uomo, e quindi 
sotto una unica atmosfera dovendo essere un solo l'e- 
lemento predominante, ponderabile o imponderabile 
che sia, non dovrebbe colpire contemporaneamente 
l'uomo ed il quadrupede. A questa nostra osservazione 
ci si potrà rispondere che una delle due epidemie svi- 
luppatasi prima può acquistare le forme contagiose e 
smettere la sua caratteristica, mentre l'altra si ripro- 
duce sotto l'impero delle già mutate influenze atmosfe- 
riche. Ci si potrà anche dire che tanto il colèra quanto 
la peste ungarica, o l'uno 0 l'altra, non sono che con- 
tagiose. Del resto noi lasciamo ai contagionisti e agli 
incontagionisti questo difficile esame. 

Per siffatti mali dunque la Sicilia si trovava in una 
orribilissima condizione, dove non era mai caduta ne- 
auco sotto i Borboni, e questo stato anomalo non colpiva 
le sole moltitudini ma tutte le classi. Il proprietario 
schiacciato dalle enormi imposizioni e dall'impossibilità 
di esigere i fitti dai coloni; questi obbligati a rinun- 
ziare alle gabelle per manco di mezzi e di animali; il 
fòro inoperoso e povero; i negozianti, gli speculatori 
in gran parte o falliti, o in via di fallimento; gli 
operai condannati a soffrire gli spasimi della fame. Chi 
è siciliano ed ha la coscienza di uomo onesto, cer- 
tamente non ci darà del bugiardo o del pessimista, 
tranne di quei tali cosiddetti liberali da scena e di me- 
stiere, che hanno sempre il brutto vezzo di chiamare 
rose le spine, e viceversa; infidi trastullatoli del Go- 
verno e del popolo, validissimo strumento a rompere 
l'armonia della reciproca fiducia, necessaria a sapersi 
intendere, e provvedere ai rispettivi bisogni, quandoché 
le inopportune menzogne aprono la via dell'abuso nel- 



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379 

rimo, e del malcontento nell'altro, e in fine del discredito 
e tifila decadenza di tutti. Ma diremo forse noi che tutte 
queste calamita complessivamente si devono al nuovo 
ordine politico ? Niente affatto. Gli errori del Governo 
hanno contribuito a rendere difficile la situazione di Si- 
cilia, con le imposizioni, i trattati, lo sciupo del da- 
naro pubblico, per il quale ne è venuta la piaga dell'ag- 
giotaggio; ma la vera miseria è stata prodotta dal cat- 
tivo ricolto, dal colèra e dalla epizoozia. Forse i primi 
senza gli altri non si sarebbero avvertiti, o, alla meno 
trista, non avrebbero cosiffattamente conturbato e 
sconvolto la società. Però è un'insipienza, una stol- 
tezza, una malignità attribuire al nuovo ordine poli- 
tico tutto il cumulo elei mali. 

La Sicilia ricorda due altre invasioni coleriche : il 
1S37,il 1 85 1 e il 1S55. Nella prima epoca si commisero, 
è vero, degli eccessi in molti paesi della Sicilia, per il 
fatale errore del supposto venefizio, e per le istigazioni 
del partito liberale; ma non si lamentarono altre cala- 
mità. Al 1851 e 1S55 il colèra in Sicilia, tranne Mes- 
sina, passò quasi inosservato. Allora i liberali, istruiti 
dei risultati del 1837, non si permisero di mettere a- 
vanti una seconda volta lo spettro del veneficio, quan- 
tunque la plebe fosse sempre persuasa e convinta di que- 
st'idea; agli affezionati del passato Governo non tornava 
conto di rimuovere quella cenere che copriva il fuoco; 
il elencato taceva, e la cosa camminò quasi normal- 
mente. Però al 1807 la Sicilia pareva un vulcano, di 
cui si sente di tanto in tanto il cupo rumoreggiare. 

Catania è eminentemente commerciale e industriosa. 
Forse, camminando con questo impulso, da qui ad un 
trentennio sarà una delle prime città d'Italia. Ma sic- 
come moltissima gente vive di lavoro, e appartiene 
alla classe operaia, la quale in questi ultimi anni per 
il caro dei viveri si è trovata in somme strettezze, così, 
sospesa la costruzione delle ferrovie per la inerzia e per 
Ja infedeltà degli appaltatori, sospese le opere pubbliche 



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380 

provinciali e comunali, chiusi i traffici, fermo il com- 
mercio, il popolo minuto si trovava in una disperata 
condizione, ed era perciò che la strage maggiore av- 
veniva in quella misera classe. 

La gente agiata, nelle emergenze coleriche, o abban- 
dona gli splendidi palagi e corre per le deliziose ville, 

0 sceglie i siti più salubri della città, evitando l'umido 
della notte, i cibi di diffìcile digestione, le frutta acerbe, 

1 patemi d'animo, e appena si sente colpita da un leg- 
giero sintomo di colèra immantinente ricorre ai medici 
e ai farmaci per dissipare il prodromo del male. Nè par- 

. liamo della nettezza della sua abitazione e delle bian- 
cherie, dell'uso delle fascie o delle camicie di lana, della 
giudiziosa ed indicata scelta delle vivande. Ora entri 
per poco il lettore ai tempi del colèra nell'abituro del 
povero, seppure avrà l'abnegazione di entrarvi, e sen- 
tirà sin dalla soglia di quell'oscuro ed umido bugigat- 
tolo gli effluvi di un puzzo mefitico che quasi lo riso- 
spinge per tema di ammalarsi. Oh Dio, quanta deso- 
lazione non offre quel quadro di miseria e di abbruti- 
mento !... Quale lezione eloquentissima di orrore e di 
compassione ad un tempo ! !... 

I medici, i ministri della religione, che spesso furono 
spettatori di siffatte tragiche scene, ci daranno ragione. 
Forse tutto questo non avviene nell'alta Italia; ma 
nelle provincie meridionali, dove il pauperismo e l'i- 
gnoranza si danno a vicenda la mano, costituiscono il 
permanente spettacolo di cui noi ci occupiamo. 

Entri, ripetiamo, il lettore in quelle anguste stanze, 
con le pareti affumicate e col suolo umido e sconnesso : 
ci si troverà attorniato da una famigliuola piena di tri- 
stezza e di squallore; vedrà un letto con un pagliericcio, 
dove sono coricati due o tre infermi, a lato dei quali 
dormono nella notte i sani, cosicché gli aneliti degli uni 
si confondono con quelli degli altri. Nessun luogo oc- 
culto per emettere gli escrementi ed evitarne gli ef- 
fluvi; spesso una candela rischiara quel sepolcro di 



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3H1 

viventi. Chieggo sul loro stato. Essi risponderanno, 
velandosi gli occhi di lagrime, con fioca voce : man- 
chiamo di mezzi; abbiamo venduto quel poco che ave- 
vamo; hanno tolto il lavoro all'afflitto nostro padre, e 
ci hanno condannati al disprezzo ; ora ci vogliono to- 
gliere la vita ! E qui grida, pianti, singhiozzi, male- 
dizioni. E questo ingenuo sfogo, questa dolorosa con- 
fessione si potrà ottenere, ove quelle innocenti crea- 
ture avessero la coscienza della bontà e della virtù del 
loro benefattore; altrimenti ei sarebbe accolto come 
avvelenatore, e forse correrebbe rischio della vita. 
Questa è la cornice del quadro; ma il fondo è di ben 
altre e più dolorose tinte. 

Ora ci si dica: con queste preoccupazioni, con questi 
timori, con questa estrema miseria, quale dovrà es- 
sere la fine del povero ] La morte, inevitabilmente la 
morte! ! E non solo questi infelici non possono, con un 
qualunque sistema igienico, prevenire il male; ma una 
volta colpito un individuo della famiglia, per le penose 
circostanze in cui si trovano, e per l'idea che si forma- 
rono del morbo, lungi di guarire l'infermo, si attossi- 
cano tutti fisicamente e moralmente. 

Qualunque sia il carattere della malattia, epidemico 
o contagioso, ammesse queste condizioni, essa trova il 
suo alimento progressivo tanto in questi piccoli focolari 
di pestilenza, quanto nelle case vicine. Ecco perchè la 
grande maggioranza de' decessi colerosi è sempre rap- 
presentata dai poveri ; e se è pur vero, come credesi 
da taluni egregi scienziati, che il colèra, per sua natura 
contagioso, diviene epidemico (1) tutte* le volte che 
trova favorevoli le condizioni al suo sviluppo e che è 
capace di diffondersi anche per infezione per mezzo del- 
l'aria, quando questa, come ogni altra sostanza, di- 
viene il veicolo di quel germe che si forma nelle materie 
escrementizie, allora noi abbiamo tutta la ragione di 

(1) Lettore del profossore La Loggia al professore F.Pacini di 
Firenze. 



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382 

asserire che hi località in cui il colèra cambili di l'orma 
è appunto la casa del povero. 

Il colèra in Catania si protrasse tino al 31 di agoslo, 
segnando fra 3G2T attaccati 30GG decessi. Però si crede 
che per lo meno ne fossero morti nelle campagne e nei 
vicini paesi circa 1700 appartenenti alla emigrazione 
catanese; cosicché in rapporto al numero delle anime 
considerate di 08,810, si ha la perdita del 1 1(> per 
cento (1). 

Nella provincia durò fino al 7 dicembre, cioè a Mili- 
tello con la complessiva mortalità di 1 2,053 fra 1 5,553 
attaccati. 

Il Consiglio provinciale di Catania genero ameni e 
mise a disposizione del prefetto la cospicua somma di 

(1) Mentre ohe il nostro lavoro e sotto macchina, ci giunge la re- 
lazione statistica del colera del 1S07 della provincia di Catania, 
pubblicata per cura di quel prefetto, Bardcsono, dalla (piale ab- 
biamo tratti questi dati. 

In quella relazione il prefetto non si perita di confessare che la 
significante mortalità dell'intiera provincia di 12,053 derivò dal con- 
corso di tante causo morali e materiali e dal « funesto pregiudizio 
« che sventuratamente è ancora radicai ) nelle classi meno colte 
c della popolazione , quello, cioè, di credere alla propina/ione ed 
€ allo spargimento dei veleni, la quale stolta credenza tutti cono- 
€ scono quanto in pratica torni funesta a chi fatalmente ne è af- 
c fetto. » 

È anche importante il notare: 1* che la media proporzionalo 
dei morti fu rappresentata dal 75 per cento, in rapporto agli at- 
taccati, ciò che quasi mai avviene; questo fattoci fa supporre che 
tale risultato devesi probabilmente alla falsa preoccupazione di vene- 
tizio ; 2° che tra 15, 553 attaccati, soli 330 furono ricoverati negli 
ospedali, o la relazione no accenna la causa che noi abbinino ac- 
cennato altrove: « Negli ospedali vi furono tradotte le sole persone 
c povere, e nel momento in cui la malat tia presentava su di e—e sin- 
« tomi gravemente allarmanti, giacché questa classe di gente aveva 
« per costume di denunziare la esistenza del morbo e il 'invocare gli 
c altrui soccorsi allora soltanto che vedevano l'infermo quasi pros- 
« simo a soccombere. Ove adunque si ti nga conto di questa circo- 
« stanza, è facile vedere che la miugior mortalità si risolve invece 
« a danno delle cure a domicilio. » 

Abbiamo notato queste osservazioni, perchè il leti ore, ricordan- 
dosi dei nostri criteri espressi in tuli > il nostro lavoro, si persuada 
che essi non erano gran fatto inutili mi infondati. 



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lire 20,000 per soccorrere i poveri e le famiglie dei 
morti di colèra nella citta e nella provincia ; anche il 
Governo inviò a quest'oggetto un sussidio di lire G000. 

La enorme cifra de 1 decessi devesi, lo ripetiamo, alla 
poca previdenza de 1 funzionari. Con un sindaco solle- 
cito, con una Giunta patriottica, con un prefetto meno 
timido e più intelligente, forse Catania non avrebbe 
deplorata l'amara perdita di "30GG persone. 11 primo a 
fuggire, sotto il pretesto di malattia, e a chiudersi nel 
convento de' Padri Benedettini senza permettere che 
nessun mortale salisse quel beato ritiro, fu il prefetto. 
Noi ignoriamo se costui stia ancora al potere, ma è 
facile che questo fatto scandaloso sia ignorato dal Go- 
verno, il quale fino al 19 luglio non avea ancora an- 
nunziato agl'Italiani la invasione del colèra in quasi 
tutte le provincie della Sicilia; e solo con quella data 
partecipava lo sviluppo del male nel Montenegro e nei 
punti marittimi di Sicilia, cioè: Castellammare, Vitto- 
ria, Scoglitti, Augusta, Santo Stefano di Camastra (1). 

Questa inqualificabile spensieratezza sulla salute 
pubblica indegnò gli influenti cittadini, la cui maggio- 
ranza non solo non reagiva contro le malvagie voci 
di veneficio, le quali lasciarono nello interno della pro- 
vincia delle tracce inique e vergognose ; ma anche essa, 
indispettita e diffidente, carezzava con poca moralità la 
falsa credenza. 

A Belpasso, Paterno, Pedara, Viagrande, Licodia, 
Grammichele, Aci Sant'Antonio, Aci Catena, Punta, 
Battiati, Val verde, Piano, Mascalucia, Trecastagne, 
piccoli paesi della provincia di Catania, la gran parte 
de' quali non soffrirono giammai alcuna invasione del 
male, furono compromesse le vite degli uomini della 
questura, dei carabinieri, degli agenti della percezione 
doganale e dei cottimisti francesi delle strade ferrate, 
come propagatori di veleno. A vari intervalli, secondo 
il rispettivo sviluppo del colèra e a misura degli ecci- 

(1) Giornale ufficiale, 19 luglio, n" 1%. 



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tamenti, le popolazioni in massa si aniiitvanu i-ou l'alci, 
picche, fucili, e minacciavano la forza pubblica. Pa- 
recchi cittadini vennero uccisi con arme da fuoco e a 
sassate per lo stesso sospetto di veneficio. In Viagrande 
un servitore di un francese comperava della carne per 
uso del padrone, e preparatasi a sciorinare sulla panca 
la tovaglia, ove do vea avvolgerla; in quell'istante la 
moglie del beccaio accusò de' dolori allo stomaco e, 
senza esitare, grida di essere stata avvelenata per 
mezzo della tovaglia; allora il marito uccide in men 
che si dica il misero a coltellate. A Grammichele il 
pop >lo tumultuò, e barbaramente uccise due carabi- 
nieri. Se non fosse accorsa immediatamente da Calta- 
girone la forza pubblica, molti eccidii si sarebbero com- 
messi. A Belpasso fu ucciso il delegato di pubblica si- 
curezza e tutti i pubblici ufficiali cessarono dall'eser- 
cizio del proprio ufficio. Taluni nei piccoli paesi della 
provincia di Catania ebbero l'audacia di scroccare del 
danaro alla misera gente, dicendo di avere avuto l'inca- 
rico dal Governo di spargere il veleno. Ora la giustizia 
punitrice istruisce i processi contro gl'imputati degli 
omicidi, e contro gli spargitori delle voci sediziose. Non 
pare verosimile che, dopo 30 anni, si rinnovino ancora 
queste dolorose scene di sangue per pubblico veneficio ! ! 

Aci Reale fu attaccata verso la fine di luglio e in 
un mese soffri la perdita di 1 165 individui, vai quanto 
dire circa il 6 per cento. Anche cola serpeggiarono le 
voci di pubblico veneficio, e poco mancò che l'ordine 
non fosse turbato. I clericali ed i borbonici spiegarono 
tutta la loro energia, per accreditare il pregiudizio. A 
ciò si aggiunsero le solite naturali combinazioni. Mentre 
il morbo camminava con proporzioni non molto fatali, 
il municipio ordinava la disinfezione dell'aria. La 
plebe, vedendo per le vie quel carro che mandava fumo, 
cominciò altamente a protestare che quella macchina 
era destinala allo avvelenamento del paese. La disgra- 
zia volle che, da quel giorno in cui si attivarono le fu- 



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38ò 

negazioni, il male sali al punto culminante ; cosicché, 
tanto per togliere di mezzo un argomento d'irritante 
apprensione nel popolo, quanto per lo sgomento gene- 
rale, fu mestieri sospendere le disinfezioni ; e siccome 
in quell 1 intervallo il morbo avea descritto la sua pa- 
rabola e i decessi incominciavano a decrescere; così 
si fondò meglio il sospetto del veneficio, e i malevoli ne 
trassero pretesto per ribadire nella plebe la idea che il 
Governo di accordo col municipio avvelenava il popolo. 
Persona rispettabilissima ci assicura che questo con- 
cetto si estendeva alla classe elevata. 

Dopo che il colèra era cessato nella provincia di Ca- 
tania, quell'arcivescovo pubblica un'assennata e, se 
volete, elegante pastorale, chiamando i credenti al pen- 
timento e ritenendo il colèra come punizione di Dio per 
la loro condotta molle, ciarliera, disonesta, licenziosa, 
arrogante. Però fra le altre cose sono ammirevolissime 
le seguenti parole: 

" 0 voi che supponete la spaventevole malattia fab- 
u bricata dalla umana nequizia, guardatevi dal vana- 
* mente ingannarvi. Aprite i sacri volumi e ponete 
u mente. Essa è la infermità annunziata dallo Ecclesia- 
u stico agl'imperanti di ogni maniera. Essa è la piaga 
fc insanabile, invisibile, con cui Iddio percosse Antioco. „ 

Noi ammiriamo il santo pastore, ma una volta che 
egli si decise a toccare la corda fatale, lungi di rimuo- 
vere il lembo di questo velo con mano tremante e con 
parole velate, dovea ad ogni patto mostrarsi fiero e 
disdegnoso contro quegli esseri malvagi che ingannano il 
popolo con le menzognere voci di veneficio. Noi cre- 
diamo che l'eccellentissimo monsignore, senza tradire 
la sua coscienza, abbia voluto usare un po' di riguardo 
a quei tali che sotto lo stesso ministero esercitarono 
un apostolato contrario. 

Garibaldi, l'uomo eminentemente liberale, l'uomo 
che, quando trattasi di beneficare l'umanità non cono- 
sce timori o riguardi; l'uomo che non ha mai mentito 
25 



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386 

in tutta la sua vita, ora più esplicito nel rispondere 
allo egregio cittadino signor Liborio Coppola, il quale, 
addolorato delia funesta cecità popolare, invocava l'ap- 
poggio della potente sua voce, per scuotere la plebe 
della provincia di Catania e disingannarla. Noi ripro- 
duciamo quelle due lettere, perchè amiamo che esse 
abbiano tutta la possibile pubblicità, non potendo 
supporre che ci sia un temerario il (piale voglia proffe- 
rire la bestemmia che anche un Garibaldi è capace di 
ingannare il popolo : 

" Illustre generale, 
" L'ignoranza di questa popolazione cagionata da 

* secolari Governi di dispotismo, ed anche forse una 

* cattiva strategica di partito, persuasero loro, fin dalla 

* prima invasione del morbo asiatico, che il Borbone 
" era quello che disseminava il colèra, unito in sata- 

* nico complotto cogli altri despoti della terra. 

u II movimento della rigenerazione italiana, di cui 

* voi, o generale, siete tanta parte, assai lentamente ha 
u finora dissipato le tenebre dell'ignoranza, non che 
« quei principii d'immoralità che pur troppo sonopas- 

* sati nelle abitudini della plebe ; e le cattive ammini- 

* strazioni, che più immediatamente fanno avvertire 
u anlle masse i loro dolorosi e materiali effetti, hanno 
u fatto sì che questo popolo, confondendo le idee, crede 
" anche il Governo nazionale capace dello eccesso da 
" lui attribuito al Borbone. Questo funesto errore 
" turba l'intelligenza, centuplica il male per se stesso 

* terribile, ed è causa di odii e di delitti di sangue. 
u Voi, generale, che siete meritamente adorato dai po- 
" poli dell'Italia meridionale qual loro liberatore, non 
" potreste dire una parola per illuminare la Sicilia e 

* specialmente questa città'?.. .Mi è accaduto di convin- 
u cere qualclieduno della plebe, col solo argomento che 
" Garibaldi, il padre del popolo, non avrebbe mancato 
u di gridare e di protestare in nome dell'umanità, se 
" realmente il colèra fosse arte di Governo. 



Di 



387 

44 Perdonatemi se vi rattristo con la schifezza di 
" quest'altra nostra piaga, ma e incredibile quanto 
" questa^funesta aberrazione delle masse, scoraggi ed 

* affligga i buoni, ed abbrutisca e renda cattivo questo 
" popolo, cui, forse, una vostra parola potrebbe anche 
u in questa parte redimere. 

u Catania, 23 luglio 1867. 

Vostro devotissimo 
Liborio Coppola. „ 

A cui il generale rispose : 

Vinci, 30 luglio 18G7. 

" Mio caro Coppola, 

■ Sono bene addolorato della situazione infelice in 

* cui si trova cotesto carissimo popolo di Catania. 

" Come non dubitate, io amo il popolo della Sicilia, 
" con affetto di figlio, di fratello, e son superbo del 

* convincimento ch'esso non può temere inganno da 
u parte mia. 

* Dite alle afflitte nostre popolazioni che il colèra è 
« flagello indipendente dalla volontà umana, e che non è 
" dato a nessun* creatura di spargerlo e propagarlo. 

■ 11 popolo può bensì diminuirne gli effetti funesti 
« con le precauzioni seguenti : 

* 1» Non riunione di qualunque specie, e perciò chiu- 

* dere teatri, chiese, o qualunque altro recinto di ag- 

* glomerazioni popolari; 

* 2° Per lo stesso principio, non molti individui nella 
m stessa stanza; e quindi le autorità locali ed i citta- 

* dini agiati, potranno, mettendo delle abitazioni ae- 

* rate alla disposizione del popolo, beneficare l'igiene 

* pubblica; 

u 3' La maggior pulitezza possibile nelle piazze, 

* strade, casce soprattutto nel proprio individuo; 

* 4° Aver fiducia negli uomini della scienza, nei loro 
u consigli e prescrizioni. 

« Io non dubito che i medici del paese avranno già 



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888 

u consigliato coteste mie osservazioni, come pure i di- 
" sinfettanti e la pulizia interna degl 1 individui. 

" Un caro saluto al nostro Biscari, e a tutti gli a- 
" mici del 

Vostro 
G. Garibaldi. „ 

Palermo, quantunque il suo circondario fosse stato 
infetto sin dal momento in cui il male incrudeliva a 
Caltanissetta e a Girgenti, pure si mantenne salva fino 
a metà di luglio, mercè un rigoroso cordone sanitario, 
e l'ammirevole sistema di quel municipio, per ciò che 
riguardava soccorsi alla misera gente, nettezza nelle 
case dei poveri e nelle strade, sorveglianza nelle vi- 
vande, divieto assoluto di frutti acerbi, ecc., ecc. Si di- 
ceva che Palermo somigliasse alla salamandra, la quale 
resta invulnerabile in mezzo al fuoco (1). 

È vero che il 6 giugno si era sviluppato in persona 
di un mulattiere reduce da Caltanissetta un caso di co- 
lèra, e che altri cinque casi erano avvenuti il 1 0 luglio 
in taluni individui provenienti da luoghi infetti ; ma le 
disinfezioni e gl'isolamenti aveano arrestato sino ad un 
certo punto il completo sviluppo del male. 

Però era quasi impossibile isolare un paese aperto 
come Palermo, posto fra una cerchia di località, dove 
ferveva il colèra. Con questa malattia non ci è precau- 
zione pubblica che non sia spesso delusa; com'era inte- 
resse dei Palermitani, che gli altri provenienti da luoghi 
sospetti non entrassero nel loro paese, così quelli aveano 
lo stesso interesse di fuggire, e ricoverarsi là dove spe- 
ravano campare la vita; e in tali contingenze, i riguardi, 
le amicizie, le parentele venivano tutte a galla, ed elu- 
devano la severità della legge. DhTatti dopo la metà di 

(1) Questa .credenza degli antichi dura ancora nel popolo, sin dai 
tempi di Aristotile. Di questo animale oviparo si sono dette tante 
fole. Questo rettile giovane vive nelle acque dove subisce una meta- 
morfosi, quindi passa ad abitare i luoghi umidi c freddi. Al fuoco si 
brucia, come tutti gli altri animali. 



389 

luglio, di giorno in giorno i casi crescevano rapida- 
mente. Le autorità municipali, per opera di disinfe- 
zioni e di sussidi a domicilio, facevano miracoli. Il loro 
zelo, la loro abnegazione furono superiori ad ogni e- 
logio. Iddio volesse che in tali tristi emergenze tutte le 
comuni fossero amministrate da cittadini di quella 
virtù. Ciò malgrado, la plebe guardava i suoi virtuosi 
benefattori con occhio diffidente e bieco. Essa era, come 
tutte le altre popolazioni di Sicilia, preoccupata dal ve- 
neficio, nè mancarono le insinuazioni dei nemici d'I- 
talia, per alimentare il malcontento ed il pregiudizio. Le 
esagerate notizie dei vicini paesi costituivano una pe- 
renne agitazione. La sera del 1 6 luglio in Bagheria e 
a Monreale, dove si era sviluppato il colèra, alcuni po- 
polani, nell'idea d'intimorire i supposti avvelenatori, 
tirarono delle fucilate, e in quest'ultimo paese cadde vit- 
tima un certo Romeo, calzolaio. Dopo pochi giorni, si 
sparse la voce che nei dintorni di Bagheria ci era un 
avvelenatore che attossicava pozzi e fontane: la guardia 
nazionale fu obbligata a percorrere col popolo le cam- 
pagne, per impedire degli eccidi. 

L'ultimo caso di colèra, in Palermo, avvenne il 1 3 
novembre. Il numero dei morti fu di 3891, compresi i 
militari; quindi, tra una popolazione di 200,000 anime, 
si ebbe una perdita minore del 2 per cento, la quale, 
in rapporto a quella di Catania, mostra evidentemente 
i salutari effetti dell'utile, previdente e generoso in- 
dirizzo comunale ; e la lodevole condotta degli ammi- 
nistratori si estese anche agli ospedali, dove, tra 438 
ricevuti, ne morirono 259 (1). Nelle carceri, tra 157 
attaccati, appena si ebbero 20 decessi. Ciò prova che 
anche quegli amministratori non mancarono di cura e 
di zelo. 

(1) Non dimentichi il lettore la brutta abitudine della misera 
gente in Sicilia a risolversi, nell'ultimo stadio della malattia, ad 
essere condotta negli ospedali, d'onde poi ne risulta il falso concetto 
che i trattamenti medicinali contengono del veleno. 



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390 

Però nessun paese di Sicilia versava in tanti timori, 
in tante perplessità, quanto Messina, la quale non po- 
teva cancellare dalla memoria le tragiche scene del 
1S54.' La sola parola colèra scuoteva le libre d'ogni 
cittadino, che, negli sguardi delle autorità [ costi- 
tuite, leceva 1" iniquo attentato, quasi come il giudi- 
cabile seduto sullo sgabello della Corte d'Assisie, dove 
sente agitarsi la sua causa, guarda sospettoso la fìso- 
nomia dei giurati, e aspetta con orribili palpiti la mor- 
tale sentenza. 

Le nuove delle stragi nei popolosi centri di Sicilia 
incalzavano ogni dì, e sempre con le solite esagera- 
zioni. Fino al 1 ( .) luglio nessun caso era avvenuto in 
Messina. In quel giorno nella vasta borgata di San 
Leone, in un tugurio, un povero infelice si ammala con 
sintomi colerici, e dopo poche ore cessa di vivere. La 
Commissione medica lo definisce colèra sporadico. Verso 
sera si animala nello stesso quartiere un'altra donna, e 
dopo LU ore aneli ella muore. I medici insistono nella 
stessa idea. 11 preletto ed il sindaco ordinano la più 
rigorosa vigilanza, e impongono ai medici di denun- 
ziare anche i casi sospetti. Il ó agosto un medico ha 
il coraggio di dichiarare al sindaco la morte di un 
giovanotto per colèra asiatico. Questa dichiarazione 
suscita delle animosità negli altri medici; si tentenna 
per qualche giorno ; però il colèra penetrando nel borgo 
Porta Legni, con l'eloquenza di molte vittime, obbliga 
le autorità a dichiarare il paese infetto di colèra. Tale 
annunzio spaventa il pubblico. Moltissimi emigrano 
per le campagne. Però i fatti e gli errori del 1831 fu- 
rono di grande insegnamento. La condotta delle auto- 
rità politiche fu edificante; tranne parecchi magistrati, 
ogni altro funzionario non si allontanò dal suo posto. 
La questura pagò al colèra un contingente vistoso tanto 
nella bassa forza, quanto negli altri impiegati. Questo 
triste avvenimento incominciò a far rinsavire il popolo, 
il quale supponeva in quell'individui i suoi nemici, i 



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391 

suoi uccisori. Il prefetto non mancò un sol giorno di 
recarsi all'ufficio. Il Consiglio provinciale, comunale, 
e la Giunta non si occuparono per nulla della cosa 
pubblica, la quale fu esclusivamente sorretta con e- 
terna lode dal sindaco commendatore Cianciafara. Egli 
con la sua previdenza, con la sua abnegazione, col suo 
senno, col suo patriottismo, aiutato da pochi, ma ge- 
nerosi cittadini, fra i quali dal Natoli, vittima illustre, 
combattè il male a tutta oltranza con le misure pre- 
ventive e con la formazione di tre ospedali succursali. 
In sulle prime la plebe respingeva con disdegno l'in- 
vito di condurre gli ammalati agli ospedali ; poi a poco 
a poco indotti dai prosperi successi, e dagli squisiti trat- 
tamenti, invece di esservi condotti dalla forza, vi ade- 
rivano spontaneamente. Le disposizioni del municipio 
furono cosi energiche, così opportune, che, malgrado 
la violenza con cui si presentò il male, non si ebbe a 
deplorare neanco il quinto dei morti del 1854. Igno- 
riamo il numero degli ammalati ; i decessi sommarono 
circa a 5000, cosicché in rapporto alla popolazione si ha 
appena il 5 per cento. La guarnigione, stanziata in un 
quartiere della citta e nella cittadella, soffrì la perdita 
almeno del 10 per cento. 

Questi furono i risultati dell'ultimo colèra di Mes- 
sina, per il quale si spacciarono tante voci assurde e 
menzognere. Si disse che alla marina erano stati in una 
stess'ora attaccati molti individui di colèra, vomitando 
sangue. Si disse che ì morti superarono quelli del 1854. 
Si disse che in un dì si era estinta l'intera forza doga- 
nale. 

Solo nel piano della Munizione avvenne il caso che • 
un individuo vomitasse sangue, e poiché predominava 
allora il colèra, così dopo due giorni egli si ammalò di 
questo male e ne morì. Si sa da tutti, anche dagl' indotti 
che le malattie ordiuarie sotto la influenza epidemica 
acquistano la forma ed il carattere del male predomi- 
nante. Il semplice grippe, nelle stagioni autunnali e 



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892 

nelle loealit.ii malsane, si trasforma in febbri intermit- 
tenti. Queste ragioni non hanno alcun valore, quando gli. 
animi sono preoccupati da una idea. Taluni parlarono 
del nuovo modo di avvelenare la umanità e scrissero 
questa stessa nuova negli altri paesi di Sicilia; cosic- 
ché la povera gente, ingannata dalle menzognere voci, 
diceva : u Ci faranno morire, vomitando sangue. „ 

Qualche foglio liberale si studiava di smentire la 
voce di veneflzio ; ma i giornali reazionari o tacevano, 

0 di tanto in tanto gettavano qualche schizzo velenoso. 
Il Governo, indignato della condotta tenuta dal Con- 
siglio comunale in quella triste occasione, opinò di 
scioglierlo, conferendo meritamente al signor sindaco 
Cianciafara il mandato di delegato straordinario. 

Le nobili e generose ricompense in tali eventualità 
sono sempre bene intese ed utilissime, e noi vorremmo 
che, tanto le rappresentanze comunali e provinciali, 
quanto il Governo, non si mostrassero indifferenti e 
ingrati verso quei cittadini, che hanno l'eroismo di 
mettere in pericolo la loro vita per il bene dell'umanità. 
Senza questo potente stimolo, per quanta virtù si 
possa contenere in un cuore umano, difficilmente si 
ripetono gli atti di una sublime abnegazione. 

Se noi confrontiamo i risultati del colèra di Messina 
del 1S54 con quelli del 1S67, troviamo non solo di che 
allegrarci, ma scorgiamo che il predominio dei funesti 
errori di allora in grandi proporzioni va dileguandosi, 
col rinsavimento della pubblica opinione. Nella prima 
epoca, si riteneva impossibile la invasione del colèra, 
perchè il patrocinio della Vergine, ed il vento che perio- 
dicamente spirava dal canale frustravano lo avvelena- 
mento propinato di nottetempo dagli emissari del Bor- 
bone. Nella seconda, si temeva la invasione, e le auto- 
rità e gli operosi cittadini si proponevano combatterlo 
con tutt' i mezzi. Allora non ci era un camposanto e 

1 cadaveri si seppellivano in città, lasciandosi 24 ore 
nelle case rispettive: oggi ci fu un cimitero, e appena 



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393 

i morti venivano denunziati al municipio, erano subito 
trasportati colà. 

Noi speriamo che il maledetto flagello sparisca per 
sempre dalla terra, che i Governi d'Europa trovino 
finalmente il modo per lo meno d'infrenarlo nelle con- 
trade transgangetiche; ma, ove si abbia la sventura 
di vederlo ricomparire, ci lusinghiamo che questi ri- 
cordi non saranno disutili per le infelici popolazioni. 

Intanto il colèra si era propagato in quasi tutte le 
Provincie italiane, dove lasciava più o meno tristi con- 
seguenze. Taluni credevano si rendesse indigeno. Nella 
provincia di Lucca vi durava per tre anni, quasi sem- 
pre continui. Nel mese di giugno ultimo si notò una 
recrudescenza sensibilissima ovunque da un capo al- 
l'altro d'Italia : fra le comuni più desolate si anno- 
verò quella di Nardo, nell' ex-regno di Napoli, dove 
appena scoppiarono i primi casi, sparirono come per 
incanto le autorità municipali, e i cittadini che si con- 
siderarono vittime designate degli avvelenatori, non 
ebbero altra risorsa che barricarsi nelle loro case. I 
cadaveri restarono insepolti. I carabinieri, i bersaglieri, 
le guardie di pubblica sicurezza tramutaronsi con 
grande abnegazione in suore di carità ed in becchini. 
La strage fu immensa. Ignoriamo il numero dei morti; 
vediamo però sempre le stesse preoccupazioni. Per con- 
vincere il lettore della ragione che ci spinse ad im- 
prendere questo lavoro, qualunque esso sia, e per mi- 
surare la utilità, che il popolo potrebbe trarre dai 
luttuosi risultati della iniqua credenza, crediamo indi- 
spensabile riprodurre cronologicamente taluni scanda- 
losi fatti che si consumarono in molte provincie meri- 
dionali del nostro continente e specialmente nelle 
Calabrie, dalla fine del mese di luglio al settembre del 
passato anno. 

Il 24 luglio in Rossano, e propriamente in Longo- 
bucco, il popolo tumultua, si ostina e lotta con i cara- 
binieri per il preteso avvelenamento. 



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394 

Il 3 agosto in Morano, il popolo insorge e armato si 
presenta a quel sindaco con una pietra di color giallo 
gridando: u Abbiamo trovato il veleno dentro un muro; 
oramai non si può negare che vi sono gli avvelenatori, 
e vogliamo soddisfazione del veleno. „ Fu fortuna rien- 
trasse la calma per la prudenza del sindaco, il quale 
chiamò, alla presenza dei tumultuanti, tutti i farmacisti 
del paese per analizzare la pietra venefica. Ne bastò la 
dichiarazione di questi per persuadere il popolo che 
essa non era altro che zolfo pietrificato: fu mestieri 
farne ingoiare un pezzo ad un cane ; la povera bestia 
fu tenuta in esperimento dalla popolazione, finche si 
persuadesse che non era veleno. 

Il 21 dello stesso mese, in Crescenzano, Belloni, Pa- 
ludi si tumultuò per venefìzio, e in quest'ultimo co- 
mune fu pugnalato, come propagatore di veleno, il se- 
gretario della comune Francesco Ninastrò. 

Il 2 S in Frassineto furono uccisi cinque individui di 
una famiglia ritenuta scioccamente dal popolo avvele- 
natrice. Nello stesso giorno in Minervino avvennero, 
per le identiche preoccupazioni, gl'avi disordini. 

Il 5 settembre nel Potentino si deplorarono altre 
dolorose scene di sangue, e il tumulto si protrasse per 
otto giorni. Precisamente a Tal ve, prima che spuntasse 
il sole, si sparse la voce che gli avvelenatori erano en- 
trati in quel paese. I sospetti cadevano su certo Anto- 
nio Saballino. La plebe schiamazzando si affollò intorno 
la casa di costui, ove si trovavano due altri individui 
Uiacomo di Mattia e Francesco di lui fratello. Alcuni 
dei più efferati tumultuanti penetrano nella stanza, 
rovistando tutto. In un armadio trovarono un vaset- 
tino, con una certa pasta che il Saballino aveva com- 
perato per avvelenare i topi : ceco il veleno, si gridò. 
Per far la prova, si diede a mangiare un poco di quella 
pasta ad un cane, il quale naturalmente morì, dopo po- 
che ore. Non appena fu constatata la morte del cane, 
la plebe infuriò contro quei tre infelici, i quali furono 



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tosto trucidati. Una compagnia di truppa spedita da 
Potenza ristabilì l'ordine. 

Nell'Avellinese successero gli stessi moti ; e poiché si 
riteneva che era stata avvelenata una fontana, le au- 
torità furono obbligate ad ordinare si analizzasse quel- 
l'acqua. 

Il giorno 7 nella Torre Annunziata, vicino Napoli, il 
popolaccio irrompe contro i medici, chiamandoli avve- 
lenatori. 

L' 1 1 la plebe amalfitana spinta da pregiudizio del 
veneficio tumultua, insegue e ferisce quattro giovani 
civili di Positano, i quali erano stati additati come av- 
velenatori ; i miseri, lordi di sangue, fuggono e fortuna- 
tamente scampano l'ira del popolo, con l'arrivo di ta- 
luni carabinieri. 

Molti altri fatti, quasi dello stesso genere, avven- 
nero in Avellino, Lecce, Trani, Copertino, ecc. ecc., ma 
il più notevole, che non possiamo omettere, è quello 
accaduto in Porcile, piccolo paese non lungi da Castro- 
vii lari (Calabria Citeriore), dove appena scoppiò il co- 
lèra, la popolazione sorse di notte cupa e tacita e si 
riunì in un largo: dopo breve deliberazione, si avviò 
silenziosa alla volta di una casa nella quale in pace 
riposava nel sonno una famiglia di sei persone, che 
l'ignoranza e la malvagità umana avevano designate 
vittime miserande alla truce follia di crederle spargi- 
tori del sognato veleno. Atterrare le porte, invadere la 
casa, afferrare gl'infelici innocenti, scannarli tutti e 
squartarli con pazza frenesia, fu opera scellerata di 
pochi momenti; le grida delle supplici donne, le pre- 
ghiere, le giuste discolpe del padre e dell'avo, i pianti 
infantili nulla valsero ad impietosire la turba dei ma- 
nigoldi. Fatta la orribile strage, gli assassini menarono 
scempio osceno dei corpi trucidati, riducendoli a brani 
e quindi, recatili nella stessa piazza da ove erasi prof- 
ferita l'iniqua sentenza, in mucchio sanguinoso furono 
dati alle fiamme, 



896 

Noi ci vergogniamo a riprodurre dalle corrispondenze 
dei giornali queste nequizie, le quali, se si deve con- 
tare sul progresso, mostreranno ai venturi che la van- 
tata civiltà dei popoli del secolo xix era una men- 
zogna. 

Quest'anno, fatale all'Italia e forse all'Europa, chiu- 
devasi con la feroce invasione del colèra in Reggio di 
Calabria. In agosto un marinaio reduce da Catania era 
attaccato dal male in Bagnara, provincia di Reggio, e 
dopo poche ore moriva. D'allora il morbo cominciò a 
propagarsi. 

Il popolo grandemente sgomentato emigrò in grancle 
moltitudine per le campagne. Non mancarono le so- 
lite voci sediziose di veneficio, per le quali avveniva 
di tratto in tratto qualche tumulto. Alla metà di ot- 
tobre, caduto in sospetto di avvelenatore un certo Pa- 
tania, il popolo diede fuoco ad un suo grande magaz- 
zino di legname, che interamente bruciato gli produsse 
il danno di lire 24,000. Poco mancò che tutto il paese 
non andasse in fiamme. Dopo quel fatto strepitoso e 
vandalico, cessò l'epidemia, e forse per lo effetto della 
fumigazione piro-legnosa. Pure il popolo, lungi di at- 
tribuire a ciò il risultato, confermossi nella idea che la 
solenne vendetta e lo avvilimento del pubblico avvele- 
natore erano le cause della cessazione del colèra! I 
morti di Bagnara fra una popolazione di 6000 abitanti 
furono 700. 

Dopo quel paese, fu invasa dal colèra la deliziosa 
Scilla, la quale conta 8000 abitanti. Quivi il male si 
mostrò mitissimo. Fra 5000 attaccati, appena ne mo- 
rirono 300. Però, cinto il paese da un rigoroso cor- 
done, la popolazione che vive di traffico e di lavoro 
era ridotta a disperati disegni, e ogni dì tumultuava e 
minacciava freneticamente. 

Il signor Florio, penetrato dalla triste condizione di 
quegli abitanti, e spinto da un sentimentò di rara ge- 
nerosità, mise a disposizione del popolo, oltre un de- 



397 

posito di grano, la considerevole somma di lire 86,000, 
e distribuivala, dietro la sicurezza di un pegno o di una 
cambiale, a varie persone, senza interesse/ e per il giro 
di sei mesi. Moltissimi giornali annunziavano questa 
nobile e virtuosa azione, che resterà^ perennemente 
scolpita nella memoria del popolo scillese. 

In Ardore, comune di Geraci, provincia di Reggio, 
appena scoppiato il colèra, avvennero fatti orribili. La 
autorità politica era da qualche tempo preoccupata 
degli umori di Ardore, e vi mandava fino dal 2 1 agosto 
il luogotenente Garzoni con 25 uomini, e farine ed altri 
generi che mancavano. Il 28 un macellaio di quel co- 
mune si reca nel vicino villaggio di San Nicola, per 
comperare dei bovi da macello. Il popolo s'insospet- 
tisce, lo arresta come avvelenatore, e lo presenta al 
municipio, perchè sentenziasse ; e il municipio dice al 
popolo queste precise parole : Che V avvelenatore si cac- 
ciasse dal paese, e che di lui se ne facesse quello che si cre- 
derebbe più opportuno. In un baleno quell'infelice crea- 
tura è trascinata per le vie, e trucidata a colpi di scure 
e di fucile. Risaputosi la novella in Ardore, i reazio- 
nari spingono i loro concittadini dicendo che i Sanni- 
coIesi erano più bravi di loro. La mattina del 4 set- 
tembre il popolo tumultua, minaccia, freme. Si assali- 
scono le caserme dei soldati e dei carabinieri e si danno 
alle fiamme ; quei soldati comprendono l'impossibilità 
della difesa, si riuniscono in un gruppo, e con la baionetta 
in canna si aprono il varco, e si salvano parte nella 
campagna e parte nelle case dei privati cittadini. Un co- 
mitato sorto dal popolo assume i supremi poteri, gri- 
dando : " Morte agii avvelenatori. „ Si corre di eccesso 
in eccesso. Si uccide in conflitto il capitano della guar- 
dia nazionale, Lo Schiavo, ed il tenente di distacca- 
mento Garzoni, che entrambi erano accorsi alla difesa 
della truppa, sono prima feriti, poscia trucidati dal po- 
polo, e i loro cadaveri bruciati. Ne il popolo era ancor 
sazio di queste brutalità. Si fucila di pieno giorno la 



vecchia madre del Lo Schiavo, due innocenti bambini, 
la sorella con due altri fanciulli. Alcuni altri congiunti 
dell'estinto capitano furono uccisi, e le loro case poste 
alle fiamme. Quattordici individui trascinati per le 
vie e oscenamente mutilati vennero gittati nel fuoco 
ardente. La sola moglie del Lo Schiavo cansò la furi- 
bonda ira della briaca plebe, perla pietà di un'amica. Se 
non fosso accorso opportunamente un corpo di truppa 
speditadaReggio,lecarneficinesarebberostate immense. 

Noi speriamo che la giustizia non lasci impuniti non 
solo gli autori dei delitti di sangue, ma gl'istigatori che 
spinsero il popolo a quegli atti di barbarie. 

Reggio, alle nuove dell'invasione colerica di Baguara 
e di Scilla, si era chiusa in una severa cerchia di bar- 
riera sanitaria a richiesta del popolo tumultuante. 
Durò in questo stato fino alla meta di ottobre. Due 
medici, Ferro e Dedorninicis, s'impegnarono in una vi- 
rulenta polemica. Il primo sosteueva insufficienti ed 
inutili le misure sanitarie ; il secondo, opportune e in- 
dispensabili. 

U popolo che in sulle prime le avea provocate, inco- 
minciava a dolersi della paralisi commerciale, e recla- 
mava perchè si togliessero. Le autorità ebbero il torto 
di cedere alle pubbliche esigenze, e le comunicazioni 
furono aperte con Messiua, dove il morbo non era an- 
cora cessato. Riattivatosi il commercio come in tempi 
normali, e invasa Reggio di molti negozianti Messinesi 
e di una quantità di mercanzie, si fece sentire qualche 
caso di colèra. In questo intervallo avvenne la dimo- 
strazione politica contro il Governo per il fatto di A- 
sinalunga; allora il popolo si tenne sicuramente per- 
duto, e le idee di veneficio furono nella mente di tutti. 

I casi si ripetevano ogni giorno, e quantunque essi 
fossero incominciati pri i della dimostrazione, pure i 
nemici d'Italia colsero quella congiuntura per insi- 
nuare nel popolo che il Governo puniva con l'avvele* 
nauiento quel fatto. 



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;i99 

Non è mai avvenuta una fuga così precipitosa e ge- 
nerale come quella di Reggio. Fra una popolazione di 
40,000 anime, appena restarono nel paese G000 per- 
sone. Il resto scappò precipitosamente per le campa- 
gne, tra i disagi e le privazioni. Il municipio disertò in 
massa, restando il solo sindaco inoperoso. Il prefetto 
perdè tutto il vigore e si rese invisibile. Intanto il co- 
lèra divampa in un modo spaventevole, malgrado lo 
sfollamento della emigrazione. Talune famiglie mise- 
ramente si estinsoro, e l'opera del magistrato non vi 
accorse per apporre i suggelli. L'arcivescovo e le suore 
della carità furono gli angioli del conforto. Il colonnello 
cavaliere Alberto Piano, torinese, si acquistò una pa- 
gina di benemerenza incancellabile presso i Reggiani. 
La stessa Unità Cattolica con la data del li gennaio 
1S68, n* 9, non poteva meglio col seguente passo te- 
stimoniare i servizi ed il merito distintissimo di quel 
virtuoso patrio tta e dei suoi soldati : 

• Il colonnello cavaliere Alberto Piano, che in tanta 
u miseria d'abbandono fe' appello alla carità dei suoi sol- 

* dati, i quali d'assai buona voglia si addossarono tutto 
-« quanto il servizio materiale della città: essi ai lazza- 
« retto a curarvi gl'infermi; essi al cimitero a traspor- 
tarvi i cadaveri sui carri del reggimento; essi in 

* piazza e nelle botteghe a provvedervi allo spaccio dei 
u viveri. Quattro medici militari chiamati a bella posta 
" segnalaronsi per zelo, intelligenza ed abnegazione. „ 

Pochissimi degli attaccati di colèra, in Reggio, cam- 
parono la morte. Quasi mai il morbo si mostrò con 
tanta virulenza. Lo scoraggiamento e la profonda pre- 
occupazione dal veneficio contribuirono grandemente 
a rendere indomabile il male. I morti, fra i 0000 re- 
stati dentro il paese, furono 1200 circa. Due volte si 
verificò la recrudescenza del male nei corso di due mesi. 
La seconda avvenne alla metà di dicembre, e fu più 
letale della prima. 

Però bisogna confessare che politicamente le grandi 



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perplessità si sperimentarono più in Sicilia che nelle 
Calabrie, quantunque in questi paesi si fossero com- 
messe maggiori nequizie. 1 Calabresi temevano, è vero, 
il veneficio forse con più credulità dei Siciliani ; ma il 
malcontento non era nelle stesse proporzioni. Non è 
certo qui il luogo di svolgere questo tema e di mo- 
strarne le ragioni. Noi sin dal 19 ottobre 1860 ebbimo 
il coraggio civile, tra le bollenti passioni, di preconiz- 
zare le conseguenze di un rapido e mostruoso accen- 
tramento. Diciamo solo che fino a questo punto non si 
conobbero ne l'indole, nò il carattere, nè il modo di 
sapere governare la Sicilia; essa, tra la incertezza 
dello indirizzo politico dello Stato, fu mal compresa 
ed obliata. 

Laonde nella stagione estiva quella terra pareva vo- 
lesse andare in fiamme. Si temeva da un momento all'al- 
tro che la reazione cogliesse il destro di questo fermento 
morale, per turbare l'ordine pubblico. Gli eccitamenti 
erano immensi, quantunque essi, invece di agitare e 
commovere il popolo, come credevano i malcontenti, 
ispiravano un senso di abbandono, di sfiducia, d'isola- 
mento ; però quelle insinuazioni, quantunque da per se 
sole impotenti a creare nelle eulte città dell'isola uno 
sconvolgimento politico, lasciavano delle tracce e costi- 
tuivano sin d'allora un'estesa propaganda a danno del 
principio unitario. 

In ogni comune *si raccontano le invasioni delle altre 
comuni, e le decine de' morti si dicono centinaia, e le 
centinaia migliaia (1). Nelle stesse campagne, dove per 
altro non ci era sicurezza e dove spesso si commette- 
vano furti, ricatti ed assassinii, s'ingigantiscono le stragi 
del vicino paese, e nel paese s'ingigantiscono quelle 
delle campagne. 

Se un uomo sagace e indipendente sostiene la verità 

(1) A Fiondili, che dista da Siracusa capo-provincia 9 miglia, si 
diceva che colà ne morissero 500 o 600 al giorno ; poco dopo a Sira- 
cusa si bucinava che i morti di Floridia si contavano a migliaia. 



401 

mostrando i bollettini sauitari, gli si risponde : fc Voi 
forse avete interesse a mentire, o siete troppo di buona 
fede ; i bollettini sono falsi, le autorità sono obbligate 
dal Governo di occultare i morti. „ Ovunque si dice 
pubblicamente II colèra è veleno, nè se ne fa un mi- 
stero. Le autorità costituite in sulle prime si mostra- 
vano gelose, poi anche esse non si curavano di queste 
voci sediziose, appunto perchè ritenevano che un qua- 
lunque movimento sarebbe stato represso dalla forza, 
coadiuvata dall'interesse e dal buon senso dei probi 
cittadini, e la forza del 1867 non era certo quella di 
trenta anni fa. Oggi il soldato dice davvero, quando 
ha dinanzi la prospettiva dell'ordine e la tutela delle 
nazionali istituzioni. 

Però abbandonare un popolo nell'inferno delle sue 
illusioni, non adoprare alcun mezzo per disingannarlo 
e rispondere alle tristi insinuazioni con la noncuranza 
e col profondo silenzio, non è opera di un Governo 
morale e civile. À che monta la nazionalità di un popolo 
bruttata dalla ignoranza e dallo errore? A che la sa- 
pienza della legge, quando essa può essere travolta dal 
tempestoso vortice delle passioni ì 

Noi siamo ben lungi dal consigliare la repressione 
individuale, senza il concorso del ministero giudiziario 
e senza le forme dalla stessa legge ordinate, perchè 
temiamo i soliti abusi, le solite violenze; ma un Go- 
verno, all'altezza del proprio dovere e della propria 
dignità, innanzi tutto dovrebbe in cotali emergenze 
promovere in ogni località de' giornali, de' fogli volanti, 
de' catechismi, per ismentire ovunque le false voci, gli 
errori, le menzogne. 

Si stipendiano tanti scrittori, si sperperano .tanti 
denari per le stampe contro le opinioni politiche, e poi 
si oblia di educare e d'istruire il popolo sopra un errore 
fatale allo Stato e alla umanità!!... Coloro che respin- 
gono con raccapriccio le false credenze popolari di ve- 
neficio, coloro stessi, attesa la spensieratezza del Go- 

26 



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verno, convengono che esso è allatto indifferente alla 
cura della pubblica salute ; anzi ci sono taluni i quali 
soggiungono che, per la esecrata legge delle successioni, 
il Governo nelle invasioni coleriche ci ha il suo torna- 
conto (1), senza comprendere che questo vantaggio 
sarebbe assai scarso al paragone dei danni immensi 
amministrativi, economici, commerciali che trae seco 
un'epidemia. 

Ma, oltre di chiedere ragione al Governo de' mali che 
pesano sulla generazione presente e futura, per il di- 
fetto del pubblico insegnamento e per lo indifferentismo 
con cui si lascia inveterare un errore, la storia avrà 
anche il diritto di condannare coloro che hanno la 
sconcia abitudine di rispondere per queste cose di grave 
importanza con uno scetticismo senza pari: * Verrà il 
giorno del disinganno del popolo. Questi errori sono 
stati oramai combattuti. 11 Governo ha altre cure, altri 
pensieri. Non bisogna occuparci dei pregiudizi popolari. w 

Quando poi odono anche da lontano una qualunque 
notizia politica, un fatto che può avere un addentellato 
col progresso, o uno slancio nazionale; allora si adom- 
brano e si mostrano pieni di zelo e di operosità-; e 
mordono, spiano, calunniano e consigliano repressioni, 
esilii, carceri ; se per un momento la Provvidenza pare 
sorrida alla giusta causa, impallidiscono, si confondono, 
s'intanano; e, visto il trionfo dell'una o dell'altra parte, 
ricompariscono di nuovo con spudorata baldanza. Cosi 
fu al 184&; così è stato al 1860; cosi sarà sempre. 

Costoro sono gli eroi del domani, che non hanno 
altro mandato che di cullare il popolo e di tenerlo 
sempre incatenato nello inganno e nella ignoranza. 
Diseredati d'ogni iniziativa di bene non lanciano mai 
uno sguardo allo avvenire; accolgono il presente qua- 
lunque esso sia e nella loro bocca non ci è altra frase: 

(1) Il Governo avrebbe dovuto esentare dalla tassa di «uccessiom* 
tutti gli erodi dei morti di colèra, o meglio promuovere questa legga 
al Parlamento. 



1 . • 

403 

Après mot le dèliige. Per essi l'umanità, è un serpente 
che si monle la coda, come l'Eternità degli Egizi: un 
Sisifo che si affatica intorno al sasso da cui assidua- 
mente ricade. Essi toglierebbero air uomo la responsa- 
bilità de' propri atti, e curvandolo ad una vile e ver- 
gognosa rassegnazione, lo condannerebbero alla più 
sconfortante delle credenze, al fatalismo. Hanno un 
linguaggio tutto proprio. Chiamano dovere la cieca ub- 
bidienza; necessità politica la violazione di un diritto; 
prudenza la viltà; malcontento lo affanno ; fellonia il 
malcontento. 

Questo è il ritratto vero della numerosa e grassa 
marmaglia che si accappuceia al manto delle notabilità 
moderate dei nostri tempi. Indifferenza negli errori del 
popolo; codardia nel trionfo di una verità; calunnia e 
irrisione nei tristi eventi ; sfrontatezza ed audacia di 
farsi avanti e di annasparsi al potere ne' felici risultati. 

Come noi abbiamo giudicato con risentimento Ter- 
rore deliberali del 1837, gli altri giudicheranno seve- 
ramente, innanzi al tribunale della posterità, il silenzio 
e la spensieratezza de' sedicenti moderati e del Governo 
sulla fatale illusione del colèra-veleno. 

Abbiamo usato la parola sedicente perchè crediamo, 
che la definizione data dagli oppositori ad un partito 
preponderante in Italia non risponda con proprietà 
alla caratteristica della naturale e diversa sua grada- 
zione. Prima di tutto bisogna distinguere quei tali, di 
cui abbiamo teste parlato, dai capi che informano il 
partito. Ne gli uni nò gli altri possono ogji chiamarsi 
moderati: anzi entrambi dovrebbero avere un nome 
speciale. La formula è tanto necessaria per rappresen- 
tare un principio quanto il principio stesso. 

La moderazione in politica racchiude la virtuale po- 
tenza d'inspirarsi alla ragione del tempo, di escogitare, 
preparare e compiere i trionfi reclamati dalla civiltà. 

Fu moderato Cavour, fu moderato Lincoln; sono 
moderati Bismarck, Garibaldi, perchè appunto, riot- 



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404 

tosi calle pretensioni e alle soperchienti straniere, non 
deviarono dall'obbiettivo del meglio attuabile e del 
perfettibile; perchè il loro programma di vita e di 
azione è un risultato netto della virtù moderatrice di 
quel moto rivolto alle costanti e interminabili conquiste 
della umanità (1). 

Non sono moderati coloro i quali, nell'atto che pos- 
seggono i 1 chiaro concetto della situazione, si sperdono 
in pari tempo a dondolare in astruserie, in mistifica- 
zioni e peggio, sciupano lentamente le forze della na- 
zione, e col mancare alle premesse del naturale im- 
pulso moderatore, ritardano, seppure non sacrificano, 
il grandioso mandato al beneplacito dell' altrui in- 
fluenza. Ci guarderemo dal chiamarli ipocriti; ma lo 
specchio dei loro atti subordinati sempre a stranieri 
riguardi offre bene la tecnicità della parola piacenti-eri. 

Non sono moderati i loro adepti , perchè anch'essi 
non hanno un'autonomia loro propria, e seguono cie- 
camente r indirizzo dei loro capi, qualunque esso 
sia : impassibili nel culto dell'egoismo, rivolgono il loro 
pensiero a sostenere e a speculare la rispettiva loro 
posizione sociale, ed hanno la baldanza di ripetere o- 
gnora : V Italia siam n >i ! 

Chiamare costoro piaccntieri sarebbe un indebito at- 
tributo di nobiltà, li chiameremo piuttosto soddisfatti !... 

Però crediamo coscienziosamente di eccettuare fra 

(1) A prevenire qualunque interpretazione diversa dal nostro con- 
cetto, dichiariamo che nello due moderne illustrazioni della politica 
italica e germanica, Cavour e Bismarek, si e avuta in noi la precipua 
idea di notare in genere lo interessante obbiettivo della eleva- 
zione nazionale a cui mirava la loro costauto operosità. Con ciò non 
s'intende giudicare inappellabilmente quant'altro nel loro cammino 
lasciarono d'intralciato e di notevole diffidenza pel compimento natu- 
rale e logico delle sorti rispettive alle dnc nazioni. 

Perchè qualcuno non possa ridere nel vedere collocato il generale 
Garibaldi tra il numero dei moderati, basta ricordargli la scena del 
Volturno, dove il dittatore nel colmo del prestigio e della gloria 
depositava nelle mani del Re i suoi pieni poteri, e con ammirevole 
rassegnazione ritira vasi a Caprera. 



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405 

questi una classe rispettabile d' individui i quali con la 
loro opinione, rafforzano la numerosa casta e si di- 
chiarono soddisfatti dell'attualità per troppa timidezza, 
e perchè credono che l'elemento democratico possa scal- 
zare le basi della libertà. 

Non saranno immuni dalla censura anche coloro che 
hanno l'orgoglio di professare principii progressisti e 
credono di avere il diritto della infallibilità. Noi l'ab- 
biamo giurato; saremo imparziali con tutti. Ci sor- 
prese leggere in un periodico, che si pubblica in Sicilia, 
parlando del tribunale della inquisizione, queste precise 
parole: u La guerra ed il colèra, tremende necessità 
u de'terapi, sono destinati a sparire nel trionfo della 
■ scienza delle nazionalità che è anche quello della 
* civiltà. Quando essi saranno spariti dalla faccia della 
" terra, i nostri figli non imprecheranno a nessuno, 
u anzi assolveranno i nostri tempi, tempi di trasfor- 
" inazione. * Secondo il compilatore, tanto vale la 
guerra, quanto il colèra; e siccome la prima viene 
proclamata dal capo dello Stato, co. ì per conseguenza 
anche il secondo: destinati a sparire, ecc., cosichè si ha 
il colèra, perchè i popoli non hanno ancora raggiunto 
la loro nazionalità; e poi sì chiama la nazionalità sino- 
nima di civiltà, come se la Russia fosse civile o man- 
casse di nazionalità. Dal complesso di queste idee 
chi è cieco di mente non vede che lo scrittore vuole 
con un giro di parole istillare nella mente dei lettori 
il sospetto dello espediente colèra-veleno. Ed è questo 
il sublime mandato de' precursori della civiltà ? Pos- 
siamo mai supporre che il redattore, uomo di convin- 
zioni politiche e sociali, ritenga di buona fede il colèra- 
veleno 1 ? E se egli fosse invaso di questo errore, perchè 
non istruire il popolo francamente ed onestamente, 
adducendo le sue ragioni? 

Noi abbiamo temuto sempre negli uomini più le 
mezze parole, i sogghigni beffardi , che le polemiche. 
A chi ha la nobile ambizione di sottrarre il popolo 



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406 

da un incanno, si potrà torse dagl'invisi bandire la 
croce addosso: ma egli troverà il conforto nell'appog- 
gio dei buoni e nei ibrido della propria, (coscienza. Come 
noi siamo profondamente convinti t\ imbatterci, o\>po 
la pubblicazione di questo scritto, in uno spineto di 
contrarietà, cosi ci persuadiamo che questa coraggiosa 
spinta, comunque essa sia, modificherà le illusioni del 
popolo; se non altro metterà sul tappeto la questione, 
seppur questione possa chiamarsi un errore. Fin oggi 
la grande maggioranza ha aderito alla idea di veneti- 
zio, o per tema di compromettersi, ha risposto col 
silenzio; cosicché le menzognere storielle invece di smen- 
tirsi, si sono accreditate. 

Ora, dopo queste osservazioni, sarebbe facile ai probi 
cittadini pronunziare francamente, onestamente, pub- 
blicamente il loro verdetto, tra i fluttuanti criteri del 
popolo e la nostra opinione, per ricondurre il paese 
nel sentiero della verità. Diciamo fluttuanti criteri, 
non perchè da trenta anni a questa parte si è ondeg- 
giato tra l'errore e la verità, ovvero si è messo in dub- 
bio dalla plebe il colèra-veleno; niente affatto, ma 
perchè nella ricerca dei supposti autori del venetìzio e 
neir investigazione di questa falsa credenza, il popolo 
non è stato mai uniforme e compatto. Ciò è logico, 
come è vero che con la rete non si può nascondere il 
sole. 

Trenta anni sono si diceva: b una setta che ci avve- 
lena; poco dopo, grazie all'odio contro i Borboni. *i 
disse, e si dice tuttavia: ò il Governo. Prima i| popolo 
aveva l'idea che il colèra, o meglio il veleno, si am- 
ministrasse, come il pepe, nei cibi, nei ruscelli, nelle 
fontane e nelle vivande ; ora si crede c]ie si avvejeni 
l'aere; ma nello stesso tempo si ritiene cjie i corrut- 
tori di quest'aere siano taluni poveri diavoli che non 
hanno la menoma opinione, i quali ricevono l'iniquo 
mandato dall'autorità e d igli amici del Governo. Già 
bisognerebbe supporre c|ie ciascuno di questi tali por- 



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407 

tasse seco una macchinetta che contenesse de' gaz me- 
fitici, o delle siringhe dove si mettesse la sostanza 
aeriforme. Noi non mostriamo qui la impqssibilità di 
questo magistero, perchè ci sale proprio il rosso della 
vergogna in faccia. 

E così potente la forza delle tradizioni e de' pregiu- 
dizi, che non cede alla luce della ragione e alla dimo- 
strazione dei fatti. Nella febbre della illusione il popolo 
giunse fin anco ad accogliere le testimonianze di que- 
gli uomini ch'esso era avvezzo a guardare con com- 
passione e con disprezzo. Negli avvenimenti del 1837 
il let tore si ricorderà del cieco accattone ; e poco prima, 
nel capitolo sulla peste, della dichiarazione delle fante- 
sche a carico delle matrone romane. Ora, nella stessa 
Siracusa ci è un certo Carmelo Dell'Ali gipvane vano, 
mentecatto, luridp, che vende inchiostro per le strade^ 
e spesso ubriacandosi, è preso in dileggio dai monellj ? 
ed è tanto strambo nei modi, nelle parole, nello an- 
dazzo quasi fantastico, che fa spesso divertire e ridere 
il popolo minuto. Ebbene, costui nei primi giorni del- 
l'ulti ma invasione colerica, nella idea forse di darsi 
una importanza, andò bucinando che era stato chia- 
mato dai signori Adorno ex-sindaco, e Statella coman- 
dante la guardia nazionale^ entrambi onestissimi pit- 
tadini, per dargli il mandato di spargere il velepq ; al 
quale invito egli per un sentimento umanitario era§i 
negato. Si crederebbe? Talune donqicciuole accoglier 
vano la testimonianza di costai che non ha dell'uomo 
che la sola immagine; e la polizia fu qbbligata metferjp 
in prigione. Il popolo ordinariamente yede quasj per 
istinto le cose pel suo giusto punto di vista, e sovente 
i suoi giudizi sono la vqce dj Ójq ; ma in fatto di colèra- 
veleno, perde la luce, dello, intelletto e non" ha fede Ui 
alcuno. 

Nel mese di giugno si diceva generalmente, e que- 
sta voce veniva scritta ed accreditata da taluni voluti 
sapienti, che il colèra non invadesse le provincie di Si- 



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408 

racusa, Catania, Caltanissetta e Trapani, sibbene quelle 
di Palermo e Messina, le quali si erano pronunziate 
apertamente contro il Governo. Dopo la invasione, si 
disse : il Governo scoperse la congiura della insurre- 
zione di Sicilia, e fu perciò ch'egli decise indistinta- 
mente di mandare il colèra. 

Forse la prima voce usciva dagli uomini di cui ab- 
biamo parlato poco avanti, cioè dai soddisfatti i quali 
vogliono sempre spargere narcotico, lusingare la plebe, 
di cui temono, senza educarla e senza istruirla; però 
la seconda era sparsa dai nemici del Governo e del 
nuovo ordine, i quali sono perfettamente come i mariti 
gelosi; se la moglie vuole uscire dicono: ■ ci sarà 
qualche appuntamento, per incontrare Vinnamorato; „ 
se non vuole uscire: a aspetta l<a visita dell'amico; n se 
la si mostra lieta: " ha ricevuta qualche letterina; „ se 
di malumore: * chi sa quale bruita nuova le sia giunta; „ 
se bacia la figliolina: " ricorda nel bacio Vantante; „ 
se non la bacia : * è disamorata coi propri figli, perchè 
assorbita da clandestino affetto , e così via via. Ora in 
tal guisa i reazionari, i malcontenti generalmente vanno 
brontoloni imbragandosi nel fango di una perpetua 
maldicenza. 

Qualunque cosa faccia il Governo, o bene, o male, 
sempre ha torto ; e disgraziatamente il male superò 
sempre il bene. Così sono quelli che ad ogni patto 
vogliono accreditare la voce di colèra-veleno. Tizio 
sparge il colèra; ma gli morì il fratello, la moglie, la 
sorella, il padre. Forse ha avuto interesse di avvele- 
narli; morì egli stesso: si avvelenò, propinando il ve- 
leno, o per rimorso. Caio diede un farmaco ad un 
suo conoscente attaccato di colèra e morì; lo avvelenò 
sotto lo scudo dell'amicizia. Visse ? Gli diede il contrav- 
veleno. Il colèra è pei poveri, non pei ricchi ; ma mori- 
rono i signori A, B, C; furono avvelenati, per rubare ai 
loro eredi il diritto di successione. Gl'impiegati, i fun- 
zionari pubblici non muoiono, essi hanno il contravve- 



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409 

leno ; ma centinaia di funzionari pubblici, municipali, 
amministrativi, giudiziari sono morti, e fra essi gene- 
rali, marescialli, vescovi, arcivescovi e cardinali : gli ha 
fatti avvelenare il Governo, o perchè essi non vollero 
prestarsi a spargere il tossico, o per dare i loro im- 
pieghi agli amici, ai consorti, e accrescere sempre il 
partito governativo. È il Governo d'Italia, nemico a 
Roma e alla Chiesa, che sparge il veleno. Ma a Roma 
ci è il colèra, e son morti fra gli altri due principesse 
ed un principe di casa Borbone: è il Governo d'Italia 
che mandò il colèra a Roma. Ma Napoleone ITI e l'im- 
peratore d'Austria permetterebbero ciò ? Non possono 
negarsi ; tra di loro i Governi monarchici hanno dei patti 
segreti e ad essi solo è permesso di spargere il veleno. 
Ma in tutte le repubbliche, ci è stato sempre il colèra : 
sono i Governi dispotici che mandano colà degli emis- 
sari, per decimare i repubblicani. 

Con questo ampio tessuto di stravaganze e di aber- 
razioni, non ci è che rispondere ; mancano proprio la 
pazienza ed il respiro. Solo diciamo che fa veramente 
vergogna contaminare di questi balzani pensieri le 
belle nostre contrade, su cui hanno sempre sfolgorato 
il genio e la sapienza. 

Ma crederà forse il lettore che la gran parte di tutte 
queste inconcludenti risposte sia coniata dalla povera 
plebe? Niente affatto : sono i malcontenti e gli amici 
del passato Governo, che zufolano alle orecchie del po- 
polo queste strambe idee. Noi vorremmo ch'essi una 
volta per sempre si persuadessero che siffatte illusioni 
non conducono a nulla, e demoralizzano il popolo. 

Prima che venisse nell'isola nostra il colèra si diceva: 
" Se il colèra invaderà Palermo, la Sicilia andrà in 
fiamme. „ Queste stesse cose si dicevano poi per Mes- 
sina. Il colèra venne la prima e la seconda volta in Pa- 
lermo ; si estese poscia in Messina : che potea avve- 
nire? nulla, nulla, nulla. 

Questo è il modo, a parere dei bietoloni, di scalzare 



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410 

il Governo ; cosi credono di costituire la pubblica opi- 
nione contro l'attualità, e capitanarla secondo le lu- 
singhe degli evirati e dei volgari agitatóri ; essi si ren- 
dono esosi e ridicoli, come si resero esosi e ridicoli 
quelli che al 1837 sostennero cotali frottole. Tutto 
questo politicamente. Nell'interesse poi della pubblica 
moralità, costoro, innanzi agli occhi dei probi citta- 
dini, compariscono quali sono, stupidamente perfidi. 
Potranno forse negarci che moltissimi della plebe muo- 
iono appunto, perchè, avendo la convinzione di potere 
essere avvelenati, trascurano qualunque mezzo igie- 
nico, e appena sono colpiti dal colèra/ ricusano i soc- 
corsi della medicina? 

Noi sin dalla nostra giovinezza, abbiamo professata 

la tolleranza in tutta l'estensione della parola: ma non 

. , • •'«»*< » >* 

possiamo a meno di respingere queste idee sovversive e 
Immorali con un fortissimo fremito di sdegno, e vor- 
remmo sperderle come polvere al soffio dell'uragano. 

Taluni mendaci ministri di Cristo sono i propugna- 
tori del colèra- veleno, e spargono ovunque sospetti e 

diffidenze. 

. t • 

Noi diciamo ad essi francamente, con il loro stesso 
mistico linguaggio : 

M II vostro ministero augusto è quello della istru- 
zione, della carità, dell'amore, della pace. Voi siete 
chiamati ad illuminare il popolo, a sottrarlo dall'er- 
rore e dalla menzogna; a ricondurlo all'ovile della ra- 
gione, della giustizia e della vera sapienza, che è Dio. 
Se invece di bandire le massime eterne del vangelo, ca- 
rezzate l'indegno strumento dell'inganno e dell'errore, 
è la città di Satana che accennate ai peregrini della 
vita. Voi siete chiamati ad imporre al penitente di can- 
celiare dall'anima la sorgente degli odii e dei rancori, 
non ad alimentarli e spingerli alle cieche vendette. La 
vostra sublime missione è quella di confortare il mo- 
rente, e di farlo scendere nel sepolcro col sorriso sulle 
labbra e in pace con tutti. Questo su questo, o fratelli. 



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411 

è il dovere del grande sacerdozio. Ma una volta che voi 
dite al misero operaio: Non è la mano di Dio che ti 
toglie i figli, o forse toglie te stesso, lasciando i figli 
tuoi tapini e miseri, ma è la crudele e spietata mano 
del Governo; voi non solo gittate il fuoco nel cuore di 
quell'infelice, ma nel letto di morte strappate dalla 
liocca la maledizione dell'uomo contro Ì 1 uomo. Ne 
la responsabilità vostra si limita alla corruzione della 
coscienza del morente, e all'aumento della cifra dei 
morti; bensì alle conseguenze che trascina seco una 
strage. Quante famiglie distrutte; quante vedove de- 
solate; quanti miseri piangono fra gli spasimi della 
fame le amare perdite dei loro padri, dei loro fra- 
telli, dei loro congiunti, che costituivano il loro so- 
stegno, la loro esistenza! Chi può negarci che una gran 
parte dei colerosi, nelle Provincie meridionali d'Italia, 
non siano' ora preda della morte, per effetto dell'errore 
di essere stati avvelenatilo per il rifiuto alle opportune 
medicine? Se queste parole vi parranno oneste e sin- 
cere, accettate le nostre preghiere, tirate un velo al 
passato, innalzatevi al livello della vostra dignità, e 
smettete per sempre quei principn che disonorano il 
vostro mandato. „ 

Ai savi cittadini che amano davvero le istituzioni 
libere, la patria, la civiltà, che vogliono il progrèsso 
del popolò nel senso di migliorare dinamicamente i 
suoi destini morali e materiali, che abborrono le incon- 
sulte e feroci rivolte; ci permettiamo pregarli, perchè 
conia loro influenza aiutino il nostro utile proposito, 
e assumendo il sublime apostolato della verità, predi- 
chino ovunque che con la menzogna, con la calùnnia, 
con' l'inganno, invece d'incivilire il popolo, si demora- 
lizza,' si corrómpe, si prostra nell'avvilimento e nell'in- 
famia. I corrotti, dice Cantù, sono destinati aUa tirannìa, 
come i cadàveri ài corvi. Il popolo si educa stampando 
nella sua coscienza la santità de' suoi doveri e de' suoi 
flirit'ti. Egli potrà soffrire per un periodo di tempo, 

»!:) 11». ..• -in « . ■ , 



ma 



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412 

la sua forza non potrà distruggere le site idee, i suoi bi- 
sogni, la sua potenza morale. Un popolo che poggia il 
suo avvenire nella intemerata virtù, nelle memorie del 
passato, nella inalienabilità del diritto, il suo benes- 
sere sociale non gli sarà mai contrastato ne dagli uo- 
mini, nè dalla Provvidenza. All'incontro, se invece di 
costituire la pubblica opinione sulle basi della morale, 
dell'amore, della verità, si slancia il popolo con frene- 
tiche fantasie, e con impudenti menzogne nell'abisso 
e nell'errore, allora non ci sarà porto di salvazione per 
alcuno. Le ire feroci, i selvaggi istinti, le immani 
atrocità trionferanno su tutto ; anzi quegli stessi in- 
sipienti che gittarono il popolo nella falsa via per le 
loro smoderate ambizioni, per il loro vile interesse, per 
le nefande loro vendette, saranno chiamati responsa- 
bili delle funeste conseguenze, innanzi al tribunale della 
giustizia, e presto o tardi la loro ricompensa sarà il di- 
sprezzo e la maledizione. 

Oramai siamo al termine del nostro lavoro. Se esso 
non raggiunse il nostro scopo, non sarà certo perchè 
chiamammo errore la voluta verità del colèra-veleno, 
ma piuttosto perchè non ci arrise nè l'arte, nè il genio. 
Talune volte nello svolgimento della nostra tesi, ab- 
biamo cessato di scrivere, pensando al miglior modo di 
poterci insinuare nella coscienza degl'illusi, frugando 
nella nostra mente le più valide ragioni per abbattere 
il pregiudizio dal lato della scienza e della storia ; per- 
ciocché in rapporto ai fatti ci lusinghiamo di aver detto 
quello che poteva dirsi. Ma sia perchè non siamo al- 
l'altezza di conoscere le teoriche ed il linguaggio della 
scienza medica, sia perchè i sostenitori del colèra-ve- 
leno non ci offrirono alcuna loro difesa che valesse 
almeno in parte a sostenere il loro assunto, non sap- 
piamo se qualcuno più competente trovi zoppicante, o 
poco solido il nostro lavoro. 

In piena fede crediamo che nelle provincie meridio- 
nali non ci sia uno scienziato , un buon medico che 



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•ila 

creda al colèra-veleno, e voglia sostenere in pieno giorno 
questo assurdo con gli argomenti della scienza; ma ove 
per caso ci fosse, noi, come ci siamo permessi di rivol- 
gerci ai ministri dell'altare e agli onesti cittadini, ci 
rivolgiamo finalmente a lui, toccando superficialmente 
talune quistioni che, frantese, fanno velo al suo giu- 
dizio. 

Quasi tutti i sostenitori del colèra-veleno conven- 
gono, forse a malincuore, che il veneficio non si con- 
suma per propinazione nei cibi e nelle bevande, come 
un d\ si credeva, ma per l'aere. Diciamo a malincuore, 
perchè questa puerile credenza atterra e distrugge le 
storielle del 1837 sull'arsenico sparso nelle acque, nelle 
farine, nel sale e nel tabacco. E vero che in quell'epoca 
si volle anche inoculare quest'idea per mezzo dei razzi; 
però dopo l'esperimento fatto sul cane, quasi la si 
disperse, e ognuno ritenne l'attuazione del veneficio 
secondo l'apparente risultato del processo. 

Ora, siccome questa sorta di avvelenamento era fa- 
cile a potersi smentire coll'evidenza, perchè, supposta 
attossicata una cisterna, un pozzo, una vivanda qualun- 
que, tra dieci individui i quali avevano bevuto quella 
acqua o mangiato quel cibo, accadeva che uno o due 
solamente venivano attaccati di colèra ; così i guasta- 
mestieri, i malcontenti si valgono oggi dell'altro imma- 
ginario ritrovato, cioè dell'avvelenamento per l'aere ! 
Questa seconda insinuazione offre loro una latitudine 
maggiore, perciocché, a combatterla e a dimostrarla 
erronea e insussistente, è d'uopo ricorrere ai principii 
della scienza, e condurre il popolo su tale terreno, ciò 
che torna malagevole a chiunque. Quindi il triste espe- 
diente trionfa senza ostacolo di sorta anco nell'animo 
degli uomini di buona fede, che ignorano l'impossibilità 
fisica di avvelenare la gente per mezzo dell'atmosfera, 
e fanno a fidanza delle assicurazioni di qualche dege- 
nere figlio di Esculapio. 

Bisognerebbe dunque che quei pochi medici, a cui fa 



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414 

notte innanzi sera, si persuadessero una volta per 
sempre dei la verità, che l'avvelenamento artificiale del- 
l'aere è una impudente menzogna: bisognerebbe infon- 
dere nella loro coscienza che essi sono derisi, per quel- 
l'assurdo, dai loro sapienti colleglli: ma per conse- 
guire tale scopo sarebbe mestieri conoscere tutte le so- 
stanze venefiche note fino a questo punto dalla scienza; 
classificarle in rapporto alla loro natura e alla loro 
scomposizione chimica; mostrare in qual modo esse 
agiscano sui corpi animali; notarne gli effetti, e raf- 
frontarle coi sintomi colerici. 

Se noi profani della scienza osassimo qui svolgere 
questa tesi, da un canto le nostre osserva/ioni non con- 
vincerebbero la grande maggioranza del popolo, e dal- 
l'altro muoverebbero il riso agli scienziati. 11 ridicolo è 
la cosa più umiliante per un uomo. Quando {qualche 
volta, nel corso del nostro lavoro, fummo dalla neces- 
sità logica, costretti di porre il piede sulla soglia di 
quel santuario, ci parve temerariamente di violarlo, e 
quasi per istinto sentimmo il bisogno di ri trarci. Da ciò 
si persuaderli bene il lettore, che ci è preclusa la via 
di sbugiardare scientificamente i sedicenti medici che 
vogliono sostenere lo avvelenamento dell'aere; mentre 
essi non dovrebbero almeno ignorare che, con l'analisi 
chimica sull'aria in fetta di colèra, non si è nulla di 
positivo ottenuto Questa prova fu fatta sin dal 1832 
in Parigi dal celebre Giulio de Fontanelle, membro della 
Commissione centrale di sanità, il (piale occupossi a 
raccogliere questo fluido sui vari punti della capitale, 
e non ne trasse alcun costrutto. Diciamo questo per 
ismentirei ciarlieri, i cantastorie che, per accreditare il 
colèra- veleno, vanno spacciando che nell'aria si è tro- 
vato l'acido prussico, l'arsenico, ecc. Non dovrebbero 
ignorare che dopo le tante osservazioni sugli escre- 
menti e sui vomiti dei colerosi «rianimai trovossi si nelle 
secrezioni che nel sangue alcun principio venefico. 

Non dovrebbero in fine ignorare, indipendentemente 



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115 

dalla impotenza umana di alterare le grandi masse del- 
l'atmosfera, che per il peso specifico dei gas, per la loro 
densità, per la loro scomposizione sotto l'influenza 
atmosferica, è impossibile colpire i differenti strati at- 
mosferici. Se, per esempio, si volesse credere che Fa- 
gente attossicatore fosse il gas carbonico, questo gas 
non potrebbe avvelenare tutto al più che gl'individui 
che camminassero sulla superfìcie della terra, non mai 
quelli che in permanenza abitassero i secondi e i terzi 
piani delle loro case. Così per altre ragioni opposte può 
dirsi degli altri gas. 

Certo nessuno degli uomini della scienza si adatta 
a scendere sull'arena di queste considerazioni, perchè 
l'anima loro rilutta ragionevolmente a smentire un'o- 
pinione che degrada chi la concepisce e chi la combatte. 

Del resto questi fugaci pensieri crediamo siano ba- 
ste voli per porre in guardia i lettori contro le tristi 
insinuazioni di quei tali che, col prestigio della loro me- 
dica professione e col linguaggio tecnico della scienza, 
inorpellano i fatti, e di buona o mala fede ingannano 
i creduli. 

Fra le due l'una: o la loro convinzione sorge dall'i- 
gnoranza, e allora osiamo pregarli, perchè siano più 
cauti nel pronunziarsi innanzi al pubblico; o da un 
partito, e in questo cr.so essi dall'intero nostro lavoro 
ci lusinghiamo avranno appreso quali frutti la loro 
casta raccolse e raccoglierà dalla pubblica demoraliz- 
zazione. Non è questa una minaccia. Abboniamo le 
insinuazioni pericolose. 

Il veneficio ora si attribuì alle sètte ed ora ai (ìo- 
verni; ma nella pratica, i medici furono sempre agli 
occhi della plebe colpevoli del delitto; cosicché non solo 
per un sentimento di onesta, di virtù, di giustizia, di 
pubblica moralità, ma anche per calcolo, i medici in 
generale dovrebbero smentire, direttamente e indiret- 
tamente, la falsa e stupida credenza del colèra-veleno. 



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CAPITOLO X. 



Riepilogo. 



Il lettore nel corso del nostro lavoro si è torse im- 
battuto in molti difetti perchè desso è manchevole, 
noi lo confessiamo, di quelle tinte, di quelle orditure, 
di quei caratteri di forbitezza che sogliono arrecare 
splendore agli argomenti nelle produzioni letterarie; 
ma ivi, perche le immagini fossero risaltate nello scopo 
di meglio eccitare l'allettativa alla narrazione, assai 
elementi tratti dal campo della fantasia sarebbe stato 
giovevole di aggiungere, assai episodi e ripetizioni ne- 
cessari alle prove del nostro assunto avrebbero dovuto 
eliminarsi. In guisa che, nello abbattere un pregiudizio 
che tanto desola la umanità, ci saremmo impaniati per 
leggerezza di amor proprio a farne una palestra roman- 
zesca, a discapito del grave argomento, il cui valore, 
a nostro avviso, risiede nel mettere in rilievo un gran 
numero di minute circostanze, da per se sole di poco 
conto alla mente dei savi, ma grandemente efficaci allo 
intento di fare sfolgorare innanzi gli occhi del popolo la 
luce della nuda verità, metterlo a parte del tenebroso 
ed ingannevole espediente, di cui esso è stato per ben 
trenta anni la vittima, farlo infine vergognare del- 
l'abisso di cecità, ove lo condussero V orridezza dei 
tempi della schiavitù e i fallaci espedienti di taluni 
uomini, i quali nella penuria di ima salda e nobile opi- 
nione da scagliare contro la tirannide, elevarono la 



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417 

piramide di un errore che, quasi a soddisfazione della 
polverizzata dottrina della santa alleanza, offre alla 
rigenerazione e alla pubblica moralità i più gravi 
ostacoli 

Laonde essendoci distolti pensatamente da qualun- 
que pretensione di trattare il nostro tema nelle forme 
lusinghiere dell 1 arte, ci sembra indispensabile com- 
pendiare in poche pagine il nostro lavoro, in modo che 
il lettore, vegga, come in un quadro, riprodotte le idee 
più salienti che convengono al proposito. 

Le lotte che s'impegnarono nella società tra il bene 
ed il male furono sempre produttive di avventurosi 
effetti. Dall' attrito del ferro con la pietra focaia ne 
sorge la favilla, la quale, se si accoglie col benefico 
pensiero di accendere un faro ad agevolare il cammino 
dei naviganti, diviene utile al genere umano; ma, se si 
lascia cadere su di un combustibile qualunque, può 
rendersi pericolosa e nociva. 

Il segreto di promuoverla e di dirigerla riposa nella 
previdenza dell'uomo. Se l'agricoltore, per estirpare le 
cavallette dal proprio fondo, non pensasse, prima di 
valersi del fuoco, d'infrenare e di circoscrivere nei suoi 
limiti questo elemento, egli correrebbe rischio d'in- 
cendiare gli oliveti, i vigneti, le case o meglio di 
avere un danno maggiore di quello che soprastava. 
Ora queste sono costantemente le tristi conseguenze 
della imprevidenza, anche nelle generose imprese. Però 
non per questo la società andrà in fiamme ; dappoiché 
quando la lotta si fa permanente, 1' attrito tornerà a 
ripetersi, finché la favilla produca del bene. 

Nei secoli scorsi vennero a poco a poco diradati 
molti errori, i quali, per maggiore sventura, sorsero in 
gran parte dai pregiudizi o dalle testimonianze dei 
sommi. Gli errori popolari poi furono sempre più fu- 
nesti alla società. Moltissimi di essi nacquero dall'igno- 
ranza del popolo il quale, non potendo spiegare i feno- 
meni della natura, ricorse al sovrannaturale o allama- 

27 



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416 

lizia umana. Da ciò tutti i mali, e il male maggiore si 
sperimentò nell'occasione delle malattie epidemiche o 
contagiose. 

Una di queste terribili malattie, che spesso desolò 
l'umanità, fu la peste, la quale venne considerata ora 
come punizione degli dèi, ora come effetto delle costel- 
lazioni, ed ora come prodotto dalle stregherie, dai sor- 
tilegi, dalla mano dell'uomo. Mille scene di sangue fu- 
nestarono la società, sotto V incubo di quelle false 
credenze. 

Malgrado la voce di tanti sapienti, i popoli versa- 
rono fra le incertezze e le apprensioni. 1 Governi o par- 
teciparono anch' essi della credenza di un sognato 
veneficio, o divennero bersaglio di questo satanico 
espediente inventato dai loro nemici. Si credeva che, 
dopo la pubblicazione dei Proinessi sjwsi e della Co- 
lonna infame del Manzoni, le idee di veneficio non avreb- 
bero dovuto rinascere. 

L'apparizione di una creduta nuova malattia suscitò 
le vecchie apprensioni. Il sospetto è nell'indole della 
natura umana. Aggiungete a questo che il colèra iu 
sulle prime presentò le apparenze di veneficio, e un 
medico inglese di gran polso non esitò di dichiararlo 
tale. 

Nel 1832 invasa Parigi dal male, i nemici della casa 
Orléans colsero la palla al balzo e insinuarono nella 
plebe che il colèra era un veleno propinato dal Go- 
verno. Il Ministero, invece di smentire la falsa credenza, 
commise il fallo di accreditarla, rovesciando l'iniqua 
imputazione sui malcontenti. Da ciò gli eccessi della 
plebe di Parigi, sempre facile ad illudersi e a trascen- 
dere come ovunque. , 

Anche in Ungheria, in Inghilterra, in Ispagna il po- 
polo fu trascinato al disordine col pretesto del vene- 
ficio. 

I sospetti, i timori, le false voci di un popolo cor- 
rono sulle ali de' venti. 1/idea di pubblico veneficio ser- 



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419 

peggio da un polo all'altro, con più o meno di forza, 
secondo l'educazione e il grado di cultura dei popoli. 

Nell'ex-regno delle Due Sicilie, tu accolta con più avi- 
dita, perchè il difetto dell' istruzione non poteva metter- 
gli un argine. Dall'altro canto il partito liberale, sospi- 
rando un mutamento politico, accettava qualunque 
espediente, purché raggiungesse lo scopo. Trenta anni 
fa, le idee di quelle contrade non erano ancora mature 
alle grandi imprese, ne il sentimento della liberta area 
profonde e generali radici. Si credeva che bastasse la 
sola sparizione di una dinastia, per costituire il popolo 
sulle basi di una libera istituzione. 

Taluni, per queste osservazioni, ci appunteranno di 
esclusivismo contemporaneo, o d'ingratitudine verso i 
nostri predecessori, che ci spianarono la via all'attua- 
lità; ma noi certo non intendiamo defraudare i loro 
servizi, o respingere la loro eredità. Qualunque potesse 
essere lo zelo, il patriottismo, l'abnegazione degli uo- 
mini che si slanciano ad uua riforma, essi non pos- 
sono sorpassare a pie pari un ciclo, non possono ren- 
dersi superiori a tutt' i pregiudizi e allo stato di cultura 
de' tempi in cui esistono. 

Ora al 1S37, ed anche poco dopo, si credeva in 
Italia che, istillando nelle masse rodio contro i Go- 
verni, avrebbero potuto rovesciarsi, e nello stesso tempo 
si sarebbe potuto improvvisare* la ricostituzione del 
nuovo editìzio. 

La Sicilia accettava più delle altre provincie questo 
concetto stupido, inconcludente, letale, perchè ricor- 
dava i risultati del Vespro; ma le condizioni non erano 
identiche. Chi non vede che in politica quasi sempre si 
è costretti di mutare il diapason secondo le vicissitu- 
dini dei tempi, per meglio cogliere l'obbiettivo delle 
sane convinzioni ? 

Il solo torto dunque de' vecchi liberali derivava dalla 
tenacità di seguire le viete orme o, meglio, di distrug- 
gere, senza avere la certezza di potere edificare. Fu 



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420 

per ciò che, appena scoppiato in Palermo il colèra, in- 
cominciarono a strombettare il veneficio. 

La prima a slanciarsi al movimento fu Siracusa. 
Sventuratamente le autorità politiche e militari di 
quel paese non erano all'altezza di reprimerlo. Si con- 
sumarono per ciò degli eccidi ; s'istruì un processo di 
veneficio ; si accolsero come vere le confessioni dei vo- 
luti rei, nei momenti della loro agonia; s'innestò nel 
pubblico la certezza che, fra gli oggetti ritrovati nelle 
case di costoro, si comprendessero incontestabilmente 
dei veleni. Defraudata nella prima perizia la pubblica 
aspettazione, la plebe reagisce, minaccia. Era mestieri 
in quei supremi momenti sbalordire l'offuscata ragione 
degl'illusi con un lampo crudele di falsa luce, senza di 
che la vita dei membri della Commissione sarebbe stata 
compromessa. Un passo obbliga agli altri. Guai a quel- 
l'uomo, a quella società che nella turpitudine dei mezzi, 
discredita ed affoga il nobile scopo!... 

Il popolo sciolto dai legami della forza è impaziente 
di conoscere le cause, quando ha la coscienza degli ef- 
fetti. Le autorità avvelenavano il popolo ; il veleno era 
nelle loro casse; il collegio medico doveva ritrovarlo. 
L'argomento era logico, come era logico quest'altro 
dilemma : o è una menzogna il veneficio, e ci avete tra- 
diti, facendoci versare tanto sangue ; o è una verità, e 
noi abbiamo il diritto di chiedervi la sostanza con cui 
ci avvelenano. Non ci era modo d'uscirne ; ed il veleno 
fu trovato. Ma quale raggio di luce si ebbe dal risul- 
tato giuridico del processo? Nessuno. Il lettore ha ben 
visto su quali elementi poggiava la istruzione. 

Pure in Sicilia ed altrove ebbe credito il famoso ma- 
nifesto, il quale, come la bandiera di Francia, fece il 
giro del mondo. Gli spettatori erano illusi dall'appa- 
renza delle dichiarazioni e dei fatti ; i lontani conta- 
rono sulla fede di un nome non oscuro. Il giornalismo 
straniero, precisamente il francese, chiamò ignoranti, 
barbare, inumane le popolazioni di Palermo, di Cata- 



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421 

\ nia, di Siracusa, perchè avevano creduto al veneficio; 
\come se la civilissima Parigi non si fosse macchiata 
cinque anni prima della stessa pece! Anzi come se 
èssa non fosse stata nel 1832 l'autrice ufficiale e par- 
ticolare del moderno assurdo, colera- veleno !!!... 

Ma quelle amare censure, d'altronde note a pochis- 
simi, non distolsero i Siciliani dal loro pensiero. Se 
nello ex-reame delle Due Sicilie, ci fosse stata la libertà 
della stampa, forse con lo attrito della discussione si 
sarebbe fatta la luce. Il Governo di allora, invece di 
scuoprire le segrete trame, di disingannare gl'illusi, di 
far palese l'errore del veneficio, pimi gli eccidii come 
effetto della riscossa politica, sgomentò le popolazioni 
col terrore, con le violenze, con le torture e col san- 
gue; e in questo modo indispettiti i Siciliani, li rese 
più inconciliabili verso il potere, e preparò il terreno 
ad una seconda rivoluzione. 

Sovraggiunse il movimento politico del 1 848. Mille 
accuse pesarono sul capo del Borbone, tranne quella 
di avvelenatore. Nessun uomo di mente e di coscienza 
osò toccare quella corda. Taluni furono frantesi. 

I soli Chindemi, Failla e Calvi rimestarono quel 
fango. H primo volle imitare l'eloquio delle Sibille, e 
fece più male che bene. Il secondo, siccome assente da 
Siracusa nei trambusti del 1837, accoglieva di buona 
fede le svisate narrazioni dei suoi amici e faceva asse- 
gnamento sul cervello balzano del suo corrispondente. 
Entrambi mancarono alla missione di scrittori. Poco 
dopo venne il poderoso ingegno del Calvi con le sue 
Memorie critklie, ed anch'egli mormorò incautamente 
qualche parola di veneficio ; ma non assunse alcuna 
responsabilità. Il suo punto obbiettivo era quello di 
alimentare l'odio contro i Borboni di Napoli, di spar- 
gere delle diffidenze, e nello stesso tempo di combat- 
tere il predominio delle idee autonomiche in Sicilia e 
collegarle ai supremi destini d'Italia. 

Sul finire del 1847, riapparve per la seconda volta 



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422 

il colèra nelle estreme regioni orientali di Europa. Al- 
lora erano per insorgere i popoli della Sicilia, del resto 
d'Italia, della Francia, della Germania e dell'Ungheria. 
Quei Governi versarono in brutte acque. Ammesso il 
principio, riconosciuto d'altronde dalla esperienza, che 
il colèra abbatte gli auimi, annulla l'unità di azione, 
naufraga il movimento politico; se il colèra era nelle 
mani di Ferdinando II, di Luigi Filippo, dell'impera- 
tore d'Austria, non ci sarebbe stato miglior mezzo per 
soffocare la rivoluzione di Palermo, di Parigi, di Vienna 
e di Pest, che quello di regalare preventivamente a 
quei popoli il terribile llagello. Ma come adoperare 
l'impossibile? La rivoluzione intanto inalberò il suo 
vessillo in quelle contrade; rovesciò una dinastia; co- 
stò lagrime e tristi conseguenze agli altri Governi, che 
vollero schiacciarla. 

Successe la titanica lotta delle potenze alleate con 
la Russia, e il colèra dalla Francia fu importato nella 
Crimea; quivi i due eserciti nemici furono sconfìtti più 
da questo implacabile avversario, che dagli strumenti 
della guerra. D'allora avvenne la conversione di molti, 
che fino a quel punto aveano sognato il veneficio. Era 
follia il credere che i Governi rispettivi decimassero di 
veleno i sostenitori del loro interesse, della loro gloria; 
e molto meno non poteva supporsi che una setta a- 
vesse tanta potenza. Pure il terribile avvenimento di 
Messina fece tentennare di nuovo quei tali; ma poco 
dopo si seppe, per quali ragioni il colèra si era reso cru- 
delissimo in quella ridente citta. 

Nell'anno appresso invase quasi tutta l'Europa, ma 
nell'inverno del 1855 si estinse. Ai timori del morbo 
fatale successero le generose e nobili aspirazioni poli- 
tiche, quasi a conforto delle anime smarrite dal dolore 
e dalle angoscie. Tra le care speranze e gli amari di- 
singanni, scorse un decennio, il quale rappresenta un 
secolo di esperienze, e sogna nella storia l'epoca più 
gloriosa della moderna Italia. 



423 

Al l 65 il colòni riapparve ima terza volta in Eu- 
ropa, e Ancona fu attaccata dalle provenienze di Ales- 
sandria, dov'era stato importato dalle carovane reduci 
dalla Mecca. 

Quantunque sia ancora contrastata da taluni scien- 
ziati la contagiosi! ìi del colèra, pure anche sul dubbio 
(almeno finche una luce novella, convalidata da fatti, 
non risolva questo problema) deve mantenersi il si- 
stema delle contumacie, il quale.se da un canto inceppa 
l'industria ed il commercio, dall'altro è produttivo di 
un bene, che è superiore all'interesse economico. Però 
tale sistema è forza si attui con rigorosa sorveglianza 
e con severa disciplina, nò si limiti alle sole quaran- 
tene, come fa osservare il professore Margotta; ma si 
estenda ai cordoni terrestri. Cingere un paese dal lato 
di mare, e lasciarlo scoperto dalla parte di terra, è lo 
stesso che fallirti all' intento. La sola vigilanza sul 
lit tonile marittimo può aver luogo nelle isole, fino 
a tanto die non sono esse attaccate in un punto. Al 
1805 la Sicilia fu preservata, dal colèra per l'assoluta, 
segregazione dal continente, malgrado che fosse minac- 
ciata dal Sud e dal Nord, cioè da Malta e da Napoli; e 
nell'anno dopo sarebbe restata immune dal male, se 
per gli scandali di Palermo, non fossero state colà spe- 
dite da Napoli le truppe sotto l'influenza del colèra. 

Al 1806, scoppiata la guerra d'Italia e di Germania, 
il colèra si estese ovunque, come nel 1854, la guerra 
della Crimea uvea contribuito alla diffusione del male. 
Nelle epidemie la concentrazione di numerose masse, e i 
grandi movimenti degli eserciti sono letali all'umanità. 

Parve cessasse nell'inverno del 1866; ma rinacque 
nell'estate del 1 S (i 7 . Rare volte il colèra incrudelisce 
nelle stagioni invernali ; ordinariamente è l'estremo ca- 
lore che lo fa divampare. 

Nella prima invasione, durò in Europa dal 1830 al 
1837. Nella seconda nove anni, dal 1S47 al 1855; 

Speriamo che il 1867 indichi il termine dell'ultima 



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424 

invasione. Gl'intervalli fra la prima e la seconda , tra 
la seconda e la terza furono uguali, cioè il morbo ri- 
comparve ogni dieci anni. 

È vero che si ignora tuttavia la natura del male, 
lo specifico metodo curativo; ma, mercè le severe inve- 
stigazioni di tante celebrità, il colèra oggi non è più 
terribile, come era un dì ; il decrescente numero delle 
vittime in ogni invasione ci conferma in tale idea. La 
scienza non ha raggiunto ancora in questa malattia il 
suo scopo, come nelle febbri intermittenti, nel vaiuolo , 
ecc. ; ma ha spianate molte difficolta, le quali, ove pas- 
sassero nella coscienza di tutti, ci farebbero conside- 
rare il colèra, come una delle ordinarie malattie epide- 
miche o contagiose. 

La profonda convinzione di questo concetto è la più 
potente corazza per dissipare i timori, e saperci difen- 
dere dagli assalti del morbo. In tutte le epidemie, l'im- 
perturbabilita, il coraggio, la serenità dell'animo sono 
la miglior egida del mondo; e all'inverso la timidezza, 
i dolori, le passioni, costituiscono quasi sempre il fo- 
mite dello sviluppo del male. 

Nella prima invasione, quando si avvicinava la nuova 
malattia, non ci era individuo che non si preoccupasse 
grandemente del flagello che stava per colpirlo. 1 fogli 
alimentavano lo spavento, con le solite ed esagerate 
stragi. La Prussia era invasa dalla costernazione e gri- 
dava il finimondo, per il risultato che il dottore Hoff- 
man, direttore di statistica in Berlino, pubblicò poco 
dopo, cioè per la morte di un solo per ogni 400 per- 
sone. 

Ma oggi questi terrori non hanno ragione di essere. 
Finalmente si conosce fino a qual punto può imperver- 
sare il colèra nei paesi civili e previdenti ; ed ove av- 
venga che incrudelisca davvero in un qualunque angolo 
della terra, allora si può preventivamente affermare 
che lì, o vi concorsero una serie di circostanze e di er- 
rori municipali, o vi predominò la falsa credenza di 



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425 

veneficio. Questo giudizio non sorge dalla esaltata fan- 
tasia, ma dall'eloquenza dei fatti. 

Oramai, dopo lo studio di mezzo secolo sul colèra, 
si possono, quasi con certezza, accogliere molte verità, 
che l'investigazione dei fenomeni e l'esperienza hanno 
comprovato, quantunque restino ancora indefinite ta- 
lune quistioni. 

La grande maggioranza delle Commissioni mediche 
ha dopo un maturo esame convenuto: 

1° Che il colèra ci viene importato dalle Indie, dov'è 
endemico, cioè dall'Asia, per cui dicesi morbo asiatico. 
Vuoisi nasca dalle esalazioni mefitiche del Gange; 

2° Che le barriere sanitarie di precauzione sono utili 
ed opportune a sfuggire la eventualità di una iuvasione ; 

3° Che è di una grande utilità lo sfollamento di una 
popolazione per le campagne, purché ciò avvenga poco 
prima della invasione colèrica; come del pari è pre- 
scritto che il ritorno degli emigranti succeda dopo la 
totale cessazione del colèra; 

4' Che con precedenza i municipi stabiliscano dei 
lazzaretti fuori l'abitato, e nello stesso tempo improv- 
visino pubblici ospedali nei siti più remoti del paese e 
più aereati, affidandone la direzione ad uomini onesti, 
disinteressati ed intelligenti. Scelgano medici stimati, 
che possano ispirare la pubblica fiducia. Rimunerino 
generosamente i servizi di tutti coloro che si prestano 
in queste località. Diffondano in ogni luogo, per mezzo 
de' maestri delle scuole, le istruzioni popolari, affine di 
avvertire la gente sui modi profilattici a prevenire il 
colèra e di far comprendere che ogni uomo ha nelle sue 
mani un'arma per combatterlo vantaggiosamente sin 
dal suo nascere ; 

5° Che i Governi inculchino inesorabilmente alle au- 
torità costituite ed agl'impiegati l'obbligo di non ab- 
bandonare i loro posti, nelle emergenze coleriche. La 
loro presenza conforta il popolo minuto, e rende meno 
anormale la condizione del paese; 



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420 

G ù Che tutf i infilici siano solerti a dichiarare al mu- 
nicipio i casi di colèra; 

7" Che, ove non ci siano de 1 camposanti, si costrui- 
scano immantinenti, ed in ogni caso non si permetta 
giammai la tumulazione nelle chiese dentro l'abitato; 

8° Che ci sia da parte delle autorità municipali la 
piìi grande solerzia nell'immediato trasporto de' ca- 
daveri ; 

9° Che le disinfczioni delle strade, dei letamai, dei 
cessi, delle cloache siano la prima cura di ogni muni- 
cipio e di ogni individuo. L i nettezza è la potente ne- 
mica del colera; 

10. Che, attesa la sospensione de' lavori nelle inva- 
sioni coleriche, il Governo, le provincie e i comuni im- 
prendano qualche opera stradale, per rendere meno 
trista la infelice condizione dell'operaio; 

11. Che le autorità politiche proibiscano le nume- 
rose adunanze. I teatri, le feste religiose, le proces- 
sioni devono bandirsi durante l'epidemia, o quando si 
abbia il timore che il paese possa essere invaso; 

12. Che coloro, i quali non siano in grado di fuggire 
dal paese infetto, curino di mantenersi in tutto con 
sobrietà; di vestire pannilani, di causare le infred- 
dature e Tumido della notte, di eliminare dalla loro 
mensa quei cibi e quelle frutta che possano turbare la 
digestione; 

.13. Finalmente, siccome rarissime volte il colèra si 
manifesta in tutta la sua intensità, e per ordinario è 
preceduto dai fenomeni prodromici; così è indispensa- 
bile prima di ogni altra cosa s'incarni nella coscienza 
del popolo la convinzione che, curato nel suo inizio il 
male, si ha quasi la certezza di vincerlo. Se le masse si 
persuadessero anche di questo solo principio oramai 
riconosciuto da tutte le facoltà mediche, n i potremmo 
augurarci che il colèra non segnerebbe più numerose 
vittime. 

Non abbiamo tratte queste osservazioni dalla pro- 



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427 

pria esperienza o dall' esame clinico, sibbene dalla 
storia del colèra, o meglio dai risultati statistici di 
tutt' i paesi civili. 

Ora ammessa la incontrastabile utilità de 1 notati 
espedienti, domandiamo quale influenza potrebbero essi 
esercitare sul veneficio. Si può mai credere che la bar- 
riera sanitaria, la sobrietà del vivere, il sistema igie- 
nico, il vestire di lana, le disinfezioni avessero tanta 
forza da preservarci dall'avvelenamento? 

Dall'altro lato, se il coltura originasse da un com- 
posto chimico, o meglio se un uomo fosse soffocato 
per esempio dall'acido carbonico, potrebbe comunicare 
ad altri la soffocazione? Ci è stato mai il caso che un 
avvelenato con l'acido arsenioso, con l'acido prus- 
sico, ecc., abbia comunicato ad un suo simile lo stesso 
avvelenamento? 

Dalla storia dei fatti risulta che un solo ammalato 
o un morto di colèra è capace d'infettare i corpi sani. 
Ciò prova evidentemente che questa malattia origina, 
non dal veneficio, ma dal principio della fermenta- 
zione, la quale varia a misura che variano le circo- 
stanze che la producono; e tanto è vero che la mano 
dell'uomo è estranea alla formazione di questo ele- 
mento, che, tolta la sorgente da cui essa emanava, 
si arresta il male. Ne si è mai ottenuto dal laboratorio 
chimico il fermento che produce la scarlattina, la ro- 
solìa, la febbre gialla, il colèra, la intermittenza, la 
quale si contrae, come ognun vede, la ove si sviluppa 
il miasnio palustre. 

È strano poi il suppone che il segreto del pubblico 
veneficio, ignoto a tutt' i sapienti della terra, e irrico- 
noscibile nei suoi effetti dalla chimica, abbia potuto 
essere per mezzo secofo l'esclusivo patrimonio dei Go- 
verni o delle sètte. 

I propugnatori del colèra -veleno, non potendo soste- 
nere il loro folle assurdo con la forza della logica e 
della scienza, e sconfitti dalla forza della ragione sulle 



428 

fantasmagorie del passato e del presente, se ne escono 
pel rotto della cuffia, dicendo: è un mistero! E noi 
rispondiamo loro : u Ma se egli è pur tale, perchè risol- 
vere questo problema indeterminato col veneficio? 
Perchè elevarvi superiori a tutti gli scienziati? Perchè 
concepire un sospetto, che degrada l'uomo, supponen- 
dolo capace di tanta nequizie? Perchè ingannare la 
plebe credula ed ignorante? Perchè finalmente far pro- 
ferire ai nostri eterni nemici di oltremonte o di oltre- 
mare la ingiusta sentenza, che i popoli meridionali 
d'Italia non sono 'ancora all'altezza di meritare un 
libero regime? „ 

E vero che Andrai e molti altri professori in medi- 
cina chiamarono misteriosa la malattia del colèra; ma 
nessuno di essi sospettò mai, nemmeno per sogno, che 
derivasse dalla mano dell'uomo. Se tutti quei mah. di 
cui sin oggi non si conosce nè la natura, nè il rimedio, 
dovessero considerarsi come risultato dell' artifizio 
umano, non mancherebbero di ritenersi tali anche la 
febbre gialla, la peste ungarica bovina, la crittogama 
delle viti, ecc. Queste stupide conseguenze possono 
attecchire nei cervelli della gente che partecipa più del 
bruto, che dell'essere ragionevole; ma chi ha un bri- 
ciolo d'intelletto, chi conosce i disastri che derivarono 
da siffatti errori, chi ama illuminare il popolo alla do- 
lorosa scuola della esperienza, non può concepire cotali 
stoltezze e molto meno profferirle anche sotto il riflesso 
di alimentare odii e rancori politici. 

Ci è dolce concepire la speranza che, dopo la pubbli- 
cazione di queste pagine, qualunque esse sieno, possa 
estirparsi per sempre dalla mente degl' illusi V umi- 
liante fantasma del colèrarveleno. 



PROPRIETÀ LETTERARIA 



INDICE 



Pbefaziomk Pag. 1 

Capitolo I. — L'errore > 9 

= IT. - La Pftatft > 18 

— ITT. — CoU'rn, asiitticn » 70 

= IV. - TI 1S37 » 103 

— V. — L'analisi chimica » 160 

— VI. — Talune considerazioni sull'anarchia popo- 

lare e le violenze militari » 234 

VII. — I tre scrittori » 272 

— Vili. — La guerra della Crimea » 306 

— IX. — La guerra d'Italia » 349 

— X. — Riepilogo » 416 



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ERRATA 


CORRIGE 


31. Un. 


23 - 


ila principio scettico 


da principio settico 


:.3, 


- 


7 - 


da principio scettico 


da principio settico 


•lì». 




21 - 


Spee 


Spee 


«i, 


> 


34 - 


dai cinque a sei decimi 


dal b al G per cento 


209, 


- 


5 - 


un 


una 


238, 


- 


31 - 


e Odillon Harrot e come 


e< Millon Barrot eThiers 








Thiers capi della po- 


come capi della po- 








litica 


litica 


311. 


> 


13 


nell'Oriente 


india parte orientale 



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t 




Prezzo L. 5